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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana. Supplemento"

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GIORNALE STORICO 


DBLLA 


LETTERATURA ITALIANA 


———— 


SUPPLEMENTO 
IV! 22-28 


A 


Pena STORICO 


DELLA 


LETTERATURA ITALIANA 


DIRETTO DA 


VITTORIO CIAN 


SUPPLEMENTO 
INI 22-28 


TORINO 
Casa Hditrice 


GIOVANNI CHIANTORE 
Successore ERMANNO LOESCHER 


1924 


693150 


LETTERARIA 


4 


PROPRIETA 


Torino — Vincxxzo Bona, Tip. di S. M. e de' RR. Principi. 


GIOVANNI COTTA 


Se v'ha tra i poeti veronesi del Rinascimento uno, che, dopo 
il Fracastoro, meriti le nostre attenzioni, questi è indubbiamente 
Giovanni Cotta. | 

Vissuto a cavaliere di due secoli, egli ha i caratteri e dell’uno 
e dell'altro. Ad una soda cultura umanistica, frutto di pazienti. 
studi, accoppia un senso squisito del bello e, quel che è più, 
possiede un’ammirevole facoltà di ritrarlo con tocco personale. 
Imitatore sapiente e geniale, egli non segue già pedissequamente 
ì modelli che ha dinnanzi, ma coglie nel multiforme svolgersi 
delle vicende proprie, nel mondo ora piccolo ora vasto che gli 
sta dintorno, la materia del canto e la traduce con freschezza 
di colorito, modellando delle figure profondamente umane, ac- 
cendendosi al passar de’ fantasimi e degli ideali vissuti nel tur- 
binio di lotte e di vicissitudini. La sua opera poetica si stacca 
pertanto per questo aspetto di fresca originalità da quella let- 
teratura spicciola umanistica che, inspirata ad indirizzi preva- 
lentemente formali, languiva in una ricerca di frasi che, combinate 
abilmente come le pietruzze multicolori in un mosaico, dessero 
ai concetti ed ai sentimenti una veste classica. In lui non è già 
l'artificio, che modella dei versi eleganti, bensì l’anima riboccante 
di affetti e di entusiasmi, che trova la veste poetica adatta a 
riceverne le impressioni e le creazioni. In una parola egli è 
veramente un poeta. 


Giornale storico — Suppl. n° 29. 1 


2 V. MISTRUZZI 


Però, non ostante questo carattere, che non è comune ai ver- 
sificatori dell'età sua, non ostante che la critica in ogni secolo 
avesse dato alla sua opera quasi unanimemente il suo assenso, 
il Cotta era giunto coi suoi carmi a vedere gli albori del sec. XX 
pressochè sconosciuto. Noto da prima solo attraverso alle testi- 
monianze premesse dal Benini e dal Morelli alle loro edizioni 
e, più tardi, condotti su quelle, dai tentativi biografici del 
Giuliari e del Cristofori, egli s'era proiettato sino a noi con de” 
contorni scialbi e dei tratti lacunosi. 

Tali lati manchevoli, che venivano di conseguenza a riflettersi 
sinistramente sui giudizìi più o meno autorevoli della critica — 
specie quando si pensi che la produzione poetica del Cotta ha quasi 
sempre stretti contatti con la realtà della vita vissuta — mi son 
proposto di colmare con questo studio, che però — credo doveroso 
notarlo fin da principio — non ha la pretesa di esser definitivo. 

Alcuni periodi dell’esistenza del Poeta sono infatti ben lungi 
dall’esser chiari, nè molto valsero a diradar le nebbie le ricerche 
tentate di qua e di là perchè la biografia almeno potesse uscirne 
completa. Da una parte il carattere stesso del Cotta, che mal 
s'appagava di lunghe dimore in un medesimo. luogo, veniva 
a mettere, con la vita avventurosa che ne fu la natural con- 
seguenza, un primo inciampo. Dall'altra l’opera dissolvitrice del 
tempo, coadiuvata dalla sciagura che imperversò sul poeta e, quel 
che è più, sulla sua produzione letteraria, accrebbe le difficoltà. 

Tuttavia alcuni lati della multiforme attività dell’Umanista, 
prima oscuri, si vennero con le ricerche man mano chiarendo, 
la sua personalità artistica acquistando risalti maggiori e il giu- 
dizio sull’opera complessiva facendosi più completo. Per questo 
non credo che del tutto vana sia riuscita la mia fatica, anche 
se talvolta, per mancanza di meglio, sì sia dovuta limitare ad 
un uso più sistematico del materiale adoperato da altri (1). 


(1) Quanto alla bibliografia, che trovasi accennata man mano nelle note, 
devo notare che non m'è riuscito di vedere un opuscolo relativo al Cotta 
— a quanto pare, di poca o nulla importanza — dei sigg. Zapolla e Tegon, 


GIUVANNI COTTA 3 


I. 
La nascita e i primi studiî. 


Nacque Giovanni Cotta nella provincia di Verona (1), a Le- 
gnago (2), non però nel capoluogo, ma in uno dei piccoli contadi 
adiacenti, non ben precisato fino ad ora. Era nata infatti in 
questi ultimi tempi una certa discordanza nel giudizio degli 
studiosi circa il probabile luogo di nascita del poeta, chè alcuno 
indicava come tale Vangadizza, altri invece S. Maria del Porto, 
senza però che nè gli uni nè gli altri si riferissero a fonte o ad 
autorità alcuna che desse valore alle loro affermazioni (3). Ho 
voluto tentare se mi fosse stato possibile rintracciare qualche 
documento che decidesse in merito e le mie ricerche non si 
possono dire del tutto infruttuose. Nell'archivio parrocchiale di 
Vangadizza in due bri bapltizatorum, sebbene un po’ tardi, 
ho potuto trovare parecchi atti di battesimo a cui intervengono 


citato. dal GiuLiarI, Due aneddoti, ecc., p. 11. Aggiungo di più che alle poesie 
del Cotta il dott. ALFio Anastasi (Catullo e l' Umanesimo, Acireale, Tipogr. 
editr. XX secolo, 1919, 41-53) ha dedicato di recente alcune osservazioni su- 
perficiali e non sempre esatte. 


(1) Vedi tra l’altro: Pierio VaLeRIANO, De litteratorum infelicitate libri 
duo, Amstelodami, ap. Cornelium Joannis bibliopolam, 1647, lib. I, p. 59; 
B. ParrHENIO, Della imitazione poetica, in Vinegia, appresso Gabriel Giolito 
de’ Ferrari, 1555, 1. II, p. 37 e De poetica imitatione, libri quinque, Venetiis, 
apud Lud. Avancium, l. II, p. 56. 

(2) P. Giovio, Élogia virorum, ecc., Basileae, Petrus Perna, 1575, L II, 
p. 107; M. Guazzo, Cronica ne la quale ordinatamente contiensi l'essere 
de gli uomini illustri antiqui et moderni, ecc., 1575, Venetia, Bindoni, p. 344; 
Jus civile Liniacensium, Venetiis, apud Nic. Tridentinum, 1555, in-4°, nella 
prefazione; OxnorrIo Panvinio; Antiquitates Veronensium, libri VIII, typis 
P. Frambotti, 1648, 1. VI, p. 162; G. M. Toscano, Pepli Italiae, ), II, p. 35. 

(3) Fu il GiuLiari, Que aneddoti di G. Cottu, umanista veronese del se- 
colo XV (estr. dall’Arch. stor. ital., S. V, t. III, 1899, p. 3), a mettere in- 
nanzi il nome di Vangadizza conse patria del Cotta. L'altra opinione è di 
F. FLamini, Il Cinquecento, Milano, Vallardi, p. 540. 


4 i V. MISTRUZZI 


come padrini o come testimoni persone che portano il cognome 
e talvolta anche il nome del poeta (1), il che conferma la tra- 
dizione antica e sempre viva colà ed a Legnago (2) che proprio 
a Vangadizza da poveri contadini del luogo (3) sia nato Gio- 
vanni Cotta. 

Nel precisare l’atto di nascita, sì nota nei biografi una certa 
discordanza, che trae la sua origine dalla diversità delle fonti 
a cui ciascuno attinse. 

Infatti, mentre il Giovio (4) e il Guazzo (5) pongono la data 
di morte del Cotta al ventottesimo anno d’età senza riferirsi 


(1) Eccone i più antichi: 

a) 1571, sett. 23: « Antonius filius Baltesar de Maraston baptiz. fuit 
« per rev.îum Joannem Contellum. 

« Jo Mattheus Cotta > CREGEREIOO 
« Rosa uror Anthonij Signorini 
« Baptizatorum liber ab anno 1560 n. n. ». 

b) 1606, febbr. 7: Lucrezia, moglie di Lorenzo Cotta fa da madrina 
al battesimo di Francesco figlio di Zuane Cechino da Vangadizza. 

c) 1608, genn. 25: « Comadre madona Orsolona, moglie di Zuane Cota » 
di Vangadizza fa da madrina al battesimo di Battista figlio di Zuane Feraro 
di Vangadizza. 

d) 1615, sett. 23: Margherita figlia di Gerardo Cotta è madrina di An- 
tonio figlio di Tomaso Montin di Vangadizza. 

e) 1617, febbr. 25: Lorenzo Cotta è presente come testimonio al batte- 
simo di Antonia figlia di Domenico dalle Canove di Vangadizza. Arch. Par- 
rocchiale di Vangadizza, Baptizatorum liber ab anno 1601. 

(2) Un’eco abbastanza remota è nella Historia di Legnago di Fr. Peci- 
NALI, ms. presso il comune di Legnago, p. 78; e nel Ziscorso sopra Legnago, 
anno M. D. C. LIX, ms. 2018 presso la Bibl. Comunale di Verona, c. 51. 

(3) L. GR. GiraLDI, Ze pocetis suorum temporum, nel 1. II delle sue opere, 
Lugduno-Batavae, p. 538: « humili loco natus »; P. Giovio, Op. e loc. cit.: 
«in agresti enim ore generosi spiritus indoles..... latitabat » e, ‘didem: 
« humili genere ortus »; M. Guazzo, Op. e loc. cit.: « di beni di fortuna 
« molto povero ». Leggo poi in un elogista posteriore, il TorRESANI, Elogia, 
vol. I, c. 74, ms. nell’Arch. Com. di Verona: « Fuere profecto C'ottae agri- 
« colae apud Leniacum Veronae districtus, ex quibus, veluti ex abiectissimo 
« fimento coruscans adamas, effulsit Joannes ille Cotta Orator et Poeta cele- 
« berrimus, qui doctissimis Jovii et Panvinii elogiis commendatur ». 

(4) Op. e loc. cit.: « octo et viginti annorum iuvenis interiit ». 

(5) Op. e loc. cit. 


GIOVANNI COTTA 5 


ad alcun termine cronologico, Bernardo Silvano (1) la assegna 
all'estate 1510, dicendola avvenuta al trentesimo anno. 

Degli studiosi alcuni seguirono i due primi, altri il secondo 
partendo nel computo dal 1510 indicato dal Silvano; altri ancora 
si attennero ad una via intermedia. Per questo troviamo indicati 
come date di nascita il 1478 (2), il 1479 (3), il 1480 (4), il 1482 (5), 
il 1483 (6) e il 1485 (7). Quale di queste è la più probabile ? 

Non esito a dichiararmi favorevole alla terza, che corrisponde 
perfettamente al pensiero di Bernardo Silvano. Amico costui e 
intimo del Cotta (8), scrivendone prima ancora che fosse trascorso 
un anno dalla morte, egli era in grado di conoscerne meglio 
che il Giovio l’età precisa. Nè vale opporgli l’autorità di M. Guazzo, 
chè, quanto al Nostro, egli traduce quasi alla lettera l’elogista. 


(1) Nei Prolegomena in ProLemari Geographiam, Venetiis, per Jacobum 
Pentium de Leuco, 1511, leggesi: « trigesimo aetatis anno, proxima aestate, 
« Viterbii decessit ». Lo scritto del Silvano porta la data 20 marzo 1511. 
La data 1510 collima anche con quella posta sotto il ritratto del Cotta, che 
si conserva nel Municipio di Legnago, molto antico se nel 1571 quel quadro 
era in condizioni tali da abbisognare d’essere restaurato. Cfr. JORANNIS COTTAE, 
ligniacensis, Carmina, Coloniae Venetorum, 1760, p. 3 e sg.; CamiLLo CEssi, 
Di Francesco Brusoni e dei suoi figli, in questo Giorn., Suppl. n° 2, p. 56 
e sg. Il quadro è stato riprodotto da G. TrEcca, Legnago fino al sec. XX, 
Verona, Gurisatti, 1900, p. 105. 

(2) GitLIaRI, Giovanni Cotta, nella Protomoteca Veronese edita da G., Sar- 
tori, Verona, 1881, p. 67. 

(3) GruLIarI, Della letteratura veronese al cadere del sec. XV e delle sue 
opere a stampa, Bologna, 1870, p. 262. 

(4) G. CristOFORI, Giov. Cotta umanista, Sassari, Azuni, 1890, p. x; F. FLA- 
mix, Op. cît., p. 119. 

(5) GiuLiarI, Due aneddoti, ecc., p. 3; Sc. MarerI, Verona illustrata, Mi- 
lano, 1825, lib. IV, parte II, p. 376; G. ProsperiInI, Versi, nella prefazione 
alla versione poetica dei Carmi di Giovanni Cotta, Legnago, Marcati, 1905, 
p. 71 sgg. 

(6) Sr. Grosso, Opere di Franc. Berni, « Biblioteca classica economica », 
Sonzogno, 1875, Lettera a E. Camerini, p. 215. . 
(7) G. ZaxeLLa, Dell’Accademia dell’Alviano in Pordenone, in Atti del 

R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, S. VI, t. I, p. 987. 

(8) Vedi i citati Prolegomena, dove B. SiLvano, parlando del Cotta, dice: 

« unice illum amabam ». 


6 V. MISTRUZZI 


Il Giuliari (1), che ebbe di Giovanni Cotta una vera ammira- 
zione e che reiteratamente si occupò di lui e della sua opera, 
riferendosi ad uno scritto del Morelli (2), nomina altri due let- 
terati: Gian Stefano e Catelliano Cotta, che fiorivano in Lombardia 
con bella fama di poeti latini (3) e li dice fratelli del Nostro. 
Ma qui incorre in errore, perchè entrambi appartengono ad il- 
lustre famiglia novarese, forse a quella stessa, donde nel sec. XII 
era uscito quel Nicolò Cotta, che fu giudice a Verona e di cui 
è cenno nel Torresani (4). Notiamo però che non fu solo il 
Giuliari ad esser tratto in abbaglio. Molto tempo prima di lui 
Gerolamo Da Monte aveva confuso Giovanni con Gian Stefano 
facendone un unico personaggio e ne fu corretto dall’Argelati (5). 
Così non credo si possano in alcun modo collegare con la fa- 
miglia di Legnago gli altri due fratelli Lucio ed Innocente Cotta, 
d’età posteriore, appartenenti ad illustre famiglia milanese, messi 
in luce dal prof. Ghinzoni (6). 

I primi anni di vita del nostro poeta non dovettero essere 
per nulla diversi da quelli degli altri giovinetti del contado di 
tutti i tempi, ed è probabile che il suo ingegno vivace rivelan- 
dosi e nelle ordinarie occupazioni e nell’apprendimento degli 
elementi primi che, data la vicinanza di Vangadizza a Legnago, 
poterono essergli impartiti nelle scuole, invogliasse i genitori 
ad indirizzare il giovinetto per la carriera degli studî. Nè a 
costoro dovette destare grandi apprensioni il problema econo- 
mico, perchè a quei giorni Legnago non mancava di buone scuole 


(1) Due aneddoti, ecc., cit., p. 9. 

(2) J. MoreLLus, Bibliotheca manuscripta graeca et latina, Bassani, typis 
Remondinianis, t. I, p. 474 sgg. 

(3) ArseLatI, Bibliotheca scriptorum mediolanensium, t. I, parte II, 
pp. 486 sg. e 483 sg. 

(4) Eloqa, cit., p. 74. 

(5) Op. cit., t. II, p. 488. Anche P. pe NoLnac, Les correspondants d' Alde 
Manuce, Rome, Imprimerie Vaticane, 1888, 65 n., incorse nello stesso errore, 
confondendo il poeta veronese con Catelliano Cotta. 

(6) Vedi Arch. stor. lomb., &. XI, 1884, p. 305 e sg. e cfr. poi GIULIARI, 
Due aneddoti, p. 9. 


GIOVANNI COTTA 7 


e perchè la vicinanza di Vangadizza al capoluogo rendeva pos- 
sibile al giovane di attendere alla sua istruzione pur rimanendo 
in famiglia. Ed il carattere buono ed affettuoso di Giovanni 
Cotta, lodato dai biografi del tempo (1) ed ammirato ancor oggi 
nelle lettere e ne’ carmi, dovette concorrere a raccomandarlo. 

Tutto questo nel campo delle ipotesi, perchè le fonti non ne 
parlano affatto e incominciano a fornire qualche notizia solo 
all’inizio degli studî umanistici. 

Da parecchio tempo insegnava a Legnago Enrico Merlo (2), 
il quale, dopo aver errato, secondo il costume del secolo, di qua 
e di là, si era ridotto ad esercitare la professione nella cittadina 
natale. E tanta era la fama che s’era sparsa di lui, che non solo 
i conterranei accorrevano ad udirlo, ma altresì giovani d'altri 
paesi. Sotto il Merlo si vuole che il Cotta iniziasse gli studi (3), 
ma poco potè far tesoro di quell’insegnamento, perchè il buon 
vecchio moriva nel 1491 (4). 

V'ha chi dice che, terminati gli studî in patria, si recasse a 
Verona a completarli. Quegli che l’affermò per primo fu il Giu- 


(1) I.. Gr. GiraLpI, Op. e loc. cit. 

(2) Fu anche chiamato Rigo (Enrico) Merulus. Il suo vero cognome era 
però Merlo, come rilevo da quella copia di « Parte presa nel Magnifico Con- 
« siglio di Legnago », che leggesi riprodotta dal Benini, Joannis Cottae, ecc., 
1760, p.3 sg. di 

(3) « Ad Henricum autem Merulum, senem optimum, et Musarum omnium 
« studia divinitus et foris erercentem, plurimi tam ex nostratibus, quam aliis, 
« ex longinquis locis adventantes, et velut ad nobilissimum emporium con- 
« fluentes, in marimos et eruditissimos viros evasere; qui quales fuerint, satis 
« superque declarat unus ille Joannes Cotta noster, qui omni liberali doctrina, 
« tum Graeca, tum Romana politissimus, in posi adeo excelluit, ut non 
« tantum sui temporis poetas superaverit, sed veteribus etiam conferri possit 
« ac debeat; quemadmodum carmina ab illometipso scripta et iamdiu vul- 
« gata testantur ». Dalla prefazione al Ius civile leniac., Venetiis, 1555, apud 
Nicolaum Tridentinum, in-4°. 

(4) « Morì in quest'anno (1491) Henrico Merlo virtuosissimo e gran filo- 
« sofo, professore di belle lettere il quale in gioventù havendo peregrinato, 
« carico, et di gloria, et d'anni morì nella sua patria, et fu sepolto in S. Mar- 
« tino, davanti l’altare di S. Nicolò »; PecinaLI, Discorso sopra Legnago, 
ms. 2013 della Bibl. Com. di Verona, c. 50. 


8 V. MISTRUZZI 


liari (1), il quale, non vedendo forse come l’Umanista abbia po- 
tuto acquistare una conoscenza profonda non tanto delle disci- 
pline letterarie quanto delle matematiche a Legnago, avrà pen- 
sato ad un proseguimento degli studî in Verona, dove sapeva 
esistere a quel tempo un nucleo d’Università. E può darsi che 
il Giuliari abbia colto con questa sua ipotesi nel segno. Tuttavia 
noi, per mancanza assoluta di documenti, non possiamo dare 
all’affermazione del Giuliari alcun valore. 

Ci fermeremo solo a notare che, come non è del tutto accet- 
tabile la notizia contenuta nella Prefazione all’/us civile Lenia- 
censium, che cioè il Cotta sia unicamente cresciuto alla scuola 
del Merlo, perchè quando costui venne a morire egli non contava 
più di dieci anni, così non è necessario pensare che egli abbia 
dovuto ricorrere a Verona per approfondire i suoi studi. Cì 
risulta che a quel tempo, per una saggia disposizione del Co- 
mune (2), anche a Legnago le scuole erano particolarmente curate 
e non mancavano di buoni maestri. Può darsi quindi che il Cotta 
abbia continuato, dopo la morte del Merlo, a frequentare la 
cattedra istituita dal Comune, sotto la guida di un altro inse- 
gnante che ci è rimasto ignoto. 

E difatti per trovare qualche notizia precisa sulla dimora del 
poeta in Verona bisogna affacciarsi alla soglia del secolo deci- 
mosesto, quand’egli, ultimata o quasi la sua cultura umanistica, 
essendo gia in fama di gentile cantore, si apprestava ad entrare 
trionfante in quella vita, che troppo presto dovea divenirglì 
matrigna. 

Fin dai primi anni passati alla scuola del Merlo egli s’era 
sobbarcato ad una vita laboriosissima per trar largo profitto dai 


(1) Due aneddoti, ecc., p. 3. 

(2) Cfr. Ius civile leniacensium, ove al 1. I, c. 29, leggesi: « quando 
« Communitati... placuerit, fiat electio unius optimi magistri, qui et bonis lit- 
« teris et optimis moribus ornatus teneatur publice interpretari et docere 


« gramaticam et rhetoricam pro beneficio iuventutis et terrae nostre », c. 81. 
Vedi Cessi, l. c. 


GIOVANNI COTTA | 9 


suoi studi. Si era dato a volgere i classici sì latini che greci, 
acquistandone larga copia di erudizione (1) ed affinando in pari 
tempo il naturale gusto artistico. Questo pazientissimo lavoro di 
lettura dei testi lo aveva messo in grado di preparare per le 
stampe all’età di vent'anni le Annotazioni a Properzio, che 
avrebbero dovuto vedere la luce nel 1500 nella stamperia di 
Giovanni di Tridino. 

Or la fama della sua cultura, veramente superiore per un 
giovane di quell’età, destò l'ammirazione di molti, veronesi o 
no, che lo conobbero, tra i quali è da annoverare un colto pa- 
trizio veneziano, che, già chiaro per belle opere storiche, era 
stato inviato dalla Signoria di Venezia ad esercitare in Verona 
l'ufficio di Camerlengo, Marin Sanudo (2). Vi giungeva egli verso 
i primi di aprile del 1501 e per le stimabili doti rivelatesi subito 
nell'esercizio del suo incarico e per la fama già diffusa del suo 
ingegno e della sua infaticabile laboriosità, si rendeva fin dai 
primi giorni caro alla cittadinanza e in modo speciale ai dotti, 
che in breve correr di tempo si trovarono tutti raccolti in- 
torno a lul. . | 

Uno degli intimi era il Cotta, il quale s'era talmente cattivata 
la simpatia del patrizio veneto che, dovendosi allontanare per 
qualche tempo, era avvenuta tra i due scambievole promessa 
di visite a Verona e a Legnago (3). Intanto l'amicizia era tenuta 
desta da frequenti lettere, delle quali è stata conservata sol- 
tanto quella del 7 agosto 1501. 

Dalla lettera si rileva come la dimestichezza tra il Legnaghese 
e il Sanudo fosse già tanto viva da permettere al primo dì va- 
lersene per far recapitare scritti a Jacopo Antiquari e a Giorgio 
Corner. 


(1) Paoro Giovio, Op. e loc. cit.j; Ius civile len., luogo citato. 

(2) R. Mcrari, Marin Sanudo e Laura Brenzoni Schioppo, in questo 
Giiorn., Suppl. n° 1, pp. 145 e 148; e Due epigrammi e una lettera tne- 
dita di G. Cotta a M. Sanudo, in Ateneo veneto, XXIII (1900), 148 sgg. 

(3) Lettera del Cotta al Sunudo, in appendice. 


10 V. MISTRUZZI 


Erano l’Antiquari e il Corner due ragguardevoli personaggi 
della migliore società perugina e veneziana. Di famiglia ricca 
di mezzi ed agiato di per sè, per i lauti proventi degli incarichi 
sostenuti, l’Antiquari era un protettore munifico di dotti e di 
poeti, amato e lodato dai più grandi letterati del tempo (1). Ad- 
detto dapprima alla Segreteria ducale di Milano sotto Galeazzo 
e Gian Galeazzo Sforza, v'era rimasto quale segretario titolare 
anche in seguito alla calata di Lodovico il Moro e la conquista 
francese del 1499 e vi si trovava ancora quando il Cotta scriveva al 
Sanudo pregandolo di fargli recapitare la sua lettera (2). Giorgio 
Corner era fratello della Regina di Cipro e capitano di Verona 
e trovavasi anch'egli a quel tempo in Milano, dove l’avea man- 
dato la Serenissima ad incontrarvi il Cardinale di Rohan (3). Al 
seguito del Corner erano amici del Sanudo, quali Matteo Rufo 
e Francesco Nursio Timideo (4), e il Camerlengo si valeva forse 
di essi per far recapitare all'uno e all’altro le lettere che il 
Legnaghese, probabilmente nella seconda metà del luglio, gli 
aveva spedite perchè ne curasse il sollecito invio. 

Del 1501, 0, meglio, dell’anno dopo sono due epigrammi (5) del 
Cotta allo stesso Sanudo, composti l’uno per intessere le lodi 
dell’illustre amico, che, dopo aver condotto a compimento le 
Vite dei Dogi, s'apparecchiava a dettare la colossale opera dei 
Diari (6), l’altro per celebrare l’affetto per Verona addimostrato, 
come già in mille guise, nell'aver dato l’incarico ad un pittore 
di ritrargli in un quadro la città e i dintorni. 


(1) G. B. VermisLIoLI, Memorie di Jacopo Antiquari, Perugia, Baduel, 1813. 

(2) R. Mvrari, Due epigr., cit., p. 162. 

(3) R. Mvrari, Due epigr., l. cit. 

(4) R. Murari, Due epigr., 162; Ces. Pekrotri, Op. cit., p. 106 sgg. 
Vedi anche V. Rossi, Poesie storiche sulla spedizione di Carlo VIII in 
Italia, Venezia, 1887, p. 12, n° 3. 

(5) Sono: 

a) Magna quod innumeris implere volumina rebus 


€ 
b) Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret. 


(6) R. Murari, Due epigr., cit., p. 150. 


GIOVANNI COTTA 11 


Ed è questa l’ultima notizia che leghi il nome di G. Cotta 
alla sua città natale. Compiuto o almeno condotto a buon punto 
il lavoro preparatorio, essendo già in fama di dotto e di gentile 
poeta latino, bramoso di uscire dalla cerchia troppo ristretta in 
cui fino ad allora efa cresciuto, si affidò alla fortuna, prendendo 
il volo per altri luoghi, a cui il desiderio di gloria lo spingeva. 


II. 
A Lodi e a Napoli. 


Lo ritroviamo dopo non molto tempo a Lodi. Quivi erasi re- 
cata sposa una sua zia materna (1) ed egli, che, secondo l’uso 
invalso a que’ tempi, bramava portare il suo nome all’infuori 
de’ confini della terra, che l’avea visto nascere e'‘crescere negli 
studî, avea colto l’occasione che la fortuna gli presentava e 
l’avea seguita nella. nuova dimora. | 

Non sappiamo di preciso quando ciò avvenisse, però non sarà 
fuor di luogo il fissarne approssimativamente la data agli ultimi 
mesi del 1502 o, tutt'al più, al principio dell'anno seguente. È 
probabile infatti che il Sanudo commettesse quel quadro, che 
diede l'occasione al citato epigramma in picluram urbis et 
agri veronensis, verso gli ultimi mesi del suo camerlengato a 
Verona, quando già, forse per notizie giuntegli da Venezia, pre- 
sentiva in qualche modo o s’aspettava prossimo il richiamo in 
.patria. D'altra parte, senza pensare a ciò, non ci si saprebbe | 
dare una spiegazione del plauso commosso che la commissione 
di quel quadro destò non solo nel Cotta, ma in tutti i poeti 
piccoli e mediocri che in quel tempo fiorivano presso alle rive 
dell’Adige e che si tradusse in numerosi carmi ed epigrammi, 


(1) P. Giovio, loc. cit. « Aperuerat ludum Laudi Pompeiae, quod ibi nupta 
« erat eius matertera ». 


12 V. MISTRUZZI 


che poi il Sanudo per ricordo fece raccogliere in un bel codice 
da tenere con sè (1). Ora il Cotta per essere al corrente di 
simili inezie doveva trovarsi ancora a Legnago o a Verona, 
donde il Sanudo si allontanò solo in settembre (2). 

Sappiamo, d’altra parte, da una sua lettera al Sannazaro in 
data 5 gennaio 1504 come egli, dopo essersi fermato a Lodi 
presso la zia, si fosse recato a Napoli per prender parte all’Ac- 
cademia pontaniana e come avesse per qualche tempo goduto 
della dimestichezza e famigliarità del Pontano (3). Ora, poichè 
costui era già morto nell'autunno 1503, egli dovette trovarsi a 
Napoli fin dall’estate, se non prima. Ma: perchè sappiamo per 
certo che in Lodi si trattenne per qualche tempo dedicandosi 
all'insegnamento, sarà lecito congetturare che vi si recasse 
qualche mese avanti e molto probabilmente sulla fine del 1502. 

Breve fu adunque la sua permanenza a Lodi; giuntovi, aperse 
una scuola, di cui non è rimasta notizia nelle memorie e nei 
documenti lodigiani. Ma poichè la notizia del Giovio è confer- 
mata in parte dalla lettera del Cotta al Sannazaro, è lecito 
congetturarne che l’elogista dica bene anche per il resto. 

A Lodì il Cotta conobbe Filippino Bononi (4), con il quale 
entrò presto in amicizia. Era il Bononi un fervido ammiratore di 
Jacopo Sannazaro e ne parlava volentieri e calorosamente nelle 
sue conversazioni col Cotta. Gliene fece anzi leggere l’ Arcadia 
ed il Nostro ne rimase veramente entusiasta. 

Con l'ammirazione del Sannazaro, la cui maggior opera 
veniva allora per la prima volta gustata ed apprezzata, veniva 
innestandosi nell'animo del giovane umanista un desiderio vi- 
vissimo di cambiar penati e di portarsi in quella città dei canti 
e dell'amore, ch’era in quel tempo salita a gran fama. Ma quello 
che più d'ogni cosa lo chiamava alla lontana città, era il desi- 


(1) R. Mcrari, Due epigr., loc. cit. 
(2) R. McrarI, Due epigr., p. 161. 
(3) Vedi la lettera in appendice. 

(4) Lettera al Sannazaro, cit. 


GIOVANNI COTTA 13 


derio di conoscervi il Pontano (41), che esercitava sui giovani 
un vero fascino e le cui opere circolavano in parte manoscritte 
e in parte stampate, perchè in un volume uscito nel 1498 a 
Venezia per opera di Giorgio Merula, avevano veduto la luce 
dodici Nenie ed altrettanti Epigrammi (2). D'altronde la città, 
che allora l’ospitava, era ben lungi dal presentare quei requisiti, 
che per un umanista desideroso di salire presto verso i vertici, 
cui la consapevolezza del proprio valore e l'ambizione lo chia- 
mavano, erano tenuti indispensabili. Gli era necessario sopra 
tutto un centro letterario, dal quale la fama. della sua cultura 
e dei suoi carmi potesse espandersi rapidamente. E Lodi non 
faceva al caso. 

Si decise pertanto e, dopo pochi mesi di permanenza nella 
città lombarda, chiuse la scuola senza più pensar di riaprirla e 
si parti alla volta di Napoli (3). 

Era Napoli a quel tempo rinomatissima. L'Accademia di Gio- 
viano Pontano (4), frequentata dai migliori rappresentanti del- 
l’Umanesimo, era divenuta un centro letterario di primaria 
importanza e vi convenivano poeti e dotti d’ogni parte. A_ quel 
tempo il Pontano era già vecchio, ma gli anni non gli impe- 
divano di attendere oltre ‘alle sue numerose faccende anche a 
quell’istituzione, che egli aveva sempre curata con speciale 
affetto. 

Quando Giovanni Cotta si aggiunse al bel numero (5), in breve 


(1) « Et ego pontaniani tantum oraculi consulendi gratia, hanc in urbem 
« [Neapolim] profectus eram ». Così il Cotta nella lettera al Sannazaro. 

(2) Il volume conteneva, oltre gli epigrammi e le nenie, gli opuscoli di 
Gregorio Tiferno, le elegie e le lettere di Francesco Ottavio e i 70 versi di 
Sulpicio. Fu impresso Venetiis, per Bernardinum Venetum, anno domini 
M.CCCC.XCVIII. Mensis Junii. die undecimo. La descrizione di esso, fatta 
dal Tafuri, è pubblicata a p. Lvini dell’Introduzione nel vol. I di BENEDETTO 
SoLpati, Joannis Joviani Pontani Carmina, Firenze, Barbera, 1902. 

(3) P. Giovio, loc. cit.; M. Guazzo, Cronica, loc. cit. 

(4) C. Minieri Riccio, Cenno storico delle Accademie fiorite nella citta 
di Napoli, in Arch. storico per le provincie napoletane, a. V, fasc. II, p. 355. 

(5) C. Misieri Riccio, Op. cit., p. 364. 


14 VW. MIBTRUZZI 


correr di giorni era già carissimo al Pontano. Il maestro non 
tardò a concepir del discepolo giovanissimo le più belle spe- 
ranze e lo onorò di affetto particolare. Noi vediamo nella lettera 
più volte citata al Sannazaro come il nuovo Accademico andasse 
altero di codesta preferenza del maestro per lui. E non è da 
credere che nella presentazione che il Nostro fa tra le righe di 
sè stesso in quello scritto, l’asserita preferenza del Pontano sia 
una vana ostentazione del suo valore. Rilevo in una lettera 
di A. Galateo (1) a Crisostomo in quanta stima e ammirazione 
fosse tenuto il Cotta subito dopo la morte del maestro. Ivi sono 
annoverati gli Accademici più illustri rimasti, capaci di conti- 
nuare nei loro scritti la gloriosa tradizione del Panormita e tra 
essi in bella schiera con l’Acquaviva, il Sannazaro, il Carbone, 
l’Altilio, il Corvino, il Cariteo, il Gravina, il Summonte e qualche 
altro è, non ultimo, il Cotta. 

Ma v’ha di più. Subito dopo la scomparsa del Pontano, un 
letterato di Napoli, Giano Anisio, componeva un’ecloga, Melisaeus, 
in cui, tra l’altro, chiamava il giovane poeta legnaghese a pian- 
gerne insieme la morte. Ora ecco che cosa l’Anisio esce a dire 
del Cotta: | I a 


Aegile, ne vitio nimium nos esse moratos 

appone: haec eadem mora vel tua seria praeter 
omnia, vel praeter vitam tibi grata fuisset. 

Quas modo, quas lacrymas, quos cantus, Aegile, ab illo, 
illo, inquam, audivi nuper qui his appulit oris; 
non nosti, non fama tuas pervenit ad aures, 
viseret ut viridis Melisaeum in flore senectae? 
Pastorum columen quanti hunc Melisaeus habebat ! 
Et dixit quoties: Phoebi spes altera Cotta est! 
Cotta, tuo ingenio blandae arrisere Camoenae, 
nascentique tibi stillarunt dulcia mella 


(1) ANTONII GALATEI, viri doctissimi, Epistolae selectae ex codice vaticano, 
edite dal card. A. Mar, in Spicilegium Romanum, t. VITI, p. 553, Romae, 
typis Collegii Urbani, M.DCCC.XLIT. 


GIOVANNI COTTA 15 


Cecropiae volucres: lauro tu dignus, et ara, 
et cui viventi pastores dona quotannis 
persolvamus, et inde Deum post Pana colamus (1). 


E non fu soltanto il Pontano a circondare d’affetto il nuovo 
venuto, chè egli fu in breve circondato dalla simpatia di alcuni 
fra i più influenti, vecchi e giovani, e dell’Accademia e di fuori, 
come quel Francesco Puderico, amico diletto del Sannazaro e 
del Pontano, che fu maestro razionale della regia corte della 
Zecca e mori cieco nel 1528, e il fratello dell’autore dell’ Arcadia, 
Marcantonio, e Antonio Gevara, con il quale fu in dimestichezza 
quasi fraterna. 

Non sappiamo a che specialmente attendesse il Cotta a Napoli 
in compagnia di tanti illustri. Ma non sarà fuor di luogo il con- 
getturare che egli occupasse gran parte del suo tempo nell’am- 
pliare la cultura, leggendo classici latini e greci e tenendosi 
informato delle opere vecchie e nuove dei più rinomati poeti 
contemporanei. Senza dubbio tra gli autori latini il primo letto 
era Catullo colla poesia del quale sentiva nella sua una mag- 
giore affinità e tra i viventi il Pontano, che di quella fino ad 
allora era stato il più felice imitatore. Si occupava inoltre del 
Sannazaro, rileggendone l’Arcadia e gustando per la prima volta 
le altre opere, che non aveva vedute a Lodi (2). 

Quando il Pontano, nell’autunno 1503, venne a morire, egli 
partecipò sentitamente al lutto degli Accademici e degli ammi- 
ratori e ne pianse la scomparsa amaramente (3). Venendo però 
con quella dipartita a mancare il diletto maestro, per il quale 
s'era portato a Napoli come per consultare un oracolo, s’era 
deciso ad andarsene; e già stava per prendere il volo per altri 
luoghi, quando un altro tenerissimo amico, Antonio Gevara, lo 
volle in casa sua e dolcemente gli impedì, favorendone in ogni 


(1) Vedi Bucolica vartorum carmina, Basileae, 1546, p. 409 sgg. 
(2) Lettera al Sannazaro. 
(3) Lettera al Sannazaro. 


16 V. MISTRUZZI 


modo gli studî, l’attuazione di quel divisamento. E il Cotta con- 
tinuò a frequentare le riunioni dell’Accademia, diretta a quel 
tempo da Pietro Summonte e da Girolamo Carbone. Studiava 
intanto indefessamente e trascorreva qualche periodo di ozio in 
compagnia di Giano e Cosmo Anisio, dei due fratelli Gevara, di 
Francesco Puderico e di Marcantonio Sannazaro. 

Verso gli ultimi del 1503 Jacopo Sannazaro, a Blois, con il suo 
re Federico, alla notizia della morte del maestro veneratissimo, 
aveva inviato al fratello una sconsolata lettera, piangendone con 
animo accasciato la scomparsa. Marcantonio la fece leggere al 
Cotta, che senti riacuirsi in cuore quel dolore, che ormai la 
distanza da quella data incominciava a lenire. Il Cotta non 
aveva fino a quel tempo conosciuto il cantore dell’ Arcadia; 
ardentemente però desiderava mettersi in relazione con lui, per 
colmare quel vuoto, che la morte del Pontano aveva scavato 
nei suoi studi, e, incoraggiato forse da Marcantonio e dai Gevara, 
scrisse ad Jacopo quella bella lettera, che noi abbiamo avuto 
bisogno di consultare più d’una volta per la nostra biografia, 
particolarmente interessante per conoscere in quale stima il 
Sannazaro fosse da lui tenuto. Nulla però possiamo dire delle 
posteriori relazioni fra i due, se non che il Cotta gli inviò un 
carme in distici latini (1) e che il Sannazaro, quando l’amico 
venne così immaturamente a mancare, ne pianse in un epi- 
gramma la morte (2). 

Nel 1505 il Cotta è ancora a Napoli, occupato, tra l’altro, nel 
racimolare i carmi di Pietro Ricci, l’amico diletto di Angelo 


(1) È Velegia 
Cum gravis imperio Minos agitabat Athenas. 


(2) Eccolo: 


Sperabas tibi docta novum Verona Catullum: 
experta es duros bis viduata Deos. 

Nulla animum posthac res erigat; optima quando 
prima rapit celeri Parca inimica manu. 

Quae tamen ut vidit morientis frigida Cottae 
ora, suum fassa est crimen, et erubuit. 


Spirra se cela Di imi o) 


GIOVANNI COTTA 17 


Poliziano. Un tal Luceio Veronese, di cui non sappiamo aggiunger 
nulla a quanto ha potuto dirne Mons. G. G. Dionisi (1), aveva 
avuto l’incarico dal Bembo di raccogliergli i carmi di P. Ricci 
per un'edizione ch’egli intendeva curarne e che usci di fatti a 
Firenze con i tipi del Giunta nel 1505 (2). Codesto Luceio, che 
pur essendoci del tutto ignoto, deve essere stato un umanista 
celato sotto un tal pseudonimo (3), si rivolse per averli al Cotta, 
che gliene mandò una prima raccolta (4), promettendo di inviarne 
altri, se fosse riuscito a rintracciarli (5). Non sappiamo se alla pro- 
messa seguisse poi l'invio, perchè quell’edizione, divenuta già 
rarissima al tempo del Giuliari, non vidi mai (6) e rilevo la 
notizia dalla trascrizione parziale della lettera del Luceio che 
leggesi nell’edizione del Morelli (7). 

Rileviamo indirettamente da un carme di Cosmo Anisio come 
il Cotta a Napoli trascorresse una vita molto laboriosa, stendendo 
scritti, che poi andarono perduti: 


Ad lectorem. 


Si qua mei Cottae occurrunt Epigrammata, lector, 
ne factum puta hoc ambitione mea. 


(1) Eoco la risposta che il citato Dionisi, chiestone dal Bandini, diede con 
lettera 17 luglio 1788: «..... Sospetto per altro, che questo nome di Luceio, 
« non sia il vero nome dell’autore, ma un pseudonimo, come quell’Angelo 
« Fonteio Veronese, che scrisse quella lettera al Menckenio nel 1717 (è egli 
«il sig. Gio, Benedetto Gentilotti) sul prospetto del Codice del P. Perez ». 
Vedi A. M. Banpini, De Florentina Juntarum Typographia, Lucae, Bon-_ 
signori, 1791, pars II, p. 108. 

(2) Perri Crimiti Poemata, Juntae, circa an. 1505. Così il Morelli. Però 
il Banpixi, Op. cit., accenna a due edizioni: del 1504 e del 1505. 

(3) Non lo vedo però nel Gictiari, Pseudonimia Veronese, Verona, 
Noris, 1881. 

(4) « Misit ad me superioribus mensibus Cotta noster poemata P. Cri- 
« niti », ecc. Così il Luceio al Bembo. Vedi Banpini, Op. cit., p. 258. 

(5) Si rileva da questa lettera del Luceio, in cui è detto: « Quod reliquum 
« est dabo operam quam diligentissime potero, ut cetera ejusdem poemata 
< ad te perferantur, quae mihi pollicitus est Jo. Cotta, vir summa fide », etc. 

(6) Neppure il GivLiari la vide. Vedi Due aneddoti, ecc., p. 5. 

(7) Op. cit., p.11. 


Giornale storico — Suppl. n° 22. 2 


18 V. MISTRUZZI 


Audi jacturam: periit Cotta, et periere 
tot scripta, in coelum quae bona Musa taulit. 

Pauca haec supprimere baud visum, puto, candide lector, 
laudabis studium, consiliumque meum (1). 


Di che genere fossero codesti scritti, non ci è dato sapere, 
sebbene l’allusione alla Musa ci induca a ritenere che si tratti 
di carmi a noi non pervenuti e dall’Anisio visti manoscritti. È 
poi probabile che il Cotta attendesse anche ai suoi lavori di 
erudizione, di cui ci è rimasta notizia, come quegli scolia a 
Plinio, ricordati dagli storici citati, che non ebbero la fortuna 
di giungere fino a noi. 

Qualche cosa di più possiamo dire del genere di vita condotto 
a Napoli nei periodi di riposo. È una vita allegra e un po' 
scapata, condita di scherzi bonari in compagnia di amici bon- 
temponi e specialmente dei suoi indivisibili Cosmo e Giano Anisio 
e dei fratelli Gevara. Anzi le poesie del primo — per quanto può 
cogliersi di vero in tali carmi di palese imitazione catulliana 
nel concetto e nella forma — giovino a darcene un’idea per 
quanto vaga: 

Ora è Cosmo che invita il Cotta, ospite della distinta e ricca 
famiglia Gevara, a sacrificare le ambrosie dapi e il vecchio 
Falerno della mensa abituale, per condire delle sue facezie 
l’umile desco imbandito a bella posta (2): 


° (1) I carmi del Cotta sono: a) « Sive aliquid, seu forte nihil mea lumina 
cernunt »; è) « Ambo dulcia — ne verere — et iidem »; c) « Ridete, o le- 
pidi mei Gevarae »; d) « Ocelle fluminum Calor Calor pulcher »; e) « Quamvis 
te peream aeque Hiella totam », che è però del Navagero. 

(2) Il carme inizia con una calda lode all’invitato, che sa un po’ d'adula- 
zione. Anche il Cotta, del resto, non lesinava le lodi, come può vedersi da 
quest'altro epigramma di Cosmo a lui: 


Nomine quo toties appellavere Catullum 
Me appellas: contra conscia mens animi 
Aurem convellit, numquid me nomine vero 
appelles inter spemque, metumque feror. 
Magni equidem facio censuram, Cotta, tuam, sed 
rei moles tantae distinet ambiguum. 


GIOVANNI COTTA 19, 


Ad Cottam veronensem. 


Cotta, quem faciles amant Camoenae 
Atque amant itidem qui amant Camoenas, 
Etsi istic genio beatiore 

Inter ambrosias dapes, et inter 

Recentes atavos vetus Falernum, 

Alta in atria januariorum 

Hospes acciperis, facetiasque 

Et sales lepidi senis recondis ; 

Hic apud tenues meos penates, 

Inter Pythagorae accubationes, 

Ac coenas Lacaedemonis Lycurgi, 

Simplex hospitium est tibi paratum 
Laetumque, et nitidum, atque amore plenum. 
Haec sunt quae tibi, amice, pollicetur 
Cordis ex adyto vetus sodalis. 


Ora è un invito che fa l’Anisio ai suoi amici Catosso, Mario, 
Scopa, Perillo e Cotta perchè si rechino immediatamente da 
lui. Il poeta quel giorno è oltremodo allegro per un fatto suc- 
coso non specificato, al quale non doveva essere rimasto estraneo 
il Cotta. E, nel caso, deve averne fatto di belle! 


Ad Amicos. 


Catossum, Marium, Scopam, Perillum 
Et Cottam, unanimes meos sodales, 

I, papire, voca, jubeque ut, omni 
Praetermisso alio negotio, ad me 

Cursu praecipiti statim ferantur; 
Namque est quo ilia et usque et usque rumpam, 
Vel quantum est hominum severiorum. 
Quare, si sapiunt, suos amores 
Catossus, Marius, Scopas, Perillus 
Pauxillum esse sinent sibi otiosos; 

Nam Cotta est in amore adhuc ineptus. 
I, papire, vora viam; at memento 
Dicere ex nimio cachinno ad illos 

Non mihi licuisse pervenire. 


20 V. MISTRUZZI 


Il Cotta era infatti perdutamente innamorato d’una fanciulla, 
che aveva conosciuto a Napoli e vi spendeva dietro — se l’Anisio 
dice il vero (1) — molto tempo, dedicandole dei carmi pieni di 
passione, che veniva man mano dettando. Altri carmi pieni di 
brio e di spirito inviava egli all’Anisio per metterlo a giorno 
di qualche fatto occorsogli in casa dei Gevara (2) che si prestava 
a suscitare il riso e a destar la Musa dell’amico. Coi Gevara 
poi scherzava alle spalle di Cosmo su lepidi argomenti come 
quello dell’epigramma: 


Ridete, o lepidi mei Gevarae, 


in cui narrava da lontano il gioco tramatogli per punirlo del- 
l'eccessiva gelosia. 

Ma questi due carmi, come pure l’ultimo alla sua donna, € 
un quarto: 


Ocelle fluminum Calor, Calor pulcher 


devono essere stati scritti lontano da Napoli, probabilmente, per‘ 


quel che rilevasi dagli accenni al fiume che bagna il Principato 
Ulteriore, in quel di Benevento. 

Quella permanenza lontana dalla cara città e dagli amici non 
dovette essergli però molto gradita e per alleviarla invitò nel 
nuovo soggiorno Cosmo Anisio. E tante furono nell’invitarlo le 
lodi e le lusinghe per l’amenità del sito e la dolcezza della vita, 
che l’altro si lasciò persuadere e vi andò. Ma fu una delusione. 
E Napoli e la sua Cicella incominciarono ad allettarlo e a chia- 
marlo irresistibilmente. Colse l’occasione di un carme del Cotta 
ai Gevara, in cui era preso amicamente a gabbo e ne scrisse 


(1) Vedi il carie dell’Anisio: 
Siccine improba te Lycoris urit, 


in Cosmi AnisII Poemata, Neapoli, per J. Sultzbacchium Hagenovensem Ger- 
manum, 1553, in-4°, 7, da cui furono tolti anche gli altri carmi dell’Anisio. 
(2) E il carme: « Ambo dulcia — ne verere — et iidem ». 


ci nl 


GIOVANNI COTTA © 21 


uno de’ suoi a Bernardino d’Alviano, pregandolo di interporsi 
per agevolargli il ritorno. 

Quale verità sia nascosta sotto i due epigrammi è difficile sta- 
bilire. Abbiamo voluto tuttavia indugiare su di essi più di 
quanto non sembrerebbe necessario, perchè il carme dell’Anisio 
lascia trapelare una notiziola, ben poca cosa, a dir vero, ma 
non ostante non priva di importanza per collegare il soggiorno 
del Cotta nell’Italia Meridionale con il successivo passaggio alle 
dipendenze di Bartolomeo d’Alviano. 

Tale carme è difatti indirizzato a Bernardino, fratello del 
famoso : condottiere di Todi, del quale pare che l’Anisio fosse 
alle dipendenze durante il periodo trascorso col Cotta nel Prin- 
cipato Ulteriore. Infatti Cosmo, dopo aver ricordato nei primi 
endecasillabi i giorni felici che solea passare in Napoli con la 
sua fanciulla, venendo a parlare dello scherzo giocatogli dal- 
l'amico, così esclama: 

Vale, 0 Cicella; 
non posthac tuum Anysium videbis, 
ni spes unica Livianus ad te 
his illum evocet a malis tenebris. 


Non sappiamo se anche il Cotta fosse in relazione con Ber- 
nardino d’Alviano. Ad ogni modo basta per noi la notizia che 
Cosmo Anisio fosse in amicizia con il monsignor di Nocera. 
Intimo com’egli era del Nostro, è probabile che glielo abbia 
fatto conoscere e stimare per quel che valeva e gli abbia così 
offerto senza saperlo l’occasione di poter più tardi servirsi di 
quel prestigio per entrare nelle grazie del fratello. 

Questo nel campo delle ipotesi, perchè noi non sappiamo dalle 
fonti nè come, nè quando il Cotta entrasse in relazione con Bar- 
tolomeo d’Alviano. Sappiamo solo da Paolo Giovio (1) che, pro- 
babilmente negli ultimi anni della sua permanenza nell'Italia 


(1) Elogia, l. c.: «... secutusque aliquandiu Sanseverinum et Cabanilium 
< proceres, transivit ad Livianum », ecc. 


22 V. MISTHUZZI 


meridionale, fu alle dipendenze del Cabanilio e di uno dei San- 
severino, ma ignoriamo in che qualità e per quale durata. Indi 
le fonti ci portano d’un tratto al suo trasferirsi al seguito di 
Bartolomeo d’Alviano. 

Il Giuliari però (1) vuole che prima di portarsi nell’Italia 
settentrionale abbia trascorso qualche tempo a Roma. La ra- 
gione che lo indusse in quest’opinione credo debba ricercarsi 
nella parte avuta dal Cotta nell’edizione della Geografia di 
Tolomeo, che usci in Roma negli anni 1507 e 1508; però è da 
opporre che egli altro non fece che curare l’emendazione delle 
dimostrazioni matematiche contenute nei libri I e VII (2), e che 
un simile lavoro non implicava per nulla la sua presenza nella 
Città Eterna. 


III. 


Con Bartolomeo d’Alviano nel Friuli 
ed a Venezia. 


Il soggiorno di Roma non è ricordato dai biografi più antichi, 
i quali tenderebbero piuttosto a far credere che il Cotta abban- 
donasse l’Italia meridionale per recarsi a far parte di quell’Ac- 
cademia che sarebbe stata istituita da Bartolomeo d’Alviano in 
Pordenone. Le notizie vaghe tramandateci a questo riguardo da 
P. Giovio (3) e le altre non meno indeterminate di Lilio Gre- 
gorio Giraldi (4) diedero adito ai biografi posteriori (5), agli 


‘ (1) Due aneddoti, ecc., p.4, e G. Corra, in Protornoteca Veronese, cit., p. 6°. 
(2) Lo asserisce B. Silvano nei Prolegomena alla ristampa veneta del 1511. 
(3) Op. e loc. cit.: « Transivit ad Livianum, Venetorum ducem, qui Mu- 

« sarum liberalis hospes, Academiam in agro Tarvisino ad Portum Naonem 

« instituerat... ». 

(4) Op. e loc. cit.: « ...in varias Italiae partes peregre profectus, tandem 

« Liviano, Venetorum imperatori, adhaesit ». 

(5) GiuLiarI, Della lett. ver., p. 262 e Due aneddoti, p. 4; CRISTOFORI, 

Op. cit., XII. 


GIOVANNI COTTA 93 


ultimi specialmente, di lavorare di fantasia, tanto da presentarci 
storpiata e ben lontana dal vero la figura storica del giovane 
poeta. Non sarà inutile pertanto che, ricorrendo a poche ma 
sicure notizie trascurate, o quasi, fino ad ora dagli studiosi, 
tentiamo di ricostruirla in quello svolgersi di avvenimenti nei 
quali, con palpiti che trovano un riflesso immediato nella pro- 
duzione artistica, si svolse la sua attività. 

Giovanni Cotta ha tutte le caratteristiche proprie degli ingegni 
eminenti dell’età in cui visse. Il secolo decimosesto è il secolo 
degli uomini multilaterali e il Cotta appartiene per intero al suo 
secolo. In lui, come in molti altri, lo studio d’una disciplina non 
assorbe tutta l’attività intellettuale. La sua mente, che spazia 
entro ai giardini soleggiati della letteratura latina ed italiana, 
ha anche modo di afferrare e di fissare in rigorose dimostra- 
zioni astrusi calcoli matematici, e di esprimere in soavi versi 
latini gli affetti e i sentimenti più varì. Ma come se tutto ciò 
non bastasse, egli non limita la sua attività alla ricerca del vero 
o alla manifestazione artistica del bello tenendosi appartato dal 
trambusto del mondo, ma vive la vita del suo tempo, disimpe- 
gnando i suoi uffici con un entusiasmo che si rivela nell’arte 
sotto un riflesso di realtà e di sincerità, che la rende più umana 
e più viva. - 

Non deve pertanto destar meraviglia se, dopo la vita spen- 
sierata condotta nel mezzogiorno d’Italia, lo ritroviamo, non 
molto tempo di poi, al fianco di una simpatica figura di condot- 
tiero italiano al servizio della Repubblica di Venezia allora lm- 
pegnata in un’epica lotta contro lo straniero. 

Siamo adunque ben lontani dal credere, come taluno ha fatto, 
interpretando malamente il Giovio, che egli fosse stato spinto 
a seguire l’Alviano dall’invito di recarsi a prender parte at- 
tiva a quell’Accademia letteraria, che quegli avrebbe istituita a 
Pordenone. Quand’egli si decise a dare un lungo addio ai cari 
amici di Napoli, non aveva dinnanzi al suo sguardo la calma 
distesa del piano veneto, nè gli accarezzava l’animo la speranza 
d'una vita placida e tranquilla nel lontano Friuli. Davanti alla 


24 V. MISTRUZZI 


sua mente non era altra visione all'infuori di quella d’una vita 
agitata ed incerta fra le sollecitudini della politica e le vicende 
della guerra. 

Come poi egli piegasse a tale miraggio d’avvenire non è facile 
determinare storicamente. Certo è che, se un mutar così improv- 
viso e nuovo di vita a noi può sembrare strano ed inspiegato, l’av- 
venimento trova la sua giustificazione quando venga pensato nel 
tempo in cui si effettuò, quando sia composto, per così dire, 
nel suo quadro naturale. L’umanista non è solo il filologo-poeta, 
lo studioso, l’innamorato dell’antichità classica o il solitario can- 
tore, che persegua il suo ideale di bellezza, incarnandolo nel 
verso. Egli deve saper fare di più. Deve mettere il suo sapere 
e la sua genialità in contatto diretto con la vita, servendosene 
come strumenti per sopperire alle necessità materiali del vivere 
di ogni giorno, per innalzarsi al cospetto della gloria. Del resto 
ognun sa come ciò fosse un portato naturale dei tempi, favorito 
specialmente dall’ambizione dei principi e dei personaggi rag- 
guardevoli, ì quali, senza attendere che la grandezza delle opere 
compiute tramandasse ai posteri il proprio nome, si facevano 
artefici della propria fama, chiamando al loro seguito uno 0 
più umanisti (1). 

Tale, e non altro fu, a- mio avviso, il movente che indusse 
Bartolomeo d’Alviano a condurre seco il giovane e già chiaro 
umanista e che piegò quest’ultimo ad accogliere l’invito. E se 
più tardi vedremo il condottiero ed il poeta già avvinti in legami 
indissolubili d'amicizia, derivati da reciproca ammirazione per 
le doti molteplici di cui ciascuno era largamente fornito, non 
dobbiamo per questo lasciarci indurre a credere che tale affetto 
risalisse ai tempi trascorsi, quando l’uno a Napoli cantava la 
sua passione per Licori e l’altro ramingo per varie parti d’Italia, 
compiva magnanimi ardimenti pIMEBARCO talvolta il collo audace 
al colpì sinistri della fortuna. 


(1) BerckuaRDT, Op. cit., I, 193 sgg. 


GIOVANNI COTTA 25 


Questo periodo trascorso tra il fragore delle armi e i raggiri 
della politica al servizio di una repubblica che conservava an- 
cora nei suoi istituti un riflesso della grandezza di Roma, doveva 
ampiamente riflettersi sul giovane umanista ed esercitare un 
notevole influsso sul successivo sviluppo della sua arte. E non 
dovette rimanere estranea al nuovo orientamento la comunanza 
di vita con il valoroso condottiero, che alla perizia dell’arte 
militare accoppiava uno spirito innamorato della civiltà classica, 
della quale si studiava di continuare nell’opere le gloriose tra- 
dizioni. 

Molto probabilmente il Cotta era al suo seguito fin da quando, 
di ritorno da Napoli, assumeva nell’aprile 1507 il comando delle 
truppe veneziane per la guerra contro Massimiliano. Sappiamo 
infatti come egli, dopo l’esito poco felice della lotta condotta contro 
i Fiorentini nell'agosto 1505, invitato da papa Giulio II a passare 
agli stipendi della Chiesa, rifiutasse la proposta, preferendo servire 
la Signoria di Venezia, con la quale, se vogliamo attenerci alle 
notizie contenute nei Diarti (1), doveva trovarsi a quel tempo 
in trattative. Certo si è che in seguito ad invito rivoltogli dai 
Savi del Consiglio (2), era il 15 marzo a Venezia (3) e di là suc- 
cessivamente al campo, ove adopravasi ad ordinare le truppe e 
ad allestire le difese per far fronte a Massimiliano, nel caso che 
avesse tentato l’avanzata nel territorio della repubblica (4). Ma 
poichè un tale pericolo si prospettava ancora lontano, aveva 
chiesto ed ottenuto licenza di recarsi a Napoli, dove intendeva 
agire per riacquistare il dominio della città di S. Marco ingiu- 
stamente toltogli (5). Durante questo tempo trascorso a Napoli 
dai primi di gennaio agli ultimi di marzo dell’anno 1507, con- 
sumato in operose trattative, che gli fruttarono il possesso dei 


(1) Diari, VI, pp. 280, 282. 

(2) Zbid., p. 293. 

(3) Ibid., p. 312. 

(4) Ibrd., passim. 

(5) Ibid., p. 500 e VII passim, e L. Leos1s, Vita di Bartolomeo d' Alviano, 
Todi, A. Natali, 1858, p. 78. 


26 V. MISTRUZZI 


contadi di Bucchianico e di Manupello, è probabile che ei co- 
noscesse per la prima volta almeno personalmente il poeta 
veronese e lo invitasse a condividere con luì i pericoli della 
guerra e i riposi della pace. 

Non possiamo però storicamente stabilire se quest’ultimo se- 
guisse tosto il condottiero a Venezia, dove egli giunse il 9 aprile (1), 
quando, chiamatovi d’urgenza dai Savi del Consiglio, intimoriti 
« per la venuta di Franza di qua dai monti », si accingeva a 
rintuzzare l’audacia dell’invasore. Marin Sanudo non ne parla. 
Però se di lui mancano notizie nei Diari? fino all'aprile 1508, 
non dobbiamo inferirne che solo a questo tempo fosse al seguito 
dell’Alviano. Era certamente con lui nel dicembre 1507 o nel 
gennaio 1508, quando il condottiero stava organizzando in Udine 
le difese contro l’invasore. Con entrambi passava qualche ora 
Gerolamo Aleandro, costretto in quella città da una noiosa 
causa, e, scrivendone all'amico comune Aldo Manuzio, non man- 
cava di mandargli i loro saluti (2). 

Quando la figura del Cotta ci si affaccia per la prima volta 
entro la moltitudine svariata dei Diari, rimaniamo attoniti 
quasi domandando a noi stessi se proprio lui, l'attivo segretario 
di Bartolomeo d’Alviano, sia quello stesso poeta gentile che 
qualche tempo prima si sentiva vinto davanti alla fanciulla, 
che l’aveva ammaliato e ne cantava il fascino in versi d’amore. 
Egli ci appare infatti totalmente cambiato. 

A questo punto la biografia del Cotta si confonde con quella 
del condottiero tudertino, onde, per seguirne meglio l’attività, 
converrà richiamarci agli avvenimenti, che s’andavano allora 
svolgendo. 

Dopo la vittoria del Cadore, l’Alviano portava il campo contro 
Cormons. Assalitolo il 12 aprile, vi entrava il di seguente, e di 


(1) M. Saxvpo, Diarit, VII, 44. 

(2) P. pE NotHac, Op. e loc. cit.: « Il Cotta molto vi saluta, elqual e qui 
« con lo illustre segnor Bartholomeo di Alviano, quorum uterque me fanno 
« molte chareze », Utini, 1508, Die 4 Januari). 


GIOVANNI COTTA 97 


là si metteva in marcia per Gorizia. Dopo qualche giorno anche 
questa città cadeva e l’Alviano iniziava le trattative per la resa 
della rocca. i 

Ed ecco a questo punto il Cotta, nella sua qualità di segre- 
tario, affaccendarsi per comunicare alla Signoria l’esito delle 
medesime. Il 18 aprile è infatti in viaggio per Venezia (1); il 
20 recasi presso il Provveditor Generale Giorgio Corner a Gra- 
disca (2) e finalmente il 22 è di nuovo a Venezia ad annunziare al 
Consiglio la resa del castello (3). Dopo questa breve apparizione 
entro al mondo dei Diariî, nessuna notizia sull’Umanista! Pro- 
babilmente egli segui il condottiero in tutto lo svolgersi degli 
avvenimenti, che lo tennero occupato presso alle truppe in ope- 
razioni sempre coronate da brillanti successi per tutto quel 
mese e per i seguenti, da prima intorno al castello di Prosecco, 
poi sotto alle mura di Trieste, di Fiume e di Postumia. 

Intanto per l’Alvîano veniva a scadere il termine della ferma, 
ed egli, che già in altre occasioni aveva manifestato il desiderio 
di non dipartirsi dagli stipendî di Venezia, essendo sempre oc- 
cupato in operazioni militari intorno a Postumia, nè potendo 
allontanarsi dal campo, inviava verso il 12 di giugno il suo se- 
gretario in Consiglio, con l’incarico di trattare con i Savi un 
nuovo accordo (4). 

Quale azione svolgesse il Cotta a Venezia è arduoil precisare. 
Certo dovette, tornando al suo signore, portare delle proposte 
concrete, se qualche giorno dopo, il 25, Bartolomeo d’Alviano 
lo rimandava a Venezia per sollecitare la stipulazione del nuovo 
contratto in base alle offerte della Signoria (5), contratto che 
fu steso la notte del giorno seguente e firmato il mattino del 27 
da Leonardo Mocenigo, da Giorgio Pisani e dal Cotta (6). 


(1) M. Sanupo, Diarti, VII, p. 426. 
(2) Ibid., p. 427. 
(3) Ibid., p. 428. 
(4) Ibid., p. 556. 
(5) Ibid., p. 556. 
(6) Ibid., p. 556. 


28 V. MISTRUZZI 


Quest'ultimo tornava subito a Gorizia, ma qualche giorno dopo 
era nuovamente a Venezia, dove trovavasi Pantasilea Baglioni 
con le tre figlie accasata nel palazzo di Raffaele Gritti a San 
Martino. Quivi riceveva lettere dell’Alviano che lo informavano 
del suo prossimo arrivo (1). Non mancò egli di renderne edotti 
i Savi del Consiglio, i quali deliberarono tosto di tributare i 
dovuti onori al duce valoroso che per lunghi mesi aveva guidato 
le milizie della Repubblica di vittoria in vittoria. 

Accoltolo il 9 luglio come un trionfatore (2), la Signoria quattro 
giorni dopo nella chiesa di S. Marco gli consegnava solenne 
mente lo stendardo e il bastone d’argento del capitanato delle 
sue genti d'arme (3), il 16 lo nominava gentiluomo del maggior 
Consiglio (4), e il 15, a titolo di riconoscenza, lo investiva della 
rocca, terra e territorio di Pordenone, mettendogli in dito l’anello 
ed in mano la spada, secondo il rito (5). 

Le preoccupazioni della guerra erano così per allora cessate, 
la città riprendeva il suo ritmo abituale e il duce, che per tanti 
mesi aveva profuso sul campo le sue preziose energie, si ritirava 
con la famiglia e con gli amici a ritemprare le forze nel feudo 
che Venezia riconoscente gli aveva regalato (6). 

Non sarà il caso di indugiare a lungo su questa dimora del- 
l’Alviano a Pordenone, nè sulla tanto discussa Accademia. Chi 
desideri in proposito aver cognizioni più vaste, non avrà che da 
leggere quanto è stato scritto dallo Zanella (7) e dal Foffano (8). 
Noi ci limiteremo a toccar di essa solo in quanto ha attinenza 
con la vita del Cotta e con la sua produzione letteraria. 


(1) Diaro, VII, p. 568. 

(2) IVib., p. 573 sgg. 

(3) Ibid., p. 579 sg. 

(4) Ibaid., p. 583 sg. 

(5) Ibid., p. 685 sg. 

(6) IVid., p. 595 sg. 

(7) Dell’Accademia dell’ Alviano, cit., p. 992 sgg. 

(8) F. Forrano, Ricerche letterarie; Lettere ed armi nel sec. XVI, Livorno, 
1897, p. 43 seg. 


GIOVANNI COTTA : O 29 


Anima aperta a tutti gli influssi della Rinascita, mecenate ed 
amico dei rimatori e — pare — rimatore anch'esso (1), Barto- 
lomeo d’Alviano, non appena potè abbandonarsi al riposo di . 
Pordenone, si studiò di allietarlo chiamando alla sua corte 
distinti letterati. Non è da credere però che egli lo facesse 
allora a bella posta. La maggior parte di essi godeva da tempo 
della sua principesca liberalità: così, oltre il Cotta, Gerolamo 
Borgia, che, invitato a seguirlo fin da quando, giovane ancora, 
frequentava l'Accademia Pontaniana (2), lo cantava proprio nel 
luglio 1508 (3); così Andrea Navagero, il quale, passato ai suoi 
stipendi fin dalla morte del padre, ne godeva da tempo l’ami- 
cizia e l'intimità. Indubitatamente costui fu a Pordenone per il 
ricorrere che si nota nei suoi carmi in onore dell’Alviano di 
accenni al Naucelus e alle Naucelides Musae, che nell’accesa 
visione poetica egli aveva ammirato presso alle rive del cantato 
fiume (4). 

Ora è probabile che tanto Gerolamo Borgia, quanto Andrea 
Navagero fossero a Pordenone per quasi tutto il tempo che vi 
dimorò, presente o no l’Alviano, la corte del valoroso duce. 
Altrettanto non può affermarsi di un altro ospite, il poeta 
Marcello Filosseno, che pur della sua permanenza a Pordenone 
fa cenno in uno dei suoi sonetti (5). Poco dovette trattenervisi 
invece Gerolamo Fracastoro, il quale, se vogliamo attenerci alle 
parole del suo biografo (6), fu a Padova lettor di logica certa- 
mente per tutto il 1508 (7) e vi dovette rimanere fino a quando, 


(1) L. Leon1y, Vita di Bartolommeo d’ Alviano, Todi, 1858, p. 90; ForFaxo, 
Op. cit., p. 45 n. 

(2) Forrano, Op. cit., p. 49. 

(3) V. Cran, Le rime di Bartolomeo Cavassico, Bologna, 1893, vol. I, 
p- CCLXXII. 

(4) Vedile citate dallo ZANELLA, artic. cit., a p. 992. 

(5) Lizier, Marcello Filosseno, ecc., Pisa, 1893, p. 33. 

(6) L’Anonimo autore della Vita di Gerolamo Fracastoro premessa all'edi- 
zione delle sue opere, Padova, Comino, 1739, vol. I, p. xxtl. 

(7) FaccioLati, Fasti gymn. pat., Padova, 1756, I, p. 56. 


30 V. MISTRUZZI 


chiuso l'Ateneo Patavino per l’imminenza della guerra, fu invi- 
tato « honestissimis conditionibus » dal duce ad aggiungersi al 
bel numero (1). 

Quanto poi alla durata della presunta accademia o per dir 
meglio della dimora a Pordenone della corte letteraria di Bar- 
tolomeo d’Alviano, ben lontani dall’accettare la data proposta 
dal Cristofori (2), crediamo di non andar errati fissandola con 
lo Zanella (3) e col Foffano (4) tra il luglio 1508 e il marzo del- 
l’anno seguente. 

Sappiamo infatti da M. Sanudo che l’Alviano, investito il 
15 luglio 1508 del castello e territorio di Pordenone (5), vi si 
recava quattro giorni dopo, seguito, il 30 dello stesso mese, da 
Andrea Loredano (6) che gliene fece la consegna a nome del 
Senato. Probabilmente in quel giorno era a Pordenone « tutta 
la sua comitiva » (7). Ma egli non vi dimorò a lungo. Ancora 
nella prima metà d’agosto (8) se ne allontanava per informarsi 
direttamente della condizione delle truppe e delle difese in Friuli 
e, tornato nuovamente tra i suoi, li abbandonava verso la metà 
di settembre (9) per invigilare i lavori di difesa e lo stato del- 
l’esercito in Cadore. Era certamente di ritorno nel novembre (10). 
Or è probabile che in tutte queste peregrinazioni, come era 
avvenuto in passato, gli fosse accanto anche il fido segretario. 

Intanto sul cielo già terso, qualche nube s’adunava foriera di 


(1) Quanto agli altri presunti ospiti di Bartolomeo d’Alviano, cioè l’Aleandro, 
il Manuzio, il Musuro, il Cimbriaco, il Delminio, e Flaminio il vecchio, c'è da 
dubitare assai. Vedi ForrFaxo, Op. cit., p. 50 sg. 

(2) Op. cit., p. 21. 

(3) Op. cit., p. 990. 

(4) Op. cit., p. 44. 

(5) Op. ctt., VII, p. 585 sg. 

(6) Op. cit., VII, p. 598. 

(7) Per dieci giorni l’Alviano « fu trattato con tutta la sua comitiva a 
« spese della Comunità ». Vedi Forrano, Op. cit., p. 44. 

(8) Diari, VII, 613 sg. 

(9) Id., VII, 533. 

(10) 18., VII, 659. 


GIOVANNI COTTA 31 


tempesta. Il Senato, preoccupato alla notizia di una imminente 
invasione di stranieri, il 4 gennaio 1509 (1) invitava Bartolomeo 
d'Alviano a Venezia per averne l’autorevole parere. Egli dovette 
fin d'allora rendersi conto del pericolo che minacciava la Repub- 
blica, se, dopo averne avuto l’autorizzazione dal Senato, inviava 
il Cotta a Roma per guadagnare agli stipendî di Venezia Pro- 
spero Colonna ed altri (2). Il fido segretario era già di ritorno 
il 25 febbraio (3), e dovette bentosto accorgersi che, non fosse 
altro, per qualche tempo, la quiete di Pordenone stava per 
cessare. 

Le preoccupazioni per una nuova ineluttabile guerra tenevano 
già occupati gli animi di tutti e le sollecitudini della difesa, 
succedute alla quiete abituale degli spiriti, distraevano le menti 
dagli ozi delle lettere belle e dai piacevoli conversari. Il duce 
che fino a quel tempo aveva alternato il suo riposo con lunghi 
periodi di assenza, d’allora in avanti non faceva a Pordenone 
che una brevissima comparsa. 

Il 22 marzo (4) vi fu per l’ultima volta e forse il Cotta lo segui 
in quel paese dove il suo canto ora fiero e sonante, ora sner- 
vato e languido avea risuonato con quelli appassionati del Na- 
vagero. Era il commiato. E chi mai avrebbe allora immaginato, 
mentre la corte sì congedava da Pantasilea Baglioni, che la più 
dura prigionia sarebbe stata riserbata dopo due mesi al valoroso 
condottiero e che il fido segretario ed amico, dopo aver invano 
errato ambasciatore fra i vincitori ed i vinti, avrebbe finito così 
giovane i suoi giorni nella lontana Viterbo? 


(1) Diari, VII, 711. 

(2) Il Cotta doveva essere già a Roma ai primi di gennaio, perchè verso 
l'8 di quel mese gli oratori veneti mandavano al Senato i capitoli del con- 
tratto. Diari, VII, 748. 

(3) Ziarii, VII, 752. 

(4) Diari, VIII, 29. 


32 V. MIBTRUZZI 


IV. 
Dopo la battaglia di Ghiaradadda. 


Quando nei Diarii di Marin Sanudo si riaffaccia la figura del 
nostro umanista, l’esercito della Repubblica, vinto e sfasciato il 
14 maggio a Ghiaradadda, calca in disordine le vie del ritorno, 
mentre i Francesi, contro i quali il fior fiore delle milizie d’Italia 
e d'Albania hanno avuto impeti insperati di ardimento, premono 
con piè vittorioso il nostro suolo ed occupano una dietro l’altra 
le città della Lombardia e della Venezia. Per la Serenissima i 
giorni si susseguono sempre più neri nell’apprensione di un 
domani ancor più pauroso. 

Eppur non credo che inferiore al dolore dei patrizî veneti 
fosse quello di Bartolomeo d’Alviano, che a Venezia aveva dato 
il suo braccio con entusiastico trasporto e che allora giaceva 
prigioniero nelle mani del vincitore, mordendo i lacci in cui, 
di certo involontariamente, anche il Senato Veneto era concorso 
a gittarlo con quel suo improvvido ingerirsi (1) nel piano di 
azione, che era stato causa non ultima del disastroso rovescio. 

E il Cotta? 

Scampato per miracolo alla furia del vincitore, perduti nella 
.rotta ì suoi manoscritti (2), si metteva tutto a disposizione del- 
l’Alviano, il quale, desideroso com’era di riacquistare la libertà 
allo scopo di ritorcere sui Francesi la sconfitta PRU: lo inviava 
a Venezia a pattuirne il riscatto. 


(1) Leona, Op. cit., p. 96. 

(2) Tale notizia, che io tolgo dal GIULIARI, Due aneddoti, ecc., p. 4 e dal 
Tommaseo, Dizionario estetico, 1860, vol. I, p. 98, deve essere stata dedotta 
dai due citati scrittori da questo passo di Pierio VALERIANO: « in ipso aetatis 
« flore [Cotta] defecit, scriptis eius et hic, et illic magna ex parte dissipatis.., » 
(De litteratorum infelicitate, 1. I), che, come si vede, non si riferisce però ad 
alcun termine cronologico. 


GIOVANNI COTTA 33 


Ve lo troviamo di fatti il 21 di maggio (1), occupato, in collegio, 
a rendere giustizia al valoroso prigioniero e a difenderlo dalle 
colpevoli accuse, che taluno, in mala fede o ad arte, aveva su- 
surrate sul suo conto, per addossargli la grave responsabilità 
della sconfitta. Indi, venendo a parlare delle ragioni che avevano 
precipuamente determinato la sua venuta, espone un suo disegno. 
L’Alviano giaceva prigioniero in balia del nemico, custodito da 
genti di Guascogna. Non potrebbe egli parlare con i Guasconi 
prigionieri dei Veneziani e con il loro capitano, molto amato dai 
suoi, e trattare lo scambio? La proposta era pratica e presen- 
tava anche per la Serenissima, cui la cattura del condottiero 
aveva causato un vuoto incolmabile, dei grandi vantaggi. Non 
si esitò pertanto ad accordare il permesso. i 
Da questo momento, per un mese circa, l’attività del poeta 
sì concentra in lunghe e noiose trattative per strappare ai 
Francesi il disgraziato prigioniero. Cercò egli innanzi tutto di 
abboccarsi con i prigioni ed esposte al cavalier Bianco. (2) le 
ragioni che avevano determinato la sua venuta, chiesegli che 
l'accompagnasse, per essergli d’aiuto. Se ne andò poi a Venezia 
e, messosi d'accordo con il Senato (3) sulle condizioni che dove- 
vano servir come base dello scambio, proseguì alla volta di 
Peschiera. Ma quanta ostilità non incontrò qui nei superbi vin- 
citori! Il sogno accarezzato da una decina di giorni doveva 
proprio sfasciarsi al suo primo discendere in contatto con la 
realtà. Alla proposta segui il più categorico rifiuto e la dichia- 
razione che il re non avrebbe permesso che nè per il condottiero 
della Repubblica, nè per gli altri, che erano caduti prigionieri 
nella giornata di Ghiaradadda, si parlasse di scambio. La risposta 
era tale da non lasciare adito alcuno alla speranza. Lasciò: egli 
tuttavia il cavalier Bianco perchè con la sua influenza si adope- 


(1) M. Sanupo, Diarit, VIII, 293. 

(2) Antonio d’Arces, capitano di 500 fanti francesi, detto il cavalier Bianco. 
Cfr. Saxrpo, Diari, VIII, 612. 

(3) M. Sawxopo, Diarit, VIII, p. 313. 


GHornale storico — Suppl. n° 23. 8 


34 V. MISTRUZZI 


. rasse a raggiungere quello a cui l’opera propria non era approdata 
e ritornò sui suoi passi. 

Il 4 giugno fu in Senato (1). Giustificò l’assenza del prigione 
francese, indi espose l’esito della sua ambasciata e le contropro- 
poste dei nemici. I ministri del re di Francia l’avevano infatti 
incaricato di trattare con la Serenissima lo scambio dei prigio- 
nieri francesi con quelli tra i prigionieri veneziani che erano 
caduti in loro mano prima della rotta di Ghiaradadda, tra i quali 
erano due Morosini, un Gradenigo, Nicolò Memo e, se il Cotta 
ben ricordava, anche Alvise Bon, già podestà di Casalmaggiore.. 

Con questa deposizione l’attivo segretario esauriva il mandato 
affidatogli. Ma egli era ben lontano dall’appagarsi della solu- 
zione che minacciava di incontrare la causa da lui patrocinata. 
D'altra parte anche al Senato stava a cuore, non meno che a 
lui, la liberazione del capitano. Fu pertanto deciso che il Cotta 
tornasse nuovamente al campo nemico per pattuire la libera- 
zione auspicata e, se ciò non fosse assolutamente possibile, per 
trattare lo scambio anche di Alvise Bon. 

Così fece e l’11 giugno era già di ritorno con il cavalier Bianco. 
Ma la deposizione fatta da quest’ultimo sull’esito delle sue trat- 
tative e pressioni non fu per nulla diversa da quella del Cotta 
di sette giorni prima. Anche il re, come già i suoi ministri, era 
‘ irremovibile. Così la speranza del Senato e del poeta rimaneva 
per la seconda volta frustrata. Ma né gli uni, nè l’altro inten- 
devano arrendersi così presto alle controproposte del re, accennate 
più sopra. Il Cotta poi non voleva da parte sua lasciar alcunchè 
di intentato. Chiesta licenza per sè e per il condottiero francese 
ed avutala, si dispose a partire il giorno dopo per il campo ne- 
mico-in cerca di miglior sorte (2). 

E ritentò, ma invano. Non c’era più speranza. Con l’animo 
accasciato lasciò Peschiera il 17 giugno (3) e fu allora che, prima 


(1) M. Sanxupo, Diari, VIII, 346. 
(2) Diwarii, VITI, 391. 
(3) Diari, VIII, 424. 


GIOVANNI COTTA 85 


di partire, nel doloroso naufragio delle nuove proposte di cui 
era andato ambasciatore, volle chiedere al re una grazia. Nella 
nobiltà dell’animo suo mal tollerando la lontananza e forse la 
separazione per sempre dal valoroso condottiero del quale da 
qualche anno era divenuto il confidente e l’amico, si offerse a 
condividere con lui le sorti della prigionia. Espose egli il suo 
proposito e il re, percosso forse da tanta grandezza di spiriti, 
diede alla generosa proposta il suo assenso. 

Angosciato per l’esito infelice delle sue ambasciate, contento 
d'altra parte di aver con la dolorosa nuova una consolante no- 
tizia da comunicare, si avviò il Cotta alla volta di Milano, ove 
trovavasi il suo signore. Ottenuto il permesso di visitarlo, lo 
informò di quanto lo poteva interessare e gli comunicò che 
sarebbe stato felice di essergli per l’avvenire compagno nelle 
angustie della prigionia. Senonchè l’Alviano, che bramava forse, 
prima di partire per la terra di Francia, scagionarsi ancora 
dell'esito malaugurato dell’ultima impresa e che desiderava met- 
tere la Repubblica a conoscenza di alcuni fatti venutigli agli 
orecchi, dai quali aveva tratto fausti auspici, lo inviò per l’ul- 
tima volta a Venezia. 

Quivi il Cotta si fece interprete fedele dei desideri del suo 
signore. La sua parola, giuntaci trasformata e riassunta attra- 
verso le memorie del Sanudo (1), è l’ultima eco dolorosa dell’in- 
felice lontano. Non essendo riuscito a riscattarne a Peschiera 
la libertà, il Cotta ne riscatta in Consiglio la fama. L’accenno al 
tradimento nella giornata di Ghiaradadda, appena sfiorato nella 
relazione del 21 maggio, qui viene specificato e la prima respon- 
sabilità del sinistro rovescio viene riversata sui soldati bresciani 
e specialmente su Giacomo Secco. 

Non istarò qui a riassumere tutto quello che il Cotta espose 
nella sua deposizione. Noterò solo che egli si trattenne qualche 
giorno a Venezia in attesa che il Senato decidesse dello scambio 


I 


(1) Diari, VII, 418 sg. 


36 V. MISTRUZZI 


dei prigionieri (1) e che nel frattempo si recò presso Pantasilea 
Baglioni a portarle il saluto del marito lontano ed a comunicare 
anche a lei il suo divisamento (2). 

Indi si partì alla volta di Milano. 

Giunto, inutilmente egli attese alla porta del castello (3), entro 
il quale, in compagnia d’un francese, stava rinchiuso l’Alviano. 
La speranza di poter accedere alla prigione desiderata, acca- 
rezzata da tempo, si andava di giorno in giorno indebolendo 
fra le strette di un timore, che doveva divenire realtà. Alle 
naturali pressioni per ottenere il permesso di accompagnarsi 
al suo signore, seguì il più categorico rifiuto e l'allontanamento 
da Milano del prigioniero (4). 

Se così fu realmente, l’atto ingeneroso e sleale del re di 
Francia dovette e nell’Alviano e nel Cotta suscitare un senti- 
mento di nobilissimo sdegno, di cui sarebbe l’eco più genuina 
nell’accento fiero e vibrante dell’elogio di Paolo Giovio. Tuttavia 
è da notare che, all'infuori di costui, nessuno dei biografi del 
tempo, amici del Cotta e che, senza derivare dall’elogista, di 
lui s'occuparono e scrissero, ne fa cenno (5). Fu adunque un’in- 
venzione del Giovio? Certo la sua affermazione non è del tutto 
esatta, perchè sappiamo per certo che l’Alviano ebbe e i libri 
e la penna, tanto è vero che durante i tristi ozî del carcere 
stese alcune sue memorie e alcune considerazioni sull’arte della 
guerra (6). Fu allora il Giovio indotto in errore? Può darsi che, 
non riuscendo a spiegarsi la presenza del Cotta a Viterbo, mentre 


(1) Diari, VIII, 481. 

(2) Diari, VIII, 475. 

(3) Diarù, VII, 544. 

(4) Vedi a questo riguardo P. Giovio, Op. e loc. cit.: « Ad Abduam autem, 
« ex ipsa Gallorum victoria, Liviano fuso captoque, Cotta insigni pietate se 
« totius calamitatis et carceris comitem obtulit. Sed Galli inhumana acerbi- 
« tate non misero tantum comitem, sed libros et calamum, ac omnia denique 
« tenebrosi otii solatia denegarunt ». 

(5) Vedi, ad es., il GiraLpr, Op. e loc. cit.: « Sed capto Liviano a Gallis, 
« illius mandato ad Julium pontificem profectus, morbo interiit ». 

(6) Vedi Navacero, Orationes, Venetiis, 1555, p. 10. 


Di o n rn i ai 


GIOVANNI COTTA 87 


l’Alviano trascorreva i suoi giorni in prigionia, abbia pensato 
a quel rifiuto; ma noi non abbiamo documento alcuno per de- 
cidere in merito. Certo si è che il Cotta non ne fa cenno nella 
relazione del 2 agosto riassunta dal Sanudo (1) e che tutti gli 
altri biografi, che non attingono al citato elogio, riferiscono che 
egli mori mentre, inviatovi dall’Alviano, recavasi ambasciatore 
a Viterbo presso Giulio II (2). Ed io mi sento spinto a condi- 
videre quest’opinione, almeno fintantochè non vengano alla luce 
documenti che servano ad illuminare questo oscuro periodo. 
Osserviamo però che le notizie di cui ora siamo in possesso 
sono tutt’altro che esplicite e sicure, perchè ricavate general- 
mente per via di induzioni su scarsi accenni degli antichi bio- 
grafi. Così, mentre, per citarne uno, il Giuliari (3), accettando 
le notizie fornitegli dal Giovio ed, in parte, dal Giraldi, am- 
mette che il Cotta, dopo il rifiuto avuto dal re, si sia recato a 
Viterbo con mandato speciale dell’Alviano, i Diariî di Marin 
Sanudo sembrano escluderne la possibilità. Difatti un’informa- . 
zione da Milano del 23 luglio (4) dice che l’Umanista non era 
riuscito ancora, a quella data, ad entrare nella rocca ov'era 
l’Alviano e dalla quale, secondo una successiva deposizione fatta 
in Collegio dal Cotta stesso (5), quegli sarebbe stato allontanato 
il 22 dello stesso mese. Dunque il Cotta non avrebbe potuto 
abboccarsi con lui e non avrebbe, di conseguenza, potuto ricevere 
da lui l’incarico di recarsi a Viterbo. E con ciò cadrebbe la 
versione del Giovio e del Giraldi e di tutti coloro che ad essi 
informarono i loro scritti. Senonchè potrebbe darsi, ed io così 
penso, che la data 23 luglio, sotto la quale ci è stata traman- 
data quella informazione, si riferisca al tempo in cui la notizia 
giunse a Venezia. Ed in questo caso i Diarii, se non confermare, 


(1) Diari, IX, 10. 

(2) L. G. GrraLpiI, Op. e loc. cit. 
(3) Due aneddoti, ecc., p. 4. 

(4) Diari, VIII, 544. 

(5) Diarù, IX, 10. 


38 V. MISTRUZZI 


parrebbero non escludere la veridicità della versione suac- 
cennata. 

Certo si è che il Cotta, dopo la partenza dell’Alviano per la 
Francia, recavasi a Venezia, dove giungeva il 2 agosto (41) e pre- 
sentavasi in Collegio per farvi quella deposizione, che fu rias- 
sunta molto sommariamente nei Diarii. E questa è l’ultima no- 
tizia precisa che sul conto del poeta ciì sia stata tramandata 
da Marin Sanudo. 

Dal 2 agosto in poi la tenebra più fitta ci vieta di seguire i 
passi del nostro umanista. Che cosa abbia fatto fino all’agosto 1510 
non ci è dato sapere e vane son riuscite le ricerche tentate 
per colmare questa lacuna. Però, se osserviamo ben bene, non 
mancano gli elementi per tentare un’ipotesi. L'ultima notizia 
che leghi la memoria del Cotta all’anno 1509 e l’unica del 1510 
si. riferiscono entrambe a trattative da lui esperite per togliere 
di mano ai Francesi il prigioniero. Non sarà pertanto da rite- 
nersi arrischiata la congettura ch’io fo, che cioè egli abbia speso 
buona parte del suo tempo in favore di Bartolomeo d’Alviano. 

Così, per entro all’oscurità, giungiamo al momento della sua 
morte, che dicesi avvenuta — in questo le fonti e gli ultimi bio- 
grafi sono d’accordo — per mal contagioso a Viterbo, ove egli s'era 
recato con speciale mandato dell’Alviano, allo scopo già detto. 

Sulla data della morte i biografi sono invece ben lontani dal- 
l'essere concordi e v’ha chi la pone al 1510 (2) e chi all'anno 
dopo, come fece Nicolò Tommaseo (3) per un’errata interpreta- 
zione della fonte più autorevole, il Silvano. Così v'ha pure chi 
la pone al ventottesimo (4) anno della vita del poeta e chi al 
trentesimo (5) e chi infine al trentunesimo (6). Come si vede, 


(1) Diara, IX, 10, 11. 

(2) GivLiarI, Della letter. veron., p. 262; Giov. Cotta, in Protom. Veron., 
p. 67; Due aneddoti, ecc., p. 4; CrisTOFORI, Op. cit., p. xI. 

(3) Dizionario estetico, I, p. 98. 

(4) MAFFEI, Up. cit., p.376; GivLIARI, Due aneddoti, ecc., p. 4. 

(5) GiuLIARI, Della letter. veron., p. 262; CristoFORI, Op. cit., p. x. 

(6) GivLiari, G. Cotta umanista, cit., p. 67. 


GIOVANNI COTTA 39 


la stessa discordanza che abbiamo notato circa l’anno di nascita, 
troviamo presso a poco anche qui per quella di morte. L'auto- 
rità di Bernardo Silvano, alla quale ci siamo appellati più d'una 
volta, ci toglierà anche qui d’imbarazzo (1). 

Ed in che mese mori? Ecco: sappiamo dai Diari di Marin 
Sanudo che Giulio II, partito da Roma la mattina del 18 agosto, 
il 25 era già in viaggio per Viterbo, dove giungeva sicuramente 
il 27, perchè proprio in quel giorno l’oratore veneto arrivato 
col papa ne informava per lettere la Signoria. Vi sì trattenne 
pochissimo, perchè il 30 di quello stesso mese mettevasi in 
viaggio per Montefiascone (2). Ora è probabile che il Cotta, 
sapendo della venuta del papa a Viterbo, si sia recato colà ad 
incontrarlo e che, colto dal male, vi sia morto (3). 

Se così fu, come tutto lascia credere, la sua morte deve porsi 
agli ultimi d'agosto o ai primi di settembre del 1510. 

Sempre vane risultarono le ricerche tentate prima dal Giuliari 
ed ora da me per sapere dove furono sepolte le sue spoglie e 
se di qualche scritta fu onorata la sua tomba. Lorenzo Scradero 
cita veramente un epitafio di tre distici, che dice posto sul suo 
monumento nella Cattedrale di Verona, ma non trattasi che del 
noto epigramma del Sannazaro «non a questo fine composto » (4). 

Se però il tempo non ha permesso che giungesse fino a noi 
il ricordo del suo tumulo (3), non è stato tanto edace da cancellare 
tutte le vestigia che tracciò quel trapasso. Quando la notizia 
della morte del giovine poeta si sparse per le regioni della 


(1) Prolegomena alla Geographia ProLomAEI, cit. 

(2) Tutte queste notizie ricavo dal Saxtpo, Op. cit., vol. XI, pp. 1%9, 
198, 262, 278. 

(3) Si noti che cosa dice il Giovio, Op. e loc. cit.: « quum ad Julium 
« Pont. pervenisset, paucos post dies oborta pestilenti febre, ... interiit ». 

(4) Due aneddoti, ecc., p. 4. | 

(5) Vedi Marri, Op. e loc. cit. Io sono indotto a credere che il poeta non 
abbia avuto altro riposo all'infuori di quello di una tomba comune; ricorda: 
<« heu, Cotta, iacebis ignotos inter tumulos » di Basilio Zanchi (Poemata, 
Berg., 1747, p. 118 sg.). 


40 V. MISTRUZZI 


Penisola, fu d'ogni parte una voce di compianto, cui s’accom- 
pagnò una elegante corona di carmi e di epitaffi dettati per 
l'occasione. Non si pretenderà che io li riproduca qui e neppure 
che li citi, accontentandosi il lettore di vederli riprodotti nella 
lodata edizione del Morelli (1). Neppure indugerò a ricordare 
gli onori con i quali Verona e Legnago vollero manifestare la 
loro ammirazione per il disgraziato poeta (2). 

Noterò soltanto che un monumento più duraturo dei marmi 
e dei colori con cui ha voluto, fin dai tempi che di poco se 
guirono la sua morte, onorarlo la patria, elevò a sè stesso il 
Cotta con i carmi latini, monumento che ancor oggi, dopo 
cinque secoli di storia, attira, se non l'entusiasmo, certo l’am- 
mirazione dei posteri. 


V. 
Le opere di erudizione e i carmi latini. 


Non v’ha, io credo, scrittore italiano, sulle cui opere la sorte 
avversa abbia tanto imperversato e cui la gloria abbia reso la 
dovuta giustizia, come Giovanni Cotta, il quale, costretto negli 
ultimi anni di sua vita ad errare d'una in altra parte d'Italia 
per delicate missioni, giunse al momento dell’immatura sua 
morte senza aver raccolto per le stampe i frutti del suo ingegno 
e della sua vasta erudizione. 

Le vicissitudini militari e politiche di quel fortunoso anno 1509, 
che per qualche giorno parve a taluno l’ultimo della veneta 
libertà, non dovettero essere senza tristi effetti per l’opera let- 
teraria di Giovanni Cotta. La rotta di Ghiaradadda — se vogliamo 
credere al Giuliari (3) e al Tommaseo (4) — fu una duplice 


(1) Vedine enumerato qualche altro dal GieLiaRrI, Due aneddoti, ecc., p. 10. 
(2) Vedi GivLiarI, Due aneddoti, p. 11, come pure E. Cessi, Op. e loc. cit. 
(3) GruLiarI, Della letterat. veronese, ecc., p. 262 e Due aneddoti, p. 4. 
(4) Dizionario estetico, cit., I, 98. 


GIOVANNI COTTA 41 


sciagura per lui, in quanto in essa e perdeva il suo illustre 
‘mecenate ed amico, Bartolomeo d’Alviano, prigioniero dei Fran- 
cesi, e lasciava sul campo in balia del nemico i libri e i ma- 
noscritti, che dovevano contenere non solo la sua opera origi- 
nale, ma anche i suoi lavori di erudizione. 

Datosi infatti fin da giovane ad una vita laboriosissima, con 
assidue letture e commenti di classici latini e greci, egli si 
metteva in grado di dare alle stampe, prima ancora d’essere 
pervenuto al ventennio, alcune Annotazioni a Properzio, che 
avrebbero dovuto vedere la luce nel 1500 a Venezia nella stam- 
peria di Giovanni di Tridino (1). Il Giuliari citò questa stampa 
al n° 386 del suo lavoro su La letteratura veronese al cadere 
del sec. XV senza averla mai veduta, giovandosi della partico- 
lareggiata descrizione che ne diede L. Hain (2). Ma il Maffei, 
che l’ebbe tra mano e la citò nella Verona illustrata, osserva 
che le Annotutiones in Propertium tum per Domil. Calde- 
rinum, tum per Joannem Cottam Veron. promesse in prin- 
cipio, poi non si leggono. Ed anche il Graesse ne rileva la man- 
canza (3). 

Quella stampa, divenuta rarissima già al tempo del Maffei, io 
non riuscii a rintracciare che in due esemplari, di cui uno nella 
biblioteca Vaticana ed uno nell’Universitaria di Bologna (4), del 
tutto simili a quella descritta dal Graesse. Mancano quindi 
anche qui le Annotazioni cottiane. Tutto pertanto fa credere che 
l'opera del Cotta non abbia mai veduto la luce. Però, anche am- 
messo ciò, il suo solo annuncio sulla raccolta veneta del 1500, 
cui cooperarono ingegni di indiscusso valore, sta a dimostrare 
la soda cultura del giovane e l’importanza della sua opera. 


(1) TistLuus, CattLLUS et ProOPERTIVS cum Comm. Bern. Cillaenii, Anth. 
Parthenii, Palladii et Phil. Beroaldi, ecc., Venetiis, per Joann. de Tridino, 
1500, die vero XIX Madij, in f. 

(2) Repertorium bibliograph., ecc., vol. I, parte I, J. Renouard, 1827, p. 78. 

(3) J. G. Ta. Grasse, Trésor des livres rares et precieux, Dresde, 1861, 
tomo II, p. 86. 


(4) Sono gli incunabuli: barberiniano B.B.B., V, 26 e A.V. R., VI, 14. 


42 | V. MISTRUZZI 


Pochi anni dopo esce a Roma, con i tipi di Bernardino Vitali, 
la Geografia di Tolomeo (1), in cui ebbe parte anche il Cotta. 
Ed è questa la sola opera umanistica, che, fra tante, ci sia ri- 
masta di lui. Fra gli illustri, che diedero mano a quell’edizione, 
sono da annoverare Marco Beneventano, Scipione Carteromaco, 
Cornelio da Viterbo. 

Il Beneventano, dotto monaco celestino, trovandosi dinnanzi 
a certe gravi difficoltà per condurre a termine quella pubblica- 
zione, sì prese per compagno nello scabroso cammino il Cotta (2), 
che, dottissimo nel greco e nel latino ed esperto altresì nelle 
discipline matematiche, poteva essergli di grande aiuto in quella 
fatica, come fu realmente. Per fortuna sappiamo anche quale 
parte dell’edizione curò il Nostro, perchè un amico, Bernardo 
Silvano da Eboli, scrivendone nel marzo 1511 per la ristampa 
veneta (3), quando già il Cotta era morto, volle ricordata la 
parte di lavoro che v’ebbe e che consiste nelle emendazioni 
alle dimostrazioni matematiche, che trovansi nel capitolo primo 
e nel settimo (4). 

Non starò qui a descrivere minutamente quella stampa e a 


= — — _—T — 


(1) ProLomari CLaudii Geographia, Romae, per Bernardinum Venetum 
de Vitalibus die 8 sept. 1507, in fo. Poichè la copia, che ho potuto consul- 
tare alla Bibl. Comunale di Verona, ha perduta la carta, ove sono le indica- 
zioni bibliografiche, fui costretto a ricopiarle come le dà il GivLIari nel suo 
vol. Della lett. ver. al cadere del sec. XV, p. 263. 

(2) Lo si rileva da una epistola dello stesso Beneventano a Giov. Badoer, 
patrizio veneto, che sta premessa : « et quia opus ipsum erat perquam difti- 
« cile, socium viae et laboris comitem assumpsi Joannem Cottam Veronensen. 
« utriusque linguae doctissimum virum et mathematices consultissimum, cujus 
« adminiculo fultus, omnem operam exacte visus sum mihi praestitisse ». 

(3) ProLomaer CLaupa Geographia, Venetiis, per Iacobum Pentium de 
Leuco, anno 1511, die vero 20 mensis martii, in f. 

(4) Ecco qui le parole di Bernardo Silvano: e Quod vero in iis, qui ab 
« ipso (cioè Marco Beneventano) castigati sunt, libris, mathematicae illae 
« demonstrationes, quae in primo et septimo libro sunt, emendatae admodum 
« leguntur; id non illi, sed Ioanni Cottae referri debet acceptum, qui ea luca 
« emendavit: neque enim aut ingenio, aut eruditione cuiquam nostra setate 
« Cotta noster cedebat ». 


- 


GIOVANNI COTTA 43 


mettere in rilievo la parte avuta dal Cotta. È in-fo/i0 grande con 
33 tavole incise dal Buckinck e dal Ruisch, ed è ritenuta 
«splendida » dai bibliografi. Fra le tavole, per lo più colorate, 
è la Mappa del Nuovo Mondo, la prima — secondo il Reumont (1) 
— che si conosca. 

Oltre i lavori citati, che ebbero la fortuna di vedere la luce, 
altri il Nostro ne curò, che andarono smarriti prima ancora che 
avessero l’onore della pubblicazione, come le Annotazioni a 
Plinio, ricordate da Paolo Giovio (2) e da Onofrio Panvinio (3), 
e le Orationes (4), forse di carattere politico, che erano ancora 
lette nella seconda metà del sec. XVI. 

Queste opere di erudizione giovarono al Cotta in quanto, come 
abbiamo veduto, concorsero ad accaparrargli l'ammirazione di 
dotti illustri (5); ma la sua fama è legata principalmente ai 
carmi latini, pochi, ma buoni,. che ebbero fino ad oggi la fortuna 
di una quarantina circa di edizioni. 

Quando Giovanni Cotta venne a morire nell’estate 1510, nes- 
suno di codesti carmi latini aveva veduto la luce. Dovevano 
però da qualche tempo circolare manoscritti, specie nelle mani 
degli amici, che egli contava numerosi non tanto nell'Italia set- 
tentrionale quanto nella meridionale ed in numero forse ben 
più rilevante di quelli oggi posseduti. 

Abbiamo già veduto da un epigramma dell’Anisio come molti 
di essi fossero andati, non si sa come, smarriti e se ne lamen- 
tasse la perdita subito dopo la sua morte. 


(1) A. Revmont, Bibliografia dei lavori pubblicati in Germania sulla Storta 
d’Italia, Berlino, 1863, p. 131. 

(2) Elogia, cit. 

(3) Op. cit. Ma la sua testimonianza non ha alcun valore perchè deriva 
persino nelle parole dal citato elogista. 

(4) P. Giovio, Elogia, cit.: < Orationes eius extant; et in Plinium erudita 
‘ scholia perierunt »; O. Panvinio, Ant. veron.: « Item orationes aliquot, quae 
<«exstant... et in Plinium erudita scholia, quae perierunt, edidit ». 

(5) Lucervs Veron. Epistola ad Petrum Bembum, cit.; B. SILVANUS, Op. 
cit.; P. VaLerIancs, Op. e loc. cit.; M. Grazzo, Cronica, loc. cit. 


44 V. MISTRUZZI 


Probabilmente un carme latino perduto aveva inviato al- 
l’Anisio il Cotta chiamandolo : 


nomine quo toties appellavere Catullum 


dando così l'argomento all’altro dell'amico in risposta al suo 
conservatoci nell’edizione napoletana del 1533 (1). 

A dispersione di scritti, senza però specificarli, accenna — 
come abbiam veduto — anche Pierio Valeriano (2), scritti che 
potrebbero essere quelli ricordati più sopra o quell’opera poe- 
tica di vasta orditura, la Chorografia, ricordata da P. Giovio (8) 
e da O. Panvinio (4), di cui nulla sappiamo all’infuori del titolo. 

Tuttavia la fama, che a Giovanni Cotta derivò dai pochi carmi 
rimasti e dalla stima in cui critici illustri li tennero in ogni 
secolo, si tramandò ai posteri e si sostiene tuttora in grazia di 
quel sentimento profondamente e perennemente umano, che ne 
è la caratteristica fondamentale.. 


I primi che noi incontriamo seguendo l’ordine cronologico, 
sono quasi certamente i due epigrammi a Marin Sanudo, e sì 
ricollegano al tempo del camerlengato di costui a Verona. Sono 
quindi del periodo che corre tra i primi di aprile del 1501 e 
ì primi di settembre dell’anno seguente (5). 

Il giovane ventenne, che — come abbiamo avuto agio di notare 
a suo luogo — trovavasi allora in città forse per ragioni di studio, 
in breve correr di tempo entrava in amicizia con l'illustre ve- 
neziano. Aveva il Sanudo già terminato di scrivere le sue Vite 
dei Dogi, e s'era da qualche anno addossata l’immensa opera 
dei Diartî. Il Cotta, seguendo uno dei mali vezzi d’allora, al 
quale s’inchinavano ossequiosi anche i più eletti ingegni, am- 


(1) P. 9. 

(2) De litteratorum infelicitate, cit. 

(3) Loc. cit.: « Chorographiae opus nobile versibus inchoatum... (periit) ». 
. (4) Loc. cit.: « Chorographiae... opus nobile verzibus inchoavit ». 

(5) R. MuRaRI, Due epigrammi, cit. 


GIOVANNI COTTA 45 


mirato di tanta opera, compose un epigramma (fì per congra- 
tularsene vivamente. 

Il carme, sobrio e concettoso. raccoglie nel giro dì qualche 
distico la materia storica, che diede sviluppo alle Vite deî Dogi 
e, dopo un breve accenno a quello che dovrà essere l'argomento 
dei Diarii, si chiude con una caldissima lode al Sanudo, che, 
eternando nelle sue opere l’età incalzante con un poderoso fre- 
mere di lotte, rende immortale il suo nome e si accomuna agli 
Dei. L’epigramma, libero da ricordi mitologici, compassato e 
solenne nell’accenno alle vicissitudini belliche del tempo tras- 
corso, nelle quali si rivelò il valore veneto, culmina nel quinto 
distico, in cui è messo in rilievo il grande merito dello storico 
e l’importanza della sua opera. Indi, abbandonato il procedere 
grave dei primi versi, con movenze più sciolte scende a tributare 
al Sanudo le accennate lodi. 

Lodi in vero meritate in parte, non però così come il Cotta 
le tributò, parificando il Sanudo a un Dio; ma a lui, giovane 
ancora, vissuto sempre tra la famiglia e la natia borgata, il pa- 
trizio veneto, che a Verona era divenuto per le sue belle doti 
il desiderato dei circoli letterari (2) e che, già chiaro per dotte 
opere, stava allora raccogliendo le gesta di tutta intera un’età 
in un’opera, cui solo il confine della terra era limite, dovette 
sembrare ancor più grande di quello che in realtà non fosse. 
Onde per questo e per la considerazione dell'età ancor giova- 
nile in cui l’epigramma fu composto, non ci sarà vietato l’essere 
indulgenti. Del resto tali erano i tempi, che l’esagerazione nel- 
l’encomiare come nel biasimare era un fatto comune, sia in prosa 
che in verso. E la lode del Cotta, tanto era allora di moda l’in- 
nalzare al cielo anche chi era poco degno della terra, pur di 
averne protezione o quattrini, non dovette parere ai contempo- 
ranei, come a noi sembra, un’intollerabile adulazione. 


(1) « Magna quod innumeris implere volumina rebus ». 
(2) Mtrari, Marin Sanudo e Laura Brenzoni Schioppo, nel Suppl. n° 1, 
Pp- 145-148 di questo Giornale. 


46. V. MISTRUZZI 


Non è questo l’unico epigramma che il giovane poeta dettasse 
per Marin Sanudo. Quando il patrizio veneto commise ad un 
pittore rimastoci ignoto quel quadro che suscitò tante voci di 
plauso tra gli umanisti veronesi (1), anche il Cotta, chinan- 
dosi a uno degli usi del tempo, che faceva accumulare, anche 
per futili argomenti, versi su versi (2) e che era già in voga 
nel secolo precedente, volle manifestare al Camerlengo la sua 
ammirazione con un epigramma (3), il cui pregio sta nella strin- 
gata brevità con cui è tradotto un sentimento, che si presta ad 
ampollose espressioni, e nel modo ingegnoso con cui quel sen- 
timento è ritratto. 

Ben diverso da questo e dal precedente è un carme di cui 
non è facile indovinare la data di composizione. A giudicare 
dallo scarso pregio artistico, che vi si nota, sembra lavoro gio 
vanile ed è forse da anteporre ai due primi. Si considera qui 
perchè di età meno certa che i precedenti. 

Forse il Cotta, in uno dei suoi giovanili viaggi da Legnago a 
Verona, rimase colpito dalla bellezza della città e dall’amenità 
della sua postura e scrisse per essa quest’epigramma (4), che 
piacque tosto ai Veronesi per le lodi tributate alla loro patria. 
L’amore per la città dei suoi studì fece un po’ velo, è vero, al 
cuore del poeta, ma più lo fece nei contemporanei e nei posteri, 
che furono troppo indulgenti nel giudicare. Il carme ebbe in- 
fatti una fortuna che altri ben più degni non ebbero e corre 
tuttora su qualche labbro con compiacente soddisfazione. Così 
sovente l’amor di patria si sostituisce nel giudizio al senso ar- 
tistico e procura una fama immeritata. 

Non fu immune dal lodarlo esageratamente il Giuliari (5), che 


(1) Sono raccolti con altri scritti nel cod. CCCLXIV, cl. IX, It. della 
Marciana. Cfr. MvRari, Due epigr., p. 150. 

(2) Vedi, ad es., BrrckHaRDT, Op. cit., vol. I, p. 357 sgg. 

(3) È Vepigramma: « In picturam tini et agri Veron. >». 

(4) « Verona, qui te viderit ». 

(5) Due aneddoti, ecc., p. 10. 


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GIOVANNI COTTA 47 


lo dice « bellissimo », come chiamò « elegantissimo » il sonetto, 
in cui ne stemperò baroccamente il concetto informatore Ber- 
nardo Cappello (1). E anche il Costa (2) si lasciò trasportare da 
soverchio entusiasmo, quando ebbe a dirlo « il migliore di tutti 
i suoi carmi e nella sua modesta semplicità, cosa stupenda ». 
Ma la critica più recente non esitò a sfrondarlo dei troppo co- 
piosi allori, se pur non fu anche troppo severa si da classificarlo 
«asciuttissimo » (3) e tale da non far crescere di un ette la 
gloria del suo autore. . 

Un altro carme latino, la cui data di composizione si solea 
porre tra il 1501 e il 1503, è l’epitaffio a Quinterio (4), che si 
immaginò composto per un rampollo della famiglia Da Quinto. 

Era quella dei Da Quinto una casata ragguardevole di Verona 
e poteva fin d’allora vantare un passato glorioso d’attività e di 
studî, chè aveva dati nel Trecento quel Gaspare Da Quinto, che 
nel 1405 era stato tra coloro che recarono al Senato Veneto 
la sottomissione della Città, e quel giudice Leonardo, che fu tra 
i più dotti dell’età sua e che possedette anche una preziosa bi- 
blioteca (5). 

Ora credevasi che il Cotta, frequentando a Verona i circoli 
letterari, avesse contratte relazioni anche con la nobile famiglia 
Da Quinto, per cui, venendone a mancare per morte un ram- 
pollo, ne avesse pianto con l’epitaffio l’immatura scomparsa. 

L’ultimo biografo poi, il Cristofori, aveva creduto di ravvisare 
nel Da Quinto del carme, Leonardo (6), morto in età tarda il 


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(1) Vedi le osservazioni di Gaetano Volpi edite dal FeDpERICI, Annali della 
Tipografia Volpi Cominiana, p. 79. Un'altra versione dell’epigramma è quella 
di I. Bevilacqua nelle ediz. del Benini e del Morelli. 

(2) Nella lettera al Camerini, cit. 

(3) CrisroroRI, Op. cit., p. 61. 

(4) « Me longe effigie venustiorem ». 

(5) Vedi CarLo Cipotta, Notizie intorno a Leonardo Da Quinto, giudice 
e letterato veronese del sec. XIV, Verona, 1885. 

(6) Op. cit., p. 17. La versione del Cristofori fu seguita anche dal Pro- 
SPERINI, Up. cit., che non s’avvide dell'errore. 


48 V. MISTRUZZI 


6 giugno 1392. Ora non c'è dubbio che il Da Quinto del carme 
possa essere altri che un giovane, chè altrimenti non ci si po- 
trebbe spiegare l’epiteto nimis severa dato alla Parca e nep- 
pure l’accenno alla bellezza del volto ed alle forme apollinee. 
Sarebbe infatti inconcepibile, pur ammessa la superficialità 
propria di molti scrittori del tempo, che il Cotta, piangendo un 
‘ personaggio da lui non veduto e morto in età avanzata, avesse 
proprio da ricordarne la bellezza giovanile, dimenticando la cul 
tura, per la quale unicamente quegli passò — almeno a Verona — 
alla posterità. 

Fu adunque il Quinterio dell’epitaffio un giovane. Come poi 
si chiamasse e in quale anno morisse non è difficile il deter- 
minare. 

In un cod. palatino (1) della Biblioteca Nazionale Centrale di 
Firenze, di mano del Gherardi, contenente in prevalenza carmi 
latini del secolo XVI e qualche iscrizione tolta da chiese, specie 
di Roma, mi sono imbattuto in questo tumulo, che toglie di 
mezzo ogni dubbio: 


Haec quicumque modo spirantia mollius ora 
Prospicit, et coeli nobile cernit opus, 

Quam gemeret, mentis si conspexisset honorae 
Tot bona, naturae vix revocanda manu; 

Diceret et: vitae comites, Probitasque Fidesque, 
Et Pudor, et formae gratia rara perit. 

At tibi, Quinteri, longum mansurus in aevum 
Stet decor hic saxi, nec fluiturus honos. 


Basterebbe quest’epitaffio da solo a metterci sulla buona via, 
ma c’è di più. Leggesi infatti più sotto: « Jo. Antonio Quinterio 
« ex laude Pompeia Johannis Columnae Cardinalis Ap. ministro, 
« quì non ante visas naturae dotes moribus iuxta adaequavit: 


« gratiae decorisque et virtutis alumno: Fratres Pientiss. B. 


(1) II, III, 284, c. 130 r. 


GIOVANNI COTTA 49 


« M. P. Obijt inexplicabili Fatorum invidia annos agens XXI. — 
«M.III.L.XIIX. ante VII. Kal. Septem. M.IILLXXXIX » (1). 
Nessun dubbio quindi che il Quinterio pianto dal Cotta possa 
essere altri che Giannantonio. Quanto poi alla data di compo- 
sizione dell’epitaffio cottiano credo non si debba andar errati 
ponendola al tempo della dimora del poeta a Lodi, patria del 
Quinterio. 

Il carme è interessante sotto un duplice aspetto. Anzitutto, 
se è vero che fu composto a Lodi, sarebbe il primo in cui si 
sente ben distinto il sapore catulliano e quindi potrebbe essere 
un valido argomento per avvalorare l’ipotesi che egli si occu- 
passe fin d’allora con particolare amore del cantore di Lesbia. 
In secondo luogo sarebbe importante perchè ci dimostrerebbe 
come egli trovasse già a vent’anni, liberandosi da una tradizione 
prettamente umanistica seguita in patria, un indirizzo personale 
nel ritrarre il sentimento. Sarebbe infatti sommamente interes- 
sante il vedere quale diversità di mezzi impieghi il Cotta, in 
confronto con gli altri scrittori di epitaffi, per suscitare in noi 
un certo senso di compassione; ma andremmo troppo per le 
lunghe. Vedremo invece soltanto, e di sfuggita, il Pontano e il 
Sannazaro che egli tenne per maestri. 

Fra la maniera di costoro e quella del Nostro la diversità è 
molto accentuata. Mentre il primo chiama generalmente ad in- 
fiorare il tumulo e i mirti e le rose e le viole e quanti v'hanno 
fiori sulla terra, e le Chariti belle ed Apollo, e vede la fossa at- 
torniata dai lemuri e dai mani, e rievoca le virtù del defunto 
ed esprime la piena dell’affetto con un martellare di concetti e 
di frasi che incalzano battendo gli emistichi ed i piedi fino a 
stancare, con un’assidua lettura, il pensiero, il Cotta non ha 
nulla di tutto ciò. Egli non ha bisogno di termini pomposi per 
commuovere, nè chiama la circostante natura, nè evoca i ri- 
cordi poetici e le pagane visioni del Sannazaro, ma finge 


(1) Il Gherardi nota in calce che il Quinterio fu celebrato anche dal Cotta. 


Giornale storico — Suppl. n° 23. 4 


50 V. MISTRUZZI 


che il sepolto parli al viandante; e dal colloquio, che ha una 
grazia quasi feminea e dal calore e dall’eloquente sobrietà 
delle immagini suscitate e dall’attica movenza della frase balza 
quel senso di racconsolata mestizia, che forma il pregio del- 
l’epitaffio. 

Come si può desumere dalla lettura di analoghi carmi del 
Pontano, confrontandoli con il presente, lo studio che quegli 
pone nel rendere profumato il tumulo con i fiori, ì ricordi e il 
concetto pagano della tomba, il Cotta lo pone nel rendere com- 
movente senza grandi mezzi il monologo, che si impernia sopra 
un contrasto tra l’amore del defunto che, ardendo, rende infe- 
conda la terra e l’affetto del viandante che con le sue lagrime 
può rifecondarla e farvi nascere un fiore. | 

Quello che il presente epitaffio ha di comune con i tumuli 
del Pontano è il sentire pagano e l’uso che vi si fa di imma- 
gini mitologiche. Ma mentre nel Pontano i miti parlano ed agi- 
scono, qui non sono che delle figure, dei semplici termini di 
confronto. 

L’epitaffio incontrò il favore della critica ed ebbe la fortuna 
di una traduzione francese di Ronsard, che fu posta sulla tomba 
di Brinon (m. 1565) (1). 

I carmi fino ad ora passati in rassegna appartengono, tranne 
l’ultimo, dì poco posteriore, al periodo che possiamo chiamare 
« veronese » perchè probabilmente composti prima della par- 
tenza del poeta per Napoli, cioè non dopo il 1508. Non sono 
certo — se sì esclude l’ultimo — tra le cose migliori del poeta, 
ma, specialmente se si consideri l'età giovanile in cui furono 
composti, non mancano di interesse. Se poi si vogliano mettere 
in relazione con gli altri che nello stesso genere uscivano dalle 
penne più o meno feconde dei versificatori concittadini, ancora 
affannati nella supina imitazione dei modelli classici, acquistano 
un pregio che non ci sogneremmo di attribuir loro, prendendoli 


e _-_—__———_—__-— 


(1) Benini, Ed, cit., p. 51. 


GIOVANNI COTTA 51 


ed analizzandoli da soli. Di carattere encomiastico ed epigram- 
matico hanno pregî e difetti propri del genere: stringata bre- 
vità congiunta con una certa gonfiezza di concetti e di espres- 
sioni. Ma si abbozza già in alcuno di essi la tendenza del loro 
autore a ritrarre con spiccata personalità il sentimento e a li- 
berarsi dalle strettoie di una poetica divenuta convenzionale, 
che inaridiva le fonti dell’ispirazione. 


A questi carmi ne tengono dietro altri, che si ricollegano con 
la dimora del Cotta a Napoli. 

Non è a dire quanto la dimora nella città meridionale in seno 
all'Accademia sia riuscita efficace per l’evoluzione artistica di 
Giovanni Cotta. Sul fior dell’età, natura fervida e volta a co- 
gliere felicemente nel verso la spontaneità degli affetti, egli 
trovava colà quanto era più desiderabile per un giovane uma- 
nìsta, che intendesse, senza rinunciare per nulla alle gioie della 
vita, salire verso i vertici della gloria: un vivere gaio e spen- 
sierato, per non dire licenzioso, un cielo ed una natura ridon- 
danti di incantesimi ed un centro letterario in cui era tradizione 
che la Musa accompagnasse col canto pervaso di pagane visioni 
tutto il multiforme svolgersi della vita intellettuale e politica e 
popolare della grande città. 

La tradizione iniziata dal Panormita che nelle riunioni del- 
l'Accademia non circoscriveva la conversazione entro alla cerchia 
del mondo antico, ma lasciava che vi giungessero piene di brio 
e di spensierata gaiezza le voci dell’anima popolare, aveva tro- 
vato nel Pontano un illuminato continuatore. Così accanto ai 
paesaggi del golfo partenopeo ed agli echi dei boschi sedenti a 
specchio dell’acque, popolati di tutte le immagini mitologiche 
che poteva evocare una mente nutrita di classicismo e ridon- 
dante di pagane sensibilità, si accompagnavano nei carmi del 
Pontano e dei Pontaniani le figure delle procaci bellezze di cui 
Napoli era piena, presentate con tocchi di calda sensualità, che 
molte volte rasenta la licenza. 


52 V. MISTRUZZI 


Quando il Cotta si trovò d’un balzo entro a quel mondo ele- 
gante, che, nell’indifferenza religiosa, morale e politica, non 
aveva di sano che la forma e che in mezzo alle tristi condizioni 
in cui versava l’Italia, si pasceva d’antico e teneva desta la 
musa con l’idillico e col comico, ritraendo prevalentemente gli 
ameni riposi delle ville e i vieti amori della città, si adagiò in 
quel mondo frivolo e vano e vuoto, come se fosse nato a quel- 
l’aure, e lo seguì. Non però pedissequamente. Se egli svolge nei 
suoi carmi i motivi predominanti della poesia locale, gli è che 
ei vive e palpita in mezzo a quel mondo viziato nel pensiero 
e nell'anima e ne condivide i giorni e gli entusiasmi. Non però 
tanto da spogliarsi completamente di quel carattere che la sem- 
plicità della vita fino ad allora condotta gli aveva coltivato nel 
fondo del cuore. | 

Per questo la poesia del Cotta si stacca per alcune peculiarità 
di forma e di contenuto da quella del maestro e generalmente 
da quella che nel genere lirico fioriva ai sorrisi del golfo par- 
tenopeo in una sfilata di immagini e di figure mitologiche e di 
calde visioni della natura circostante. 

Ciò che differenzia la maniera del Cotta da quella del Pon- 
tano, è anzitutto lo sfondo, il quadro entro cui l’idillio si com- 
pone. Mentre il secondo si compiace sovente di circondarsi delle 
scene della bella natura, non tanto ritraendole, quanto introdu- 
cendone immagini e voci per quell’insita facoltà che gli è propria 
di ritrarre l’intima simpatia, che ei vede tra la vita umana e il 
mondo della natura, il Cotta ama invece di esser solo con la 
sua fanciulla, cui parla dolcemente, con cui amabilmente scherza. 
Non che nel Pontano non si trovino carmi, da cui le accennate 
visioni e voci non vengano escluse e ove l’idillio si svolga tra 
l'amante e l'amata, ma non sono molti e per lo più son quelli 
in cul il posto generalmente tenuto dalla Natura viene occupato 
da figure mitologiche bandite dal Cotta nei carmi amorosi o da 
quella che non saprei se chiamare boccaccesca o catulliana 
lascivia, di cui ben poca traccia è rimasta nei carmi del Nostro. 

Dell'opera del poeta che si possa far risalire al periodo della 


GIOVANNI COTTA : 53 


sua dimora in Napoli ben poco possediamo, sebbene nella sua 
produzione letteraria costituisca quello che v’ha di più originale 
e di più spontaneo. Sono otto carmi, di cui cinque amorosi, uno 
mitologico e due di genere faceto, alla maniera di Catullo. 

I primi a farcisi incontro sono i carmi a Licori, in cui è ri- 
tratta in diversi momenti la passione per la fanciulla. Che essi 
si debbano ascrivere al periodo, diremo così, « napoletano », 
parmi indubitato, sia per il valore intrinseco che vi si scorge e 
che rivela un’arte già formata, sia per l’accenno che dell’amore 
del poeta per Licori è rimasto nei carmi di Cosmo Anisio. 

Di costui abbiamo già veduto un epigramma (1) in forma di 
epistola con il quale invitava gli amici Catosso, Mario, Scopa, 
Perillo e Cotta in sua casa. Dopo avere in esso solleticato la 
loro curiosità, esce a dire: 


Quare, si sapiunt, suos amores 
Catossus, Marius, Scopa et Perillus 
paurillum esse sinent sibi otiosos; 

nam Uotta est in amore adhuc ineptus. 


Si tratta adunque di un’avventura d’amore toccata al nostro 
poeta? Può darsi. Ad ogni modo, senza tentare inutilmente di 
rompere la tenebra, ci basti il registrare che egli s'era dato a 
quel tempo agli amori e che vi si era gittato con tutto il tras- 
porto e la foga di un principiante, incorrendo probabilmente 
in una lepida disavventura e suscitando il crasso riso degli amici 
bontemponi. Chi era la fanciulla che gli rubava così e tempo 
e cuore? Licori? Non è detto. 

V'ha un altro carme (2) dello stesso Cosmo, che è ancor più 
interessante, perchè ci assicura che la donna armata è proprio 
Licori. Peccato però che questo amore del Cotta sia veduto da 
Cosmo non già con i propriì occhi, ma indirettamente, attra- 


(1) Vedi Cosmi AnysIl Poemata, cit., p. 16. 
(2) Cfr. Cosmi Anysit Poemata, p. 16, oppure F. FEDERICI, Annali, p. 77, 
l'epigr.: « Siccine improba te Lycoris urit ? ». 


54 V. MISTRUZZI 


verso i carmi che l’amico gli aveva inviati e che in parte noi 
conosciamo. | 

Chi è adunque Licori? È superfluo anzitutto il dire che tale 
non era certo il nome della fanciulla, ma che esso appartiene 
sicuramente a quella schiera numerosa di nomi letterari dati 
alle loro dive dai poeti quattro e cinquecenteschi, sotto i quali 
si adombravano figure feminee realmente vissute o moventisi 
solo nell’immaginazione che le creò e le chiamò a vestire di 
grazie peregrine altri men leciti amori. 

A sentir Cosmo Anisio, la fanciulla che è passata sotto il nome 
classico di Licori sarebbe del ceto delle «lascivae puellae » che 
in Napoli a quel tempo facevano perdere la testa e tener eser- 
citata la musa ai poeti vecchi e giovani dell’Accademia. Ma non 
tale ce la tramandò nei versi il Cotta nell’atto di sorridere e 
di arrossire ad un tempo nel primo dei carmi, quando l’inna- 
morato le chiede in pegno d’amore un ricordo. E se nei suc- 

cessivi essa pare svestirsi di questa virtù, non è mai dipinta 

come le amanti Fannia, Stella, Focilla e tante altre che fecero 
dimenticare al Pontano i doveri di marito, e le innumerevoli 
che si muovono voluttuosamente entro al Parnaso napoletano 
di quel tempo. 

Per Licori il Cotta compose quattro epigrammi, che nelle edi- 
zioni figurano variamente disposti, ma che sarà bene considerare 
in una progressione che dia modo di analizzare in momenti 
gradatamente più espressivi la passione che li dettò, e che ri- 
sponda possibilmente anche a quel criterio cronologico dal quale 
abbiamo voluto fin qui guidato lo studio dei carmi cottiani. 

La brevissima silloge s’apre col carme: 


Amo, quod fateor, meam Lycorim. 


Il poeta è da qualche tempo innamorato perdutamente della 
sua fanciulla e ne è corrisposto. L’affetto tenerissimo che per 
lei coltiva ha acceso nel suo animo una passione, che lo brucia 
fin nei precordi. Lo confessa; però non ha mai osato chiedere 
a lei nulla che gliene possa mitigare l’ardore. Un giorno, in un 


GIOVANNI COTTA 55 


momento in cui Licori lo sta guardando « fixiore ocello », si fa 
animo e le chiede, non senza esitazione, un piccolo dono, come 
pegno del suo immenso affetto. La fanciulla sorride ad un tempo 
ed arrossisce, indì, compiacente, tagliata una ciocca di capelli, 
che pendeva, vibrando all’aure lievi, sul bel volto, la dà avvolta 
in un filo d’oro al poeta innamorato. Ma quello non è il dono 
chiesto dall’amante, nè vale a lenirgli l’intimo ardore. Anzi fa 
l'effetto contrario. La passione già divampante si accresce di 
nuovo fuoco, onde il poeta sgomento corre a spegnere nella 
fiamma la cagione della nuova fiamma, chiedendo perdono alla 
fanciulla del suo atto, non da altro inspirato se non da un ac- 
ceso amore per lei. 


Il carme è tutto una grazia. Graziosa, la presentazione del suo . 


amore e il contrasto tra l’affetto nutrito dalla fanciulla e il ri- 
tegno del suo pudor virginale, di cui è l’eco genuina nel verso 
di Torquato Tasso (1): 


rideva insieme e insieme ella arrossia; 


leggiadra, la descrizione nella ciocca fatata, che tu vedi pendere, 
come il poeta la descrisse, vibrando all’aure leggere sul bel 
volto; indovinato, il pensiero che si racchiude nei quattro versi 
di chiusa. 

Lo svolgimento del motivo sentimentale, su cui è imperniato 
il carme, sale con un «crescendo », che ti trasporta e che serve 
magnificamente a ritrarre il fuoco d’amore, che divora il poeta; 
«crescendo » che, giunto ai massimi sviluppi, cede il posto ad 
un più calmo sfogo di sentimenti, nei quali la bollente passione 
pare gradatamente lasciare il passo a riposati affetti. E questo 
contrasto fra il procedere calmo dei primi endecasillabi e il 
concitato incalzar di essi nel più fervido spirar della passione, 
in cui tutto è capelli e fuoco e vampe e incendì d’amore, è di 
un'efficacia sorprendente. Per questo il presente carme è da ri- 
tenersi tra le più belle cose del Cotta. 


(1) Gerusalemme Liberata, canto V, stanza 62. 


Wai 


56 V. MISTRUZZI 


Più breve e più ingegnoso è l’epigramma: 


Sive aliquid seu forte nihil mea lumina cernunt 


l’ultimo, a Licori, delle edizioni. Il poeta, è inutile il dirlo, è 
sempre perdutamente preso nei lacci d'amore che gli ha teso la 
sua fanciulla e dovunque volga l’occhio, non vede che lei. Tutto 
per lui è richiamo all'immagine della sua Licori. 

Or l’amante e l’amata stanno l’uno presso all’altra e sì guar- 
dano..... Dice l'amante: «Ogni cosa ch'io veda, mi richiama la 
«tua dolce immagine...» e l’amata risponde: « Mi credi forse 
«tanto ingenua? Tutti gli amanti ingannatori son soliti uscire 
«in tali fantasticaggini con le inesperte fanciulle ». Il poeta 
coglie l’ottima occasione dell’incredulità della donna per strap- 
parle ingegnosamente il bacio desiderato: « Dunque non mi 
« credi? Non credi a me che t'amo perdutamente? Ebbene! Cre- 
« derai almeno ai tuoi occhi! Guardami fiso! Che io muoia se le 
« mie pupille non ti riflettono come uno specchio fedele. Ma se 
«è così veramente come io sostengo, allora tu dovrai posare il 
«tuo labbro sugli occhi meritevoli ed io, quando ciò mi piaccia, 
«ti darò un bel bacio ». Ora che potrà fare la fanciulla se non 
cedere all’ingegnosità del poeta innamorato? Spassi ed idilli di 
amanti ! 

È un quadretto pieno di vita e di sentimento, cesellato con 
un bulino tutto cottiano. Non è questa la prima e non sarà 
l’ultima volta che il Cotta lavora di cesello con tanta abilità. Il 
segreto dell’arte sua, quando riesce particolarmente originale ed 
espressiva, è questo abbozzo del quadretto di brevi dimensioni 
e senza sfondo, in cui non si muovono più di due figure, in cui 
le due figure parlano. E la conversazione non ha nulla di ma- 
nierato e di pomposo, ma semplice e spigliata, se non ingegnosa 
come la presente, rapisce per la sua naturalezza e trascina di- 
rettamente al fine, a cui tende il poeta. E allora non resta che 
commuoversi o sorridere di compiacenza, a seconda. Tale il pro- 
cedimento artistico abbozzato in un epigramma al Sanudo, con- 


GIOVANNI COTTA 57 


dotto a maggior perfezione nell’epitaffio di Quinterio, nel primo 
e nel secondo carme a Licori e nell’epitaffio di Caparione. 

Se in questo e nel carme precedente abbiamo veduto il poeta 
accendersi alla dolce visione della sua fanciulla e sbocciare 
l’idillio in un muovere ora calmo ed ora concitato di affetti e di 
desiderîi, abbiamo notato però come il sentimento amoroso non 
assurgesse ancora alle forme morbose della passione, nè fosse 
tale da impedire al poeta di versarvi una sottilissima vena scher- 
zosa, che ne mitiga l’ardore. Ben diverso da entrambi è invece 
l'ultimo carme, che il Cotta durante la sua dimora a Napoli 
abbia dettato per la sua Licori (1). 

Qui egli non si rivela ancora tanto padrone di sè da versare 
nel canto la sua caratteristica vena tra il patetico e il comico, 
nè sa più dominare il sentimento, guidandolo sopra un tenue 
filo di ingegnosità a suscitare nell'anima della fanciulla una 
eguale corrispondenza d’affetti, ma il sentimento prende il so- 
pravvento, la sottilissima trama si infrange nel turbine del- 
l'affanno interiore e un desiderio morboso pervade il canto dan- 
dogli sensibilità fino ad ora ignorate. La verità si è che la 
fiamma d’amore, appena lambente nei carmi precedenti il cuore 
del poeta, s'è alimentata di nuova esca ed è cresciuta divam- 
pando e dentro alle sue spire la sensualità prima solo accennata 
s'è scatenata in un irrefrenato prorompere di brame, che tro- 
vano qui il loro sfogo. E questo è appunto il canto della dedi- 
zione dei sensi. l | 

La mente avvolta in un torpore diffuso e in un floscio ab- 
bandono di sè stessa, il poeta sta presso alla sua Licori. La 
febbre che lo consuma è talmente cresciuta, che la vista di ogni 
benchè insignificante parte del corpo di lei gli procura ventate 
di passione, togliendogli ogni pace. Ed ecco che egli si rivolge 
alla maliarda pregandola di risparmiargli l’intimo affanno e di 
evitargli gli incantesimi: il suono della voce, la bellezza del 


— — 


(1) « Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori ». 


58 V. MISTRUZZI 


volto, il candore del seno e della mano. Ma non è contento 
tuttavia. Tutto ciò non basta perchè il desiderio non batta con 
fremiti nuovi alla sua anima. La vita non pargli più bella se 
non la allieti la dolce lusinga, se la pupilla non riposi sulla 
bella persona. E torna pertanto a pregarla insinuandosele blan- 
damente, quasi riprendendo il respiro, riaprendo gli occhi ve- 
lati dal torpore; le dice che vana è stata la preghiera di un 
istante prima, che egli ha bisogno per vivere di contemplare 
qualche gemma di lei. Ma quale, perchè egli abbia a sedare 
l’affanno tormentoso senza morirne tuttavia? « Alza — egli 
esclama — un pochino la veste e lasciami pascere il languido 
sguardo sul bianco piè tenero ». Ma ecco che ei torna a pen- 
tirsene e ricordando come un momento prima la vista di quel 
piede poco mancava non lo facesse cadere privo di sensi, vor- 
rebbe come non aver rivolto quella preghiera. Ma tosto la pas- 
sione erompe troncando ogni indugio, un’ondata di sensualità 
s'abbatte impetuosa sul cuore del poeta, che, stanco dell’intima 
lotta, esclama: 


Verum jam cane, lux mea; jam mihi, lux mea, totam 
te retege atque omnes mi face delicias. 

Nam si mors obeunda, inhians in te, mea, malim, 
vita, mori; vita est quod mihi amabilius 

quam tristis desiderio tabescere amati 


corporis, unde miser sim, et decuplo peream. 


È questo tra i canti del Cotta quello che nell'espressione del 
sentimento erotico più si avvicina alla lussuria del Pontano 
laddove ei canta gli adulteri letti e le notti laboriose trascorse 
in compagnia delle sue etere. Tuttavia, benchè esso palpiti di 
una calda sensualità, che non troviamo negli altri carmi amo- 
rosi, è lungi ancora dal cadere nella lascivia spesso scurrile dei 
canti del maestro. 

Quello che maggiormente interessa in questo carme è la con- 
citata violenza degli atfetti, la drammaticità che serve a ritrarre 
efficacemente l’intima lotta e che si accompagna alle movenze 


GIOVANNI COTTA 59 


del distico, calme e simmetriche da prima, quando ritraggono 
il torpore dei sensi, più sciolte man mano che il desiderio si 
ridesta, per farsi ancor più agili sulla fine quando esso tocca 
le note più alte. 

Ben poco restami ad aggiungere a quello che la critica ha 
detto di questo carme. Mi sia permesso di riprodurre invece 
due soli fra i giudizî più autorevoli, con cui essa ha voluto dare 
al breve canto il più lusinghiero assenso, quelli dello Scaligero 
e del Tommaseo. Il primo, che generalmente è condotto a cen- 
surare aspramente l’opera del poeta, dimostrando spesso poca 
serenità di critica, a proposito di questo carme non lesina le 
lodi, tanto che lo dice « adeo molle, ut vel conatum, vel etiam 
« vota superarit: tantum enim habet amatoriarùm gratiarum ut 
«nihil addi, nihil demi, nihil mutari in eo genere dicendi 
« possit » (1). Ed il Tommaseo (2) lo chiama « cosa che vien 
« dall'anima proprio » (3). 

Così siamo giunti all’ultimo carme a Licori (4), composto cer- 
tamente dopo gli altri fin qui analizzati perchè dettato lontano 
dalla fanciulla e da Napoli, forse in quel periodo non bene co- 
nosciuto della vita del poeta al quale si collegano il carme A# 
Calorem e l’epigramma A4 Gevaras fratres. 

Il poeta è dunque lontano dalla sua fanciulla che è stato co- 
stretto ad abbandonare per seguire forse il Cabanilio o il San- 
severino, e nell’assenza il ricordo di lei atfacciandosi pieno di 


(1) Op. e loc. cit. 

(2) Dizionario estetico, Milano, 1860, I, 98. 

(3) Di questo carme fin dalla prima metà del sec. XVI fu fatta una tra- 
duzione in distici elegiaci, che fu pubblicata con altri tentativi del genere 
nel raro libro di C. ToLomei, Versi e regole della nuova poesia toscana, e 
fu riprodotta nelle citate edizioni del Benini e del Morelli. Il Maffei che 
nella Verona illustrata ne pubblicò i due primi distici — tratto certamente 
in errore dalla didascalia che nell’edizione del Tolomei precede la traduzione 
del carme — la attribuì al Cotta, ma ne lo corresse molto opportunamente 
il Benini, dimostrando come fosse da ritenersi del Cotta non già la citata 
versione, che è adespota, ma il carme latino. 

(4) « 0 factum lacrimabile atque acerbum >». 


60 V. MISTRUZZI 


blandizie alla sua mente, vi suscita i nostalgici richiami d'un 
tempo irreparabilmente trascorso, porgendo l'argomento al pre- 
sente carme, il quale altro non è che uno sfogo melanconico di 
sentimenti d’amore e di rîmpianto svolti con grazia non dis- 
giunta da semplicità. Il poeta vuol dire infatti alla sua Licori 
tutto il dolore passato e presente, in che l’ha gittato la lonta- 
nanza da lei? Ecco che ei lo ritrae attraverso agli effetti che 
ha esercitato sugli occhi suoi, non già belli come. un tempo 
quando Licori vi fissava pieni d'amore i proprì, ma gonfi e san- 
guinanti per le lagrime sparse. Così l'argomento, che si prestava 
ai flosci sdilinquimenti della gamma sentimentale propria della 
Musa erotica cinquecentesca, specialmente nei carmi latini e da 
cui il Cotta non seppe sempre liberarsi, viene svolto con mag- 
giore sobrietà ed originalità. 

Non mancano tuttavia in questo breve carme certe deficenze, 
che consistono nell’aver portato all’esagerazione gli effetti del 
dolore nei suoi occhi, fino a dipingerceli sanguinanti e nell’avere, 
. oltre che tolto qua e là da varî carmi di Catullo, ricalcate sul 
principio le movenze del breve carme a Celio (1); ma Vorigi- 
nalità con cui il sentimento viene svolto negli endecasillabi che 
seguono, ci fa perdonare al poeta queste ed altre imperfezioni. 

Notiamo qui che questo e il primo carme a Licori incontra- 
rono non meno che il terzo l'approvazione entusiastica di Giulio 
Cesare Scaligero, il quale ebbe a dirne: « Epigrammata igitur 
« duo, versibus hendecasyllabis conscripta, et illius exprimunt 
« et Catullianorum explent animum; quare in illis quod mutem 
«non habeo » (2). 

Con questo epigramma si giunge al termine dei pochi, troppo 
pochi canti d'amore, con cui il poeta volle intessere una leg- 
giadra corona alla fanciulla del suo cuore, canti, che, se pre- 
sentano qua e là dei difetti, come abbiamo osservato, sono 
tuttavia di un valore incontestabile quando se ne consideri la 


(1) « Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa ». 
(2) Poétices, lib. VI, loc. cit. 


GIOVANNI COTTA 61 


freschezza d'ispirazione, il sano realismo e il calore e la pro- 
prietà dell’espressione. Soffusi qua e là di grazia quasi feminea, 
talvolta solcati da una finissima vena d’arguzia o agitati da fre- 
miti di passione turbinosa, oppure pervasi da un’onda di me- 
stizia, essi sono certamente da ritenersi tra le cose più belle 
che donna abbia inspirato a poeta latino del Cinquecento, veri 
«trilli d’usignolo innamorato » come felicemente ebbe a defi- 
nirli un loro appassionato ammiratore (1). 

Tranne l’ultimo che fu composto poco dopo, essi sarebbero 
da collegare col tempo trascorso dal poeta in Napoli. Non è 
però agevole fissarne con sicurezza la data, perchè se è certo 
che il Cotta giunse nella metropoli del Mezzogiorno nella pri- 
mavera o tutt'al più nell’estate 1503, non sappiamo con preci- 
sione quando se ne allontanasse. Ma, se si ammette con Paolo 
Giovio (2), che egli, prima di passare al servizio di Bartolomeo 
d’Alviano — il che fu molto probabilmente nel marzo 1507 — 
abbia trascorso qualche tempo alle dipendenze del Sanseverino 
e del Cabanilio, non si cadrà molto lontani dal vero collocan- 
doli nel periodo che precorre di poco la sua partenza per l’Italia 
settentrionale, vale a dire tra l’estate 1503 e il 1506. 

I carmi composti in questo frattempo sarebbero adunque ì 
primi tre a Licori e l’epigramma ad Anysium, anteriore, di 
conseguenza, anche agli ultimi endecasillabi alla fanciulla na- 
poletana considerati un momento fa. Il desiderio di analizzare 
l'uno dietro l’altro i carmi a Licori ci ha indotti a dare uno 
strappo al criterio cronologico tenuto per base nella trattazione; 
quello di esaurire il tema dei canti d'amore ci persuade ora a 
considerare, prima dell’epigramma all’Anisio, il grazioso carme 
al fiume Calore. | 

Il Cotta, capitato nelle terre del Principato, forse in uno dei 
suoi peregrinaggi d’ufficio, s'era imbattuto, presso alle sorgenti 
del Calore, in una giovanetta, Rubella, e se n’era invaghito, 


(1) I Mvrari, Op. cst., p. 148. 
(2) Elogia, loc. cit. 


62 .V. MISTRUZZI 


onde, tornato alla dimora abituale, amava lungo le rive del fiume 
rievocare quell’incontro e riviverne i momenti di tenera com- 
mozione. E sboccia così il canto. 

Il poeta è presso alla sponda del Calore e gli parla. Egli vuol 
sapere dall'acqua corrente notizie della sua fanciulla, vuol con- 
fidarle tutto l’ardore che gli turba lo spirito, farla messaggera 
d'amore. Però il suo linguaggio è blando, tenero, appassionato. 
Il canto inizia con un caldo appello al fiume e ripete nei due 
primi versi un motivo catulliano, quasi copiandolo; ma se ne 
libera tosto per assumere movenze e concetti propri. L’innamo- 
rato vuol conoscere dal Calore che stia facendo la sua fanciulla, 
ed ecco che glielo chiede in un seguirsi grazioso di immagini, 
che si chiudono in quella, nella quale egli ama comporre il suo 
amore. « Certo — egli esclama — ora sta bagnando le sue belle 
«membra entro alla fresca corrente delle tue linfe ed essa, 
« ricevendone il calore, me lo trasmette fin qui, entro l’ossa ». 

L'immagine evocata gli porge motivo di giocare su un leg- 
giadro contrasto, in verità non del tutto nuovo. Caro tuttavia 
al Cotta, che se n’era giovato nell’epitaffio di Quinterio e, seb- 
bene più parcamente e con uno svolgimento più originale e 
quasi opposto al primo, nel primo carme a Licori, qui è ripreso 
e condotto sulla falsariga di quello dell'epitaffio. È l’effetto del- 
l’amore che non può essere annullato che da un corrispondente 
grado d'amore: nell'epitattio l'amore di Quinterio rende sterile 
la terra che lo ricopre e solo le lagrime del viandante valgono 
a rifecondarla; qui la passione erotica con il suo fuoco dissecca 
la corrente del fiume e solo le lagrime d’amore di chi l’ha pro- 
sciugata, varranno a ridarle l’impeto consueto. Ma là il contrasto 
ridotto a brevi proporzioni è grazioso e piace; qui invece tende 
al barocco. Senonché, appena abbozzato com'è in due versi, è 
ben lontano dal dare quella stonatura che sarebbe inevitabile 
se fosse diluito largamente. 

Con tono carezzevole ed accalorato ecco come il poeta, che 
ha un delicato messaggio da affidare all’onda del fiume, le sì 
insinua blandamente : « Ma tu, o Calore, 


+ 
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GIOVANNI COTTA 63 


— sic olim amoenus auratis 
dicare cornibus, arduusque Volturno 
ferare victo, illique iam auferas nomen —, 


« risali alla tua sorgente, di’ alla luce mia che tu spesso potresti 
«inafidire al fuoco dell’amor mio, se non rinascessi uguale al- 
«l'onda del mio pianto. Dille che io non posso tenerle celato 
« tanto affanno, nè sopportare tanto male e morirne ogni ora. 
«Che se ella non è di me immemore e le è amara la mia sorte 
«e grato l’amor mio, allora dille pure che io son pronto a tol- 
«lerare ogni affanno ». 

Al carme non mancano i pregi. Graziosa è anzitutto l’imma- 
gine della Montella che, innamorata del Calore, ne riscalda nel 
seno la vergine sorgiva, delicato il contrasto tra la spensierata 
gaiezza in cui è ritratta la fanciulla e la vita melanconica e 
triste dell'amante che, pieno gli occhi di lei, segue pensoso 
l'acqua del fiume scendente a lambire le vetuste città del Sannio. 
Ma quello che più di tutto piace è la calda preghiera condotta 
sopra un motivo classico, con cui il poeta si rivolge al Calore 
perchè ricordi alla sua Rubella l’affanno in che vive e le chieda 
corrispondenza d’affetto. 

Come sì vede, il carme si stacca notevolmente dai precedenti. 
In quelli la scena è ristretta e si svolge in un colloquio tra 
l'amante e l’amata ora imperniafo intorno ad un lepido motivo 
amoraso, ora condotto sopra un accalorato o nostalgico sfogo 
di passione. Qui invece il quadro si allarga ed abbraccia più di 
quanto in un momento sia concesso all'occhio, in un intrecciarsi 
di immagini delicate, tra cui si insinua, senza esservi descritto, 
qualche aspetto della bella natura e vi si effonde con più ma- 
linconia che sorriso l’anima innamorata del poeta. Per questo 
anch'io con il Cristofori, ben lontano dall’accogliere l’ingiusto 
giudizio dello Scaligero (1), ritengo questo carme per la schietta 
eleganza del linguaggio, per il colorito vivo, per la venustà 


4 e —_ — 


(1) Pueétices, lib. VI, cit. 


64 V. MISTRUZZI 


squisita ma non leziosa della forma la più bella tra le poesie 
amorose del Cotta. 

Anteriore, come si disse, al carme al fiume Calore e all’ul- 
timo a Licori è l’epigramma all’Anisio, composto nei primi anni 
della dimora del poeta in Napoli, quando il Cotta dopo la morte 
del Pontano godette per qualche tempo l’ospitalità dei Gevara. 

Durante tutto questo periodo egli continuò a mantenersi in 
intima relazione con un altro illustre amico, Cosmo Anisio, con 
il quale aveva in comune anche una certa affinità nel sentire, 
quale rivelasi dalla produzione letteraria di entrambi. Talvolta 
amava anche trascorrere qualche ora insieme, approfittando di 
qualche invito a cena e scherzando bonariamente con lui. 

L’Anisio componeva di tanto in tanto qualche carme e lo in- 
viava al Cotta, che lo metteva tra i suoi e lo teneva caro. È 
da sapere che le figlie di Antonio Gevara tenevano in casa loro 
un cervo ammaestrato. Ora un bel giorno quel cervo addentò 
il manoscritto che conteneva i carmi del Cotta e dell’Anisio e 
se lo divorò d’un fiato come se quei versi fossero più salati del 
sale e più dolci del miele. Verità o non piuttosto leggiadra in- 
venzione di un poeta di spirito? Certo si è che il Cotta da questo 
avvenimento reale o immaginario trasse l’argomento per un 
epigramma (1), in cui descrive, tal quale fu da noi esposto, il 
caso occorsogli, non mancando di condirlo di sale catulliano con 
una semplicità piena d’arguzia e d’ironia, ch’ei non risparmia 
neppure a sè stesso. 


(1) « Ambo dulcia, ne verere, et idem ». Il Cristofori nel cenno storico- 
critico premesso alla sua versione poetica di questi endecasillabi dice che 
l'Anisio a cui l’epigramma è indirizzato è quel Giovanni, in Accademia Giano, 
che, nato nel 1472 a Napoli, amante delle discipline legali ed umanistiche, 
dopo aver viaggiato qualche tempo fuori di patria, morì nel 1540. Non cre- 
diamo tuttavia che il Cristofori colga qui nel segno. Basterebbe l’epigramma 
« ad Gevaras fratres » per convincerci che l’Anisio a cui è diretto questo 
carme non è Giano, ma Cosmo. Mentre con quest’ultimo il Cotta ebbe note- 
voli relazioni d’arte, tanto che ci rimangono epigrammi scambiati a vicenda, 
dell'amicizia con Giano non ci è rimasta altra traccia all'infuori dell’ecloga 
Melisaeus, in cui il Nostro è introdotto a piangere la morte del Pontano. 


GIOVANNI COTTA 65 


Comico e arguto è l’argomento del carme ai fratelli Gevara (1), 
composto pur esso lontano da Napoli. Il poeta si trova presso 
alle rive del Calore e, stanco ed annoiato della solitudine in 
cui, lontano dalla numerosa ed allegra brigata napoletana, è 
d'improvviso caduto, vuol giocare una burla a Cosmo Anisio. 
Gli scrive narrandogli meraviglie del nuovo soggiorno ed egli, 
credulo, accorre e va ad abitare con lui. Ma il poeta ha avuto 
anche un altro intendimento. Geloso come era l’Anisio della sua 
Cicella, egli ha voluto, chiamandolo in quell’esilio, in cui vive 
solitario, punirlo contemporaneamente dell’eccessivo egoismo, 
facendolo bruciare dal sole dell’Apicio in modo che, tornando a 
Napoli, la fanciulla più non lo riconosca e n’abbia orrore. Il 
gioco intanto almeno a metà gli riesce e ne informa subito i 
fratelli Gevara con un epigramma solcato da uno spirito così 
fine che non è possibile trattenerci dal sorridere ed è tanto più 
efficace in quanto è scevro da qualsiasi studio della forma. 

E ben dovettero ridere e dell'amico e del burlato Cosmo i 
due fratelli. Non così il povero Anisio, il quale, avuto per mano 
l’epigramma del Cotta, si affrettò a comporne uno (2) per Ber- 
nardino d'Alviano, pregandolo di non negargli i suoi servigi e 
di restituirlo, levandolo da quelle pene, alla sua Cicella. 


Abbiamo così passati in rassegna i carmi del periodo « napo- 
letano », canti d'amore e di passione o modellati su lepidi argo- 
menti della vita allegra trascorsa. In essi l’idillico si fonde col 
comico ritraendo mirabilmente uno degli aspetti più caratte- 
ristici dell'anima italiana del principio del sec. XVI, che s’ap- 
pagava della forma e amava atteggiarsi ad un perenne sorriso. 

A questi carmi tengono dietro altri, che ci trasportano in una 
sfera diversa, in cui nuovi sentimenti si agitano, più nobili e più 
virili. Condotto d’un tratto dal Mezzogiorno al Settentrione 


(1) « Ridete, o lepidi mei Gevarae ». 
(2) E il carme: « Heu quis me miserum Deus malignus », a p. 5 della 
citata edizione delle sue opere. 


Giornale storico — Suppl. n° 33. 6 


66 | Y. MISTRUZZI 


d’Italia, mutata la vita frivola precedentemente trascorsa in 
un’altra tutta attività, in un ambiente in cui fervevano passioni 
militari e politiche, il Cotta muta il suo canto. L’idillio cede il 
posto all’epinicio, e il sale comico scompare per far luogo al 
sentimento patriottico. Sbocciano così l’ode alcaica per la vittoria 
del Cadore e quel grazioso epitaffio di Caparione nel quale il 
frivolo argomento che l’ha inspirato lascia il campo ad uno sfogo 
di sentimenti generosi. 

Fra i carmi del periodo napoletano e questi ultimi sta per il 
contenuto l’elegia De Minois regis impietate, che il Cotta dettò 
per Azzio Sincero Sannazaro per congratularsi con lui — se 
condo una felice ipotesi del Cristofori (1) — di. una grave ma- 
lattia felicemente superata. Di questa malattia o non è rimasta 
memoria o a noi non è toccata la sorte di metterci sulle sue 
tracce, per cui non ci è stato possibile fissare la data del carme. 
Abbiamo creduto di considerarlo qui, perchè rappresenta un 
anello di congiunzione tra i canti del periodo napoletano e quelli, 
scarsissimi, che ei dettò nell’Italia settentrionale. 
 Quest’elegia infatti si stacca notevolmente dalla produzione 
fin qui analizzata per peculiarità di contenuto e di forma, perchè 
si impernia intorno ad un argomento mitologico, dal quale il 
poeta sale a considerazioni d’ordine elevato, e perchè non pre- 
senta eco alcuna di quei motivi catulliani, che abbiamo di tanto 
in tanto incontrato fin qui. 

E questo l'unico carme cottiano di contenuto prevalentemente 
mitologico e non è certamente dei migliori. Vi si nota una . 
‘ soverchia libertà nel trattare l'argomento, perchè in esso l’au- 
tore rifà a suo modo la leggenda di Minosse considerandola alla 
luce di un avvenimento di cui non è rimasta traccia nei poeti latini 
e greci che cantarono le leggende di Creta. L’atto inconsulto 
del mitico re dell’isola attira sul suo capo l’ira delle Muse, che 
lo confinano nel Tartaro e accumulano sulla sua famiglia una 
sequela di lutti: così per esso Pasifae disdegna l’amore del ma- 


(1) Op. cit., p. 73. 


GIOVANNI COTTA 67 


rito e si abbandona agli illeciti amori del toro, e, dellé figlie, 
Arianna, per quel delitto rapita da Teseo, viene abbandonata 
sul deserto lido di Nasso e Fedra, innamorata di Ippolito, accu- 
mula colpe su colpe. A questi ricordi mitologici che occupano 
la prima metà del carme, tengono dietro alcune considerazioni 
sulla santità della missione affidata al vate e sulla sua inco- 
lumità, considerazioni che si chiudono con un’enfatica lode al 
Sannazaro. E 

-L'elegia presenta alcuni difetti: anzitutto una certa difficoltà 
nell’afferrare il pensiero del poeta, difficoltà che deriva non già 
dall’argomento mitologico, ma dalla libertà con cui è stato svi- 
luppato; poi l’intollerabile stonatura di quell’accenno cristiano 
dell'Uomo-Dio vindice nel Giudizio Universale in mezzo ad ele- 
menti del tutto pagani. 

Quello che rende interessante l’elegia è il contenuto, perchè. 
in essa il poeta abbandona il fare leggero dei carmi del periodo 
napoletano preludendo a un più virile sfogo di sentimenti. 

Fra i carmi di contenuto patriottico (1) il primo cronologi- 
camente, che ci si presenti, è l’ode alcaica per la vittoria di ‘ 
Bartolomeo d’Alviano in Cadore (2), composta probabilmente 
nel marzo del 1508 (3). 

In essa il poeta inizia con un’invocazione solenne a Talia 
perchè eterni nel canto il nome del vincitore e ne ricordi le 
gesta (str. 1-2), indi, richiamandosi ai tempi da poco trascorsi, 
quando sugli animi gravava il peso della minaccia teutonica (3-4), 
abbozza con immagini concitate lo svolgersi della battaglia. Ecco, 
mentre il nemico incalza verso i piani italici, l’Alviano s’av- 
venta ruinoso nel più acceso incalzar della mischia e i monti 
e gli alpestri Fauni stupiscono alla vista dell’esercito véneto (5-6). 
E i Germani orribili, soliti a calpestare impunemente il suolo 


(1) Vedi per questi M. GaLpi, La tracotanza teutonica nel pensiero di un 
umanista del sec. XV, in Vela latina, a. Ill, n° 42. 

(2) « O quae alma grato carmine fortium ». 

(3) Sancpo, Diarii, VII, p. 347 sgg. 


68 V. MISTRUZZI 


italico, s'accorgono che s'è riaccesa l'antica virtù e che un nuovo 
Mario combatte contro di loro. Ma l’Alviano incalza: il fiore 
della gioventù alemanna cade tingendo di rosso le candide nevi 
cadorine e il Piave impetuoso (7-8). La rocca è presa e invano 
s'oppongono i petti nemici all’italico valore, invano contro ai 
nostri si schierano e le asperità dei luoghi e il tempestar delle 
bombarde. L’Alviano incita i suoi, che gli si stringono attorno, 
e vince (9-12). Di qui passando a ricordare i fattori più efficaci 
della vittoria, il Cotta esce in calde lodi per Bartolomeo d’Al- 
viano e per Giorgio Corner che, concordi nell’opera, fiaccarono 
la tracotanza nemica e rasserenarono il Senato, rendendo alle 
genti trepidanti la pace (13-16): | 


Vos iam timebit barbarus, ac suis 
pedem cavebìit tollere finibus, 
ni laeva mens est, Dique nostros 
accumulare volunt triumphos. 


Quanto siamo dunque lontani e dai teneri carmi a Licori e 
dai leggeri epigrammi ai letterati napoletani! Il poeta, che vede 
sul campo insanguinato volare la vittoria alata e sente un fre 
mito di romanità spirare sulle violate nevi cadorine, qui con- 
divide e canta la passione e l’esultanza di tutto un popolo. Non 
è chi non veda come nella produzione letteraria di Giovanni 
Cotta quest’ode sia una rivoluzione. Come può essere accaduto 
cio? Gli è che il Cotta è poeta veramente e trae dalla vita l’isp+ 
razione del suo canto. Ecco perchè a Napoli i suoi carmi sono 
trilli d’usignuolo innamorato, perché nel Settentrione sono sosti- 
tuiti da un concitato fremere del sentimento patriottico. 

Patriottico nel senso che gli suole attribuire il ’500, perchè 
per l'incertezza delle condizioni politiche in cui viveva l’Italia in 
quel secolo, dilaniata dalle invasioni di popoli stranieri, il con- 
cetto di unità, retaggio solo di pochi spiriti eletti cui il resto 
viveva completamente estraneo, era ben lungi dall’essere sentito. 
Per questo il pensiero politico di Giovanni Cotta che, com'è 
cantato in quest'ode, non è ancora nazionale nel senso unitario, 


GIOVANNI COTTA 69 


si ricollega con tuttà quella produzione letteraria cinquecentesca 
che con simili intendimenti fu suscitata come reazione all’in- 
vasione francese e spagnola. Non già il concetto d’unità, ma 
. l'odio contro lo straniero, la gioia per la sua disfatta è il mo- 
tiro predominante non solo di quest’ode, ma di un altro epi- 
gramma. Senonchè mentre qui quell’odio è concentrato contro 
un nemico, là è volto contro tutti, contro 


... Quisquis verat barbarus Italiam. 


Ed è appunto il pensiero politico racchiusovi e la sincerità 
con cui fu espresso, che rende interessante quest’ode. Essa però 
fu variamente giudicata dalla critica. Lo Scaligero arrivò a dirla 
«indegna d’esser letta » (1), ma i critici posteriori furono ben 
lontani dall’uniformarsi al suo giudizio. Emilio Costa (2), pur 
non disconoscendone i meriti, ammette che essa « perda nel con- 
« fronto con altri d’argomento men grave »; opinione che è da 
tutti i critici ammessa, anche dai più recenti, come dal Fla- 
mini (3), il quale stima che « se non raggiunge l'eccellenza delle 
« elegie amorose, non è forse inferiore, per bene espressa carità 
« di patria, alla celebratissima del Navagero sulla devastazione di 
« Padova, e certamente avanza i carmi ispirati dalla medesima 
« vittoria a Romolo Amaseo e al Borgia ». A_ proposito del quale, 
se la tirannia dello spazio non me lo vietasse, mi sarebbe grato 
riportare qui parte del carme, che servirebbe non solo a dare 
un’idea della superiorità del Nostro sul letterato napoletano, ma 
a dimostrare altresì come i concetti espressi dal Cotta nella sua 
ode-epinicio siano stati da esso riprodotti con qualcuno degli 
stessi richiami classici, che là abbiamo notato (4). 


n —__— 


(1) Poétices, lib. VI. 

(2) Nella prefazione alla sua Antologia della lirica latina in Italia nei 
sec. XV e XVI, Città di Castello, Lapi, 1888. 

(3) Il Cinquecento, p. 119. 

(4) Vedilo tuttavia nel vol. Le rime di Bart. Cavassico, a cura di V. Cras, 
Bologna, Romagnoli-Dall’Acqua, 1893, disp. CCXLVI, p. ccLxxI1 sg. 


70 V. MISTRUZZI 


Il secondo carme in cui faccia capolino il sentimento patriot- 
tico è l’epitaffio di Caparione (1), che per l’accenno, che vi si 
nota, di imminenti lotte contro i Galli fedifraghi, deve essere 
stato composto nei primi mesi del 1509, quando i preparativi 
bellici per la guerra contro i Francesi distolsero l’Alviano e il 
Cotta dalla quiete di Pordenone. 

Caparione era stato il cane fedele di Bartolomeo d’Alviano 
ed il suo nunzio e le schiere germaniche avevano imparato a 
conoscere dal suo latrato la presenza del duce. Ora, poichè per 
esse quella presenza era segnale di sicura sconfitta, il latrato 
del cane ne era messaggio. E ne avevano orrore. Ma Caparione 
era morto e l’Alviano l’aveva fatto coprire sotto un tumulo e 
ne aveva segnato con un marmo la fossa. Fu in quell’occasione 
che il Cotta compose quest’epitaffio. Egli immagina che il cane 
parli al viandante perchè ne riporti al padrone le voci. E quali 
potranno essere queste voci se non il ricordo dei tempi gloriosi 
da lui condivisi? «Un giorno — egli racconta — le schiere 
« germaniche m’udirono per caso latrare nell’oscurità e, credendo 
« che, come al solito, s'avvicinasse il duce, fuggirono spaventate. 
« Ma, ridendo, disse una delle Parche: Non trepidate! è già ab- 
« bastanza che voi abbiate temuto una sola volta, nè i fati per- 
« metteranno che venga qua colui che or fuggite, prima che 
« abbia mandato all’Orco i Galli traditori e chiunque, barbaro, 
« calpesti il suolo italico ». A questa parte, che racchiude un 
fortissimo pensiero, segue un distico che attesta l'affetto e la 
riconoscenza di Caparione anche oltre la tomba: 


quisquis ades, domino haec referas, precor; haec quoque pauca 
‘ addito: amat te etiam trans Styga Caparion. 


L'epitaffio è condotto con quella semplicità che è caratteristica 
del poeta. Vi si introduce, come in quello a Quinterio, l'elemento 
mitologico nell’accenno e nelle parole della Parca, ma è fug- 


(1) « Caparion ego sum, quem vivum maxime amavit ». 


GIOVANNI COTTA 7} 


gevole. Quello che interessa più da vicino è l’assurgere, che vi 
si fa, da un argomento per sè frivolo ad accenti che invano si 
cercano in altri tumuli, inspirati da questi animali. A proposito 
dei quali, per non perderci in lunghi raffronti, che pur sareb- 
bero d'un certo interesse, manderemo il lettore a quel copioso 
mosaico che è l’Asmprithealrum sapientiae socraticae joco- 
seriae (1), ove sono anche raccolti parecchi carmi in onore 
del cane. 

Ed eccoci così all’ultimo carme. | 

Come abbiamo avuto campo di notare in più di un’occasione, 
G. Cotta ebbe un vero culto dell'amicizia. Egli fu sempre amico 
sincero e, con l’Alviano, eroico. Abbiamo anche veduto come 
questo sentimento d’amicizia entrasse a pervadere qualche carme; 
lo vedremo informare anche le lettere. Però dove la sua anima 
buona ed affettuosa si rivela maggiormente è nell’epigramma 
ad A. Navagero e G. B. Dalla Torre (2), solcato anche da un 
tenue rivolo di mestizia, che ce lo rende ancor più caro. 

Il poeta, che da qualche tempo vive in dimestichezza con i 
due letterati veneti, è costretto a staccarsene per passare in 
altre terre, e dà loro con questo carme l’addio, esprimendo 
tutto l'amore che nutre per essi, chiedendo in pari tempo, anche 
nella lontananza, uguale corrispondenza di affetti. 

L'epigramma è dei più teneri e dei più sentiti del Cotta e 
sgorga dalla sua anima affettuosa come una limpida polla. Ha 
tutto il candore delle cose spontanee. Par quasi che il poeta 
non s'accorga neppure delle reminiscenze catulliane con cui 
si apre e si chiude, condotto com'è senza palese studio della 
forma. 

Il Cristofori, commentando storicamente questo carme, lo dice 
composto sullo scorcio del 1507 (3). A parte l’errore cronologico 


(1) Hanoviae, typis Wechelianis, Impensis Danielis ac Davidis Aubriorum 
et Clementis Schleichii, MDC.XIX, vol. I, p. 525 sgg. 

(2) « Iam valete, boni mei sodales ». 

(3) Op. cit., p. 21. 


72 V. MISTRUZZI 


che ei commette qui e che noi abbiamo avuto campo di cor- 
reggere, crediamo non sia possibile collocarlo, com’egli intende, 
al chiudersi della corte letteraria di Pordenone e perchè il 
Navagero seguiva lui pure l’Alviano nella lotta contro ì Fran- 
cesi e perchè non ci è attestato che il Dalla Torre fosse stato 
a Pordenone. Non nascondiamo d’altronde un grave imbarazzo 
nello stabilire con maggiore precisione la data di composizione 
di questo breve componimento. Dovette certamente essere stato 
in occasione di una partenza del Cotta che non lasciava proba- 
bilità di un prossimo ritorno. Ma quale? Allo stato attuale delle 
ricerche non è possibile dare una risposta. Può darsi che si 
riferisca a quell’ultimo anno di vita del poeta, del quale non è 
rimasta traccia nelle memorie del tempo. 


E così si chiude l’opera poetica di Giovanni Cotta. A lui però 
furono attribuiti anche alcuni carmi che poi non si riconferma- 
rono per suoi. 

Fra questi è quel grazioso epigramma /n Hiellae ocellos (1) 
che fu aggiudicato al Nostro nell'edizione dei Carni di Ba- 
silio Zanchi e di Lorenzo Gambara e d’altri, uscito nel 155% 
Il Cristofori, che ne fece cenno nel suo studio, mostra di dubiì- 
tarne ancora (2), anche per riscontri con alcune frasi usate dal 
Cotta. : 

Non è vero anzitutto che il Morelli lo attribuisca ai fratelli 
Gian Stefano e Catelliano, perche egli lo dà come del Navagero, 
riferendosi all’edizione veneta del 1530 curata dagli amici stessi 
del poeta veneziano e all’opinione di Gaetano Volpi (3). Ora il 
breve carme è indubbiamente del Navagero e per le ragioni 
addotte dal Morelli, e perchè Hiella è stata la sua ispiratrice, 
e perchè vi si sente la maniera del legittimo autore, che più 


(1) « Quamvis te peream aeque, Hyella, totam >». 
(2) Op. cit., p. xxt1. 
(3) MoreLLI, Op. cit., p. 43. 


GIOVANNI COTTA 73 


del Nostro deriva dai modelli antichi e dai poeti d’amore con- 
temporanei. Quei riscontri, che il Cristofori nota tra questo 
epigramma ed altri del Cotta, sono — come egli osserva molto 
giustamente — luoghi comuni della poesia amorosa del tempo. 

Non è certo del Cotta l’altro che si intitola /n Laurentem pro 
libertate patriae tyrannicidam aggiudicatogli da G. Gagneo, 
‘ dal Volpi e dal Benini. Lo ripudiò il Morelli (1), meravigliandosi 
come si sia potuto attribuire al Cotta un carme, che si riferisce 
ad un avvenimento posteriore di 37 anni alla sua morte. 

Così pure crediamo col Morelli che non abbia nulla a che 
fare con il Nostro quel componimento poetico fatto sullo schema 
del sonetto, che si intitola Puellae visendae desiderium (2). 
Gli fu attribuito nella citata edizione oporiniana dei carmi di 
B. Zanchi e L. Gambara, ma il Morelli lo rifiutò (3), giudicandolo 
di uno dei fratelli Gian Stefano e Catelliano. 

Per la storia di questa imitazione latina del sonetto toscano, 
mì piace riferire che Publio Francesco Spinola milanese, chiesto 
da Marcello Ugoni bresciano, se fosse possibile riprodurre nella 
lingua di Virgilio il sonetto con rispettivi versi e rime, ne l’ac- 
contentò inviandogli il presente carme di un certo Cotta, avuto 
da Andrea Camuzzi, medico e filosofo di Lugano (4). Lo Spinola 
poi lo pubblicava nel libro dei suoi Endecusillabi, che uscì a 
Venezia nel 1563. Credo anch’io col Morelli che questo compo- 
nimento non si debba accettare come del Cotta e perchè dal 
Camuzzi non è detto di Giovanni e perchè non figura nelle 
precedenti edizioni e nei manoscritti. Vi si aggiunga che tutti 
i nominati personaggi lombardi fanno pensare più a un loro 
conterraneo, cioè a Gian Stefano o a Catelliano, che al Nostro, 
con la cui maniera il sonetto non ha nulla in comune. 


(1) Op. cit., p.46 n. 

(2) « Aura en Favoni mitiorque Caurus ». 

(3) Op. e loc. cit. 

(4) Desumo queste notizie dall'epigramma di Publio Francesco Spinola con 
cui il sonetto trovasi accompagnato. 


74 V. MISTRUZZI 


- 


Arriviamo così alle lettere, due sole, il cui contenuto fu 
già da noi accennato a suo luogo. Esse non presentano gran 
che di rilevante, se si eccettuino l’espansività e la gentilezza 
d'animo di chi le scrisse. Vi si nota invece un particolare 
studio della forma, in uso presso gli umanisti e gli scrittori del 
Rinascimento, che mettevano nell’epistolografia la stessa cura, 
che usavano nei carmi, cosicchè le vediamo tornite e fiorite di 
grazie estranee alla semplicità dello stile epistolare famigliare. 
Una esagerata ampollosità nuoce alla prima, scritta circa a 
vent'anni, donde consegue una difficoltà, in mezzo a quell’in- 
trecciarsi di proposizioni, nell’afferrarne il contenuto. Ben più 
spigliata e semplice è la seconda, scritta da Napoli al Sanna- 
zaro in Francia. Non mancano tuttavia alle due lettere i pregi, 
che ci fanno lamentare la perdita delle altre, forse molte, che 
il poeta, contornato d’amici, scrisse nel breve periodo della sua 
vita e che avrebbero giovato indubbiamente a lumeggiare qualche 
periodo non chiaro della sua attività e a farne comprendere 
maggiormente l’opera letteraria. I 

Abbiamo terminato così di analizzare la scarsa opera di Gio- 
vanni Cotta, alla quale la critica diede, come vedremo, quasi 
sempre il suo assenso. 

Uno dei punti sopra i quali taluno indirizzò il suo strale fu 
l'imitazione di Catullo. Vi dovette essere anche chi arrivo a 
tacciare il poeta di plagio dall’antico concittadino, se ancora nel 
secolo XVI vi fu in G. Matteo Toscano (1) chi lo difese ener- 
| gicamente. | 

Vi sono — è vero — dei carmi amorosi che in qualche verso 
ripetono i ritmi e talvolta i concetti stessi del cantore di Lesbia, 
ma i raffronti sono scarsi. I primi sei versi del IV a Licorì ri- 
sentono di reminiscenze di più di un carme di Catullo : il primo 
e il terzo endecasillabo sono ricalcati sui due primi dell’epi- 


(1) Pepli Italiae, 1. IT, n° 56: « Cottam ad sidera dum meis vocare ». 


GIOVANNI COTTA 75 


gramma a Catone (LVI) (1), mentre gli altri tre ricordano i 
primi del carme a Celio (LVIII). 

Così anche l’inizio del carme Ad Ca/lorem fluvium ha il me- 
desimo muovere di quello di Catullo a Sirmione (XXXI) e la 
chiusa del X del Cotta ricorda quella dei carmi a Furio (XXVI), 
all'amante di Mamurra (XLIII) e al passero di Lesbia (III), 
senza che però siavi imitazione nel concetto e nelle parole del 
poeta latino. Sono motivi ritmici che il Cotta riproduce forse 
senza accorgersene, tra i quali nell’inizio già detto del IV a 
Licori si insinua qualche voce ormai consacrata dal linguaggio 
amoroso. | 

Altri di questi motivi ritmici, che non si possono certo dir 
plagi, sono l’ «aestuosa anima aestuosiorem » del IV carme a 
Licori cui corrisponde l’ « ebriosa acina ebrosioris » (XXVII) e 
il distico « Ergo non credis mihi? non mihi credis amanti », che 
si potrebbe non senza fatica ricondurre al carme ad Asinio, là 
‘ove Catullo esclama « Non credis mihi? crede Polioni » etc. (XII). 
Così il « flosculus Iuventiorum » (XXXIV) può essere stato pre- 
sente alla mente del poeta quando compose l’epitaffio di Quin- 
terio e il « venite in ignes » del XXXVI carme quando dettò 
il primo a Licori. Ma qui non si può parlare di studiata imita- 
zione, tanto meno poi di plagio. Tocca sovente anche a’ poeti 
migliori, ben lontani dal pensiero di rubare altrui, di riprodurre 
nei loro canti immagini, emistichi e talvolta interi versi dai 
maestri maggiormente studiati e divenuti, per dir così, parte 
di loro stessi. Così è toccato al nostro poeta ed a qualche altro 
poeta del Rinascimento, sebbene tra i catulliani contemporanei 
il Cotta sia, in fatto di reminiscenze, tra i più parchi. 

C'è poi qualche altro raffronto, che non può dirsi propriamente 
plagio da Catullo, e che si può invece ricondurre a « luoghi 
comuni » della poesia amorosa greco-romana, entrati universal- 
mente nei poeti cinquecenteschi, come le espressioni comunis- 


(I) I numeri romani indicano il numero progressivo occupato dai rispettivi 
carmi di Catullo nell'edizione teubneriana. 


76 V. MISTRUZZI 


sime di fuochi, fiaccole, fiamme, incendì d’amore, che entrano 
nel campo delle similitudini e delle figure della poesia ero- 
tica (1). Così è certo un luogo comune il concetto espresso nel 
sesto verso del IV carme a Licori, perchè la dichiarazione che 
la donna amata è più cara degli occhi, era d’uso frequente 
nei poeti, non in Catullo soltanto, dove pur trovasi nei carmi al 
passero di Lesbia (III, 5), all'amico Calvo (XIV, 1) e all’amata 
(LXXXII, 3; CIV, 2), ma anche in altri scrittori sia latini che 
greci. 

A questi luoghi comuni della poesia erotica si può ricondurre 
anche il giuramento d’amore per il proprio capo del carme VI, 
di cui è un esempio in Catullo nell’epigramma sulle sue rela- 
zioni con Lesbia (XCII) e la protesta d’amore a qualunque costo, 
anche della morte, che è nel carme III a Licori, che trova ri- 
scontri non in Catullo soltanto, ma anche in Properzio e in 
Ovidio. i 

Un «luogo comune » è anche l’elemento mitologico, del quale 
il Cotta non abusò. Benchè accenni del genere si trovino in 
qualcuno dei suoi carmi, tuttavia l’uso che ei ne fece fu si 
parco, che si può quasi affermare che egli sfuggi a questo malo 
vezzo dei tempi. Il richiamo che il Cotta fa talora dei miti non 
ha altro scopo all’infuorì di quello di colorire il pensiero o l’im- 
magine. Un solo dei suoi componimenti poetici è in parte im- 
perniato sopra un motivo mitologico, l’elegia sull’empietà del 
re Minosse, ma là il mito non è un luogo comune, bensì l’ar- 
gomento del canto. 

Mai o quasi mai entra la mitologia nei carmi d’amore, se sì 
eccettuino gli accenni ad Encelado ed a Tifeo del IV a Lì- 
corì (VIII, 24) e alle Ninfe in quello al fiume Calore (IX, 2 e 22); 
mai in quelli ai letterati napoletani, negli epigrammi al Nava- 
gero ed a Verona. Nei due epitaffi ricorre l'elemento mitologico 


(1) Vedi R. PicHon, De sermone amatorio apud latinos elegiarum scri- 
ptores, pp. 18-26, e C. Pascat, Poeti e personaggi catulliani, Catania, Bat- 
tiato, 1916, 193 sgg. 


GIOVANNI COTTA 7° 


nei richiami a Narcisso e ad Apolline (IV; 2) come termini di 
paragone per la bellezza di Quinterio e negli accenni alla 
Parca (IV, 3; XIV, 8), all’Orco e allo Stige (XIV, 11, 14). Ma 
son richiami fuggevoli, nomi che nel palpito che anima la ma- 
teria trattata, passano inosservati. Un po' meno parco il Cotta 
è nell'’ode per la vittoria del Cadore (X, passim). 

Di Catullo nel Cotta è l’uso degli schemi ritmici da lui pre- 
feribilmente usati, il linguaggio fiorito di diminutivi e vezzeg- 
giativi non però condotto alla leziosità del Pontano e la spon- 
taneità del sentimento, che non si lega in formule, ma si libera, 
ora melanconico, ora impetuoso nei carmi con semplicità e na- 
turalezza. 


La critica fu, come abbiam detto, generalmente favorevole 
all’opera del Cotta, ma non mancarono le voci discordi. Il giu- 
dizio più severo fu certamente quello di G. C. Scaligero che, non 
ostante il più lusinghiero assenso dato singolarmente ai carmi 
d'amore, arrivò poi a rimproverare al poeta « quum sese ad 
« Catulli mollitiem totum effinxisset, tantam numerorum nequi- 
«tiam addidisse ut etiam affectasse palam sit » (1). Il suo pen- 
siero fu condiviso dal Gravina, che ebbe a scrivere: « Troppo 
« studio ancora usò il Cotta nell’affettata tenerezza del suo stile 
« sì rotto e stemperato nei numeri e sì pieno, per così dire, di 
« smorfie femminili, che per troppa frequenza si rende stuc- 
« chevole. Fortunato, che con sì scarsa materia e si lento vi- 
« gore ha saputo acquistare e fino ai nostri dì sostener tanta 
« fama » (2). Severo è anche il giudizio di Jacopo Gaddi. « Qui 
« [Cotta] lascivum poetam imitatus est in carmine, secutus est 
« brevitate vitae, quam amisit plane iuvenis; dignus longiori, 
«si maturum, grave, castumque scribendi genus adhibuisset. 
« Corrupto tamen aevo lasciviamque amanti, vel certe nimiam 
« mollitiem, aut teneritudinem poèticam, poemata Cottae saepius 


(1) Poétices, 1. VI, cit. 
(2) Della ragion poetica, 1. I, XLI. 


78 V. MISTRUZZI 


« edita fuerunt olim; quae deinde, florentibus poétis nobilioribus 
« et gravioribus, languere sunt visa » (1). 

Contro queste tre voci isolate s'alza un coro di plauso e d'as- 
senso. Il Partenio (2), G. Rapicio (3), L. G. Giraldi (4), Q. M. Cor- 
rado (5), lo stesso Gravina (6), non ostante il giudizio severo 
già riportato, non esitarono a porlo — con il Sannazaro, il Pon- 
tano, il Fracastoro, il Bembo, il Navagero, il Flaminio e pochi 
altri — tra i migliori del suo secolo. Il Flaminio stesso in un 
epigramma (7) protestava di preferire i carmi del Cotta a quelli 
dello stesso Catullo con un giudizio indubbiamente esagerato ed 
audace ma che — non contrastato dai critici posteriori, quali 
I. Gaddi (8) e G. M. Toscano (9) — serve a darci un'idea del- 
l'entusiasmo con cui erano letti i carmi del poeta. 

Non fu meno favorevole la critica dal sec. XVIII in poi. Il 
Volpi chiamava i carmi del Cotta, con quelli del Fracastoro, del 
Bonfadio, del Fumano e di Nicolò d'Arco, « suavitatis et elegan- 
« tiae plenissima » (10); il Maffei, « d'antico sapore e di grazia 
singolare » (11) e il Tiraboschi « tali che quanto maggiore è il 
« piacere che si sente leggendoli, tanto maggiore è il dolore 
« che si pruova al vederne sì scarso numero » (12). Particolar- 


(1) De scriptoribus non ecclesiasticis, t. I, p. 46. 
(2) De poetica imitatione, cit. 

- (3) De numero oratorio, 1. V. 
(4) De poetis, ecc., cit., Opera, Lugduno Batavae, t. II, 5398. 
(5) De lingua latina, 1. XIV. 

(6) Nell’Epistula de conversione dottrinarum. Vedi MoRELLI, cit., p. 23. 
(7) Eccolo: 
Si fas cuique sui sensus expromere cordis, 
hoc equidem dicam pace, Catulle, tua: 
Est tua Musa quidem dulcissima; Musa videtur 
ipsa tamen Cottae dulcior esse mihi. 


(8) Op. e loc. cit. 

(9) Op. e loc. cit. 

(10) Nella lettera preposta all’edizione cominiana dei carmi del Fracastoro 
e d'altri del 1718. 

(11) Op. cit., p. 210. 

(12) Storia della letter. ital., t. VII, 1, III, cap. IV, $ XVIII. 


GIOVANNI COTTA 19 


mente interessanti ì giudizi del Tommaseo e del Costa. Il Tom- 
maseo così scriveva: « Nel verseggiare latino [il Cotta] sovrasta 
«al Fracastoro, al Flaminio e a tanti altri troppo già celebrati. 
«Il Cotta ha stile suo. ha candore ed affetto e la natura. l'ami- 
« cizia, la bellezza egli canta appassionato e semplice e vero, 
«meglio che i canzonieri del suo tempo... Ed è bello vedere 
«in cuor tenero sensi forti e dolce rammentare che la vera 
« delicatezza non è mai senza forza. Il Cotta ha del peruginesco 
« nel fare » (1). Ed Emilio Costa: « O tema ed insieme desideri 
« udir la voce della sua bella, che lo fa beato e al tempo stesso 
«lo strugge. o canti il dono ch'essa gli ha fatto d'una ciocca 
« de’ suoi capelli. che più viva gli accendono nel cuore la fiamma. 
« 0 lo struggersi degli occhi suoi pel gran pianto. egli è così 
«vivo. così fresco, così vero, che assai ragionevole ci pare l’en- 
« tusiasmo con cuì lo onorarono i suoi contemporanei e il nu- 
«mero grande di edizioni che ebbero, anche assai più tardì, 1 
«suoi carmi » (2). 

Se però la critica fu generalmente concorde nel giudicare 
l'opera complessiva del Cotta, nei riguardi dei singoli carmi essa 
fu quant'altra mai in contrasto. Non mi dilungherò qui nel- 
l'esporre i varì giudizi, che abbiamo già veduti nel corso di 
questo studio, e per non ripetere quello che ha già fatto con 
somma diligenza il Murari (3). Mi sia invece concesso dì ripor- 
tare un brano con il quale il dotto studioso chiudeva la sua 
disamina, brano che costituisce una fra le pagine più vere che 
sul poeta siano state scritte fino ad ora: « Questa discordanza 
« profonda ne’ giudizi, che non ha certo la sua ragione nella 
« parzialità o nella incompetenza dei giudici, è una prova .... 
«essa medesima che l’opera poetica del Cotta, anche in quel 
« poco che potè giungere sino a noi, si eleva da quella lette- 


(1) Dizionario estetico, cit., 1. I, p. 92. 

(2) Vedi la già citata prefazione alla sua Antologia della lirica, ecc. 

15) R. Mtrari; Due epigrammi, p. 160. Alcune belle pagine sulla poesia del 
Cotta serisse E. Costa nel suo articolo Z7 Catullo del Cinquecento, comparso 
in Vita Nuora, a. I, n° 11, Firenze, 31 marzo 1839, 4 sgg. 


80 V. MISTRUZZI 


« ratura spicciola umanistica con cui al suo tempo una pleiade 
« di latinisti cercavan d’illudere, più che gli altri forse sè stessi 
« di essere eredi della genialità classica di Roma. Poichè unica 
«la vera arte soggettiva, non già la imitazione supina di mo- 
« delli pure squisiti, che ha per mezzo tecnico solo il mosaico 
« di frasi lambiccate o ripescate e ricucite, può, secondo che il 
« critico sente quello che sente il poeta o dissente da esso, in- 
« spirargli il biasimo sincero o la lode più ampia. Così della 
« soave musa del giovinetto poeta noi potremo ripetere ciò che 
« il Toscano al maestrucolo ricordato più sopra: 


» .... suum Catullum 
Cottam sic imitarier, Catulli 
proclive ut minus aemulum aemaulari 
sit, ipsum quam imitarier Catullum ». 


VI. 


Le rime. 


Se dei carmi latini di Giovanni Cotta non mancò mai chi di 
tanto in tanto si occupasse, non c’è stato fino ad ora alcuno che 
facesse altrettanto per le poesie italiane, che dormono ancora il 
sonno di cinque secoli, in cui il più squallido oblio le ha tenute. 

Eppure non è da credere che queste poesie fossero ignorate 
dagli studiosi. Il fatto d’essersene divulgata una per le stampe 
fin dal 1546 (1), aveva attirato l’attenzione del Giuliari, spin- 


(1) È la ballata 


A che vo' riveder l’amata donna. 


che uscì tra le Rime diverse di molti eccellentissimi autori, ecc., 1. I, Venezia, 
Giolito, 1546, che noi contrassegniamo con F. Il Giuliari non conosceva il 


sonetto 
O bianca man che in me ’l gran foco occolto 


che fu pubblicato nel 1547 dallo stesso Giolito nella raccolta di Rime di: 
diversi nobili huomini, ecc., nè i due che furono impressi per la prima volta 
nell'edizione romana del 1752. 


GIOVANNI COTTA S1 


gendolo a tentare una ricerca, che non può dirsi sia rimasta 
senza frutto (1). Però ancor prima che a lui eran capitati tra 
le mani al Volpi (2) e al Morelli (3) dei codici, che ne conte- 
nevano alquante e ne avevano entrambi preso nota. 

Coloro che più d'ogni altro fermarono su questo lato della 
produzione letteraria del Cotta l’attenzione degli studiosi, furono 
il Foffano (4), che in un suo breve scritto rese conto di due co- 
dici marciani contenenti alcune di quelle rime, e qualche anno 
dopo il Murari (5), che poco v’aggiunse di nuovo. Entrambi poi, 
come i loro scritti comportavano, non andarono più in là di 
una semplice indicazione bibliografica. 

Ho creduto pertanto conveniente, per offrire un uo il più 
che fosse possibile completo della personalità artistica del poeta 
legnaghese, di non trascurare anche questo aspetto men noto 
per non dire ignorato della sua attività e non ho risparmiato 
le ricerche, i cui frutti son per esporre qui ai cultori delle 
patrie lettere. 

I manoscritti che contengono poesie italiane del Cotta non 
sono molti. Uno, come già dissi, era noto anche al Giuliari e 
prima di lui al Volpi ed al Morelli. A quest’ultimo anzi non era 
sfuggito un secondo manoscritto che il Giuliari, non ostante le 
sue ricerche, non era riuscito a rintracciare. 

Sono questi i Codd.: 


A Cod. 202, Ital., cl. IX della Bibl. Marciana (6) che fu 
già di Apostolo Zeno; è cartaceo, in-4°, del sec. XVI, diviso in 


(1) Trovo nelle sue schede negli antichi Archivî veronesi annessi alla Bi- 
blioteca Comunale di Verona l'indicazione di due codici contenenti rime del 
Cotta: il marciano 202 e il palatino di Firenze 221. 

(2) La sua nota fu pubblicata dal FepERICI, Annali della tipografia Volpi 
Cominiana, p. 79 sg. 

(3) Vedi a questo proposito F. ForFaNo, Op. cit., Appendice, p. 335. 

(4) Op. cst., al capitolo Di alcune rime inedite attribuite a G. B. Cotta, 
pp. 335-337. 

(5) R. MurarI, Due epigrammi, ecc., p. 157 n. Vedi anche CkÒistoroRrI, 
Op. cit., p. xx1v sg. 

(6) Vedi F. Forrano, Op. cit., p. 336. 


Giornale storico — Suppl. n° 23. 68 


82 V. MISTRUZZI 


due tomi e contiene rime volgari di diversi autori, una ventina 
circa, più o meno noti, dal secolo decimoquarto al secolo 
decimosesto. Le rime del Cotta, che stanno nel t. I, nel quale 
le carte 88-147 almeno sono scritte dalla stessa mano e non più 
tardi del ’500, sono: 


a) A che vo riveder l'amata donna c. 1227 

db) Si duramente mi tormenta Amore c. 1227 

c) O bianca man, ch’in me "1 gran foco occolto c. 123" 
d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 1237 

e) So ben che non aita c. 123". 


B Cod. 213, Ital., cl. LX della Bibl. Marciana (4) che fu 
° pure di Apostolo Zeno. È cartaceo, in-4°, miscellaneo, dei se- 
coli XVI-XVIII e risulta composto con scritture di età diverse. 
Da c. 15" a c. 72” v’è una raccolta di rime di autori di vari se- 
coli, stesa tutta da una stessa mano del secolo XVI, tra cui sono 
le seguenti del Cotta: 


a) Scio ben che non aita c. 397 

b) Che volsi me infelice, allhor quand’ io c. 40° 

c) Quanto più pensa l’alma et dir il vole c. 40% 

d) Non scio s'io viva o no se mai dal Cielo c. 41" 

e) Poi ch'io lasso mostrar non posso fore c. 417 

f) Dolce mia donna con voi sempre sono c. 41% 

9) O bianca man, che in me il gran foco occolto c. 70%. 


Oltre questi mss., un altro, noto anche al Giuliari e consul» 
tato da R. Murari (2), è il 


C Cod. Palatino 221 (già 931-21,2) della Biblioteca Nazio- 


(1) Vedi per questo codice, oltre il Forrano, Op. cît., p. 836 sg., anche 
M. Bakpi, che ebbe a consultarlo per l’ediz. critica del Canzoniere dantesco, 
in Bollettino della Soc. dant. ital., 1918, p. 35. Mi sento in dovere di ren- 
dere pubbliche grazie ai chiar.mi proff. Enr. Rostagno della Laurenziana, 
Pietro Zorzanello della Marciana e Tom. Lancerotto della Bibl. del Seminario 
di Padova, che mi furono larghi di aiuto in queste ricerche. 

(2) Op. e loc. cit. 


GIOVANNI COTTA 83 


nale Centrale di Firenze (1). È un volume cartaceo del sec. XVI 
della misura di m. 0,211 X 0,298, con legatura in cart., coperto 
di pelle rossastra con impressioni e fregi dorati. Consta di cc. 44, 
che portano due numerazioni, di cui una è sincrona, l’altra più 
tarda. La più antica arriva al n° 48 essendo andati perduti i 
fogli 1, 2, 25 e 26. I poeti che vi hanno qui alcune rime sono 
poco più di una ventina, tutti del secolo XVI, e il Cotta vi è 
rappresentato con queste poesie: 


a) A che vo a riveder l'amata donna c. 33° 

è) O bianca man, ch’in me ’1 gran foco occolto c. 33° 
c) Caro fanciul, che prima che nascesti c. 347 

d) So ben che non aita c. 34". 


A questi codici in seguito alle mie ricerche se ne vengono 
ad aggiungere due di nuovi non meno importanti dei precedenti 
e perchè concorrono a confermare al Cotta la paternità di queste 
rime di cui taluno volle dubitare, e perchè uno, il più copioso, 
ne conserva alcune, che mancano agli altri. 

Sono i seguenti: 0 


D Cod. 163 della Biblioteca del Seminario di Padova, car- 
laceo, del sec. XVI, delle dimensioni: mm. 207 X cm. 15 X mm. 19 
di ce. 68, aventi per titolo: Raccolta di rime di diversi autori 
toscani. I titoli che stanno premessi alle singole poesie come 
i nomi degli autori sono di mano più recente di quella che 
stese il codice. Sul frontespizio sta, di mano del Facciolati, 
l'indice dei rimatori, più o meno noti, della raccolta. A c. 11, 
dove è la ballata 


A che vo riveder l’amata donna 


(1) Per questo cod. vedi la descrizione che ne fece Luigi GextILE, I ma- 
noscritti della R. Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Codici Palatini, 
vol. I, Roma, Bencini, 1889, nella raccolta Indici e Cataloghi (Ministero 
dell’I. P.), n° IV, p. 292. Al chiar.mo prof. Enr. Rostagno, che consultò per 
me questo manoscritto, rinnovo i ringraziamenti per le annotazioni preziose 
fornitemi. 


84 V. MISTRUZZI 


leggesi di mano tarda la postilla: « Questa e li due seguenti 
« sonetti sono attribuiti a Giovanni Cotta e sono stampati. Ma 
« le lettere P. C. [premesse alla ballata] pare che facciano au- 
« tore Paolo Canale ». 

Le rime del nostro poeta, che vi figurano, sono le stesse del 
cod. palatino 221, però diversamente disposte, e cioè: 


a) So ben che non aita c. 215 

db) A che vo’ riveder l’amata donna c. 11" 

c) O bianca man ch’in me il gran foco occolto c. 11" 
d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 11". 


E Cod. 91 della Biblioteca del Seminario di Padova, che 
ha per titolo: Raccolta di rime; cartaceo, del sec. XVI, delle 
dimensioni cm. 22 X 16 X 3, di cc. 198 numerate. Mancano però 
le prime otto e alcune altre qua e là. Anche in questo, come 
nel cod. 163, i nomi degli autori, che stanno premessi alle poesie, 
sono d’età più tarda di quella in cui il codice fu scritto. Sul 
frontespizio leggesi anche qui, di pugno del Facciolati, l’elenco 
dei rimatori della raccolta. Il Cotta vi è rappresentato con 
queste poesie: 


a) A che vo riveder l'amata donna  c. 130" 

db) So ben che non aita c. 1305 

c) O bianca man, ch’in me "1 gran foco occoltò c. 1327 
d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 1327 

e) Sì duramente mi tormenta amore c. 132 

f) Quanto più pensa l’alma et dir il vole ce. 132v 

9g) Chi mai più caro al Cielo e al vago amore c. 1337 
h) Che volsi me infelice allor quand’io c. 1337 

t) Non so s’io viva o no se mai dal cielo c. 133? 

2) Julia che sola ciascun’alma alumi ce. 1337 

m) Felice amoroseto gentil fiore  c. 134" 

n) Sapess' io almen, s'a qualche tua foglietta c. 134" 
o) Poi ch'io lasso non posso mostrar fora c. 134 


p) Altro che morte non fia mai che spinga c. 134". 


—= | 1—- -— 


GIOVANNI COTTA 85 


G Cod. misc. 1250 della Biblioteca Universitaria di Bo- 
logna, che a c. 55 conserva, senza notevoli varietà, la ballata: 


A che vo' riveder l'amata donna (1). 


A tutte queste poesie che trovansi nei manoscritti sono da 
aggiungere le due seguenti, che non figurano in alcuno di essi 
e che videro la luce nel 1752 nell’edizione romana del De Rubeis: 


a) D’antico sasso e d’ogn’intorno roso 
d) Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe. 


Le rime del Cotta fino ad ora conosciute sono pertanto: 


a) A che vo riveder l’amata donna ABCDEF 
d) So ben che non aita ABCDE 

c) O bianca man, ch’in me "l gran foco occolto ABCDE 
d) Caro fanciul che prima che nascesti ACDE 
e) Sì duramente mi tormenta Amore AE 

f) Quanto più pensa l'alma et dir il vole BE 
9) Chi mai più caro al Cielo e al vago amore E 
h) Che volsi me infelice allor quand'io BE 

:) Non so s’io viva o no se mai dal cielo BE 
1) Julia che sola ciascun'alma alumi È 

m) Felice amoroseto gentil fiore E 

n) Sapess’io almen s'a qualche tua foglietta È 
0) Poi ch'io lasso non posso mostrar fora BE 
P) Altro che morte non fia mai che spinga £ 

q) Dolce mia donna con voi sempre sono 8 

r) D'antico sasso e d’ogn’intorno roso G 

s) Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe G. 


Di tutte queste rime ben poche ebbero la sorte di vedere 
prima d'ora la luce. Una, la più fortunata, l’ebbe fin dal 1545 (2), 


(1) Cfr., per questo codice, la descrizione che ne diede ALBano SORBFLLI 
negli Inventari dei mss. delle Biblioteche d’Italia, vol. XXI, Firenze, 1914, 10. 

(2) Rime diverse di molti eccellentissimi auttori, ecce., Venezia, Giolito, 
LI, e nelle ristampe del 1546 e 1549. È la ballata: 


A che vo' riveder l'amata donna. . 


86 V. MISTRUZZI 


una seconda nel 1547 (1), ma fu data come del Molza; le altre 
due nel 1752 (2). Si divulgò invece come opera del Cotta quel- 
l'imitazione italiana dell’elegia terza a Licorì, che noi, dietro 
le orme del Morelli, abbiamo rifiutata come apocrifa. 

Interessante invece a noi è il sapere come a questa parte 
‘ della produzione letteraria del Cotta la critica non abbia fatto 
buon viso. Vi fu anche chi non dubitò di contestarne o almeno 
di metterne in dubbio la legittima paternità, come fece il Cri- 
stofori (3), colpito — e non a torto — dal contrasto tra la fre- 
schezza dei carmi latini e la leziosità stantia delle rime. Che 
codeste però siano da ritenersi come opera del Nostro è indu- 
bitato ora che parecchi codici, la maggior parte indipendenti 
l’uno dall’altro, le attribuiscono concordemente a lui. E il fe- 
nomeno stesso della mala riuscita del poeta nel verseggiare 
italiano dopo la bella prova fatta nell’idioma di Roma, se ci lascia 
dubbiosi guardato isolatamente, più non ci stupisce quando 
venga considerato nel tempo in cui si compi. Non solo il Cotta 
ma altri poeti del Cinquecento, come, per dir solo d’alcuni, il 
Bembo e il Navagero, ci mettono dinnanzi allo stesso fenomeno 
quando dopo averne letto i carmi latini ci troviamo alle prese 
con le poesie volgari. 

Certo si è che chi abbia ammirato nei carmi latini del poeta 
legnaghese la lodata originalità nel cogliere e nel ritrarre bel- 
lamente la spontaneità e la sincerità degli affetti, non può non 
rimaner deluso dinnanzi alla sciatta, manierata e talora inele- 
gante esposizione poetica dei suoi sentimenti contrastati. Il can- 
zoniere del Cotta non ha nulla infatti che lo elevi al di sopra 
delle innumerevoli raccolte, nelle quali — mi sia permesso il 
vocabolo — poeti del Cinquecento stemperavano nello schema 


(1) Rime di diversi nobili huomini, ecc., Venezia, Giolito; è il sonetto: 


O bianca man ch'in me "l gran foco occolto. 


(2) Sono i sonetti editi nella citata stampa del De Rubeis. 
(3) Op. cit., p. xxIv sg. 


GIOVANNI COTTA 87 


ristretto della ballata e del sonetto o nell’àmbito più spazioso 
di una canzone o di un capitolo i dogliosi lamenti del loro cuore 
innamorato. 

La maggior parte di queste rime (1) si intrecciano intorno 
ad un amore del poeta che risale al tempo della sua dimora nel 
Friuli. Fu là, forse in uno dei suoi laboriosi pellegrinaggi d’una 
in altra parte di quella terra, ch’ei conobbe la improvvida inspi- 
ratrice, Giulia, ed iniziò — se vogliamo credergli — la tormen- 
tosa relazione (2). Ma quant’è scialba e irreale questa nuova 
diva se si consideri a fianco di quella figura vera e palpitante, 
che egli adombrò sotto il nome classico di Licori! 

Chi non ricorda l’alito di passione che tormentava, nei carmi 
a costei, l’agile endecasillabo o il distico flessuoso e quell’im- 
magine di fanciulla che viveva e pulsava nell’ardore stesso che 
infiammava il poeta? Al contrario Giulia, pallida dea perdentesi 
nelle vaporosità di una figura ideale, di un tipo, non ha vita. 

Essa, manco a dirlo, come tutte le madonne dei canzonieri 
del tempo, riassume in sè tutti i pregi morali ed estetici. Ri- 
cettacolo d’ogni virtù (VI, 2), unica al mondo (VI, 5) con le 
sue doti celestiali (X, 3) si eleva al di sopra di qualsiasi altra 
donna. La sua stessa presenza nobilita la terra vile che la ospita 
(VI, 9-11). Non già donna ma dea (XI, 2), ha in più anche tutti 
gli attributi della bellezza: un sole adorno «Le splende nel bel 
«viso — E fa a chi "1 vede un dolce paradiso » (II, 51, 52); 
il volto ha celeste (II, 83), la venustà, divina (X, 2), i suoi co- 
stumi, leggiadri, angelici (X, 4); angelico, il favellare (II, 7); 
pieni di dolcezza, gli occhi (X, 7) e bello il seno «di cui 
«non ha più caro seggio Amore » (XI, 2, 3). E gli esempi si 
possono moltiplicare. Essa, in una parola, è l’« unico bene » del 
poeta (I, 13), la più bella donna che mai vedesse il sole (VI, 4). 

Ed ecco il poeta intrecciare al suo sole (IX, 2), alla luce sua 


(1) Due soli sonetti se ne distaccano: il IV e il VII. 
(2) Il nome della sua donna ci è stato tramandato in due sonetti (VI e X) 
€ nella canzone (II) ove è detto che era una friulana (v. 65). 


88 : V. MISTRUZZI 


(II, 53) ogni lode; ed ora cantarne i begli occhi (II, 21), il bel 
seno (II, 70), l’auree chiome (II, 69), la man bianca, bella e cara 
(III, 1-5), la bella bocca (XII, 2), ecc., ecc., ed ora ricordarne 
le « maniere — Sì gentilmente altere » (II, 74, 75), «le ornate 
« sue dolci favelle » (XII, 12), « l’alma beltate e i gentil atti e 
« le parole accorte » (XIV, 9, 10) e tante altre cose, che mi si 
dispenserà dal citare. 

Troppi pregî, come ognun vede, per una donna, per poter 
pensare ad una, sia pur rara, figlia di Eva. Senonchè essi eran 
tanto comuni alle donne — dico a quelle dei canzonieri pe- 
trarcheschi — del Cinquecento, che non possiamo neppure dire 
avventurato il nostro poeta di essersene imbattuto. Egli, sebbene 
già uso ai raggiri d’amore tanto da credersene per sempre im- 
mune, fu talmente preso dalla maliarda, che, se vogliamo pre- 
stargli fede, non conobbe più pace. 

Ma c’è altro! In mezzo a tutto quel profluvio di lodi, che 
puzza eccessivamente di maniera — esse lodi si possono age- 
volmente ricondurre ad altrettali date dal Petrarca a Laura e 
alle loro dive dai suoi degeneri imitatori —, ti imbatti di tanto 
in tanto in qualcuno — e son parecchi — di quei contrasti carì 
al poeti d’allora, come sarebbero «la bella donna et cruda » 
(II, 14), «l'amata mia nemica » (II, 92), « quella senza pietà, 
« ch'homai m’ha morto » (XIII, 7) e altre frasi non meno nume- 
rose, che vorrebbero dinotare turbinose lotte interiori, causate 
all’innamorato dall’ambigua condotta di madonna. Vi è insomma 
perseguita con qualche pregio, se vogliamo, ma con non pochi 
difetti, quella minuziosa, petulante e rancida elaborazione della 
scienza d'amore, così di moda nel Cinquecento. 

Con quanto magra figura per la mascolinità del cantore, ognun 
può vedere leggendo le rime. Io mi ritengo esonerato dall’ob- 
bligo di riportarne gli esempì, anche perchè non sembri che io 
voglia indugiare nell’analisi di queste poesie più di quanto esse 
non meritino. È un continuo lamento, che esce dall’animo an- 
gustiato del poeta, per cui egli è ricondotto ad ogni piè sospinto 
all'immagine o al desiderio della morte, che tu trovi accennata 


GIOVANNI COTTA 89 


in quasi tutte le poesie, sia che in essa egli veda ormai tras- 
formata la sua vita infelicissima (III) o in essa speri la libera- 
zione da tante pene insopportabili (II, 64) o in essa brami, dopo 
aver finalmente contemplata la sua dea, chiudere l’esistenza (I). 

Oltre a ciò non mancano nell’esposizione degli effetti della 
passione dolorosa gli esempî, sebbene, per esser giusti, molto 
rari, di intollerabili esagerazioni, che fanno a pugni con il nostro 
senso estetico e preludono al secentismo (X, 7, 8; XII, 13, 14). 

Soffocata la scarsa inspirazione entro alle pastoie dell’imita- 
zione, manca qui quel soffio di vita, che alitava invece nei carmi 
a Licori ed a Rubella, a cui ricorriamo sempre per amor di 
contrasto leggendo queste rime annacquate. Alle quali se man- 
cano certe esagerazioni, che facevano sgranar tanto d’occhi a 
Momo nei Mondi del Doni e muovevano a nausea il Franco e 
l'Aretino (1), non possiamo perdonare di aver rubato forse il 
posto ad altrettanti epigrammi latini pari a quelli posseduti (2). 


I 
Ballata. 


A che vo' a riveder l'amata donna 
se "1 subito partire 
è poi per raddoppiar il mio martire? 
So pur che, quante volte l'ho revista, 
5 giunto m'ha novo ardore 


L Gad; F vuo; A4BG vo riveder. 8. 4 radoppiar; Y raddoppiare; G rà- 
doppiare ell 4 A4i’'lho; Mil’hoattrista. 6. DG gionto; G me. 


(1) Gmar, Attraverso il Cinquecento, Antipetrarchismo, pp. 45 sgg. 

(2) Nel dare il testo delle rime del Cotta ho seguìto fedelmente la lezione 
del cod. 91 del Sem. di Padova, permettendomi soltanto di aggiungervi gli 
accenti, che quasi sempre mancano, e la punteggiatura. Solo in due o tre casi, 
soll'autorità di altri mss., mi son visto nella necessità di abbandonare la 


lezione di questo codice, che generalmente è la migliore, e sostituirvi quella 
d'altri. 


90 


10 


15 


V. MISTRUZZI 


et che l’allontanarmi più m'’attrista 

quanto più l'ho nel core; 

ond’hor che ’1 tempo attempra "1 mio dolore, 
devrei, lasso, fuggire 

di far per che via più che mai sospire. 


Ma chi pon freno al lungo e gran desio, 


hor che ’l destin pur vuole 

che veder possa l’unico ben mio 
consolarmi qual suole 

con bei senbianti et con dolci parole? 
Hor via; che un tal gioire 

ben è sentire un poco et poi morire. 


6. 4G alontanarmi, 28 lo alon..., D lo allon...; 4 atrista, Z. artrista 
8. D oh'il; F tempre; G tempra; ACFG il mio. 9. CD dovrei; AG fugire. 
10. A D perchè vien, F perche vie. 11. 4 lungo gran desio, O et gran djsio (la j 
è riscritta in rasura, pare, su una e), BDG longo. 12 4G vole. 14. FP sole, 


16. A F dolce. 


10 


15 


1. Bscio. 


16. CD ch’un. 17. D meglio; 40D sentir; 4Ge poi. 


II. 
Canzone. 


So ben che non aita 


lo mio affannato petto — 

il dir mie pene a chi mia morte vole; 
ma chi perde la vita 

e "1 ben de l'intelletto, 

ben perder pote anchora le parole, 

et chi da ver si dole 

celar non po "l dolore, 

sì che con aspri stridi 

forza m’è homai che gridi 

che mia donna, mia sorte, e "1 mio signore 
son accordati inseme 


a trarmi tormentando all’hore extreme. 


La bella donna et cruda, 


poi che di me s’accorse, 


5. A lo ’ntelletto. 7. AD e chi; B del ver. 8. AD po il, 


BO puo il. 9. A assai stridi. 10. B ch'io. 11. Bet mio; Del. 12. 2 in sieme, 
D insieme. 18. A a lhore, BCD a l'hore. li. De. 15. A perchè. 


iL mene. siii ASSI deg gini oa vili Sani 
PI 


GIOVANNI COTTA 91 


mostrò d’haver graditi i miei desiri; 
et hor ridendo ignuda 
‘ la bella man mi porse, 
hor di pietà si tinse a’ miei sospiri, 
20 hor con soavi giri 
_ in mei begl’occhi volse 
e per più assicurarmi 
talhora disse amarmi; 
così quella crudel il cor mi tolse 
25 et io che troppo cresi, 
mentre potea, da lei non mi difesi. 
Hor ito son tant'anzi 
- che, benchè aperto i’ veggio 
ch'ella si piglia ’1 mio penar a gioco, 
30 per tempo che m'avanzi, 
potrò forse haver peggio, 
ma non mai ralentar il mio gran foco; 
nè giusto sdegno, o loco 
che per rimedio i’ cange, 
35 nè 'l rimembrar che m’ami 
altrui, e a sè mi chiami, 
punto de l’ostinato effetto frange, 
anzi, com'io comprendo, 
quant'io contrasto più, più ogn’hor m’accendo. 
40 Ond’hora lagrimando 
biastemo la fortuna, 
che ’1 bramato ritorno m’interdice; 
e dico sospirando: 
— Chi sa! se forse alcuna 
45 mercè impetrata havesse, o m'’infelice!, 
far mi potea felice 
un’ hora, non che un giorno; 


16. C dhaver. 19. B tins'a. 21. AB begli. 22. CDet per. 28. 4 talhor 
disse d', B dice. 25. la parola cresi [= credetti), dimenticata, in B, è aggiunta în 
margine da mano più recente. 98. B di lei; ABCD diffosi, 27. D tanto anzi. 
88. 0 ben che; 8 ch'aperto, D bench’aperto. 29. AC chela si piglia il. 680. B mi 
havanzi. 81. B fors'haver. 82. AC rallentar. 84. A remedio. 85. C ne il, 
2 nel, D ne'l. 87. D ponto. 89. D quanto io. 40. B onde. 4dl. C biastemmo. 
"i chel, D ch'il; B rittorno. 48. Cet. 44 CD Chi sa? 45. ABCDo me 

ce, 


92 V. MISTRUZZI 


e ancor che fosse dura, 
pur a mia vita oscura 
50 asconder non potea quel sol adorno, 
che splende nel bel viso 
e fa a chi ’1 vede un dolce paradiso! — 
Hor lunge è la mia luce 
et sì forte è "1 desire 
5) che, se pur vivo, il vivere m’annoia; 
et quanto ad altri luce 
et altri fa gioire 
.a me fa notte amara e accresce noia; 
et meglio è assai ch'io moia, 
60 per quel c'homai mi creggia, 
per finir tante pene; 
et pur picciola spene 
sostienmi: ch’ancor fia ch*io ti riveggia, 
beata terra giulia, 
65 ove serena ’l ciel la bella Giulia. 
E Amor il dolce nome 
sempre nel cor mi suona, 
- per più mio affanno, e ogn'altra cura svelle; 
et hor dell’auree chiome, 
70 hor del bel sen ragiona, 
hor delle care angeliche favelle, 
hor delle due alme stelle 
sol per mio mal sì vaghe, 
hor di quelle maniere 
75 sì gentilmente altere: 
e tutto fammi ogn’hor più ardenti piaghe 


48. C anchor; 4 fusse; D forse dura. 60. C sol è in rasura nè si può indovi- 
nare che vi fosse prima scritto. 51. A nel mio aviso; C splendea, ma l’a è d'altra 
mano, tracciata, sembra, su un n; D spende. 52. ACE fa, ch'il vede, Da chi il. 
b4. Dè il. 55. D vivo, vivere. In B il verso è saltato. 56. B altrui. 58. B et 
cresce, OC accrescie, D acoresse. 59. In B questo verso è saltato. In C a muoia è 
stata erasa la u. 680. B che homai, D ch’ormai: in C al che è stata erasa la o. 
62. B piccola, E spicciola. 63. C ch’anchor, D sostiemmi, ch’anchor fia, ch'i ti 
riveggia. 64. B julia. 66. D serena il; B Julia. 67. CD sona. 68. B pere piui; 
A40 ogni altra. 69. A de le aure, B de laure, C de l’auree. 70. B rag- 
giona. 71. ABC dele. 72. ABC de le. 73. D vage. 76. B famme, ar- 
dente; D piage. 


GIOVANNI COTTA 98 


e fa che tanto viva 
quanto di lei o pensi o parli o scriva. 
Et benchè è mortal duolo 
80 veder che mi sia tolto 
il ben ch'ogn’hor men spero et più desio, 
pur talhor mi consolo 
che mai celeste volto 
fu come quel di cui son acceso io; 
85 e allhor de l’ardor mio 
for esser non vorrei, 
anzi ’1 morir mi piace, 
tal è colei che ’1 face; 
così nè po’ nè vol partir da lei 
90 il folle pensier vago, 
e così, lasso, de "1 mio mal m'appago. 
Deh s'all'’amata mia nemica arrivi, 
canzone, piagni tanto, 
che ’l duro cor s’intenerisca alquanto. 


77. O tant'i viva. 78. B pensa. 79. Il che nel nostro cod. e in B è caduto, 
OC Et ben che è. 80. B fia tolto. 81. In D sl più è caduto. 84. C Dopo fl cui 
c'era una parola di cui sit legge appena un et; la rasura è della stessa prima mano. 
86. D alhor. 88. 40 fuor, B fuori esser non vorei. 87. In B questo verso è saltato. 
80 B ne pol. 90. B il fole penser vago, C penser. 91. BC Et così; B m'apagho. 
98. 400 a l’, Bs'al', Dseealla. 48. B piangi. 9%. Bch'il, D ch'l 


III. 


Sonetto. 


O bianca man, ch’in me "1 gran foco occolto 
accendi e i miei pensier governi e fingi 
e di mia donna imagini depingi 
tante, ch'ogn’altro rimembrar m'è tolto; 
5 man bella e cara a me dopo "1 bel volto, 
ch’ogn' hor lacci più fermi al cor mi cingi, 


1. B che in meil, D ch'in me il. 2. B Accendi il mio pensier; C governi et. 
8. B et de mia Donna imagine, C et di mia Donna. 4. D ch'ogni altro. 5. Cet 
cara; A doppo "Il, B doppo il, CD dopo il. 6. A che ogni hor, D ch'ogni hor. 


94 V. MISTRUZZI 


et notte et dì sì fiera "1 straci e stringi, 
ch’ homai del viver mio non resta molto; 
deh, ti stringessi hor io, che lagrimando 
10 ti farrei molle sì che, ’1 stratio e "1 foco 
temprando, mi daresti alcun riposo; 
o almen, se ’l lagrimar giovasse poco, 
sovra quel dolce avorio sospirando 
3 morrei, et havrei fine aventuroso. 


7. A il strati) et, B il straccij et, Cil strati e, Dil sera e. 9. B te strin- 
gess’ hor, C ti stringesi. 10. ABCD ti farei; B straccio. 11. D dareste. 
12. D se il. 14, B Morei; C fin. 


IV. 


Sonetto. 


Caro fanciul, che, prima che. nascesti, 
là ove amor e honestate han ferma sede 
havesti albergo, e, come gl’occhi apresti, 
vedesti quanto bel fra noi si vede; 
5 se pria col peso a chi vita ti diede 
e poi nascendo qualch’affanno desti, 
fa che °n festa le torni, et pigli fede 
che mai cosa fia in te che la molesti. 
Dal bel sen lieto "1 dolce latte prendi 
10 e ridi e mostra il gran piacer che senti, 
s'ella ti ride, o ti bacia o favella. 
Veggiasi in culla, o bon fanciul, che ’ntendì 
qual esser devi, havendo de’ parenti 


è 


l’un il miglior, lei la più saggia et bella. 


2. C La ve; A Amoret. 8. ACet cone gli, De come gli; C di prima mano 
è apristi, un’altra mano inutò in apresti. 4. C di prima mano visti; un’altra mano, 


che non è quella che mutò l’apristi in apresti, corresse in vedesti. 8. C Et; 
AD qualche affanno. 7. A che in, C ch'in festa li, D ch'in. 9 ACD lieto il. 
10. C et ridi et. 11. A s'elli ti ride, o si baccia [sic], C se la ti ride o ti bascia. 


12. AC D ch' intendi. 14. A L'un è "1 meglior lei. 


dr Ure, in E_lei Pe i.e im. ii ii i 


_ zi e 


GIOVANNI COTTA 95 


V. 
Ballata. 


Sì duramente mì tormenta Amore, 
che già creduto non havrei c' huom mai 
bastasse a sofferir cotanti guai. 
Amor, tanto grand’è la tua fierezza, 
5 che ben homai me stesso morto harria, 
chè motte, com’io credo, è assai men ria; 
e, se pur forse ha in sè maggior gravezza, 
con quell’ ha il fin d'ogni lungo martiro; 
ed ella passa in un breve sospiro, 
10 ma tu, crudel signor, de ch'io m'’adiro, 
in vita tieni il cor che tolto m' hai, 
et me contra mia voglia viver fai. 


2 In A il già è caduto. 6. 4 haria. 8. A4 con quella ha. 


VI. 
Sonetto. 


Quanto più pensa l’alma et dir il vole 
che d’ogni virtù fece un sol ricetto, 
nè mai percosse Amor sì gentil petto, 
nè mai donna sì bella vide il sole; 

5 tanto più a vostre lode, al mondo sole, 
mancar si sente, et del suo bello oggetto 
ciascuna parte abbaglia l'intelletto, 
non sol non po’ trovarli egual parole! 

Ond’ella dice: — L’'alma Julia è scesa 

10 qua giù per honorar il basso mondo 
e a lei non è, chi possa farle honore. — 

Così si tace; et dal disir accesa 
di voi pur pensa, et nel pensar profondo: 
spesso vien meno et di dolcezza more. 

2 B sette un sol ricetto. 4. B cosa si bella. 6. B manchar si sente et del 


suo bell'oggetto. 7. B abaglia. 8. B puo trovargli ugual. 9. B ascesa. 
lì Bet del. 18. Cdi noi; proffondo. 


96 V. MISTRUZZI 


VII. 


Sonetto. 


Chi mai più caro al Cielo e al vago Amore 
di te, Tresoldo glorioso, nacque, 
per cui al Ciel mandar qua fra noi piacque 
la bella dea, del più bel choro honore ? 
5 Ed in tal guisa Amor le punse il cuore, 
«ch'a lei, a li cui sguardi sempre giacque 
o morta o presa ogn’alma, non dispiacque 
da te esser vinta e hornarti per signore. 
Spirto gentil, — da cui valer natio 
10 commosso Amor insieme et tutti i Dei 
son che tu sol beato al mondo viva — 
e più giammai vorrà la casta diva 
far senza te ritorno; et fia con lei 
felice in terra et poi nel Ciel un dio. 


VIII. 


Sonetto. 


Che volsi, me infelice! , allhor quand’ io, 
del mio mal vago, in voi gl’occhi firmai, 
e contemplai sicuro i dolci rai 
ch’ hor son sì amari al tristo viver mio ? 
5  Allhor la fiamma antica e "1 duol mio rio, 
che per lungo uso non sentiva homai, 
l'alta beltà che in voi raftigurai 
nel stanco cor riaccese et rincrudio. 
Et non so dir che più nei lumi alteri 
10 vidi, onde novo ardor giunto m' havete, 


et non so, lasso, qual de duoi più m'’arda. 


2. B vagho; fermai. 8. B Et contemplai secur i. 6. Blungho. 7. B ch' its 
8. B stancho; rinudrio. 9. ne i. 10. A nostro, B m'havette. 11. B qual di vol. 


Cles limi. 


GIOVANNI COTTA 


Duo fochi, donna, voi sola accendete 
in l’alma, c' homai più non ha che sperì, 
onde si more et pur in voi risguarda. 


LN 


13. B doi fuoghi; accendette. 


IX. 
Sonetto. 


Non so s’io viva o no, se mai dal Cielo 
concesso m'è che te, mio sol, rimiri, 
chè ’1 spirto allhor con taciti sospiri 
vola al suo oggetto et lascia il mortal velo. 
5 Chi regge allhor mie membra, chi ’1 mio gelo 
atempra, et fa ch'io parli et ch'i’ respiri 
se non se’ tu? tal forza accolta spiri, 
ch’io sento il mio morir e ad altri il celo. 
Ma come vivo poi, mia donna, quando 
10 da te lontan io son, che dal disio 
in duo parte son fatto, et il cor mio 
da te mai parte, et pur Amor vol ch’io 
senza miei sensi viva lagrimando ? 
Poco ama, chi sa come ei vive amando. 


97 


1. B Non scio. 2. remiri. 8. contatiti i [sic]. 4. vola il suo obgietto. 
5. B che "1, 8 ch'il. .6. Attempra. 7. occulta. 9. mi dona. 10. luntan; desio. 


Ul Ta doi parte. 12. Da te mia parte et per Amor vol ch'io. UU. ei viva. 


X. 
Sonetto. 


Julia, che sola ciascun’alma alumi 
coi rai della divina tua bellezza, 
con la virtù celeste et la vaghezza 
de tuoi leggiadri angelici costumi, 
5 quante gratie ti debbo! Quei bei lumi 
talhor mi monstri pieni di dolcezza, 
bench’ indi ogn’ hor m’insegue tal tristezza, 
che °l cor diventa ghiaccio e gl’occhi fiumi. 


Giornale storico — Suppl. n° 22. 7 


98 V. MISTRUZZI 


Beat'io per tal vista, et maggior bene 
10 del mio non have al ciel, s'alcun riparo 
di miglior speme havesse a le mie pene. 
Ma per che pur tem’io? De "1 lume caro, 
che sol sono mio ben, el mal mio vene, 
et tutto il dolce amor mi torna amaro (1). 


XI. 
Sonetto. 


Felice amoroseto gentil fiore, 
che di mia dea la bianca mano colse 
et forse lieta nel bel sen t’accolse, 
di cui non ha più caro seggio Amore, 
5 poi che speranza di stagion migliore 
venuto a darmi sei, com’ella volse, 
il cor, che per te a vita si rivolse, 
serval, servando il tuo vivo colore. 
Vivi, alma violetta, acciò viv'io; 
10 et come il sol et le rugiade et l’aure 
ti dieder vita e ’1 dolce odor che spiri, 
hor in lor vece il verde tuo ristaure 
nel mio baciarte il mio caldo disio 
et le lagrime molte e i miei sospiri. 


XII. 
Sonetto. 


Sapess'io almen s’a qualche tua foglietta 
toccar allhor la bella bocca occorse, 
quando madonna a l’odorar ti porse, 
(come me infiammi ogn’hor mia violetta!) 

5 che in te farei di lei qualche vendetta, 
— in lei, dicendo, t’accendesti” — et forse 
sì forte per furor mai fiera morse, 
com’ io tra’ labri ti terrei pur stretta. 


(1) Scorretta, la lezione di quest’ultima terzina. Per trarne un senso, ba- 
sterebbe poter sostituire, nel v. 13, a sono un era. 


GIOVANNI COTTA 


Vendetta in te i° farrei de "1 rosso, ond’have 
10 contra me accese Amor mille fiamelle, 
nè giova che di lagrime mi lave, 
et de le ornate sue dolci favelle, 
che mi fan pietra, et del viso soave, 
che m'apre il cor et l’anima ne svelle. 


XIII. 
Ballata. 


Poi ch'io, lasso, non posso mostrar fore 
qual drento fammi Amor, tu per pieta 
soccorri, o buon poeta 
d’Amor et de le dolci rime honore! 

5 Oda le tue speranze, et la paura 
et l’ardor et la lode de chi onori 
quella senza pietà, c'homai m'ha morto, 
et indi pensì a me; et tanto maggiori 
._°—timi li miei martir quant'ella è dura 
10 vie più, nè poss’io darmi alcun conforto; 
fa che talhor la bella del suo torto 
e del mio mal sospiri: 
così seco ciascun, de’ tuoi sospiri 
l'aura soave udendo, s'innamore. 


L B mostrar non posso. 8. Soccori o bon. 5. Ode.. 6. le lodi. 


10. Via più non posso darmi. 18. teco. 


XIV. 
Sonetto. _ 


Altro che Morte non fia mai che spinga 
il foco che mi strugge desiando, 
o rumpa il ghiaccio mio che, desperando, 
m'adima, che più il cor timido astringa (1). 
——_ | 
(1) Veramente il cod. ha: 
m’adima, ch'ogn'hor piu il cor timido astringa. 


Ma... e il verso? 


99 


9. gli. 


100 V. MISTRUZZI 


5 Nè altro mai le lagrime restringa 
con che sfogo i martir ch'io sento amando; 
e il nodo ch'io soporto sospirando 
tal man me "1 cinse, ch’altra mai nol scinga. 
E questo, perchè l'alta alma beltate 
10 ei gentilatti et le parole accorto 
ond'arsi e un sdegno che mia speme ancise 
et le liete hore mie presto passate 
et un bel don che fede me impromise, 
trarmi de ’l1 cor non puote altro che Morte. 


XV. 
Sonellto. 


Dolce mia donna, con voi sempre sono: 
mercede dil cor mio, chè via si lunga 
non è, che da voi ponto lo dilunga. 
sì ogn’altro suo piacer ha in abandono! 

5 Nè sol par che vi veggia ma «lil sono 
de mie parole a vostre orecchie aggiunga 
et ch’hor ridiate, hor che pietà vi pungs 
di quel che vosco et con Amor ragiono. 

Questo mio imagginar ad hora ad hora 

10 mi fa presente tutto il ben. qual io 
ed ebbi ed haver spero in amor mio: 

così m’inganno et tolero il desio 
qual ho di veder voi senza ch'io mora, 


chè ben morrei, non vi vedendo own hora. 


XVI. 
Sonetto. 


D'antico sasso e d'ogn’intorne rose 
dal tempo, move quietamente Uonta 
ruscelletto gelato, e per profonde 


rupi discende tra due colli ascoso; 


[o] 
© 
< 
» 
bi 
2 
Lan) 
(©) 
Mo) 
rh 
vj 
ali 
6, 


5 e sceso altin per un sentier erboso, 
ivi s'unisce a maggior copia, d’onde spet 
rotti gli argini suoi, rotte le sponde, < 
corre al mare superbo e disdegnoso. 

Così da l’alma e chiara luce ardente 
10 de’ he’ vostri occhi ond’io mi snervo e spolpo, 
nacque il dolce mio foco a parte a parte: 
piccolo prima, or largo e sì possente, 
che di ciò indarno il mio desir incolpo, 
e tutto in fiamme vo presso e in disparte. 


XVII. 


Sonetto. 


Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe 
amaranti, giacinti et altri fiori, 
che spargevano al ciel soavi odori, 
quai non cred’io che Arabia in grembo serbe; 
5 e udiansi lire dolcemente acerbe 
e i cari loro fortunati amori 
cantar con versi allegri i bei pastori; 
or nulla è che il dolor ne disacerbe, 
se tu, che desti ne l’umane menti 
10 pensier alti e soavi, non ritorni 
a stampar col bel piè gigli e viole, 
e Clizia a colorir, vago mio sole, 
pallida col seren de’ lumi ardenti, 


cangiando in dolci i nostri amari giorni. 


101 


pes .- 


102 <— Tu." v. MISTRUZZI 


VII. 


Codici ed edizioni dei Carmi. 


Se i carmi di Giovanni Cotta ci furono tramandati da più di 
una quarantina di edizioni, essi non ci furono conservati che in 
un numero assai scarso di manoscritti, dei quali solo un piccolo 
gruppo abbastanza copioso. 

Sono questi : 


A Cod. 5383 Valicano Latino, cartaceo-pergamenaceo del 
sec. XVI, di ff. 185, dei quali i primi e gli ultimi cinque sono 
bianchi, delle dimensioni 199 X 121, 212 X 141. E una Miscel- 
lanea poetica latina di umanisti, che risulta di più codicetti 
scritti da mani diverse e legati insieme solo più tardi. Un primo 
fascicoletto ci conserva l’'A/exander VI di Fausto Capodiferro, 
autogr. È copiato molto accuratamente, con i titoli dipinti col 
minio e senza iniziali, su pergamena. Un’altra raccolta d’altra 
scrittura, e in carta, ci tramanda invece un discreto numero di 
carmi del Molza, del Trissino, del Bembo ed altri adespoti. Un 
altro codicetto d’altra mano ci dà un altro gruppo di carmi di 
poeti del Cinquecento, tra cui predomina il Molza. Indi segue 
un altro fascicolo, cartaceo come il precedente, in cui trovansi: 
Pro Petro Cursio, Defensio di G. Vitale Panormita, dieci carmi 
di G. Fracastoro, altri di Pietro Azaioli, poi Miîchaetlis Silvii 
Car." visen. De aqua Argentea, ad Portugaliae Regem, 
Carmen, un altro carme dello stesso a Blosio Palladio, carmi 
del Cursio e del Casali, di Sc. Carteromaco, di G. B. Sanga, di 
Lelio Capodilupo e del Sannazaro. A questi seguono altri carmi 
di poeti del ’500, tra i quali — scritti di mano del sec. XVI — 
sono i seguenti del Cotta, che a fianco, di scrittura più tarda, 


GIOVANNI COTTA 103 


hanno l'indicazione di una disposizione diversa da quella del 
codice : 
(primo) c. 164" Ocelle fiuminam Calor, Calor pulcher 
(serto)  c. 165" Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori 
(septimo) c. 165" Caparion ego sum, quem vivum marime amavit 
(ultimo) c. 166" Verona, qui te viderit 
(tertio) c. 166" Jam valete, boni mei sodales 
(secundo) c. 166" O factum lachrimabile et acerbum 
(quarto) c. 169" Amo, quod fateor, meam Lycorim (1). 


B Cod. 2836 Vaticano Latino, miscellaneo, cartaceo del 
sec. XVI, delle dimensioni 30 X 22; consta, come il precedente, 
di alcuni fascicoli scritti da mani diverse e riuniti più tardi a 
formare la presente raccolta, che consta di 330 carte. Contiene 
carmi di varî autori del Quattrocento e Cinquecento, oltre ad 
alcuni adespoti e qualche lettera. Parecchie carte sono bianche. 
Gli autori che vi sono rappresentati, sono molti, e tra gli altri il 
Mellini, il Donato, il Trissino, il Cotta, lo Strozzi, l’Altilio, il Car- 
bone, il Falcone Mant., M. A. Flaminio, il Petrarca, il Casale, 
il Polo, il Castiglione, il Beroaldo, il Poliziano, il Navagero, il 
Sannazaro e il Bembo. 

Del Cotta non sonvi che i due carmi seguenti, scritti però 
due volte e, a quanto pare, da mano diversa, ma sempre del 
secolo XVI: 


cc. 7" e 1107 Caparion ego sum quem vivum maxime amavit 
ce. 56” e 114" Amo, quod fateor, meam Lycorim. 


C Cod. 6250 Vaticano Lulino, miscellaneo cartaceo del 
sec. XVI, delle dimensioni mm. 217 X 142, di ff. 117 (+ 194.322. 
63*. 63). Come i due precedenti è formato da varì fascicoli 


(1) Dl numero fra parentesi è quello della numerazione posteriore apposta 
ai carmi del Cotta. Per questo codice come per il Vatic. 6250 vedi la descri- 
zione che ne diede Mons. M. Varttasso, I codici molziani della Biblioteca 
Vaticana con un'appendice di carmi inediti 0 rari, in Miscellanea Ceriani, 
Milano, Hoepli, 1910, rispettivamente a pp. 536 e 540. 


104 V. MISTRUZZI 


scritti da mani diverse e legati più tardi a formare un volume. 
Le prime 20 carte costituivano parte di un cod. più antico, di 
cui occupavano da c. 101 a c. 121. Seguono d’altra mano carmi 
di Baldassar Castiglione, del Fracastoro, dello Strozza, dell’Al- 
tilio, del Casanova, del Falconi. Indi vengono carmi di vari poeti 
latini del ’300, tra cui Nicolò D’Arco, il Navagero, il Casanova, 
il Sannazaro ed altri. | 
I carmi del Cotta sono: 


c. 64 Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori 
c. 82" O factum lacrimabile atque acerbum 

c. 82” Iam valete, boni mei sodales 

c. 83" Amo, quod fateor, meam Lycorim 

c. 84" Verona, qui te viderit. 


Tutti e tre i codici sunnominati erano noti agli studiosi del 
Cotta (1) e sono i più importanti. Nelle mie ricerche non sono 
riuscito ad aggiungere altro che: il 


D 2163 Barberiniano-latino, cartaceo, del sec. XVI, delle 
dimensioni 33 X 25. Il ms. presenta due grafie distinte, delle 
quali una del sec. XVI, di Achille Bocchi; l’altra, di molto pe 
steriore, di Cesare Conti, come può desumersi dall’annotazione 
di quest'ultimo che leggesi nella prima carta: « Scritti conser- 
« vati dal resto di un libro di quei di Achille Bocchi, gentilomo 
«e famoso lettore di humanità e di filosofia in Bologna, dove 
« sì come variamente sua sig.* raccolse cose degne, io Cesare 
« Conti metterò alla giornata ciò che mi piacci nelle carte bianche 
« tra esse ancora fin che s'empano et aggiungendocene e pure 
« di lingue diverse. Ci saranno appresso alcuni studi et argo 
« menti del prefato Dotto, che fu circa l’anno di N. S. MDXL ». 
Il codice consta di vari fascicoletti, dei quali taluno mutilo, 
ma tutti appartenenti al Bocchi e scritti di sua mano. Nelle 


(1) Vedi Murari, Due epigrammi, cit., e GivLiari, Due aneddoti, p. 11. 
Il Giuliari cita di più il cod. 2874 Vat. Lat., ma questo non ci conserva nulla 
del Cotta. Vedi MvrarI, Due epigr., cit. 


oi “ fe n Re ie e o 


= ai cri e 


GIOVANNI COTTA 105 


cc. 1-21, 67 e 68 sono carmi di alcunì poeti latini del sec. XVI, 
cioè, tra gli altri, del Castiglione, del Cotta, del Marullo, del Fla- 
minio, del Bembo, dello Zanchi, del Beaziano, del Navagero, ecc., 
e ì Monumenta antiqua Romae. A questa prima parte della 
raccolta seguono gli studì di A. Bocchi in vari fascicoli, cioè: 
Annotationes alle Orazioni di Cicerone, De scribendi ratione, 
Himenaeus, De Philosophia, Ptolemaeus sive de officio prin- 
cipis, Democritus, habitus in Praelectione librorum M. Tullii 
Ciceronis « De oratore » et « Artis Poeticae » Q. Horatii Flacci. 
Seguono alcune memorie storiche, che qui vanno dal 1272 al 1276, 
ma potrebbero essere state ben più estese essendo il fascicolo 
mutilo in principio ed in fine. La raccolta si chiude con un ul- 
timo codicetto contenente lettere del Flaminio e del Bocchi. 
I carmi del Cotta sono: i 


c. 5" Caparion ego sum quem vivum maxime amavit 
c. 5" Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori 
c. 5" Ocelle fluminum, Calor, Calor pulcher. 


E Cod. 400 della Bibl. Univ. di Bologna, cartaceo del se- 
colo XVI, contenente un buon numero di poesie latine del '400 
e del ‘500, steso da varie mani, di cui quella che ha copiato 
l’epigramma: 

O factum lacrimabile et acerbum, 


a c. 27", unico componimento cottiano conservatoci, va fino 
a c. To. 


F Cod. T, 6,8 della Bibl. Estense di Modena: anche questo 
cartaceo, del secolo XVI, che conserva a c. 69”, insieme con 
altri varî carmi latini del '400 e del ’500, anche l’epigramma 
del Cotta: 


Me longe effigie venustiorem. 
A questi dovrei poi aggiungere: il 


Cod. II. III, 284 della Biblioteca Naz. Centr. di Firenze, mi- 
scellaneo, delle dimensioni cm. 20 Xx 28, di mano del Gherardi, 


106. V. MISTRUZZI 


in cui trovansi due carmi attribuiti al Cotta: l’epitaffio di Quin- 
terio e un epigramma erroneamente aggiudicatogli. Stimo tut- 
tavia di non essere tenuto a darne conto, perchè — come ci 
dice il Gherardi stesso — il primo fu tolto da un'edizione e il 
secondo non cì riguarda (1). 

Importante è invece il 


G Cod. CCCLXIV, cl. IX. Ital. della Marciana, miscellaneo, 
cartaceo, che risulta da un accozzo di più codicetti, di cui alcuni 
frammentari dei secc. XVI e XVII. Tra questi, da c. 104" a c. 187" 
è il ms. in cui Marin Sanudo raccolse un buon numero di poesie 
e di lettere scrittegli da letterati veronesi durante il tempo 
del suo camerlengato a Verona. Il codice, prima di essere della 
Marciana, era della famiglia Contarini di-Venezia, e passò alla 
biblioteca per legato di Giorgio, nel 1843. Oltre a questo dovette 
poi esservi un altro codice, uguale per il contenuto al nostro, 
ma scritto molto accuratamente. Sappiamo infatti, da una let- 
tera di Matteo Rufo al Sanudo, che trovasi nel nostro cod., che 
il camerlengo aveva commesso che carmi e lettere fossero tra- 
scritti « formatissimis characteribus » in un bel codice rivestito 
« ditissimis indumentis » (2). 

Il citato CCCLXIV contiene del Cotta: 


a) Magna quod innumeris implere volumina rebus 
b) Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret 
c) La lettera di Giov. Cotta a Marin Sanudo. 


Oltre ai già citati segnalo anche questi due codici fatti cono. 
scere dal Giuliari (3), cioè: 


(1) Non credo del Cotta questo breve epigramma « Ad Perillam », che 

inizia : 
Tuas ut perij videns papillas 

e perchè il Gherardi è il solo che glielo attribuisce, e perchè Perilla non è 
tra le donne che ci risultano cantate da lui, e, più che tutto, per la maniera, 
lontana mille miglia da quella del Cotta. 

(2) Cfr. per tutte queste notizie il Murari, Due epigr., cit. 

(3) Due aneddoti, cit., pp. 12 sgg. 


- ii rile ie ni ei 


GIOVANNI COTTA 107 


H Cod. 9737 dell’Imperiale Bibliot. di Vienna, che non 
contiene che la lettera del Cotta a Jacopo Sannazaro, e il 


I Cod. 9977 dell’Imper. Bibl. di Vienna, che ci conserva 
il carme io 


Cum gravis imperio Minos agitabat Athenas. 


Come sì vede, i carmi del Cotta non ci sono conservati tutti 
in manoscritti. Gli epigrammi: Ad Anysium, ad Gevaras 
fratres, il secondo a Licori e l’ode per la vittoria di Bartolomeo 
d'Alviano ci furono tramandati solo da stampe, che numerosis- 
sime si seguirono in tutti i secoli, ma specialmente nel XVI. 
Le verremo ora enumerando in ordine cronologico : 


L'edizione princeps, a detta del Morelli (1), sarebbe una 
stampa aldina del 1527, da lui non veduta e non veduta nep- 
pure dal Giuliari (2), che la cercò diligentemente, nella quale 
i carmi del Cotta dovrebbero venire dopo quelli del Sannazaro 
e di altri. Nella Bibl. Com. di Verona io vidi questa stampa: 


ACTII SYNCERI SANNA|[ZARIJ de partu | Virginis | Lamen- 
lalio de morte | Christi. | Piscatoria. | PETRI BEMBI Benacus. | 
AUGUSTINI BEATIANI, Verona. | Aldus M.D.XXVII. 


Ora io non so se il Morelli intendesse alludere a questa stampa, 
ma il fatto è che qui del Cotta non trovasi cosa alcuna. E però 
indubitato che l'edizione princeps non dovette essere l’aldina 
del1528 perchè a c. 1", nell’indice dei poeti rappresentati dalla 
raccolta, leggesi : 


Petri Bembi in Divum Stephanum 
Eiusdem Benacus 
Gabrielis Altilij Epithalamion 

Jo. Cottae Veronensis Carmina 


(1) Nell’ediz. bassanese dai Carmi del Cotta, prefazione. 
(2) Due aneddoti, p. 6. 


108 V. MISTRUZZI 


Jo. Mutij Aurelij Mantuani Hymnus in D. Jo. Bapt. 
Eiusdem Elegia ad Leonem X. Pont. Max. 
Additum est his, quae ante impressa sunt: 


e vengono i nomi degli autori con l’indicazione dei carmi che 
figurano per la prima volta nella raccolta. 

Non è dunque la seguente l’edizione princeps, sebbene sia 
data per prima. 


1. ACTII SYNCcERI SANNA|ZARII De partu | Virginis, | La- 
mentatio de morte | Christi. | Piscatoriae | PETRI BEMBI 
Benacus | AUGUSTINI BEATIANI Verona | et praeterea quae in 
sequenti pagina continentur. A c. 67": « Venetiis in Aedibus 
« Aldi, et Andreae Asulani Soceri mense IREUs Or M.D.XXVIII ». 

Designiamo questa stampa con a. 
I carmi del Cotta sono: 


a) O quae alma grato d) Ne tua ne mea 
8) Caparion . e) O factum lacrimabile 
y) Jam valete %) Ocelle fluminum. 


2. ACTII SYNCERI de partu Virginis, Venetijs, per Joannem 
Antonium et fratres de Sabio, M.D.XXVIII. — I carmi sono gli 
stessi dell’ediz. precedente, ugualmente disposti (1). 

3. ACTII SYNCERI | SANNAZARII | Odae | eiusdem etegia | de 
malo punico | JOANNIS COTTAE | Carntina | M. ANTONII FLA- 
MINII | Carmina. Senza n. t., Venetiis | MDXXIX. Mense | De- 


cembr. — I carmi del Cotta sono i seguenti: 
a) Amo quod fateor e) Ocelle fluminum 
8) O factum lacrimabile 5) O quae alma grato 
y) Jam valete, boni mei n) Ne tua ne mea 
6) Verona qui te viderit 9) Caparion. 


Chiamiamo questa stampa b. 


(1) Di questa edizione citata e dal Giuliari e dal Morelli io non riuscii 
ad aver tra mano alcuna copia, e ne ebbi solo la tavola, fatta su un raro 
esemplare, che è alla Nazionale di Parigi. 


GIOVANNI COTTA 109 


4. ACTII SYNCERI SANNAZARII Carmina (41), Venetiis, 1530, 
ex Officina Francisci Bindoni. 

5. ACTII SYNCERI SANNAZARII De partu Virginis, Venetiis, 
1530, per Joannem Antonium et fratres de Sabio, ristampa di 
quella del 1528. 

6. ACTII SYNCERI | SANNAZARII De par|lu Virginis. | Eius- 
dem de morte Chri|sti Domini | Eiusdem Egloge piscato|rig V. 
|Eiusdem Salices | Eiusdem Elegie. VI. | Eiusdem Ode. VI.| 
Eiusdem Epigrammata, ecc. Venetiis in edibus domini Ber- 
nardini | Stagnini mense Junii M.D.XXXI. — Gli stessì carmi 
dell'edizione aldina del 1528. La chiamiamo c. 

T. ACTII SYNCERI SANNAZARII | De partu Virginis | Libri III 
|\Eiusdem de Morte Christi | Lamentatio. - Venetiis in Aedibus 
haeredum Aldi et Andreae Soceri M.D.XXXIII. — Comprende 
i carmi già pubblicati della ristampa del 1528, più i due messi 
in luce nell’ediz. s. n. t. del 1529; senonchè l’epigr. Verona qui 
te viderit è sempre attribuito al Castalio. Di nuovo c'è l’epi- 
taffio di Quinterio. La chiamiamo 4. 

8. ACTII SYNCERI SANNAZARII Carmina, Venetiis, 1533, per 
Melchiorem Sessam, in-24°. 

9. Doctissimorum Nostra aetate Italoruim Epigrammalta, 
a cura del GaGNEO, Lutetiae, per Nicolaum Divitem, senza anno 
di stampa [1547]. — Gli stessi carmi dell’ediz. veneta del 1529 
s. n. t., più l’epigramma /n Laurentem pro libertate patriae 
lyrannicidam, falsamente attribuito al Cotta. 

10. Carmina quinque illustriumi poetaren, Venetiis, ex 
officina erasmiana Vincentii Valgrisii, MDXLVIII. — Come i 
precedenti. 

11. Carmina quinque illustrium poetarium, Florentiae, 
apud Laurentium Torrentinum, MDXLIX (2). 


(1) Non ho potuto consultfire questa edizione e ne ho dato l’indicazione 
bibliografica seguendo il GiuLIarI, Due aneddoti, p. 6. 3 

(2) Quest'edizione non vidi, per cui può darsi che in questa e non in 
quella del 155% uscissero per la prima volta i tre carmi citati al numero 
seguente. 


110 V. MISTRUZZI 


12. Carmina quinque illustrium poetarum, Florentiae, 
apud Laurentium Torrentinum, MDLII. — Vi sono tre carmi 
nuovi, cioé: 


a) Ridete, o lepidi 8) Ambo dulcia y) Sive aliquid. 


13. Carmina quinque illustrium poetarum, Florentiae, 
apud Laurentium Torrentinum, MDLII; in tutto uguali alla pre- 
cedente, tranne che nei caratteri di stampa e nel formato. 

14. Carmina quinque illustrium poetarum, Venetijs, 
Presb. Hieronymus Lilius et socij excudebant, M.D.LVIII. 

15. Carmina BASILII ZANCHI ET LAURENT. GAMBARAE, Ba- 
sileae, Oporinus, M.D.LV. 

16. Farrago Poematum ex oplimis quibusque et anti- 
quioribus et aetatis nostrae poetis selecta, per Leodegarium 
a Quercu, Lutetiae, apud Gulielmum Cavellat, MDLX. 

17. Farrago poematum ex optimis quibusque et anti- 
quioribus et aetalis nostrae poetis selecia, per Leodegarium 
a Quercu, Parisiis, apud Aegidium Gorbinum, 1560, t. II. — 
Sonvi due soli carmì. | 

18. Farrago Poematum ex optimis quibusque Poetis 
excerpta, studio Leodegarij a Quercu, Parisiis, 1560, apud Hieron. 
De Marnef. 

19. Hortus Italorum Poetaruin Oegidij Periandri, Franco- 
furt, 1568. 

20. Carmina Illustrium Poetarum Italorum. Jo. Mat- 
thaeus Toscanus conquisivit, recensuit etc., Lutetiae, apud 
Aegidium Gorbinum, 1576. 

21. Deliciae CC. Italorum Poetarum, huìus superiorisque 
aevi illustrium Collectore Ranutio Ghero, Prostant in officina 
Jonae Rosae, CIO. IO. CVIII. i 

22. HIER. FRACASTORII, Poemata omnia; accesserunit re- 
liquiae Carminum Jo. COTTAE, JAC. BONFADIJ, AD. FUMANI ET 
NICOLAI ARCHII, Patavii, 1718. 

23. A. NAUGERIJ, Carmina, Patavij, Cominus, 1718. 


GIOVANNI COTTA 111 


24. Carmina Illustrium Poetarum Italorum, Florentiae, 
M.DCC.XIX, typis Regiae Celsitudinis, apud Johannem Caje- 
tanum Tartinium et Sanctem Franchium. 

25. Carmina selecta ex illustrioribus poetis saeculi XV. 
et XVI., Veronae, 1732, typis P. A. Berni. 

26. Carmina selecta, ad usum Seminarij Episcopatis 
Veron., Veronae, 1740, apud Augustinum Carattonium. 

27. Carmina selecta ex illustrioribus poelis saeculi XV. 
et XVI., Veronae, 1740, ex typogr. P. A. Berni. 

28. Poetae Italici raccolti da A. PoPE (1), Londini, 1740. 

29. Carmina selecta ex illustrioribus poetis saeculi XV. 
et XVI., Veronae, 1747, ex typographia P. A. Berni. 

30. Carmina selecta ex illustrioribus ecc., Veronae, 1752, 
ex typ. P. A. Berni. 

34. JOHANNIS COTTAE Veronensis et JACOBI BONFADII Vero- 
nensis Carmina nunc omni diligentia conquisita, emendata et 
aucta, Romae, 1752, excudebat Antonius de Rubeis. 

32. JOHANNIS COTTAE Ligniacensis Carmina, Coloniae Ve- 
netorum, 1760, excud. Jo. Ant. Perottus; a cura di Vincenzo 
Benini.. 

33. Carmina et Epistolae LAZARI BONAMICI, Venetiis, 1786, 
apud Ant. Graziosi. In Appendice. 

34. Carmina selecla ex illustrioribus poetis saeculi XV. 
et XVI., Veronae, 1792, ex typ. P. A. Berni. 

39. Latina Carmina SOHANNIS COTTAE, Veronae, 1798, 
ex tvp. Juliaria (2). 

36. JOHANNIS COTTAE Liniacensis Carmina, Bassani, 1802, 
typis Remondinianis; a cura del Morelli. 


(1) Questo libro io non vidi, e lo riferisco secondo il GivLIARI, Due aned- 
doti, p. 7. 

(2) Il MorztLI, Johannis Cottae Carmina, nella prefazione fa cenno di 
un'edizione della tipogr. Giuliari sotto l'anno 1800. Credo si tratti di un 
errore. 


112 | V. MISTRUZZI 


37. Antologia della lirica latina în Italia nei secoli XV 
e XVI, compilata da EMILIO Costa, Città di Castello, S. Lapi 
tipografo editore, 1888. 

38. G. CRISTOFORI, Giovanni Cotta Umanista, Studio, Sas- 
sari, Tipografia Azuni, 1890. 


A queste son da aggiungere poi pubblicazioni che recano solo 
qualcuno dei carmi del Cotta, cioè : 


Le bellezze di Verona, nuovo ragionamento di ADRIANO 
VALERINI VERONESE, Verona, Girolamo Discepoli, 1586. 

ONOFRIO PANVINIO, Anliquitates Veronenses, Veronae, 1668; 
in fondo all’ « Index capitum », ma non in tutti gli esemplari. 

Raccolta di Opuscoli scientifici e filologici, tomo XI, Ve- 
| nezia, appr. Cr. Fane, 1735. 

JA. MORELLI, Bibliotheca manuscripta Graeca et Latina, 
Bassani, typis Remondinianis, 1802. 

Pieve di Cadore, ricordi di F. MELZI D'ERIL, Genova, 
Sordo-muti, 1882. 

G. B. CARLO GIULIARI, Dre anedaoti di G. Cotta, in Arch. 
stor. itat., Ser. V, to. III, an. 1889. | 

R. MURARI, Due epigrammi ed una lettera inedita a Marin 
Sanudo, in Ateneo Veneto, XXIII, I, 1900. 


Per completare gli accenni intorno alla fortuna del poeta, dirò 
che non mancarono al medesimo i traduttori. Oltre alle ver- 
sioni, citate a suo luogo, che sì fecero dell’epigramma a Verona, 
ricorderemo: | 


Raccolta di opuscoli scientifici e filotogici, tomo XI, Ve- 
nezia, Zane, 1735, con una traduz. parz. dì AL. GUANNELLO. 

Pieve di Cadore ecc., Genova, 1882, con una versione di 
un tal F. G. 

G. CRISTOFORI, G. Cotta, cit., Sassari, 1890; la prima ver- 
sione poetica di tutti i carmi. 


GIOVANNI COTTA 113 


L. GRILLI, Versioni poetiche dai lirici lalini dei secc. XV 
e XVI, Città di Castello, 1898. Parziale. 

ARN. BONAVENTURA, La poesia neo-lalina in Italia dal 
secolo XIV al presente. Saggio e versioni poetiche, Città di 
Castello, Lapi, 1900. Parziale. 

Giov. PROSPERINI, Versioni dei Carmina di G. Cotta, Le- 
gnago, E. Marcati, 1905; tra i suoi Versi. Elegante versione 
poetica di tutti i carmi del Cotta. | 

GERL. LENTINI, Umanisti antichi e moderni. Versioni 
metriche dal latino, Terranova, Scrodato, 1921. Parziale. 


Fin da quando il Cristofori, mettendo a confronto solo poche 
edizioni, osservò e fece notare agli studiosi la disparità di le- 
zione dei singoli carmi da una edizione ad un’altra, nacque il 
desiderio di avere uno studio che arrivasse a stabilire quale fra 
esse rappresentasse la migliore. Affrontando il lavoro di illu- 
strazione dell’ Umanista Veronese non ho voluto trascurare 
questo lato, tanto più che, con l’approfondir le ricerche e con 
il confrontar nuove edizioni e manoscritti, la matassa, per l’ap-_ 
parir di nuove lezioni, s'andava sempre più imbrogliando. L’ac- 
cennata diversità non meraviglierà alcuno quando si pensi che 
allorquando il poeta venne a morire, nessuno dei carmi aveva 
veduto ancora la luce e che dovette passare quasi un altro ven- 
tennio prima che questo avvenisse per opera degli eredi di Aldo. 
Di più la vita errabonda del Cotta negli ultimi dieci anni di vita 
aveva impedito che presso i suoi amici ed ammiratori si andas- 
sero formando a mano a mano delle raccolte; cosicchè quando 
la sciagura volle dispersi a Ghiaradadda i manoscritti personali 
del poeta, non dovettero essere rimasti che ‘qua e là, presso a 
coloro ai quali il Cotta li aveva mandati, dei piccoli gruppetti 
di carmi che prima o poi s’accrebbero, ma non tanto da con- 
servarcì gran che dell’opera poetica del Legnaghese. Noi al- 
biamo già visto come, mi sia permesso il vocabolo, raccolte con- 


Giornale storico — Suppl. n° 28. 8 


. 114 V. MISTRUZZI 


simili potessero farsi intorno al Sanudo, all’Anisio, ai Gevara, 
al Sannazaro e, in modo speciale, intorno ai poeti della corte 
letteraria di Bartolomeo d’Alviano. 

Che le raccolte non si siano potute formare che in un modo 
non molto diverso da quello da noi accennato, è dimostrato dal 
diverso grado di dipendenza dall’archetipo di alcuni rispetto ad 
altri carmi di una stessa raccolta. Il fatto poi è confermato dal 
tempo relativamente lungo che dovette trascorrere prima che 
un editore potesse portare a una dozzina il numero di quei 
carmi, dai tentennamenti e dai dubbi sull’attribuzione di alcuni 
di essi al legittimo autore, e, quel che è più, dal numero esiguo 
dei mss. rispetto a quello delle edizioni e dal numero trascu- 
rabile di carmi nelle singole raccolte. Basti il pensare che di 
dieci codd. che conosciamo, cinque portano un solo carme, due 
ne danno due soli, uno tre, uno cinque e uno sette, e che — in- 
tendo qui parlare di quelli delle raccolte vaticane che sole ora 
ci interessano — essi sono da porsi in un periodo posteriore a 
quello in cui sì son avute le prime edizioni piuttosto che an- 
teriore. 

Sarà inutile pertanto l’avvertire che dei manoscritti noti nes- 
suno ha servito di base per edizioni e per quanto abbiamo ora 
detto e per la diversità di lezione che, quasi sempre, essi pre- 
sentano rispetto a quelle. 

Unia caratteristica dei codd. è che si presentano molto più 
scorretti delle stampe, il che — tranne che per uno, il D, che 
sì potrebbe ricondurre non senza fatica alla lezione della ristampa 
Aldina del 1533 — ci fa pensare ad una loro dipendenza non 
da edizioni, ma da manoscritti. 

A presenta appunto questa peculiarità, ma esso è tuttavia ab- 
bastanza vicino a quella lezione che s'è tramandata fino a noi 
come la più accreditata, a quella cioè che noi, per amor di bre- 
vità, chiameremo vo/gata (V). Difatti, quando se ne scosta, non 
fa che o cadere in errori (V, 8, 33; IX, 19, 28; VII, 15), o dar 
luogo a varietà di lezioni non avvalorate o poco dalla autorità 
di altri manoscritti o stampe (V,4; VII, 18, 21, 22; XIV, 3, 8). 


GIOVANNI COTTA 115 


o perdere isolatamente dei versi (VIII, 3). Talvolta se ne allon- 
tana insieme con codd. ed edizioni per affermare la dipendenza 
comune da un manoscritto vicinissimo alla Volgata (dissimile 
però per lievi modificazioni da essa), cioè dall’archetipo (V, 13, 22; 
VII, 19; XIV, 6, 13). 

La seconda redazione di A, che noi chiameremo A’, tranne 
in tre casi in cui la migliora (VIII, 3; XV, 9, 18), non fa che 
peggiorarne la lezione (V, 6, 23, 28). 

Simile ad A’ è 2, chè lo segue in quasi tutte le varianti, sia. 
in quelle in cui trovasi sostenuto da altri codd. o edizioni 
(V, 13, 22; XIV, 6, 13), sia in quelle in cui rimane isolato (V, 4, 
6,23; XIV, 3, 8). Quando se ne scosta, tranne in un caso (V, 28) 
in cui riconduce a miglior lezione, non fa che aggiungere nuovi 
errori (V, 18, 24, 25; XIV, 2). Contuttociò vien fatto di pensare 
che, se proprio l’uno non derivi dall’altro, almeno dipendano en- 
trambi da un unico esemplare. 

C è il più scorretto di tutti i codici. Dà l'impressione che sia 
stato copiato da un ms. altrettanto scorretto o che l’amanuense 
trascrivesse molto distrattamente non riuscendo a leggere bene 
o ad intendere la copia che aveva sott'occhio. Difatti si han qui 
tanti sbagli (V, 3, 18, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 28, 32; VII, 1,3, 5, 
6, 16; VIII, 11; XV, 2,3, 5), che quasi tutti fan pensare più a 
distrazione o a poca avvedutezza del copista che a diversità di 
lezione. Generalmente poi C è sempre d’accordo con codici ed 
edizioni là (V, 13, 22; VII, 19; XV, 9, 15) dove si tratta di con- 
fermare la relazione di dipendenza da una redazione più antica, 
che presentava qualche variante rispetto alla Volgata. Una volta 
sola e in compagnia di A’ e di B, C si trova ad abbracciar le- 
zioni diverse da essa (V, 6), che di solito conferma, seguendola 
dove altri, tanto codd. che edizioni, se ne scostano (VII, 15, 16-18). 

Vicinissimo invece al testo dell’edizione aldina del 1533 è il 
cod. D, chè lo segue sempre anche in quella variante in cui è 
isolato (VII, 14). Talvolta però — bisogna pensare che il ms. è 
di mano del Bocchi — se ne stacca per tentare una miglior 
lezione quando s’accorge che l'esemplare da cui trascrive è 


Giornale storico — Suppl: n° 22. | s* 


116 V. MISTRUZZI 


guasto (VII, 3, 15). Non mancano neppure in questo codice lievi 
errori di trascrizione (IX, 4, 16). 


Con l’edizione aldina del 1528, a, escono sei carmi del Cotta, 
dei quali uno, il XIII, non è tra quelli conservatici dai mss. a 
me noti. Donde gli eredi di Aldo abbiano potuto trarli non m'è 
concesso di dire. Certo non doveva essere difficile a loro rag- 
granellarne presso gli amici veneziani del poeta defunto un così 
scarso numero; senonchè essi dovettero invece servirsi di una 
piccola raccolta di seconda o di terza mano in cui s'erano cac- 
ciati alcuni errori, che in parte furono corretti nella ristampa 
del 41583 (VII, 5, 15; VIII, 22; IX, 24; XIII, 32), delle varianti 
non confermate dall’autorità di altri testi (VII, 3, 14; VIII, 17; 
XIII, 9, 68; XV, 15) e in cuì erano caduti dei versi (VIII, 7), 
raccolta però che presentava anche quelle varianti alla Volgata 
a cui abbiamo già fatto cenno (VII, 19; XIV, 6; XV, 9) avendole 
incontrate nei codd. descritti. 

L'edizione veneta dell’anno dopo, d, è indubbiamente un pro- 
gresso, perchè rivendicando al Cotta l’epigramma a Verona 
attribuito al Castalio e dando per la prima volta il V, mise ìn 
luce due carmi nuovi. Ma questa stampa acquista ancora maggior 
valore dal punto di vista del testo che, rispetto a quello degli 
eredi di Allo, è notevolmente migliorato, evitandone, tranne 
che in due casi (VIII, 7; XIII, 32), in cui la lezione è convali- 
data da altri codd. o edizioni, gli errori. Anche questa stampa 
presenta poi quelle varianti (VII, 19; XIV, 6; XV, 9) che ab- 
biamo trovato in quasi tutti i testi analizzati e che per noi 
acquistano una particolare importanza. Per vedere quanto buona 
sia la fonte da cui proviene questa lezione, basterà osservare 
che il carme V è uguale quasi alla Volgata staccandosene solo 
in due punti (18, 24). Ma nel primo caso la variante rientra nel 
numero di quelle che vedremo comuni a tutti i codd. e le ediz. 
e nel secondo può benissimo spiegarsi con uno sbaglio molto 
facile di trascrizione o di stampa. Quello invece che ha di strano 
questa stampa è il tentativo di trovare una soluzione concilia- 


GIOVANNI COTTA 117 


tiva al groviglio di lezioni del carme XV, soluzione che non ci 
sembra la migliore. 

Due anni dopo esce l'edizione veneta dello Stagnini, c, che ci 
dà, ugualmente disposti, i carmi della prima ristampa aldina, 
mantenendone quasi sempre (se si eccettuino: XV, 15; IX, 24) 
la lezione, riproducendone gli errori (VIII, 7, 22) e facendone 
di nuovi (IX, 141; XIII, 3, 30). Solo nel carme VII sì stacca 
dalla lezione di a, per seguire, tranne che al verso 15, quella di db. 

Ed eccoci alla terza edizione aldina, d, che riproduce la ri- 
stampa del 1528, staccandosene solo in tre casi per correggere 
qualche errore (VII, 5, 8; IX, 24). Essa mantiene l'attribuzione 
al Castalio dell’epigramma a Verona, ma aggiunge un nuovo 
carme, l'Epitaphirnin Quinterij, nella lezione che s'è tramandata 
tal quale fino a noi. 

Su d è stata condotta l’edizione senza anno di stampa (1547?) 
curata dal Gagneo, che però lascia a desiderare dal punto di 
vista tipografico (vedi V, 6; VII, 2; VIII, 11; XV, 5), come può 
vedersi bene al carme VIII (dove i versi 13-15 sono omessi e 
riprodotti in fine). Di più troviamo qui per la prima volta attri- 
buito al Cotta quell’epigramma Tesiporibus patriae, che pui 
non si riconfermò come suo. 

Ed eccoci finalmente all'edizione veneta di Vincenzo Valgrisi 
del 1548, che ha una grande importanza per noi, perchè vi tro- 
viamo per la prima volta quella lezione che si tramandò poi fin 
qui attraverso alle migliori edizioni, quella, cioè, che noi abbiamo 
chiamato Vo/gata. Veramente vi si è infiltrato un errore (XIV, 3) 
perdonabile quando si pensi a tutti quelli che vi furon cacciati; 
ma è un semplice errore di stampa. Vi è poi ripudiato l'epi- 
gramma Te,nporibus patriae e ridotto a buona lezione il XV. 

Nell'edizione fiorentina del 1552 uscivano in luce tre nuovi 
carmi e la raccolta che si tramandò fino agli inizi del nostro 
Secolo era completa. 

Delle stampe che vennero di poi, specialmente le italiane, la 
Maggior parte seguirono il testo di quest'edizione, che quindi 
giunse fino a noi come la redazione genuina dei carmi del. 


118 V. MISTRUZZI 


Cotta. Che essa sia ora da ritenersi tale non credo assoluta- 
mente, perchè la troviamo abbandonare lezioni confermate dal- 
l'autorità di tutti sia codici che edizioni, là dove presentano 
difficoltà di interpretazione, per sostituirvene altre più facili, 
cozzando anche con le regole della prosodia. Inclino pertanto 
a ritenere che in questo caso più che a una dipendenza da un 
codice molto vicino all’archetipo, sia da scorgere l’opera intel- 
ligente, ma non sempre illuminata, di uno che volle correg- 
gere ed aggiungere anche là dove non faceva al caso; e per 
questo mi son creduto in obbligo di staccarmene per seguire i 
codici e le edizioni. | 


I. 


Ad Mum D, Marinum Sanutum patronum observantiss. 
Jo. Cottae carmen. 


Magna quod innumeris implere volumina rebus 
Pergis, et immensam colligis historiam; 
Quod reseras tulerint quos Itala regna labores, 
Et quae vexarit Gallicus arva furor: 
5 Quod mare, terribilis quas Thracius occupet urbes, 
Quae Venetus contra fortiter arma-ferat: 
Denique quod terras ferventia bella per omnes 
Prosequere, et scriptis terminus orbis erit; 
Grande opus, et cunctis fuerit mirabile saeclis, 
10 Et qui perpetuet tempora nostra labor, 
At, Sanute, oneri tanto succumbere virtus 
Nescia maiorem quem probat esse viro, 
Cum fatum superes, aeternaque saecula condas, 
Es deus, aut equidem te facis ipse deum. 


II. 
In picturain urbis et ayri veronensis, Jounnis Cottae. 
Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret 
Palladia pingi moenia et arva manu; 


Hac tantum tabula cari Dea pressit alumni 
Pectora et his fecit ectvpon e protypise 


4. G iis. 


oe E n E 


Pe 


GIOVANNI COTTA 119 


III. 
Aa Veronam. 


Verona, qui te viderit, 

Et non amarit protinus 
Amore perditissimo, 

Is, credo, se ipsum non amat 
Caretque amandi sensibus 
Et odit omnes gratias. 


IV. | 
Epitaphium Quinterii. 


Me longe effigie venustiorem 
Narcissi, vel Apollinis comati 
Parcarum Lachesis nimis severa 

Isti Quinterium dedit sepulcro. 

Cur non fiosculus exeam, requiris, 
Quum tantum fuerim puer decorus ? 
Tellus est nimis arida, o viator, 
Nostri facta perustione amoris: 

Sed si lacrimulis tuis madescet, 


10 Forsan flos novus ibit e sepulcro. 


2. F Narcisso; comato. 6. F tamen. 7. F Haectellus nimis arida est viator. 


° V. 
Ad Lycorim. 


Amo, quod fateor, meam Lycorim, 
Ut pulchras iuvenes amant puellas. 
Amat me mea, quod reor, Lycoris, 
Ut bonae iuvenes amant puellae. 


5 Huic ego, ut semel hanc videre visus 


8. C Lycorin. 


4. AB solent. 


120 V. MISTRUZZI 


Se se ostendere fixiore ocello, 

Quando, inquam, mea lux, mei laboris 
Das mî praemiolum, meique cordis 
Tot incendia mitigas, Lycori ? 

10 Hic illa erubuit, simulque risit. 
Ridebat simul, et simul pudebat. 
Dumque molliculos colens amores 
Simul virgineum colit pudorem, 

Quid negem tibi? dixit; et capillum 

15 Qui pendens levibus vibratur auris, 
Et formosa vagus per ora ludit, 
Hunc secans trepida, implicansque in auro, 
Haec fila aurea, et aureum capillum 
Pignus, inquit, habe meique amoris 

20 Meique ipsius; hoc tuum puellae 
Tuae pignore lenias calorem. 

Hei hei quid facis? hei mihi, Lycori, 
Haec sunt flammea texta, non capilli: 
Sunt haec ignea vincla: ni relaxes, 

25 Qui tanto valeam valere ab aestu ? 
Anne ignem iuvat ignibus perire ? 
Comae flammeolae, subite flammas : 
Crines igneoli, venite in ignes: 

Sat me, flammea vincla, nexuistis: 

30 Nunc vos solvimini, et subite flammas: 
Ussistis nimis, ignei capilli; 

Nunc vos urimini, et valete in ignes. 


Hos meos age laetus ignis ignes 


6. BC Se se ostendere blandiore vultu Ft me c@rnere fixiore ocello. Anche in A 
alla lezione primitiva, cancellata, fu aggiunta, correggendola, quella di BC. 8. Apre 
miolum; ad saucique. 18. cd hanno: Colit virgineum simul. 18. B caduto l’et; 
C caduto aurea. 20. C meique ipsius; hoc tum puellae Hoc tuae pignore lenias 
calorem. 22. bc Eheu; C quod. 24. B Sunt haec ignea vincla, non oapilli; 
(24 bis) Hei quis ignen vincla mi relaxat, C Haec sunt flamea texta, non capilli; 
Sunt haec ignea vincla; me relaxit. ZIn A alla lezione primitiva, la migliore, fu sosti- 
tuita questa: Sunt haec ignea vincla, non capilli ; (24 dis) Hei quis ignea vincla mi 
relaxet; d Sunt haec ignea vincula, ni relaxes:; b Sunt haec ignea vincla ni relaxer. 
25. B tanti: C valeat. 28. A aveva la lezione Crines igneoli, venite in ignes; che 
poi fu cancellata e sostituita con Crines igneoli, valete in ignes; € crines igneoli va- 
lete in ignes; d crines igneolae valete in ignes. 82. C' et subite. 88. Questo 
verso in d manca. A aveva: Hos meos age mens, corretto d’altra mano in: Hos meos 
age laetus. 


GIOVANNI COTTA 121 


Perge extinguere, tuque flamma, flammam 
85 Exredas, mea corda quae exedebat. 

At tu, sic reliqui tui capilli 

Vernent perpetuum tibi, Lycori, 

Quod tuos ferus usserim capillos, 

Parce: nam volo amare, non peruri. 


3. d flammea flamma. 85. d exedebant. 87. ad Durent. 


VI. 
Ada Lycorin. 


Sive aliquid, seu forte nihil mea lumina cernunt, 
Dixi, ea te semper, vita, referre mihi. 
Stulta ego sim, dixti, si credam talia: amantes 
Talia fallaces fingere multa solent. 
5 Ergo non credis mihi? non mihi credis amanti? 
At, formosa, oculis crede, Lycori, tuis. 
Tu propius nostris tua firmes oribus ora; 
Inque meis figas lumina luminibus. 
Dispeream nisi, ut in speculo te te ipsa tueris, 
10 Sic oculi referent te tibi, vita, mei. 
Quod si ita sit, meritis tum tu des oscula ocellis ; 
Ipse, ubi mi libeat, dem tibi basiolum. 


VII. 
Ad Lycorin. 


Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori: 
Mî vox ista avida haurit ab aure animam. 

Et vela faciem: me me liquat ipsa videndo, 
Et trahit intentis ex oculis animam. 

5 Et mihi conde sinum: istis dum paro pressa papillis 

Basia, mi rapiunt ore ab anhelo animam. 

Nec mi ostende manum: illa mihi potis est aperire 
Pectus et e medio vellere corde animam. 


1. C ne tu. 8. D quae me liquat; ad ne me; Cista. 5. C Nec miostende 
sinum; a capillis. 6. C mi rapuit. 8. CDd evellere. 


122. V. MISTRUZZI 


Et mi ostende aliquid: moribundo abit aegra mihi mens; 
10 Nil video, quum te, lux mea, non video. 
Quid tamen optarim ostendi mihi? quid tibi in isto est 
Corpore, quo viso, non subito peream ? 
Tolle, precor, tunicam tantillam; et pascere ocellos 
In pede languentes me sine candidulo. 
15 Sed quid ego optavi mihi? paulo ante iste tuus pes 
Me incessu tenero dimidium abstulerat. 
Quod si tunc imis e vestibus exeruisset 
Unum vel minimum forte aliqua digitum, 
Linquere me cupide vidisses, me simul omnem 
20 Affusum dulci dulce mori digito. 
Verum age iam cane, lux mea; iam mihi, lur mea, totam 
Te retege, atque omnes mi face delicias. 
Nam si mors obeunda, inhians in te, mea, malim, 
Vita, mori; vita est quod mihi amabilius, 
25 Quam tristis desiderio tabescere amati 
Corporis, unde miser sim, et decuplo peream. 
14. ad D languenteis. 15. Dacd optavi?; DbY paullo; iste omesso in Aacd; 
C optarim. 16. In C me è caduto. 18. A sorte. 21. A Verum age iam mea 


lux, iam lux mea te mihi totam. 22. A Nuno retege. 2. CDPVabdcd quod vita 
est mihi amabilius. 


VIII. 
Ada Lycorim. 


O factum lacrimabile, atque acerbum! 
Nunc certe lacrimaberis, Lycori : 
Digna res lacrimis, tuoque luctu. 
Namque lumina nostra, lumina illa, 
5 Illa lumina, quae, Lycori, amabas, 
Quae tuis solita anteferre ocellis, 
Non sunt, o mea lux, amanda ut ante; + 
Non sunt lumina, sed malae tenebrae, 
Illa, ut impia fata te, Lycori, 
10 Abstulere mihi, tuoque longe 


2. E Hunc. 8. Caduto in A fu aggiunto d'altra mano, 6. Eque. 6. Zante 
ferri. 7. Caduto in abced. 8. E male. 10. caduto mihi. 


GIOVANNI COTTA 


Me a valtu voluere abesse caro, 
In rivos abiere lacrimarum: 
Quodque amarius, atque praeter omnem 
Lacrimabile cogitationem, 

15 Quantumcumque habuere lacrimarum, 
Jampridem evomuere: nunc ad ipsum 


123 


Ventum est sanguinem, ab intimoque cordis 


Ducto flumine, turgidi horridique 

Sanguinem lacrimant miselli ocelli, 
20 Et cum sanguine amata diffluit lux; 

Ac sic enecuere seque meque, 

Dum meum miseri igneum furorem 

Quaerunt diluere, et rigare mentem, 

Heu mentem, Enceladi, Typhoeique 
25 Aestuosa anima aestuosiorem. 


11. CE me vultu. 18-15. caduti in E. 17. acd atque ab intimo cordis. 


N. BPEL 22. acd mecum® £ igeum. 2%. E Typhosiique. 


IX. 
Ad Calorem. fluvium. 


Ocelle fiuminam, Calor, Calor pulcher, 
Calor, bonarum cura amorque Nympharum, 
Quem caerulum fovens caput sinu blando 
Montella secum amore vincit aeterno; 

5 Dic, o mihi amnis conscie, anne nunc forte 


Pulchra illa, simplexque adeo, et omnibus felir 


Soluta curis, mea Rubella per ripas 
Tuas oberrat? et vel ex odoratis 
Pingit corollas floribus, vel in densa 
10 Silva sibi suavi sopore blanditur ? 
Anne potius cum aequalium choro ludit, 
Qua primum oriris ipse, quaque miscetur 
Nitens nitenti Balnius Politinae, 
Tuosque laeti confluunt in amplexus ? 
15 Argenteumque pedem, atque nuda formosos 


4. D Mortella. 7. A mea Rubella per ripas soluta curis. 


11. C aequalem. 


124 


20 


25 


30 


39 


16. D lavi. 


V. MISTRUZZI 


Artus per undam et aureum lavit crinem ? 
Sic est: ibi illa membra eburnea, atque ipsas 
Papillulas beata frigeras lympha: 

Atque inde, fiammeo calore concepto, 

Huc usque fiammas in mea ossa transmittis: 
Dum te subinde candidae memor Nymphae, 
Qua iam recepta Samnii tumes unda, 

Samni et vetustas limpidus rigas urbes, 
Exul, miser, suspiriosus inviso. 

At tu, Calor, sic olim amoenus auratis 
Dicare cornibus, arduusque Vulturno 

Ferare victo, illique iam auferas nomen, 
Fontem ad tuum recurre, dic meae luci, 

Meo te ab igne posse saepe siccari, 

Meo nisi de fletu identidem crescas. 

Dic, me amplius nequire tanta celare, 
Nequire ferre vulnera, &c mori semper. 

Tum, si ipsa prorsus haud sit immemor nostri, 
Si sors amara illi mea, et fides grata, 

Dic, me libenter ferre quicquid est duri. 


19. A fammeo meo. 24. a suspiciosus. 2. A4 fontem tuum. 


84. A illi et mea fides. 


10 


L Y iidem. 


X. 
Ad Anysiun. 


Ambo dulcia — ne verere — et idem 
salsa scribimus ambo, docte Anysi. 

Scis quae, uti sumus uno amore iuncti, - 
uno carmina scribimus libello: 

scis cervum quoque, quem sibi educarunt, 
suum ut Silvia delicata virgo, 

nostri filiolae boni Gevarae: 

ille tam cupide illa devoravit, 

ut omni sale salsiora, et omni 

posses noscere dulciora melle. 

O testem lepidum, bonique Anysi 

raram carminis approbationem ! 


11. V Anysii. i 


GIOVANNI COTTA 125 


XI. 
Ad Gevaras fraltres. 


Ridete, o lepidi mei Gevarae, 

Et vestri facinus probate Cottae. 
Dum suae Anysius mihi puellae 
Partem pernegat, hunc ego a puella 

5 Huc in exilium ad Caloris amnem 
Traxi blanditiis bonisque verbis, 
Quasi ad delicias novas vocarem. 
Hic hunc molliculum atque delicatum, 
Probe testibus, arbitrisque vobis, 

10 Apici volo macerare in aestu, 
Usto ut ore, peraridoque vultu 
Reversaum tenera horreat puella. 
Sic evenit Anysio, quod aiunt, 
Tota perdere, tota qui requirunt. 


10. P Apioii. 


10 


XII. 
Ada Actium Synceruin Sunnazarium. 
De Minois regis impietate. 


Cum gravis imperio Minos avitabat Athenas, 
Legifer et populis jura superba dabat; 
Nescio qua bili percussus, ab urbe poetas 
Expulit, et pulsos egit in exilium, 
Infestos adeo reddens sibi crimine vates, 
Ut Musae hunc coeli sedibus ejicerent. 
Ab Jove prognatum misere in Tartara regem: 
Tantum illi nocuit vatum inimica manus. 
Nomen, crede mihi, sanctumque piumque poeta est: 
Huic quicumque nocet, se perijsse putet. 
Testis Pasiphae Veneris nova monstra pudendae 
Aspernata virum foemina amica bovis; 
Altera natarum testis, data praeda Lvaeo, 
Heu misera in solis ebria littoribus; 


126 V. MISTRHUZZI 


15 Altera privigni renuentis perdita amore 
Contempta accumulans crimina criminibus. 
Laedere credideras sanctos, rex dure, poetas: 
Poenitet, at sero, te nocuisse tibi. 
Dedecus hoc generi manet aeternumque manebit. 
20 I nunc, et vates, stulte, perire puta. 
Est vati immortale, et non violabile pectus: 
Hoc itidem sonuit veridico ore deus. 
Namque ferunt dixisse Patris mandata ferentem : 
Mortis in hoc puero non habet umbra locum. 
25 Sic maneat, donec se animae in sua membra receptent, 
Rebus et exitium deferat ignis edar 
Atque Hominemque Deumque in maiestate sedentem, 
Extremo videat terra cruenta die. 
Scilicet ostendit juvenem, quo clarior alter 
80 Nec prior ingenio nec probitate fuit. 
Hunc Heliconiades sacris docuere sub antris 
Et Charites Paphiae dulci aluere sinu. 
Murmure tum comites sanctum implevere senatum, 
Mirati merito morte carere hominem. 
35 Musarum pretium est aeternum vivere, nec mors 
— In sacros vates arma movere potest. 
Gaude igitur, Syncere, tui saecli optime vatum: 
Immortalis enim lux geniusque tibi est. 


XIII. 


De victoria Liviani. 


O quae alma grato carmine fortium 
Mori, Thalia, facta vetas virum, 
Nunc et per ora Livianum 
Omnium, et omne feras per aevum. 

5 Dic, ut superbae contuderit minas 
Germaniae, atque a Caesare barbaro 
Fessae tot annos imminentem 


Ausoniae arcuerit ruinam. 


8. c hora. 


GIOVANNI COTTA 127 


Nam quis, maloram heu heu veteruam memor, 
10 Non expavebat, quum populos truces 
In nos remotis usque ab oris, 
Qua glacie riget Amphitrite, 
Audiret armari, asperaque Alpium 
. Ixm vincere altis cum nivibus iuga 
15 Feris inaccessa, atque fines 


Undique iam populare nostros ? 

At Livianus in trepidis docens 

Audere rebus, qua violentior 
I Vis hostium ingruit, citatis 
20 Obvius agminibus cucurrit. 
Ductore tandem hoc, scilicet Italas 
Videre montes insoliti manus: 

| Tormenta(que) atque equos, et arma 

| Alpicolae stupuere Fauni. 

25 Tandemque nostra tmpune nimis diu 
Bacchati in arva Theutones horridi 
Sensere in antiquumque robur, 
Inque novum Marium incidisse; 

Quum caesa, pubis flos Alemanicae, 

80 Repente inalta valle Cadubrii 
Phalanx nives cruore tinxit 
Purpureo, rapidumque Plavem,; 

Arx et recepta est, pectora militum 
Quum saeva nostrorum ardua non via, 

395 Non sara, non arcere muris 
Terrifici potuere nimbi, 

Cadente ahena fulminis in modum 
Contorta ab igni sulphureo pila, 
Qua terra subsultat, nigerque 

40 Cum sonitu ferit astra fumus: 

Dirum repertum; et ingenium male 
Sagax, sacrumque, quo truculentius 
Nil invenire atrox Megaera, 
Saeva nec ira potest deorum. 


9. c echeu. 28. adc Tormenta. 80. c Caduvrii. 32. ad Planem. 


128 V. MISTRUZZI 


45 Sed cuncta praesens horrida temnere 
‘ Dux &cer urget; hunc sequitur cohors 
Secura; praesentemque mortem 
Magnanimo duce freta vincit. 
Dis cura nostri est; et Venetus pater 
50 Probe latinae consuluit rei, 
Quum ius tibi omne copiarum, 
Liviade, tribuit suarum.; 

Corneliumque mox socium dedit 
Magno e Senatu, cui sapientia 

bh) Insignis, ac fortuna avorum 
Scipiadum reparant honores. 

Non imperatorem ille queat sibi 
Optare, Mavors quem mage diligat : 
Non tu senatorem ferendis 

60 Consiliis animosiorem. 

Vos nuper hostium unanimes feram 
Fregistis audaciam, ac pavidos patres (1) 
Firmastis, ac suam attulistis 
Semianimis populis quietem. 

65 Vos iam timebit barbarus, ac suis 
Pedem cavebit tollere tinibus, ò 
Ni laeva mens est, diique nostros 
Adeumulare volunt triumphos. 
49. adc Diis. 652. adc Liviane. 67. adc diique. 68. a malunt. 
AUX, 
Epitaphium canis (2). 


Caparion ego sum, quem vivum maxime amavit 
Liviades; tumulum post dedit et titulum. 
Plura cani ingenue de se sibi non licet: at mi 


Nunc audita meo accipe de domino: 


2. Betcumulum. 8. A B cani capere. 


(1) Il verso non torna, ma credo quasi certo che lo sbaglio sia del poet® 
(2) I pentametri 4 e 6 sono difettosi, il primo per l’iato, il secondo per 
l’elisione in cesura. È 


GIOVANNI COTTA à 129 


5 Latrantem me forte phalgnx Germana per umbras 
Ut novit, de more affore herum timuit, 
Et fugit trepida; at ridens ait una dearum, 
Quae ante Jovis solium ferrea pensa trahunt: 
Ne trepidate: semel satis est timuisse: neque illum 
10 Quem fagitis, prius huc fata venire sinent 
Quam Gallos male foedifragos demiserit Orco 
Et quisquis verat barbarus Italiam. 
Quisquis ades, domino haec referas, precor; haec quoque pauca 
Addito: amat te etiam trans Styga Caparion. 


6. VY vidit. 8. AB trahit. 18. ABD referas rogo. 


XV. 
Ad sodales. 


Tam valete, boni mei soda.es, 

Naugeri optime, tuque, amice Turri, 

Vere candidi et optimi sodales, 

Quos nunquam sat amaverim, licet vos 
5 Quam fratres mage, quamque me ipsum amarim. 

Quibus perpetuum frui per aevum, 

Vota si mea Di audiant benigni, 

Sit una ampla animi mei voluptas. 

[Quod quanto cumulatius futurum est, 
10 Una si liceat mihi beatis 

Vestri colloquiis adesse Bembi!] 

Verum dura necessitas repugnat, 

Invitumque alias adire terras 

Cogit, atque alios parare amicos. 


15 Vos ergo memores mibi esse vestri 


2. O Navigeri. 3. C Vero. 5. C magis. 9-11. Questi versi non sono în C 
abcd. Così pure in A senonchè furono poi aggiunti d’altra mano a piè di pagina. 
15-18. A Vos ergo memores mihi esse vestri Fixam in pectore imaginem, bonamque 
Vobis partem animae meae reliqui, Dulces candiduli et optimi sodales. Quest'ultimo 
verso fu cancellato da mano tarda e sostituito con: Jam valete boni mei sodales; 
ad Vos ergo memores mei este, vestro Fixnm in pectore imaginem bonamque Vobis 
partem animae mene reliqui, Dulces candiduli et optimi soAdnles: è Vos ergo me- 


130 . V. MISTRUZZI 


Fixam in pectore imaginem, bonamque 
Vobis partem animae meae relinqui, 
Iam valete, boni mei sodales. 


mores mihi esse vestri Fixam in pectore imaginem bonamque Vobis partem animae 
meae reliqui, Jam valete boni mei sodales, Dulces candiduli et boni sodales; 
c Vos ergo memores mihi esse vestri Fixam in pectore imaginem bonamque Vobis 
partem animae meae reliqui, Dulces, candiduli et boni sodales. 


Ii 


Clar. d. Marino Sanuto quaestori Veronae optimo d.no iocundissimo. 


Marino Sanuto Jo. Cotta sal. m. Quod brevioribus rarioribusque tecum 
agimus fortasse quam cupis, non ea ratione simpliciter excusatur quod, abusi 
humanitate atque benevolentia tua, salutandi tui ac diutius alloquendi gratia 
negotia nostra minime deserenda iudicemus, sed etiam minus idcirco scribimus 
quoniam, cum ego in dies videar aliis de causis istuc reversurus, tuque brevi 
sis huc venturum te pollicitus, altera vera occasio tui commodius visitandi 
copiam oblatura expectatur: nuncque propterea tantum haec ad te pauca mi- 
simus ut silentii nostri causam non ignorares; et quod te recepi libentissime 
suscepturum, tibi onus imponerem ut litteras nostras tibi datas quam celer- 
rime perferri ad Geor. Cornelium et Jo. Antiquarium maximum utrumque 
suo in genere virum procurares. Vale meique memor pariter memores amicos 
eftice. 


Ligniaci, Die 7 augusti 1501. 


II. 


Jo. Cotta Actio Syncero Sal. M. 


Merito facis, Acti humanissime, quod divini senis Pontani obitum amaris- 
sime luges: vidi enim quas super hoc ad fratrem plenas veri doloris litteras 
dedisti, eaeque dolorem meum licet nunquam non recentem plurimum ex- 
acerbaverunt; verum, uti dixi, merito facis tam causa publica quam privata: 
nam et eum parentem latinae amisere Musae, quo majorem unquam, vel certe 
post Ciceronem Virgiliumque non habuerunt: et adeo te amabat magnus ille 


GIOVANNI COTTA 131 


senei, tantique te faciebat, ut nunquam de temporis nostri ingenijs sermonem 
faceret, quin te supra omnes commendaret. Et certe per te ipse mihi admi- 
rabilis apparuisti semper: tum cum antea in Laude oppido tui meique aman- 
tissimus Philippinus Bononius cultissimos Arcadiae tuae saltus mihi patefecit : 
tum cum postea Neapoli bonorum omnium tui praesertim studiosissimus 
Franciscus Pudericus, fraterque tuus M. Antonius mihi ostenderunt elegan- 
tissimos alios lusus tuos; quae enim sunt graviora (quamquam omnia tua 
sunt gravissima) tecum diceris asportasse. Ego tamen te admiror magis, quia 
etiam Pontanus te unice admirabatur; eaque causa est, ut, quum ex consue- 
tudine tua spero studijs meis quandoque consultum iri, aeternum Pontani 
silentium minus moleste feram, quamquam id molestius ferre debet nemo, 
teste siquidem vel Parthenope tua. Et me amavit ille cum primis, et ego 
pontaniani tantum oraculi consulendi gratia hanc in urbem profectus eram. 
Verum qua te prosequar observantia testabitur aliquando clariss. Ant. Gevara, 
quì me secum esse voluit, fecitque, dum mea studia benignissime fovet, ut 
mortuo etiam Pontano mihi Neapoli esse luberet: testabitur Pudericus tuus, 
qui apud Gevaram suum dies totos agit, mecumque semper praeter alias tem- 
porum injurias absentiam tuam acerbissime dolet. Sed ego jam a tristibus 
supersedebo, ne male videar ominari congredienti nunc primum nmicitiae 
nostrae. Rogaboque ut des operam, ut quam celerrime potes tuis te optatum 
et speratum reddas. Ipse vero hac expectatione interea me consolabor. Vale. 


Neapoli, Die v° Januarij. MDIIII. 


VITTORIO MISTRUZZI. 


INDICE 


La nascita e i primi studi . 

A Lodi e a Napoli 

Con Bartolomeo d’Alviano nel Friuli ed a Venezia 
Dopo la battaglia di Ghiaradadda 

Le opere di erudizione e i carmi latini 

Le rime ? 

Codici ed edizioni dei carmi 


SU LA FORTUNA E L'AUTENTICITÀ 


DELLE LIRICHE 


DI 


LUDO VICO ARIOSTO 


AVVERTENZA 


Dopo il testo delle Satire procurato dal Tambara, dopo la 
ristampa del poema fatta nelle sue tre edizioni dalla Società 
filologica romana a cura di F. Ermini, dopo l’edizione critica 
de Gli Stadienti che il Salza ci lasciò col più vivo desiderio 
della edizione di tutto il teatro ariostesco, non ci sembra inu- 
tile fatica, per la completa intelligenza del cantore d'Orlando, 
raccogliere tutte le poesie volgari e latine che edizioni note e 
rari opuscoli, miscellanee a stampa e a mano riportano al nome 
dell'Ariosto. Perciò, tutto che di messer Ludovico per lunghe 
ricerche e non facili esplorazioni ci è stato possibile riunire nel 
campo della lirica, verrà da noi raccolto e presentato in quella 
lezione che l'autorità dei singoli manoscritti e degli opuscoli a 
stampa, vagliata, dove si è potuto, con quella delle migliori 
edizioni e suffragata dalle altre opere ariostesche, ci suggeriva 
essere la forma nella quale presumibilmente lo stesso autore 
avrebbe dato ai torchi i suoi componimenti. E ciò, ben s'intende, 
per quelle poesie che studî e ricerche c’'inducono a considerare 
autentiche o, per lo meno, probabilmente tali; per le altre che 
risultino spurie, ci limiteremo alla lezione che i manoscritti e 
le stampe più autorevoli hanno conservata. 

Ma perchè si abbia una base onde procedere con la maggiore 
certezza alla ricostruzione del testo, giova, dopo un rapido cenno 


Giornale storico — Suppl. n° 22. 9 


134 G. FATINI 


delle principali edizioni e dei più importanti manoscritti, sceve- 
rare con l’autorità di quelle e di questi, scrupolosamente valu- 
tata, tutte le poesie autentiche da quelle che le nostre conclu- 
sioni dimostreranno incerte o apocrife. In tal modo anche l’arida 
esposizione della fortuna toccata alla lirica dell’Ariosto non parrà 
inutile sfoggio di erudizione a chi poi voglia spiegarsi perchè 
poesie, finora inedite o sconosciute o da alcuni riguardate come 
dubbie, nella nostra raccolta si vedranno fra le autentiche, 
mentre altre verranno come spurie tolte al Ferrarese e un pic- 
colo gruppo, per difetto di elementi decisivi, resteranno ancora 
di paternità incerta. 

Ognuno dei tre gruppi, rispetto a tutte le precedenti edizioni, 
risulterà notevolmente accresciuto: anche il primo, quello cioè 
dei componimenti genuini; e questi, seguiti in appendice dai 
dubbi e dagli spurî, formeranno un volume della collezione la- 
terziana Gli scrittori d'Italia, che, venendo alla luce insieme 
al presente studio, avrà in questo, più che una opportuna /n{ro- 
duszione, un indispensabile completamento (1). . 


TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI 


A; — Ms. dell’Ambrosiana C, 112, Infer. 

A, — >» » H, 66, Infer. 

B, - Fascic. ms. alleg. ad una copia delle Rime del 1552, nella Palat. di Parma. 

B, - Ms. Palat. 557 della Palat. di Parma. 

Baruffaldi (G.) — Vita di L. Ariosto, Ferrara, Bianchi e Negri, 1807. 

Bongi (S.) - Annali di G. Giolito de’ Ferrari, Roma, 1895, II, pp. 26-36 
(e passim). Lo studio su le rime dell'A. era già comparso nell’4rch. 
stor. ital., serie V, vol. II, pp. 267 sgg.; poi nell’Antologia della 
nostra critica di L. Moranpi (Città di Castello, Lapi). 


(1) Citando i componimenti col numero romano, mi riferisco al posto che 
essi occupano nell’edizione laterziana; se il num. è solo, sono poesie auten- 
tiche; se con 1 in alto, dubbie; se con 2, apocrife. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 1395 


0, - Ms. della Comunale di Ravenna, n. 209. 

0, i » » n. 287. 

Cp - Le Rime di M. Lodovico Artosto..., a tinstantia di Iacopo Moda- 
nese..., in Vinegia..., MDXLVI. 

Cp, - Rime di M. Lodovico Artosto, MDXLVII (In Fiorenza). 

Cappelli (A.) — Prefazione storico-critica. Documenti e note alle Lettere di 
L. A., Terza ediz., Milano, Hoepli, 1887. 

Carducci (G.) - La gioventù di L. A. e la Poesia latina in Ferrara, nelle 
Opere, XV (Bologna, Zanichelli, 1905); lo studio era già comparso, 
alquanto diverso, col titolo Delle poesie latine edite e snedite di L. A., 
Studi e ricerche di G. C., In Bologna, Presso Nicola Zanichelli, 
MDCCCLXXV, poi in una ristampa del 1876 e nelle Opere fin 


dal 1881. 
D, - Ms. della Bibliot. Governat. di Lucca, n. 1307. 
D, - » » >» » n. 1537. 
E, - Ms. della Estense di Modena, a, R, 9,4 (ital. 122). 
E, - >» » » a,T,7,1(» 224) 
E, - » »  » «a, W, 2, 11 (lat. 228). 
E, = > » » X, *, 34. 
E, - » » » a, T, 6,8 (lat. 150). 
F, - Ms. della Bibliot. Civ. di Ferrara, n. 64. 
F, - » » » n. 365. 
F,- » > » senza numero, intit.: Alcune rime ita- 
liane originali di L.A. 
F, - n» » » n. 40. 
sg >» » » n. 3. 
fi - >» » » senza num., intit.: Aliquot carmina 


autographa L. A. ferrarien. 
Fatini (G.) - Le Opere minori di L. A., scelte e commentate da G. F., Fi- 
renze, Sansoni, MCMXV. 


H - Ms. della Riccardiana di Firenze, n. 1166, n. 25. 

| -- Ms. della Bibliot. dell'Arsenale di Parigi, n. 8583. 

K- > » di Oxford, n. 86. 

L, - Ms. della Laurenziana, Plut. XLI, cod. XXXIII, n. LKXXIV. 

M - Mz. della Marucelliana (Firenze), C, 257. 

N, - Ms. della Nazionale di Firenze (fondo magliabechiano), II, I, 60. 
N - > : _ : II, IV, 233. 
N- > i i ; VII, 345. 
Ni a ; Di 3 VII, 360. 
N - >, . ; . VII, 371. 
N. — >» » » » VII, 719. 
Us i i j VII, 720. 
N- > ; : . VII, 873. 
N - » » » » VII, 904. 
N, - > vw » » VII, 1041. 
N,- >» ; ; . II, III, 384. 


136 G. FATINI 


O, - Ms. della Bibliot. Oratoriana di Napoli, n. 17 (Pil. X, 29). 


0, - >» » » n. 189 (Pil. X, n. V). 
P, -— Ms. della Nazionale di Firenze (fondo palatino), n. 256. 
P, - » » » » n. 288. 
P, - >» » » » n. 432. 


Pigna (G. B.) — Io. Baptistae Pignae Carminum Lib. Quatuor... Caelii Cal. 
cagnini Carm. Lib. III, Ludovici Areosti Carm. Lib. II... Venetiis... | 
Valgrisii MDLIII. 

Pigna (G. B.), I Romanzi —- I Romanzi ecc. Ne' quali della poesia, et della 
vita dell’ Ariosto con nuoro modo 81 tratta, Venezia, Valgrisi, 1554; 
riprodotti nelle Opere di L. A., Venezia, Orlandini, 1730, col titolo 
Vita di M. Ludovico Ariosto tratta dai Romanzi, ecc. 

Polidori (F. L.) —- Opere minori di L. A., ordinate e annotate da F. L. Po- 
LipORI, Firenze, Le Monnier, 1857. 


R, - Ms. della Vaticana (fondo barberiniano), lat. 3792. 

R, — >» » » barb. lat. 3945. 
R, - >» » » lat. 1819. 

R, - » » » lat. 7192. 

R, — >» > (fondo vaticano Regina), 1591. 

Ri — > » (fondo ottoboniano), 2348. 


R, — Ms. della Bibliot. Vitt. Emanuele di Roma, 522. 

R,ì — Ms. della Casanatense di Roma, D, VI, 38. 

Ri —- Ms. della Bibliot. Boncompagni di Roma, n. 100. 

Rio — Ms. della Bibliot. Chigiana di Roma, segn. LVIII, 302. 

Ronc. —- Ms. della Roncioniana di Prato, N, 10, Q, V, 6. 

S, — MS. della Comunale di Siena, I, VI, 41. 

S. = » » I, XI, 49. 

S, — >» » » H, A; 

Salza (A-K) — Studi su L. A., Città di Castello, Lapi, 1914. 

T - Ms. della Trivulziana di Milano, n. 115. 

Tambara (G.) - Le Sutire di L. A.; testo critico con introduzione e note 
a cura di G.T., Livorno, Giusti, 1903. 

U, - Ms. della Bibliot. Universitaria di Bologna, n. 1250. 

V, — Ms. della Marciana, cl. XI, cod. LXVI. 

V,- » > ital. X, 74. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 137 


LIRICA ITALIANA 


I. 


Dispersione delle ‘“ Rime ”. - Opuscoli di cerretani. 


Nella cura affettuosamente paterna rivolta al poema l’Ariosto 
forse non ebbe mai il pensiero di preparare per il pubblico un 
volume delle sue liriche; ma se pur tale idea (1) qualche volta 
eli balenò in mente, certo ne rimise l’attuazione a dopo la de- 
finitiva ristampa del Furioso; intanto trascurava di esercitare 
su di esse quel labor 2i2a:4e che con singolare pazienza adope- 
rava nel suo capolavoro (2). Difettando, così, i versi di quella 
grazia e perfezione che la lima avrebbe loro conferite, all’Ariosto, 
per amore dell’arte e anche per riguardo alla sua reputazione 
di artista, non garbava punto che altri, fossero pure gli amici, 
legrendo i frammenti del suo canzoniere, avessero modo di giu- 
dicare l’autore delle Rime in confronto con l’autore del Furioso. 
Tale desiderio traspare, p. es., da una lettera che un Marco Pio 


:1) AI Duca di Mantova l’A. chiedendo, il 15 genn. ’32, l'esenzione dal 
dazio per certa carta che doveva passare per il suo territorio, scrive: « Io 
«fo pensier anco (oltre al « Furioso », cioè) di stampare alcune mie cosette » 
(Lettere, CLXXVII). Queste cosette possono riferirsi alle opere minori in ge- 
nerale o a qualcuna in particolare, come le stesse Rime. 

(2) Il Pigna, Z Romanzi (116), scrive che l'A. « facea spesso rifare » la casa, 
‘ dicendosi ancor tale nel far versi, essendo che molti li mutava e rimu- 
‘« tava ». Indice eloquente della sua incontentabilità artistica trovasi nelle 
carte autografe del poema, del quale si proponeva perfino una ristampa cor- 
fetta e ampliata anche dopo la terza edizione (v. Furioso, III, 4 e Lettere, 
CLXXVII); anzi della stessa 33 ediz. si hanno due tipi di esemplari, dovuti 
forse allA. che correggeva pur durante la tiratura dei fogli; v. G. Lisio, 
Note ariostesche, negli Atti del Congresso internaz. di scienze stor., Roma, 
Lincei, 1904, IV, pp. 154-60; F. Ekmisi nella prefaz. alla ristampa del Fu- 
muso: e Salza, 238 sgg. 


188 | G. VATINI 


dirige a Guidobaldo della Rovere, che lo aveva sollecitato per 
l’invio di poesie ariostesche. « Li mando — scriveva — queste 
« poche rime dil detto Areosto, le quali contra sua voglia et 
«con dificultate ho poste insieme; contra sua voglia, perchè 
«non voria che fossero viste (1), con dire chie sono incorrette, 
« et che a lui è di vergogna che siano viste, nè mai da lui ho 
« potuto havere cosa alcuna; per questo dico poi con dificultate, 
« perchè da più persone mi è stato forza raccorle insieme ». 
Ma contro la voglia del poeta disperse ugualmente (2), fra gli 
amici e gli ammiratori, messer Ludovico non potè impedire che 
esse, in gruppi più o meno copiosi, vagassero qua e là, senza 
padrone, per finire pur nelle mani di abili ciarlatani, che spesso 
e volentieri s'improvvisavano editori. 

Vivente l’Ariosto però, nessuno, a quanto pare, neppur dei 
cerretani, osò pubblicarle; ma, morto, ai fratelli e ai figli occgrse 
molta fatica per sottrarre le opere di lui al saccheggio degli edi- 
tori. A questo scopo fin dall'8 agosto "33 (a un mese di distanza 
dalla morte), essi riuscirono ad aver la conferma dei privilegi 
ottenuti dal poeta; nel ’34 li vollero rinnovati (3) e, con l’in- 
tendimento di dare alla luce tutto che d’inedito avevano trovato 
nelle carte del congiunto, il 9 aprile ’85 si facevano lasciare dal 
Senato veneziano un privilegio decennale per tutti gli scritti 
minori. « Havendo li heredi del quondam ‘Messer Ludovico 
« Ariosto da Ferrara ottenuto licentia dalli Excellentissimi sì- 
« gnori del consiglio di X di poter far stampar alcune Comeadie, 
« Elegie, Epigrame, Capitoli, Sonetti, et Stanze, et altre diverse 


(1) Anche il Picxa (116) asserisce che VA. « non mandò in luce » le rime, 
« per esservi dentro molte cose ch'egli fece ne’ suoi primi anni, et di che 
« non tenne cura quando fu fatto maturo ». Su la lettera di Marco Pio, del 
10 ottobre "32, pubblicata dal Barverrapi, 294-95, v. SALZA, 28-29. 

(2) Simile sorte tocco alle Rime del Bembo (con le edizioni clandestine 
dei Da Sabbio), della Colonna, del Sannazzaro e di tanti altri; per i quali 
v. Bons, passim. 

(3) Vedasi un documento del Museo Britannico, pubblicato dal ReniER in 
questo Giornale, 20, 301. 


-_ — mensili 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 139 


« composizioni (1) di esso messer Ludovico così latine come vol-. 
« gare, le qual loro desiderano porre in luce, acciò che delle 
«honeste vigilie sue più tosto che gli Extranei, detti heredi 
« conseguano qualche utile, in parte di recompensa della jactura 
« fatta della morte sua », chiedono « che per Diece anni proximi 
« futuri non sia licito ad alcuno in cità, Terra, e loco subdito 
«al Dominio di questa Excelsa Republica stampare, nè far 
« stampar, vender o far vender alcuna de ditte opere, senza 
« expressa licentia de’ ditti heredi... » (2). 

Qual ne sia stata la causa, le singole pubblicazioni annun- 
ziate dai parenti vennero assai tardi (3) quando il termine de- 
cennale del privilegio era per scadere o era già scaduto, e dei 
manoscritti qualcuno era già uscito dalle mani degli eredi. In- 
tanto però le opere o i frammenti d’opere dell’Ariosto, fra i 
quali anche alcune liriche, venivano stampate alla macchia (4). 


(1) Con le parole E7egie, Epigrame indicansi le poesie latine, con Capt- 
tolr e Sonetti le poesie volgari, con Stanze i frammenti in ottave, e con le 
altre composizioni molto probabilmente le Satire, l’Erdolato e qualche altro 
scritto non pervenutoci; cfr. G. Farini, L’« Erbolato » di L. A., p.4, n. 6 
(estratto dalla Itass. dibliogr. d. letter. ital., XVIII, 1910). 

(2) Questo privilegio, dato integralmente dal Boxci, I, 281, n. 3, fu tratto 
dall'Archivio di Stato di Venezia, Reg. n. 28, Senato I, Terra, 1534-35, c. 122. 
L'intenzione di pubblicare gli scritti minori dell'A. si rileva pure da una 
lettera del fratello Galasso, scritta per la morte di Ludovico, nella quale 
egli dice che « per onore di M. Lodovico e per debito mio disegno fare ri- 
« stampare il Libro (cioè i poema) e tutte l'altre composizioni Latine e 
« volgari in bella stampa ed onorevole et attender più che escan belle e ben 
« corrette, che all’utile » (Panizzi, The life of A. L., London, Pickering, 
1834, pp. 148-49 n. e Satza, 6). 

(3) Così l'Erdolato e i Cinque canti furono pubblicati nel "45, le Ame 
nel '46 con privilegio concesso nel ’44; la Cassaria în versi nel '46; i Sup- 
positi in versi nel '51, i Carmina nel ’53, ecc.; solo le Satire comparvero, 
a quanto pare, subito dopo il privilegio del ’35, col permesso degli eredi; 
v. Boxci, passim; TAMBARA, 21, 23. ; 

(4) Per le Satire si ricordino le edizz. clandestine del "34, *35, ‘37, ecc., 
cui accennano il Tamara, 18-22 e il Boxer, I, 2280-83; per le Commedie e 
il Furioso v. Boxsi, passim e la prefazione del SaLza alla edizione de Gli 
Studenti (Città di Castello, Lapi, 1915). 


140 G. FATINI 


Il Bongi illustrò assai bene una curiosa specie di editori, i 
quali con mirabolanti specifici raccoglievano gente nei centri 
più frequentati delle città. Questi « vagabondi ingegnosi... nelle 
« piazze, specialmente in occasione delle fiere, trattenevano la 
« folla con buffonerie e con giuochi improvvisando e cantando 
« d'armi e di amori, recitando dialoghi e commedie, narrando 
« novelle, mostrando bestie e mostri, vendendo saponi e profu- 
« merie, e soprattutto vantando medicine e specifici miracolosi. 
« Lo spaccio e la distribuzione, forse anche gratuita, di fogli vo- 
«lanti e di opuscoli, aveva parte non piccola, e talvolta princi- 
« pale, nell'industria di costoro, fra i quali ve n’era di più o di 
«meno triviali; tantochè, dal vil giocoliere e dal venditore di 
« polveri per i topi si saliva fino al medico pratico, che, ammi- 
« nistrando emetici, ed operando bravamente e con grande abi- 
< lità di mano, rubava il mestiere ai medici ed ai chirurghi 
« addottorati e legali » (1). L’Ariosto, che col Furioso già offriva 
a costoro ricca messe di cantari e di raffazzonamenti (2) tanto 
graditi al pubblico, in grazia della sua popolarità era più d'ogni 
altro esposto alle brame ed al saccheggio (3) di questi spaccia- 
tori di specifici, i quali certo non gli avrebbero risparmiato 
neppure i suoi rifiuti poetici. Anzi, è facile imaginarsi la festa 
di chi riusciva a metter le mani su qualche novità del Poeta; 
giacchè la poesia o l'opuscolo ariostesco, allettando forse più 
delle miracolose specialità, agevolava lo smercio di queste ul- 


(1) Boxer, II, 26-27; cfr. T. Ganzoni, La Piazza universale, In Venetia, 
MDCI, app. R. Meietti, cap. CITII, pp. 741-48 e FatIsi, L'Erbolato, 1-2. 

(2) V. Guipi, Annali delle edizioni e delle versioni dell’Orlando Furioso, 

Bologna, 1861; Metzi, Dizion. di op. anon. e pserdon., ece., Milano, 1848-59; 
Graesse, Tresor de livres rares, ecc., pp. 202-03; Menzi e Tosi, Biblio- 
grafia dei romanzi, Milano, 1865, ecc.; ma soprattutto G. Fumagatti, La 
fortuna dell'O. I. in Italia nel secolo XVI, Ferrara, Zuffi, 1912. 
(3) Sui furti letterari, assai frequenti nel Cinquecento, vedasi una nota in 
I Cortegiano del conte B. Castiglione, annotato e illustrato da V. Cias, 
Firenze, Sansoni, MCMX, p. 2 ».; vedi pure Boxu1, I, 376 (per le rime di 
V. Colonna). 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 141 


time. Come poi costoro si procurassero queste novità non è dif- 
ficile pensarlo quando si ponga mente che già da un pezzo, 
vivente l’autore, non poche poesie erano disperse, ed altre ve- 
nivano di tratto in tratto tolte alla sorveglianza degli eredi o 
rifatte su quelle del poeta e col suo nome poi divulgate. 

Di questi singolari editori il primo che si presenta è Ippolito 
Ferrarese, il quale, oltre a spacciare fra il pubblico opuscoli di 
materia ariostesca, si dilettò a far versi, specialmente strambotti, 
prendendo tra gli improvvisatori del tempo ed i cantastorie un 
posto non volgare (1). Dell’Ariosto potè mettere insieme un sei 
componimenti amorosi, in compagnia di capitoli, sonetti e terze 
rime appartenenti ad altri, ai quali impose il pomposo titolo di : 


FORZE D'AMORE | OPERA Nova Ne/|j/a quale si contiene sei 
Capitoli | pi MEssER Lopotico ARIOSTO, sopra diversi sogetti| 
non piu venuti in luce | întitutata te forze | d'Amore | Con 
altri Capitoti, Sonetti, Stram|botti, Madwigati, Barzelette| 
d'altri Auttori sopra valrii & dinersi propolsili: Nova- 
mente | stampati ad in|stantia di | HyPPoLITO Ferrarese, 
MDXXXVII (s.]. e n. di st.): in 8°; cc. 20 num., con fronte- 
spizio illustrato, e c. 1 d. 


(1) Su di lui v. V. Rossi, Un cantastorie ferrarese del sec. XVI, nella 
Rassegna Emiliana, II (1890), vol. V, pp. 435-46, e Boxer, II, 29-30 n. Un 
suo sonetto trovasi in Réîme scelte de’ poeti ferraresi antichi e moderni, 
Ferrara, Pomatelli, 1713, p. 67, nella quale raccolta è detto morto nel 15534; 
ma questa data deve essere protratta oltre il 15537. perchè in quest'anno il 
Ferrarese pubblica l’opuscolo ariostesco le Forze d'umore. Per gli opuscoli 
ariosteschi comparsi coi suo nome, come l'Opera nova del Superbo re di 
Sarza Rodomonte, Venezia, 1532, e Il Cavalier del Leon d'oro, Brescia, 
1537-38, v. FumagaLti, Op. cit., p. 128. Una raccoltina di Sonetti e Stram- 
botti del 1534, procurataci da lui, è nella Palatina di Firenze [E. 6. 6. 153, 
Caps. 2, n. 18] con questo frontespizio: Sonetti e Stram]botti, non mat più 
posti in lu]ce: Al presente stampati ad | instantia de Hyppolito | detto 
el Ferrarese: | Con quattro Triumphi de lussu]ria sopra le cortegiane 
anti]che de Roma d' rufiane, | con una exortatione del | ben vivere a le 
moder]ne composti al face |to homo mas |tro Pas]quino, M.D.XXXIIII. 
Mancano nella copia palatina i 7rionfi. 


142 G. FATINI 


Le poesie dell’Ariosto sono così disposte (1): 


cc. 2a-3a Capitolo di M. Lod. Ariosto | NosiLe FERRARESE 


O piu chel giorno a me lucida e chiara (Cp, 51) 
ce. 3a-4a Capitolo secondo di M. Lod. Ariosto 

Ne la stagion chel bel tempo rimena (Cp, 46) 
ce. 4a-4b Capitolo terzo di M. Lod. Ariosto 

De la mia negra penna il fregio d’oro (Cp, 47) 
ce. 5a-6b Capitolo quarto di M. Lod. Ariosto 1 

O vero o falso che la fama suone (Cp, 58) 
ce. 6d-7a Capitolo quinto di M. Lod. Ariosto 

Quel feruente desio, quel vero ardore (cap. XX) 
“cc. Ta-7b Capitolo sesto di M. Lod. Ariosto 

Poichio non posso con mia man toccarti (cap. XXI) 


Seguono nove capitoli e un gruppo di sonetti adespoti, poi le 
Terze Rime piacevoli di M. Quinto Gherardo (2), MDXXXVII. 


(1) Ogni poesia è chiusa da un Finis: quest'opuscolo, che il MazzucHELLI, 
Scrittori, ecc., I, 1082, seguito dal Grarsse, ricorda fra le edizioni dell’A., 
confondendolo con una vera raccolta di rime ariostesche, trovasi nella Comu- 
nale di Ferrara e nella Trivulziana di Milano; diverso da questi due esem- 
plari da noi studiati è quello ricordato al n. 3196 del catalogo della BiVlio- 
teca Manzoniana, Città di Castello, 1892, I, p. 4832, col frontespizio 
incompleto; la quale copia, basandoci sulla descrizione dataci dal catalogo, 
è senza dubbio quella stessa descritta nel Catalogue des livres composants la 
Bibliotheque de M. G. Cavalieri, Florence, Librairie ancienne T. De Marinis 
et C., 1908, p. 44, con questo titolo, che nell’esemplare, incompleto nel fronte- 
spizio, è a mano: Le Jorze d'Amore di M. Lodovico Artosto. Opera nova 
che contiene sei capitoli sopra diversi soggetti con altri capitoli sonetti 
strambotti damore del discreto giorine Orphenus Gentilis ad amicam Leo- 
nicam. In Vinegia per Francesco Bindoni, Mapheo Pasini, MDXXXVII, 
24 ff. Non ha nessuna parentela col libretto di Ippolito la favola pastorale 
Forza d'Amore del ferrarese G. Benedetto Lollio, per la quale v. AnTo- 
NELLI, 939, citato più innanzi. i 

(2) Da una lettera di A. Zeno (Lettere, Venezia, 1765, pp. 171-72), del 
81 agosto 1720, a Pier Caterino Zeno, ricavasi che è un veneziano, autore 
di certe Rime, impresse a Roma nel 1538, delle quali Apostolo Zeno non sa 
dire se siano la stessa cosa delle Terze Rime pubblicate nel 1537. 


PRR LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 143 


All’opuscolo di Ippolito Ferrarese s’accompagnarono, a breve 
distanza di tempo, i seguenti libercoli : 


Copia | d'un Capitolo Nuo|uo del Divin S. S. Messer Lojdo- 
uico Ariosto con alcune bellissime ottave, in lode delle | bel- 
lezze d’una donna & | una canzone del ineton. | Cose tutle 
piacevoli, |non piu poste in lu|ce, & novamente stampate. | 
Ad Instanza di Messer Giu|lio Ferrarese (s. d. nè 1.), cc. 4, 
in 12° n. n. 


Nulla sapremmo dire su Giulio Ferrarese, che pubblica (c. 1) 
per nuovo (1) il famoso 


Capitolo primo di M. Lud. Ariosto No|bile Ferrarese 
O piu che 1 giorno a me lucida e chiara (Cp, 51), 


al quale seguono dodici ottave (Fram. I°) coi seguenti capoversi 
(ce. 20-4D): 


Chi dira mai di quel bel oro ardente 
L’alma fronte di voi sembra l'aurora 
Intorno a i lumi bei dolci tremanti 
A le vaghe pupille, e i dolci lumi 
Chi piangera tra le piu degne parti 
Chi vol veder da man vergine colti 
Non ha la Dea, che "1 terzo ciel vagheggia 
Da qual ape il licor celeste ha tolto 
Neue, cigil non tocchi, Auorio, Marmi 
A formar de la Dea le imagin uiua 
A le armonia de i bei diuini accenti 


Non hebbe il Cigno sì, che apparue a Leda. 


(1) I Poripori (I, x111), da cui attinse il Bongi peri suoi Annali, II, 30, 
giudica il libretto « delle prime decadi del secolo XVI »; ma non si può as- 
serire con precisione se sia anteriore a quello di Ippolito; in questo caso solo 
il capitolo poteva dirsi nuovo. Si noti la dicitura Capitolo primo, ecc., uguale 
a quella del testo d’Ippolito. La copia da noi esaminata è nella Nazionale 
di Firenze. 


144 G. FATINI 
Infine (42) la nota 


Canzone dell'Ortolano (1) 


Caro ser homo buteme vn bon melon 


C’ho fatto pace col mio fidel amor. 
— Il fine — 


Rime | Diverse | Di inolti Eccell. Auttori || In Venetia | Ad 
instantia di Alberto di Gratia | detto it Thoscano; s. d., l’opu- 
scolo consta di cc. 12, in 8°. 


Sul frontespizio c’è il ritratto dell’Ariosto. Il Toscano (2) pub- 
blica 2 capitoli anepigrammatici e adespoti, come tutte le altre 
rime (3): 


c. 2a-3a O più che "1 giorno a me lucida e chiara (Cp, 51) 
c.3a-4a Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio (Cp, 55) 


Rime Diverse di molti Eccellentiss. Auttori nuovamente 
raccolte. Libro priino. Con gratia & privilegio. In Vinetia 
appresso Gabriel Giolito di Ferrarii. MDXLV, in 8°. 


o } 


(1) Questa canzone fu ristampata di su un’edizione trivulziana da F. No- 
VATI, Contributo alla storia della lirica musicale ital. popolare e popola- 
reyg. dei secc. NV, XVI, XVII, nella Miscellanea Scritti varti di erudiz. e 
di critica in onore di R. Renter, Torino, pp. 932-34; l'opuscolo trivulziano 
non ha alcuna relazione con l’Ariosto; diverso è il Capitolo in lode del Me- 
lone, Dall'istesso Melone cantato, con tre stanze dottissime e dilettevoli. 
Nuovamente posto in luce da ADpRrIANO GaAIpboNI pa Gonarpo. Opera molto 
bella, & è da ridere. In Ferrara, Per Vittorio Baldini, 1609; sul quale 
v. Matteucci, Descrizione ragionata delle stampe popolari della Governa- 
tiva di Lucca, nella rivista 1! Zbro e la stampa, 31 gennaio 1912. 

(2) Vedi Boxai, II, 28, e T. Garzosni, La Piazza universale, cap. CIV. 

(3) Copie dell’opuscolo nella Civica di Ferrara, nella Melziana, nella Go- 
vernativa di Lucca; presentano fra loro delle diversità, specialmente l’esem- 
plare lucchese, per il contenuto e per il titolo, ma a tutte sono comuni i due 
capitoli. Nel cit. catalogo della bibliot. Cavalieri (p. 386) è riportata la de- 
scrizione dell’opuscolo da una copia posseduta dalla stessa biblioteca: l’esem- ‘ 
plare lucchese uscì « In Venetia per Domenego di Franceschi, in Frezzaria 
all'insegna della Regina ». 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 145 


È il primo volume della copiosa raccolta lirica (1) che uscì 
per i tipi giolitini nel Cinquecento; fu compilato da Ludovico 
Domenichi, con dedica a Don Diego Hurtado di Mendozza, 1544. 

Ecco la tavola delle poesie ariostesche o presunte ariostesche 
che c’interessano : 


p.41 (N. Amanio) Occhi non v'accorgete (Cp, 44) 
pp.42-44 >» Queste saranno ben lacrime e questi (canz. VI?) 
p.87 (Mozzarello) O bella man ch’il fren del carro tieni (son. II?) 
p. 136 (Ariosto) Chiuso era il sol da un tenebroso velo (Cp, 26) 
p.137 >» Quel arboscel ch’in le solinghe rive (Cp, 7) 
p. 137 > Benchè simili siano e degli artigli (Cp, 4) 


Opera venuta nuovamente in luce ne la | quale si contiene 
doe epistole, una amo|rosa e laltra insanguinosa, et doi Ca- 
piloti de M. LoDouICO ARIOSTO 20 în centona, taltro di ge- 
losia, un altro Capitolo | di beltade di M. Frances|co Maria 
Molza | Con alcuni altri Sonelti pur de lui, e de M. Ludovico 
Ariosto. Stampato ad | instanlia de Bernardino Padova|no 
delto it Mararviglia l’anno 1546; ce. 8; in 16°; appare mutilo 
in fine. 

« Il Padovano », — osserva il Lisio (2) —, « finora perfettamente 
« sconosciuto, va a tener compagnia al Coppa » (di cui parleremo 
fra poco), « ma vuol esser collocato un gradino più basso, non 
«tanto per la qualità più scadente di quello che egli pubblicava, 
«quanto per la scorrettezza tipografica, indizio di coltura defi- 
« ciente, più basso del Coppa; non già di Giulio o Ippolito Fer- 
«rarese, di Alberto di Gratia detto il Toscano 0 di Leonardo 
«detto il Furlano, i quali, nel bistrattare i versi e la lingua, 
«assomigliano al nostro come gocce d’acqua fra loro ». 


(1) Su questa raccolta v. Boxsi, I, 88-89, 118-19; una ristampa fu fatta 
nel 1546, un'altra nel 1549, sempre con importanti modificazioni, che però 
non riguardano le nostre poesie. 

(2) Rarità ariostesche, p.374; articolo nella Miscell. Negri-Scherillo « Da 
Dante a Leopardi », Milano, Hoepli, 1904; il Lisio studiò su l'esemplare che 
trovasi nella Melziana da noi pure consultato. 


146 G. FATINI 


Dopo le due epistole, raffazzonate sulla X e XVII delle Pi- 
stole di Luca de’ Pulci al Magnifico Lorenzo de Medici (1), a 
c. 5 segnata B, si ha il | 


Capitolo in centona de M. Lud. Ariosto 


Arsi nel mio bel foco un tempo quieto (cap. XXVII) 
c. 6a Capitolo secondo de gelosia dil medesimo 
Lasso che bramo piu che piu voglio (cap. XXII) 


c.60-7a Capitolo de M. Francesco Maria Molza 


O desir di quest’occhi, almo mio sole 


c. 7a Sonetto de M. Ludovico Ariosto 

O delicie d’amor lustro e bel crine (son. XXV!) 
c. 7d Sonetto 

O bella man ch'il fren del carro tieni (son. II?) 
c. 8a Sonetto del medesimo 

O infastidito già col cantar mio (son. XXIV!) 
cc. 76 - 8 (piano inferiore) [Ottava] (2) 

Se ’1 fuoco ch’ho nel petto fusse fuoco (Fram. II°) 

[Ottava] (2) 

Se "1 giaccio d'Ida, ove ancor Troia piange (Fram. II°} 
c. 8d | Sonetto del medemo 

I dolci baci e riplicati spesso o (son. 1) 


Rime di Diversi nobili huomini et eccellent. poeti nella 


lingua thoscana. Libro secondo. In Vinelia Appresso Gabriel 
Giolito di Ferrari, MDXLVII, in 8°. 

È il secondo libro (3) della citata raccolta giolitina, dedicato 
a Sigismondo Fanzino della Torre, nel quale trovansi i seguenti 
componimenti che ci riguardano: 


p.47 (Ariosto) Se senza fin son le cagion ch'io vami (son. XXXIII} 
p. 137 (Incerto) Non fu qui dove Amor tra riso e giuoco (Cp, 16) 
p. 137 > Quando prima i crin d’oro e la dolcezza (Cp, 18) 
p. 150 (G. Camillo) Quando "1 dì parte e l’ombra il mondo copre (canz. III?) 


(1) Vedi Lisio, Rarità ariostesche, pp. 374-75. 
(2) Manca nel testo la parola ottava. 
(3) Ebbe una sola ristampa nel 1548, con variazioni; v. Boxst, I, 143, 206. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 147 


Rime | di Diversi | eccellentissimi avto|ri con alcune stanze | 
belle et Amorose, et altre fatte | in persona della Viriu che | 
si lamenta dell’ingiurie | della Fortuna, | Novamente stam- ‘ 
pate | aa instanza di Jacopo Coppa Modanese. | In Vinegia, 
MDXLVII, in 8°, cc. 16. 


Una sola poesia, il madrigale (c. 3») 


Amor, io non potrei (Cp, 14) 


è riferita all’Ariosto in questa raccoltina (1), il cui compilatore 
e il nome della Barbaro alla quale fu dedicata, ci richiamano 
al meno volgare e al più importante dei cerretani ariosteschi e 
alla comparsa della prima edizione delle Rime. 

Certo, fermandoci alla raccoltina del Coppa non crediamo af- 
fatto di avere indjcato tutti gli opuscoli nei quali andarono 
disperse le poesie di messer Ludovico; più d’uno sarà rimasto 
invisibile (2) a noi e agli studîosi che in questo campo ci pre- 
cedettero. Ma anche i pochi esplorati sono sufficienti a darci 
un'idea e della gara che si svolgeva fra editori di tal fatta, de- 
siderosi di pubblicare novità al poeta spettanti o riferite, e della 


(1) L’opuscolo (una copia è nella Governativa di Lucca) comprende poesie 
del Duca di Mantova, di Girolamo Mazio, dell’Amanio, del Brocardo, del 
Boiardo, del Coppa ed è preceduto dalla dedica alla Barbaro, in data 20 aprile 
1547; v. Boxer, II, 38 n. 

(2) Fra questi non mi è riuscito rintracciare in nessuna delle biblioteche 
da me o per me esplorate l’opuscolo citato dal Graesse e dal Bongi: Opera 
nova nella quale si contiene un capitolo in laude della città di Firenze, com- 
posta per Demosido pastore. Item, un altro capitolo, con un enigma di 
Ludocico Ariosto, in-8°, Fiorenza, s. a., opuscolo che ii Graesse giudica an- 
teriore al 1530. Il Bongie il Lisio tra i ciarlatani editori di liriche ariostesche 
pongono anche un certo Furlano, citando quest’opuscolo : Stanze tramutate del- 
l’Ariosto, con una canzone bellissima pastorale, Et un sonetto in laude de 
la Beltà de le Donne, et secondo i costumi de’ paesi. Ad instantia di Leo- 
nardo detto il Furlano, s. n. st. nè 1., MDXLV, perchè riporta la canz. III?, 
che, come vedremo, non è dell’A.; per un opuscolo alquanto diverso e con 
la stessa canzone e con centoni ariosteschi, sempre dello stesso Furlano, v. le 
mie Curiosità artostesche, in questo Giornale, 55, 9-12 dell'estr. 


148 G. FATINI 


sorte riserbata a codeste rime, appena che capitassero nelle 
mani di costoro: ì quali all’esattezza tipografica anteponendo la 
sonorità dei titoli, alla serietà della pubblicazione la propria lo- 
quacita, il proprio mal gusto poetico, poco si curavano della 
riproduzione fedele del testo, smaniosi soltanto di smerciare i 
loro libercoli, in compagnia magari di qualche mirabolante 
specifico. 


II. 


Iacopo Coppa Modanese 
e le sue edizioni ariostesche. 


Dai curiosi spacciatori ricordati abbiamo tenuto in Uisparte, 
pur essendo della schiera, Iacopo Coppa Modanese, il quale, per 
attività editoriale e poetica (1) occupando un gradino più ele- 
vato de’ suoi compagni, con l’opera veramente seria prestata 
alla lirica ariostesca tanto da essi si allontana da far dimenti- 
care la sua umile professione. « Anch’egli fu — dice egregiamente 
< il Bongi — uno de’ più valorosi cerretani che vagassero nelle 
« città d’Italia, dove compariva nelle piazze con un grande 


(1) Di lui si ricordano: Epigrammata et elegiae, Partenopae per Cilium 
Allifanun, 1542: Zncomimm illustrissoni dom. Petri Tholetani principts, 
Marchionis Villae Franchae, Neapoli, apud Joannem Sultzabachium, 1545, 
ultimo aprilis; alcune ottave « fatte in persona della Virtù », da lui rac- 
colte nel cit. opuscolo di Mime di Diversi eccellentissimi autori, ece., 1547. 
Oltre questo libretto, VZybolato e le Rime dell’A., pubblicò varî ovuscoli, fra 
i quali il /tagronamento fatto in Roma dai principali Cortigiani di Corte 
sopra il metodo di procedere d'ogni deqno Cortigiano, Vinegia, 1545, le 
Itane Toscane et Epigrami Latini in Morte della Diva Cleopatra Aretina, 
Da diversi Aretini composti, et nuovamente a istanza di Jacopo Coppa 
Modanese stampati... In Vinegia, MDXTLVII, ecc. Sul Coppa v. Bossi, II, 
31-33; Tiraposcii, Bi, Modenese, IT, 61; Camrori, in Atti e Mem. dela 
R. Deputaz. di st. patria per Modena e Parma, MII, n, 1, pp. 1063-08; 
G. Ferrari-Moreni, negli stessi cifte, TIT, vi, 11, p. 603 e il mio articolo: 
Per la morte di Cleopatra aretina: Un curioso testamento poetico del se- 
colo XVI, nella Nazione (ediz. aretina) del 29, 3,721. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 149 


«stendardo, dipintovi una donna nuda con in mano la lingua 
«tagliata... Al pari degli altri suoi simili, vendeva bossoletti e 
«saponi, e distribuiva libretti, dopo averne esposto de’ saggi 
«cantando e fatto il panegirico degli autori, come colui che 
«non era anche in proprio sprovveduto di letteratura. Della 
«medicina poi ne sapeva tanto da operare guarigioni dispe- 
«rate dagli altri medici, e da spazzare addirittura gli Spedali; 
«onde dal Papa, da Venezia e da Firenze potè ottenere la 
« patente per esercitarla liberamente... In Venezia, dove pare 
«che si trattenesse assai tempo, ebbe a sostenere una lunga 
«guerra col collegio de’ Medici, che in ogni modo volevano im- 
« pedirgli di amministrare medicine per bocca; ma vinse la 
« partita presso il Senato, che in fine gli concesse la licenza » (1). 
Qui adunque, dopo aver peregrinato a Napoli, a Ferrara e al- 
trove, divenne medico regolare e solerte editore dell’E)-bolato 
e delle Rime ariostesche. o 

Gli eredi dell’Ariosto, non riuscendo, per quanto protetti dal 
privilegio del ’35, a impedire che le opere dell’illustre con- 
giunto venissero arbitrariamente pubblicate, sia per porre fine 
a questa profanazione, sia perchè allettati da un decoroso gua- 
dagno, cedettero, come si arguisce dai documenti, una parte dei 
manoscritti all'editore D'Asola. 

Costui, d'accordo senza dubbio con gli eredi, chiese al Con- 
siglio dei Dieci il permesso di pubblicare, le « rime volgari et 
«il Trattato intitulato £rbdolato del Ariosto »; avuto il per- 
messo il 13 marzo ’44, otteneva due giorni dopo dal Senato 
veneziano un privilegio di dieci anni per certe edizioni, fra le 
quali « alcune prose, et rime dell’Ariosto non più stampate » (2). 


(1) Boxci, II, 31-32. Interessanti per-la protezione che in Venezia ebbe 
il C. dalla patrizia Caterina Barbaro sono le dediche dell'Erbolato e dell’o- 
puscolo Rime di Diversi, ecc., già menzionato. 

(2) I due documenti furono pubblicati nel mio Erbolato, 4-5. Con le prose 
si allude all'Erbolato e, forse, a qualche altro lavoretto sconosciuto, non 
certo alle Commedie ; con le « rime » al gruppo di liriche che formeranno 
l'edizione principe del Coppa. 


Giornale storico — Suppl. n° 22. 49 


150 G. FATINI 


Questa pubblicazione però si fece aspettare per qualche tempo; 
anzi l’editore asolano non se ne occupo più, non si sa per quale 
ragione (1), ma permise che subentrasse « non senza fatica » 
nei suoi diritti il Modanese, il quale potè così dare alla stampa 
l’Erbolato e le Rime a breve distanza l’uno dalle altre. Per 
questo nel 1545 comparve la nota diceria che intitolò: 


Herbolato | Di M. Lodowico Ariosto | Nel quale figura Mastro 
Antonio Faentino, che | parla della nobiltà dell’hnuomo, et 
dell'arte | delta Medicina cosa non meno utile che | dilette- 
vole,conalquantestanze del | medesimo, nouamente stampate. 


A pie del ritratto del poeta, che è nel recto della prima carta, 
si legge: Con gratia, et Priuilegio del Somino Pontifice, Et 
del Senato Veneto. MDXLV; in 8°, a c. 2a la dedica: A Madonna 
Catherina | Barbaro, Iacopo | Modanese; nella quale dedica 
avverte che « non senza fatica » gli è « pervenuto alle mani un 
« ragionamento del divino Ariosto intitolato l'/erbdoluto » (2); 
al testo di questa breve prosa, seguono (124-14a) dodici 


Stanze del Dottissimo | M. Lodouico Ariosto | Nobile Ferrarese 
Se voi Madonna gia mai piu veduto (Fram. X):; 


infine (c. 140-15) il 
Capitolo 


Tasso come potrò chiuder’ in versi (cap. I!). 
A c. {6a 


Il fine — In Vinegia per Giovann'Antonio, &' Pietro 
fratelli de Nicolini da Sabio, MDXLYV. 


(1) Per maggiori schiarimenti su la questione si veda il mio Erbdolato, 4-7; 
l'autenticità del libretto è confermata pure da un documento pubblicato da 
G. Brrtomi, L'Orlando Furioso e la Rinascenza a Ferrara, Modena, Or- 
landini, 1919, p. 345. 

(2) Vedi la dedica riportata nel mio Erbolato, 6; forse il Coppa incontrò 
resistenza presso il D'Asola, che non avra voluto così bonariamente rinun- 
ziare ai suoi diritti o presso gli Ariosti, che avranno accampate delle pretese. 


_— Lenti E died. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 151 
Un anno dopo il Coppa offriva al pubblico: 


Le Riine di M. Lo|douico Ariosto | Non piu viste & nuo- 
uamnente stampate (1) da instantia di facopo Modanese, cio è 
Sonetti Madrigautli | Canzoni Stanze | Capitoli |. Nel mezzo il 
ritratto dell'A. inciso in legno e in basso: Zn Vinegia con Pri- 
uilegio del Sommo Pontefice | & del Eccelso Senato Veneto, 
MDXLVI; in 8°. 

Sono 55 carte numerate + 1 bianca; a tergo della c. 55 si 
ripete: Sfazipate in Vinegia ad instantia di Iacopo Modaa- 
nese Nel anno del Signore MDXLVI. A c.2 v'è la seguente 
dedica: 


« Al Clarissimo et Magnifico M. Lodouico Foscarini Catherina 
Barbaro ». 

«Veramente era cosa inconueneuole, che le degne et pre- 
«giate Rime del Diuinissimo, et non mai abastanza lodato 
«M. Lodouico Ariosto uscissero in luce senza la scorta di men 
« uirtuoso, et nobile spirito, che lui. Laonde sono certissima, 
«che piu desiderata, et meriteuole persona non si sarebbe po- 
«tuto ritrouare à gran studio, et con somma diligenza piu 
«eguale et di pregio, che la Magnificenza Vostra. Ne posso 
«fare, che meco stessa molto non mi rallegri: poi che le virtu, 
«i costumi, le qualità, et la cortesia di quella sono tali; che 
«tutte queste degne parti insieme, et ciascuna da se m'hanno 
«astretta, oltre l’hauermele prima d’ora fatto inchinata, ad of- 
«ferirle ancho al presente questo auanzo di fatiche, che sono 
«rimaste imperfette per la morte del suo Auttore. Et come che 
«elle habbiano poco bisogno de difensore per esser uscite da 
«così dotta penna, nondimeno anderanno in luce sotto l’hono- 
«rato nome del Magnifico M. Lodouico Foscarini. Così prego 


_———— 


(1) Nuovamente stampate significa non per la prima tolta, come crede il 
Bossi (I, 281 n.) e neppure per la seconda volta, ma di recente, or ora; ne 
fa fede il fatto che più edizioni della stessa opera, uscite l’una dopo l'altra, 
hanno questa dicitura; così vedremo nell’edizione giolitina delle Rime, così 
© legge negli opuscoli già descritti. Di tale opinione è pure il Tampana, 53, n. 1. 


152 G. FATINI 


« Vostra Magnificenza ad accettare queste poche Rime, con 
« quella serena fronte, et lieto core, come si ricerca al merito 
« del suo fattore; et all’affettione mia: la quale è di maniera 
« giunta a perfettione, che piu non potrebbe crescere, ne da altro 
« è cagionata, eccetto che dalle degne virtu di Lei, che hanno 
« possa di legare ogni animo duro, et ciascuna fiera uoglia. 
« Però non mi conoscendo sofficiente da me sola poter operare 
« cosa degna di lei, ho voluto col mezzo di tanto honorato Aut- 
« tore far testimonio al mondo di meriti di V. M. onde eccole 
« quanto per hora le posso dare aspettando occasione di poter 
« in breve insieme col mio M. Iacopo Modanese, far meglio à 
« ciascuno palese quanto ogn’uno la deurebbe honorare. Così 
« facendo fine con ogni debito d’affettione mi raccomando. Del 
« mese di Febraio M.D.XLVI. Di Vinegia » (1). 

A c.3a principiano le. « Rime di M. Lodovico Ariosto, cioe 
« sonetti, canzoni, madrigali, stanze, et capitoli », in tutto ses- 
santatre componimenti, così disposti (2): 


da - 1-son.I Perche Fortuna quel, ch'Amor m’ha dato 

3 d - 2- » II Mal si compensa (ahi lasso) un breve sguardo 
3 b° - 3- » III O sicuro, secreto, e fidel porto 

4- » IV Perche simili siano e de gli artigli 

4 a - 5- » V Felice stella sotto ch'il Sol nacque 


40 - 6- » VI Non senza causa il giglio, e l’amaranto 


SSR: Te La 
sa 
Pe; 
I 


4 Db - 7- » VII  Quell’arbuscel, che in le solinghe rive 


(1) Questa dedica è riportata pure dal Bonsr, II, 33; su questa edizione 
v. lo stesso Boxer. IT, 31-55. Nel tomo primo della Raccolta di Rime (33 edi- 
zione) del Gobbi, 1727. si ricordano le lime di L. A., Satire del medesimo. 
In Venezia, appresso G. Giolito; 1540, in-12°: così nel Mazzuchelli (I, 1081); 
ma questa edizione è inesistente tanto per le time quanto per le Satire; 
forse è uno svarione per 1560; il Graesse cade nella grave inesattezza di 
considerare l'edizione coppina come una ristampa dell’opyuscolo di I. Ferrarese. 

(2) Indichiamo col numero progressivo l'ordine che hanno le poesie nella 
edizione coppina; a lato il numero che esse occupano nel volume laterziano, 
distinguendo con son. i sonetti, canz. le canzoni, mad. i madrigali, cap. i 
capitoli, Fram. le stanze o i frammenti in ottave, carm. le liriche latine. 


c. 190! -39- » XXXI 
c.20a -40- » XXXII 
c.20 a — 41 - mad. VI 
c.20d -42- » VII 

c. 20 db? -43- » VIII 
c.2la -44- >» 1X 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 


e.21a-24b -45- cap. II 


Se con speranza di mercè perduti 

Lasso i miei giorni lieti e le tranquille 
Se voi così miraste à la mia fede 

A che più strali Amor s'io mi ti rendo? 
La bella donna mia d'un sì bel fuoco 
Occhi non v'accorgete 


Canterò l’arme, canterò gli affanni 


153 


c. 5a - 8-son.VIII Ne"l mio pensier che così veggio audace 
c. 5a - 9- » IX La rete fu di queste fila d’oro 

ce. 5b-8a -10-canz.I Non so s’io potrò ben chiudere in rima 
c. 8a -11- son. X Com’esser puo che degnamente lodi 

c. 8a -—12-mad.I Se mai cortese fusti 

c. 8b -13- » II Quando vostra beltà, vostro valore 

c. 882 -14- > III Amor, io non potrei 

c. 9a — 15 - son. XI Ben che ’1 martir sia periglioso, e grave 
c. Ia -16- » XII Non fu qui dove Amor tra riso, e gioco 
c. 9d -17- » XIII O avventuroso carcere soave 

c. 98? —18- » XIV Quando prima i crin d’oro, e la dolcezza 
c. 100 -19- » XV Altri lodarà il viso, altri le chiome 

c. 10° -20- » XVI Deh voless'io quel che voler devrei 

c. 10d —21- » XVII Occhi miei belli, mentre ch’io vi miro 
c. 105° -22- » XVIII Quel capriol che con invidia, e sdegno 
c. 1la-12a —25 - canz. II Quante fiate io miro 

c. 12 a° -24- son. XXX = Madonna io mi pensai che ’l star’assente 
c.12d - 25 - mad. IV Per gran vento che spire 

c. 125° — 26 — son. XX Chiuso era il Sol da un tenebroso velo 
c. 13a —27- » XXI Qui fu dove il bel crin già con sì stretti 
c. 13 a? —-28- » XXII Quando muovo le luci à mirar voi 

c. 13 d -29- » XXIII Come creder debb’io, che tu in Ciel’ oda 
c. 13 6° -—30- » XXIV O messaggi del cuor sospiri ardenti 

c. 4a -31- » XXV  Madonnasete bella, e bella tanto 

c. 14 a? -32- » XXVII Son questi i nodi d'or, questi i capelli 
c.145-17a-33-canz. V Anima eletta, che nel mondo folle 
c.17a-18d-34- » I? Amor da che ’1 ti piace 

c. 18d -35- son. XXVI Avventurosa man, beato ingegno 

c.19a — 36 — mad. V Oh se quanto e l’ardore 

c.19a? -37- son. XXVIII Qua l’avorio di Gange, o qual di Paro 
c.19b -38- » XXIX Qual volta io penso è quelle fila d'oro 


154 -  @. FATINI 


.24b-25b-46 - cap. III Ne la stagion che "1 bel tempo rimena 
.25b-26b-47- » IV De la mia negra penna in fregio d’oro 


.276-28b6-49- » VI Era candido il corvo e fatto negro 
.28b5-29b -50- VII Forza è al fin che si scopra, e che si veggia 
c.296-306-51- » VIII O più che "1 giorno è me lucida, e chiara 
.800-31b5-52- » IX O ne miei danni più ch'il giorno chiara 


c 
c 
c.260-27b-48- » V Meritamente hora punir mi veggio 
c 
c 


c 
c.315-33a-53 - » X Del bel numero vostro havrete un manco 
c.33a-85a-54- » XII O lieta piaggia, ò solitaria valle 
c.35a-36a-55- » XIII Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio 
c.36a-36b-56- » XIV Ne sì calloso dosso, e sì robusto 
c.360-38a-57- » XV Ben’ è dura, e crudel se non si piega 
c.38a-39a-58- » XVI O ver, o falso che la fama suone 
c.395-40a-59- » XVII O qual tu sia nel Ciel, è cui concesso 
c.400-4la-60- » XVIII Chi pensa quanto il bel disio d'Amore 
c.4l1a-42a-61- » XIX Piaccia à cui piace, e chi lodar vuol lodi 
c42a-43a-62- » XI Gentil città, che con felici auguri 
c.43d-555- 63 - Fram. I, II Stanze di M. Lodovico Artosto 

La gentil dunna, che da questa figlia 


Trova in favor de Principi da Este. 
c. 55 d. Stampate in Vinegia ad instantia de Iacopo | Modanese | Nel 
anno del Signore MDXLVI. 


Per quanto la dedica compaia col nome della Barbaro, la di- 
stribuzione e la pubblicazione del copioso gruppo di poesie è 
merito precipuo del Coppa, che, dopo aver fatto omaggio del- 
l’Erbolato alla gentildonna veneziana (1), ora per cavalleresca 


(1) Il Coppa dedicò alla Barbaro «in segno di riconoscenza parecchi li- 
bretti di poesia e di prosa, suoi e d’altrui » (Boni, II, 32); nella dedica del 
ricordato opuscolo Iime di Diversi, ecc. (1547) egli le dice « che con le 
« virtù vostre, con i leggiadri costumi, e con i dolci conforti rendendo dolci, 
< e lievi le mie acerbe e gravi pene sete stata cagione che racconsolandomi 
< la doglia non sia passata più oltre, e sì come sete principio, e fine d'ogni 
« mia gioia e bene, ecc. ..... ». Le acerbe pene forse sono un’allusione alla 
lotta che sostenne in Venezia coi veri medici, nella quale riuscì vincitore, è 
probabile, anche per la protezione della Barbaro. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 155 


cortesia le lasciava Ponore di presentare al pubblico le Rime, 
mosso forse non tanto dal desiderio di tenersi cara la colta 
signora quanto dalla speranza d’accaparrarsi più facilmente 
i lettori con nomi autentici del patriziato veneto. Certo, di non 
lieve fatica al Modanese deve essere stata la preparazione del 
volume; tanto più che il manoscritto, passato dagli eredi Ariosti 
al Coppa per mezzo del D’Asola (4), par che fosse frammentario 
o formato di carte staccate e sparse, probabilmente di diverso 
formato e di età differente, messe insieme o dallo stesso Ludo- 
vico, ovvero dai suoi parenti (2). Del cattivo stato del mano- 
scritto fa fede, se mal non ci apponiamo, la intrusione nella 
stampa coppina d’una poesia del Trissino. 

Il Carducci, illustrando un codicetto ferrarese di poesie la- 
tine (F,), notò che le due prime carte comprendono alcune li- 
riche del Bembo, dall’Ariosto trascritte « per tenerne memoria 


(1) E da escludersi che si tratti di un ms. diverso, perche, vigendo per il 
D'Asola il privilegio del '44 su le Rime e su l'Erbolato dell'A., pubblicazioni 
legali e col permesso del Senato veneziano e del pontefice non erano possibili 
se non a chi si fosse messo d'accordo col D’Asola; senza quest'accordo, il 
Modanese sarebbe incorso in liti con l'editore asolano e cogli Ariosti, defrau- 
dati dei loro diritti e avrebbe esposto ad una meschina figura la Barbaro e 
Il Foscarini. Oltre il privilegio per le Rime e l’Erbolato concesso al D'Asola, 
cè nell'Archivio di Stato di Venezia, Consiglio dei Dieci, Notatorio, n. 13, 
©. ISI, del dicembre 1544, una licenza fra altre opere, per Ze stanze nora- 
mente trovate di Messer Ludovico Ariosto; il privilegio relativo è a c. 168 
del reg.° 33 Senato Terra (27 dic. 1544); con questo privilegio si allude alle 
1° stanze dell’Erbolato o alle 84 della edizione coppina, o a entrambi i due 
gruppi. 

(2) La Barbaro nella dedica dice le rime < avanzo di fatiche, che sono 
«rimaste imperfette per la morte del suo Auttore », alludendo forse, oltre 
che alla imperfezione artistica, al carattere frammentario e confuso del ms. 
Ma, anche se ciò non fosse vero, l'affermazione della Barbaro ci riporta al ns. 
degli eredi (e per essi al D’Asola), i quali soltanto potevano essere venuti in 
Bissesso, come del resto attestano i privilegi da loro richiesti e da noi ricor- 
d‘i. degli aranzi poetici del congiunto. Così si sa che tutti o quasi i testi 
sutografi delle opere ariostesche passarono agli editori per mezzo degli eredi: 
P. es., Virginio pare somministrasse al Giolito l’autografo della Cussaria dn versi 
'Bosci, I, 117) per l'edizione del 1546, il testo delle Satire (Boni, I, 283), 
dei Suppositi (Boxs1, I, 340-41), ecc. 


156 G. FATINI 


e serbarle » (1). Quelle due carte, che in origine probabilmente 
non facevan parte del ms. ariostesco, ma, prima d’essere rile 
gate al testo, dovevano trovarsi sparse fra i fogli del poeta, non 
hanno tratto alcuno nell’errore di credere l’Ariosto autore delle 
poesie ivi copiate, perchè egli non mancò di apporvi la pater- 
nità del Bembo. 

Al codice del Coppa capitò, con molta probabilità, un caso si- 
mile, ma con diverso risultato, per cui fu creduta dell’Ariosto 
una poesia del Trissino, che, trascritta su di un foglio, confuso 
poi e legato con gli altri fogli del codice, non aveva indicazione 
di paternità trissiniana. 

Il Modanese infatti accolse nella sua edizione, seguito poi 
quasi senza eccezione dai successivi editori, la canzone 


Amor, da che ’l ti piace, 


la quale, nel 1529, era stata stampata, vivente l’Ariosto, fra le 
rime del Trissino (2), molti annì prima, dunque, della pubblica- 
zione coppina. L'edizione ove la poesia comparve per la prima 
volta, fu curata dallo stesso letterato vicentino, il quale, ve- 
dendo che le « sue poche ciance » andavano per le mani di tutti, 
volle sottrarle alla dispersione. Orbene, se la canzone non ap- 
partenesse proprio al Trissino, è possibile che costui, mentre 
cercava di riunire tutte le sue liriche, osasse commettere un 
furto letterario che lo stesso Ludovico o i suoi amici gli avreb- 
bero potuto scoprire? Perciò, perchè autentica, la canzone con- 
tinuò a comparire nelle edizioni trissiniane (3), senza che mai 


(1) Carpucci, 9: se ne diseorre più avanti. 

(2) G. G. Trissino, Soforisha ele Rime, Venezia, Tolomeo Janiculo, MDXXIX, 
di Giugno, con una prefazione del T. al cardinal Ridolfi, cui dedica queste 
« ciancie » giovanili. 

(3) P. es.: in Opere di G. G. Trissino, Verona, 1729, I, p. 353; trovasi 
pure in raccolte liriche, come nel vol. 4° delle Itrme di Diversi, ecc., Bologna, 
Giaccarello, 1551, p. 158, nella Scelta di Sonetti e Canzoni De' più eccellenti 
Rimatori d'oyni secolo, Parte I, Bologna, Pisani, 1718, p. 260, in un'altra 
consimile scelta del 1727, Venezia, Baseggio, p. 301, ecc. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 157 


sorgesse alcun dubbio su l’attribuzione, la quale anzi trova con- 
ferma in modo irrefutabile iri due codici (1). Al contrario, mentre 
le stampe ariostesche, procedendo’ dal Coppa, l’hanno quasi 
sempre compresa (2) con le rime del cantore d’Orlando, nessun 
manoscritto trovasi che la riporti con questo nome; onde il 
Barotti, nella ristampa delle opere dell’Ariosto fatta nel 1766 
avvertendo la mancanza della poesia nei manoscritti ferraresi, 
soggiungeva che « maggior fondamento si ha di crederla del 
« Trissino, tra le Rime del quale si trova stampata con poche 
« e non rilevanti diversità di parole » (83). Più tardi solo il Po- 
lidori (I, 461-63), indotto dalla nota del Barotti, si limitò a porre 
la canzone fra le dubbie; ma anche da queste per assoluta man- 
canza di fondati motivi (4) deve essere esclusa. 

Di questo manifesto errore d’attribuzione la spiegazione più 
convincente va ricercata nel disordine in cui gli eredi del poeta 
debbono aver trovate le sue carte (5), con le quali è assai pro- 


(1) Sono il magliab. VII, 719, cc. 1188 -120a (N;); il magliab. VII, 1041, 
ce. 160-176 (N), nel primo dei quali si trova senza nome, ma in mezzo 
a poesie trissiniane; nel secondo col nome, per errore scambiato con A/0ys:s, 
invece di Gian Giorgio; adespota in $,. La canzone è anonima nel cod. Va- 
ticano Regina, 1591, c. 96 (R;) e nel ms. it. n. 36 (K) della biblioteca di Ox- 
ford, descritto dal MortaRA, Catalogo dei mss. it. della bibliot. di Oxford, 
Oxford, 1852, p.42 ; il Mortara, tratto in errore dalle comuni edizioni ario- 
stesche, nota che è dell’A. 

(2) Tatte le edizioni dal cinquecento a noi, tranne quelle dell’Orlandini 
(1750) e del Bortoli (1739, 1755). che sewuì l’Orlandini, comprendono codesta 
poesia. 

(3) Tomo sesto delle Opere di L. A., Venezia, MDCCLXVI, app. F. Pitteri; 
il Barotti però non avvertì questi dubbi nella precedente edizione del 1741. 

(4) Non provano nulla, perchè dipendenti dalla edizione coppina, certe rac- 
colte liriche che comprendono la canzone, come le Rime di diversi eccell. 
autori raccolte dai libri....., Venezia, Giolito, 1553, p. 123, la ristampa 
del 1564 (p.128), del 1587 (p. 123), e il Primo volume Delle Rime scelte di 
diversi autori, Venezia, Giolito, 1590, p. 123, su la cui attendibilità v. Boxsi, 
I, 89 e sgg. 

(5) Che l’A. non tenesse molto ordinate le sue composizioni lo confessò lui 
stesso all’Equicola, quando gli scrisse che « circa loda che voi mi dimandate, 
« la cercherò tra le mie mal raccolte composizioni » (Lettere, XVIII, p. 33). 


158 O G. FATINI 


babile che fosse confusa qualche poesia da altri inviata a lui 
o da lui stesso trascritta, ora col nome dell'autore, come ac- 
cadde alla lirica latina del Bembo, ora senza. Il Coppa, trovando 
nelle carte o nel codicetto che le riuniva la canzone del Tris- 
sino (1), tratto involontariamente in inganno, non esitò a inse- 
rirla nella sua raccolta. 

Del resto, il disordine del ms. si rivela anche negli errori ti- 
pografici della prima edizione, causati in gran parte dall’oscu- 
rità del testo, qua e là divenuto forse illeggibile per il tempo e 
la noncuranza dell’autore; perciò può darsi che in qualche punto 
il Modanese abbia tirato ad indovinare e in qualche altro abbia 
supplito di sua testa. 

Queste osservazioni però, se consigliano di accettare con cau- 
tela, per qualche caso, l’autorità della coppina, non possono 
d'altronde indurci a negarle valore se non quando ci si trovi 
dinanzi ad argomenti inoppugnabili: tanto più che il Coppa. con- 
sapevole della imperfezione delle rime, ebbe certo cura di ren- 
dere la sua stampa scevra, fin dove era possibile, d’errori e di 
false attribuzioni (2). D'altra parte, se noi la confrontiamo accu- 
ratamente con le altre edizioni, risulta in modo assoluto la sua 
superiorità. Prima in ordine di tempo, essa diventa per linea 
diretta e indiretta l'esemplare donde procederanno tutte le altre 
ristampe, dalla contraffazione del ’52 alla moderna del Polidori; 
cosicche, rispecchiando più d'ogni altra la volontà dell’autore, 
e giusto che per il testo come per il numero e l’autenticità dei 
componimenti sia tenuta nella debita considerazione. 

La prima edizione andò probabilmente a ruba, perche alla 


(1) Il ricordo del Trissino fatto dall'A. nel Furioso, XLV, 12, potrebbe far 
pensare che i due letterati siano stati in relazione. 

(2) Non sì dimentichi che il Coppa, per quanto un cerretano, era inten- 
dente di lettere, poeta latino e volgare, editore di opuscoli sì, ma non tras- 
curato nè sciatto come i due Ferraresi, il Maraviglia, ecc. Per avere un'idea 
della discreta coltura poetica e d'un certo ingegno posseduto dal Coppa si 
lescano le ottave sul Lamento della Virtù inserite nell’opuscolo più volte 
ricordato delle Rione di diversi del 1547. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 159 


distanza d'un solo anno il Coppa ne fece una seconda con la 
dedica a Cosimo de’ Medici, di cui voleva cattivarsi l'animo forse 
per continuare in Firenze la sua opera di editore e di cerre- 
tano (1). 


Rise di | M. Lodovico | Ariosto - (Ritratto) MDXLVII - (In 
fine) Stampate în Fiorenza a dì sei Giugnio | ad inslantia di 
Jacopo Coppa Modanese | Con DPririlegio del Sommo Pontefice 
e del Senato Vineciano | per anni dieci | MDXLVII, in-89; 
senza il nome dello stampatore, ma, secondo il Bongi, nella 
stamperia del Doni; ha cc. 60 non num, di cui la prima bianca; 
il ritratto è ovale, diverso da quello della prima edizione. A c.2a 
sì ha la seguente dedica: 


Allo illustrissimo et eccellentissimo signure, il signor Cosimo de Medici 
Dvca di Fiorenza: 


Io non sapeua, Magnanimo & giustissimo Principe, benche molto pensassi 
nell'animo mio ritrouar cosa degna della grandezza sua e della affettion mia, 
la quale mi potesse essere scorta, e prestarmi ardimento di uwenirle inanzi: 
& hauendo meco medesimo lungo tempo a cio considerato, stauo finalmente 
per risoluermi di non presentarmi all’aspetto di quella, piu tosto che uenire 
a noiarla con piu ardire che ualore. Quando pur finalmente facendo animo a 
me stesso, pensai di presentare a Vostra Eccellenza le rime di M. Lodouico 
Ariosto; le quali quando io uolessi magnificar con lode, due cose farei: mo- 
strarei di non conoscere il perfetto & sano giudicio di quella; & crederei di 
potere io lodare quel che da se fu sempre lodatissimo. Vengo dunque con così 
alto mezzo dauanti alla altezza uostra, per farle dono conueniente a lei, e per 
farmi conoscere quel uero & deditissimo seruitore, ch'io le sono & saro sempre. 
Non dubito che V. Eccellenza sia per accettare il dono del libro & della ser- 


uitu mia con quello. Et se forse le paressi ch'io fossi troppo ardito, pregola 


(1) Boxer, II, 34-35; questa stampa fu ricordata la prima volta nelle .Vo- 
velle dî A. F. Doni, colle notizie sulla vita dell'autore, raccolte da S. Boxat, 
Lucca, Fontana, 1832, p. 299. È rarissima; un esemplare trovasi nella Nazio- 
nale di Firenze, un altro nella Melziana, la copia della Naz. fiorentina ha 
una data alquanto diversa: « Stampate in Vinegia. Adì xx di Maggio ad 
instantia », ecc. 


160 G. FATINI 


a mettere l’uno & l’altro insieme, & col ualor delle Rime escusare la prosontion 
mia; la quale uorrebbe conuertirsi nella humilta, & nell’honore, per potere 
humilmente & quanto si conuiene honorare V. Illustrissima Eccellenza. La 
quale N. S. Iddio lungo tempo felicissima conserui a beneficio di Toscana, 
& essempio degli altri principi. Et qui fo fine; riuerentemente bacio le mani 


di quella. 
Ali XX di Maggio MDXLVII di Vinegia. Di V. E. Humilissimo Seruo 


Jacopo Coppa Modanese. 


A c.3a: Rime di M. Lulorvico Ariosto cioe Sonetti, Can- 
zoni, Madrigali, Stanze El Capitoli. 


Il volumetto ha gli stessi componimenti e nello stesso ordine 
della prima edizione, tranne il cap. XII, cioè il n. 54 di Cp che 
manca; sono stati soppressi i titoli Sonetti, Canzoni, ecc., che 
prima figuravano fra una poesia e l’altra, risultando così fra 
queste uno spazio più ampio; i caratteri sono più grossetti e più 
eleganti, la carta dorata, ma d’aspetto più rozza. Nel testo dif- 
ferenze gravi non compaiono; soltanto il Coppa ha cercato di 
correggere gli errori tipografici della prima stampa ed ha mo- 
dificato qua e là certe lezioni che, accettate precedentemente 
per l'oscurità del ms. o portate dalla fretta, ora reputava ine- 
satte. In generale, la punteggiatura è meno scorretta, la grafia 
e più dotta, senza tanti troncamenti finali, talvolta arditi e 
aspri nella edizione veneziana; il lessico tendente ad un certo 
allontanamento dalle forme popolari. C'è insomma nella stampa 
fiorentina un evidente miglioramento di fronte alla prima, in 
parte dipendente da una revisione più accurata (gli errori però 
della prima non sono stati tutti corretti, anzi con essi s'accom- 
pagna un piccolo gruppo di nuovi), in parte da certi criteri di 
modernità, che conducono, a nostro modo di vedere, ad un sen- 
sibile allontanamento dal testo genuino dell’Ariosto, il quale più 
rozzo, più accentuato nelle sue forme settentrionali, trova mag- 
giore rispondenza nell’edizione del ‘46 che in quella del ’47. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 161 


Call 


III. 


Le ‘ Rime,, dalla contraffazione del °52 
alle moderne edizioni. 


La seconda edizione coppina ebbe una contraffazione con le 
Rime di M. Lodouico Ariosto - In Vinegia M.D.LII, s. n. di st., 
in 8°, di cc. 55 + 10. Il ritratto del frontespizio fu malamente 
riprodotto dall'edizione fiorentina. Manca la dedica, come ogni 
altro segno di legalità e il nome dello stampatore, perché, vi- 
gendo ancora il privilegio ottenuto dal Coppa nel 1544, nessuno 
poteva pubblicare le Rizze se non alla macchia. 

D'un bel carattere, è una ristampa affrettata della seconda 
coppina, come si può arguire dalla mancanza del cap. XII, dalla 
omissione dei titoli fra un componimento e l’altro e dal testo, 
riprodotto con tutte le modificazioni introdotte dal Coppa nel- 
l'edizione fiorentina, anche quelle non giustificate. Così vi sono 
ripetuti gli errori tipografici della stampa del ’47 in compagnia 
d'un nuovo gruppetto di spettanza dei clandestino editore (1), 
che ha dato prova della sua fretta pur nella cervellotica pun- 
teggiatura, e nella mancanza di spazio tra una poesia e l'altra, 
tanto che non si può capir subito dove l'una finisca e l'altra 
incominci. E la prima edizione citata dalla Crusca non certo 
per il suo valore, ma perchè i compilatori si lasciarono abba- 
gliare dalla nitida stampa o per caso s'abbatterono in essa prima 
che in altra. 


(1) ID PoLivori (I, x11), riferendo dal Gamba, asserisce che vi mancano al- 
cuni componimenti comparsi nelle edizioni del ‘46 e "47: il che è vero, se si ri- 
porta alla mancanza di Cp 54 e dei cap. XX, XXI editi, con altre quattro 
poesie, da Ippolito Ferrarese, sfuggiti a tutti gli editori del Cinque e Sei- 
cento. Il Boxat (Il, 35) invece, non essendosi accorto della omissione di Cp 54, 
ha creduta questa e la seconda coppina in tutto identiche alla prima. 


162 | G. FATINI 


Scaduto nel ’56 il termine del privilegio decennale goduto 
dal Coppa, il Giolito iniziò la serie abbastanza copiosa delle edi- 
zioni cinquecentesche. Dopo aver ottenuto, nel’46, per un de- 
cennio i diritti di stampa de «la Cassaria et Suppositi comedia 
« del Ariosto in versi » (1), e aver pubblicato nel ’50 « dall’ori- 
« ginale di mano dell’Autore » (2) le Suzire, riuscì in questo 
stesso anno a farsi concedere dal Senato Veneziano il privi- 
legio di stampa e vendita per le « Comedie dell’Ariosti in versi, 
« et altre sue rime non più stampate » (3). 

Fino però al ’57 le Rime ariostesche non conobbero i tipi 
giolitini; in questo o nel seguente anno comparvero le 


Rime Di M. Lodovico Ariosto: Satire Del medesimo con i 
suoi argomenti di nuovo rivedute el emendate. Per M. Lo- 
dovico Dolce: In Vinegia Appresso Gabriel Giolito de Fer- 
rarii, MDLVIII, in 8°. 


Tanto il frontespizio quanto l’ultima pagina del volumetto 
portano la data del ’58; ma il Bongi e il Polidori parlano sempre 
del ’57, il quale anno appunto è segnato nell’interno frontespizio 
delle Salire, che seguono alle pagine delle 7,6, senza che la 
numerazione progressiva s'interrompa fra le liriche e i sermoni; 
la duplice data si puo spiegare ammettendo che il libro sia stato 
iniziato nel ‘57 e compiuto nel ‘58. 

Il libretto, col solito ritratto ovale, comprende in nitidissimo 
carattere 88 cc. num., di cul le 4-55 per le Zime, le 56-88 per le 
Satire. AI testo precede una prefazione del Giolito, nella quale, 
rivolgendosi « agli studiosi di belle lettere », avverte che « es- 
« sendo le presenti Rime state impresse da altri, hora tali quali 
« elle sono, ve le abbiamo voluto dare nelle nostre stampe cor- 


(1) Archivio di Stato in Venezia; Senato, Terra, Reg. 34, c. 139, in data 
28 agosto. 

(2) Tamnara, 23; Boxar, I, 280. 

(5; Archivio di Stato in Venezia, Senato, Terra, Reg. 37, c. 45 (3 sett.). 
Manca la supplica; c'è invece la licenza del Consiglio dei X (Consiglio dei 
Dieci, Notatorio, busta 1, II*, 1549-50), del 23 agosto 1590. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 168 


« rette con quella diligenza, che s'è potuta maggiore, non ha- 
« vendo perciò presa licenza di mutar cosa veruna, come alcuni 
« fanno. Onde se troverete in diversi luoghi non essere osser- 
«vate le regole, che dipoi l’Ariosto osservò pienamente nel- 
«l'ultima editione del Furioso, sarà perchè noi non ci siamo 
« discostati dall’esemplare dell'Autore ». 

A prima vista, parrebbe trattarsi d’un esemplare manoscritto; 
ma, pur senza tener conto che il Giolito lo avrebbe dichiarato 
esplicitamente, l'esame del volumetto ci porta alla stampa fio- 
rentina del Coppa, seguita non solo nell’ordine e nel numero 
dei componimenti, ma anche nella lezione. 

Il Giolito o, meglio, il Dolce poco attese alla prima coppina, 
se pur la conobbe; ebbe sott'occhio l’edizione clandestina, alla 
quale è probabile si alluda nella prefazione (1) là dove si parla 
di capricciose licenze, e da essa trasse qualche giovamento, se 
non altro per guardarsi da alcuni errori della seconda coppina. 
La nuova stampa non è però immune da scorrezioni, alcune 
delle quali risalgono all’esemplare del ’47, poche a quelle del ’52, 
in buon gruzzolo allo stesso Dolce; il quale non mantiene 
quanto il Giolito ha l’aria di promettere nella sua presentazione 
al lettore; chè non si può asserire che non abbia « presa li- 
cenza di mutar cosa veruna »; anzi è più che evidente l’inten- 
ziune di dare al lessico una forma più elegante e moderna, che 
in certi casi è meno rispondente al lessico del Fwrioso. Ciò 
nondimeno, il valore dell'edizione non è trascurabile, anche se 
non presenta nessuna di quelle « rime non più stampate », an- 
nunziate (2) in quel privilegio di 15 anni che il (riolito, come sap- 


(1) Il Boxsi (I, 36) crede l’allusione diretta al Ruscelli, il quale, pubbli- 
cando le Satire, ne aveva, senza scrupolo, modificato il testo, come si cre- 
deva avesse fatto pure per il Furioso: v. anche SaLza, 241 segg. 

12} Non si può pensare che il Giolito alludesse alle Svitire, già e più volte 
stampate, nè al primo frammento delle Stanze, giù comparso in Cp e Cp, e 
nell'edizione del Furioso del ‘46. Non è però da escludersi che il (riolito ri- 
‘*vese dagli Ariosti, forse da Virginio, alcune poesie nuove, le quali, vivendo 


164 O. FATINI 


piamo, aveva ottenuto nel ’50. Di esse nessuna traccia neppure 
nelle successive edizioni giolitine: ebbero la stessa sorte di due 
satire da lui promesse ma non mai pubblicate (1). 

Alla prima giolitina tennero dietro molte edizioni, riprodu- 
centi più o meno frettolosamente e fedelmente il testo giolitino, 
tranne due del 1558 (Venezia, Ma/#io Pagan, Venezia, Giov. 
Farisco) e una del 1559 (Venezia, Francesco dalla Barba), 
derivanti dalla prima coppina. Si ebbero così, tutte in Venezia 
— operosa fucina di edizioni delle opere ariostesche — nel 1560 
(Giolito) per il Dolce, che, seguito dagli altri, dette mutilo il 
primo frammento in ottave (Fr. I e II); nel 1561 (Sansovino) 
per F. Sansovino con annotazioni, accolte nel 1564 (Rampa- 
setto) e nel 1567 (Doniinico de’ Franceschi); senza note nel 1566 
(Scotto); con dichiarazioni per Francesco Turchi nel 1567 (Gio- 
.lito), riportate nel 10568 (Giolito), nel 1571 (Zanetti), nel 1573 
(Angelieri), nel 1575 (Pielro de’ Franceschi) e nel 1581 (Orazio 
de’ Gobbi); senza note, di nuovo, nel 1583 (Dusine/lo), nello 
stesso 1583 (Ciotti); nel 1584 (Zoppini), nel 1585 (Salicato); 
nel 1586 (Marinelli); nel 1592, 1593, 1600 (Ronfadino); nel 1600 
(Giunti e Ciotti); nel 1607 (Rampasetto), nel 1612 (Turini), 
nel 1613 (De’ Vecchi), nel 1614 (Domenico Imberti), nel 1626 
(Ghirardo e Iseppo ILnberti) (2). 

Con la ristampa dell’Imberti, probabilmente, s’interruppe il 
numeroso elenco di queste edizioni, le quali, per quanto l’una 
riproduzione più o meno materiale dell’altra e sempre poco 


ancora il privilegio «del Coppa, non furono subito edite, a differenza delle 
Commedie in versi (il privilegio del 750 riguardava anche queste), pubbli- 
cate invece dal Giolito stesso nel ’51 (Box, I, 126). Nel ’57 il Dolce, in- 
tento a seguire il testo di Cp, o forse ignaro delle nuove poesie possedute 
nel ‘50 da Giolito, le avrebbe trascurate o dimenticate. 

(1) Si allude alla edizione del ’50, nel cui frontespizio si annunziano 
due Satire non più vedute, senza che nel testo compaia nulla di nuovo; 
V.'TAMBARA, 25-24. 

(2) Su queste edizioni v. la mia Vota Libliografica nel volume laterziano, 
ove sono ricordate anche altre edizioni, ma come inesistenti. 


=—__ I n NINNA mein e e cp 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 165 


corrette e talora capricciosamente riformate, ci attestano con 
quanta simpatia si leggessero nel Cinquecento le liriche del- 
l’Ariosto; ma, sopraggiunta l’e/ade per vari aspetti 9r'ossa del 
Seicento, il pubblico e quindi gli editori non si curarono delle 
opere minori (1) ariostesche per quasi un secolo. Solo col cam- 
biar dei criteri artistici, nel secondo decennio del Settecento 
ne fu ripresa la pubblicazione, allo scopo non solo di dare un 
testo più accurato, ma anche di raccogliere da manoscritti e 
da opuscoli dimenticati tutte quelle poesie che con fondamento 
o senza portavano il nome dell’Ariosto. 

Il primo a riprendere l’interrotta serie (2) fu Paolo Rolli, con 
l'edizione Delle Satire e Rime Di M. Ludovico Ariosto (Londra, 
Pickard, 1716), per la quale ebbe a modello la prima coppina, 
onde ridette alla luce il cap. XII, per lungo tempo dimenticato; 
riporta qualche verso e qualche ottava del primo frammento, 
soppressi a causa dei rigori della censura; corregge alcuni er- 
rori tipografici di Cp e cerca di migliorarne il testo, tenendo 
qualche volta presenti anche le stampe giolitine. Ne risultano 
però tanti e tali cambiamenti che danno l'impressione d'un 
nuovo testo, perchè il Rolli non solo ammoderna i vocaboli, usa 
troncamenti e apostrofi a suo arbitrio e senza una norma fissa, 
ma con disinvoltura cambia la lezione dove gli paia poco chiara 
per negligenza e sbadataggine dei primi editori o dove gli sembri 
opportuno per dare una nuova interpretazione. Fu il primo poi 
— e il suo esempio incontrò la simpatia dei successivi editori — 
a distribuire le liriche in gruppi di e/egie (17), cassoni (4), s0- 
netti (31), madrigali (9), capitolo (1) e stanze, dando il nome 


€ 


(1) Ciò capitò pure alle Satire e alle Commedie (SALZA, Gli Studenti, XIX); 
il Tambara ne vide la causa, per le Satire, nei cresciuti rigori della censura 
ecclesiastica, che del resto si fecero sentire anche per le Ztîue, nelle quali il 
1° frammento (Fram. I e II), come si è detto, andò soggetto a mutilazioni 
fin dal 1560, in quei passi che miravano a colpire la Chiesa o il Papato; 
ma quella religiosa non fu nè la sola nè la principale; efr. per le scarse edi- 
zioni del poema l’opera citata della FUMAGALLI. 

(2) Per questa e le seguenti edizioni rimando alla mia Nota delQografica. 


Giornale storico — Suppl. n°” 28. l 


166 G. FATINI 


di elegia a tutti i capitoli, tranne al frammento epico in onore 
di Obizzo (cap. Il). 

Il primo però ad accrescere di nuovi componimenti le Rime 
dell’Ariosto fu Stefano Orlandini, il quale nel Tomo secondo 
delle Opere, stampate a Venezia nel 1730-1731, raccolse in un 
gruppo tutte le liriche delle precedenti edizioni, trascurando la 
canz. I° (34 Cp), molto probabilmente perchè convinto della pa- 
ternità trissiniana di essa e il cap. XII, perchè, non avendo co- 
nosciuta l'edizione coppina, come si può rilevare da un raffronto 
del testo, né quella recente del Rolli, ignorò la sua esistenza o. 
almeno, la sua attribuzione all’Ariosto. In un secondo gruppo 
riunì sette poesie « cavate dalle antiche raccolte e da altri 
libri », cioe i son. XXXIII, capp. XXI, XX, XXII, I!, canz. I, 
IV, senza indicarne la fonte precisa. 

Per il testo si affaticò a ridurre — come dichiara nella pre- 
fazione ai lettori — le poesie « alla vera lezione » confrontando 
« varie impressioni », cioè le stampe giolitine, del Sansovino e 
del 1552: evitò così molte scorrezioni precedenti; introdusse 
qualche cambiamento; largheggiò nell’uso, non sempre corretto, 
della grafia moderna; si comportò un po’ liberamente nella pun- 
teggiatura; ma nell'insieme dette un'edizione che, pur disco- 
standosi graficamente dal testo primitivo e con qualche errore 
vecchio e nuovo, ha un certo pregio. 

Questa nuova silloge, mancante nelle edizioni rolliane del1731, 
1752 e 1735, fu riprodotta dal Bortoli nel tomo 3° delle Opere 
( Venezia, 1739 e 1755), da Francesco Pitteri nel tomo. 4° delle 
Opere în versi e in prosa, Italiane e Latine (Venezia, 1741), 
ove ritornano anche la canz. I° e il cap. XII, presi dalla ediz. 
principe, e compaiono per la prima volta tre componimenti, tratti 
dal codicetto ferrarese F, (cap. I, sonn. XXXIX, XL): importante 
edizione questa, dovuta a Giovanni Andrea Barotti ferrarese, il 
quale non solo portò a 73 il numero delle poesie italiane, ma, 
giovandosi dei codd. ferraresi F, e F,, migliorò sensibilmente 
il testo, ma non quanto avrebbe potuto e dovuto; perchè alla 
lezione dei due testi a penna, avuti in esame dall’amicizia di 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 167 


Girolamo Baruffaldi, preferì talvolta quella dell’Orlandini e delle 
edizz. giolitine, relegando la prima nelle annotazioni; non troppo 
accurato fu poi nella revisione — non si avvide, per es., del 
v. 57, canz. V, che, mancante in tutte le stampe, trovasi nei due 
codici —, anche perchè si lasciò vincere dal desiderio di render 
letterarie le forme popolari e dialettali. 

Il numero, immutato nella ristampa pitteriana del 1745 e 
in quelle del Remondini (Venezia, 1753 e 1760), si accrebbe di 
due gruppi di stanze (III, X) nella edizione del Pitteri del 1766, 
che riuscì per il testo superiore a tutte le precedenti, dal Ba- 
rotti più ampio profitto essendo stato tratto dai codici ferraresi: 
e i 75 componimenti, così raggranellati, comparvero senza au- 
mento nelle numerose edizioni della seconda metà del ’700 
(Bassano, Remondini, 1771, 1780, 1792, 1793, 1798; Parigi, Lam- 
bert, 1776; Venezia, s. n. di stamp., 1778; Venezia, Pitteri, 1783; 
Venezia, Rossi, 1783; Parigi, Merigot, 1784). 


» 
e è 


All'inizio del nuovo secolo, si riprende la via già tracciata 
dal Barotti, per scoprire e dare alla luce ignorate poesie del- 
l'Ariosto; così nel 1807 il Baruffaldi iwnior arricchi la Tita di 
Messer Lodovico Ariosto (Ferrara, Bianchi e Negri) con quattro 
componimenti presi dalle carte di mons. Beccadelli, cioè il 
mad. XT (p. 149), son. XXXVIII (p. 179), mad. X (p. 235), canz. III 
(p. 315); dette i primi versi (1-46) della canz. III° e (pp. 316-17) 
alcune terzine dell’eglog. I (1-63); la quale, a frammenti per 
cura di Luigi Lamberti e Urbano Lampredi, comparve tutta (1) 
nel Poligrafo di Milano nell'anno 1812 (pp. 65-67, vv. 1-42; 


(1) Non un frammento, come asserisce il Polidori; la bibliografia del- 
l’egloga fu data da S. FeRrxmi, in Ateneo Veneto, XXV,T, f. 3, pp. 319-321; 
buono il commento del Lamberti per la parte storica e del Lampredi per 
la parte letteraria, ma superiore l’illustrazione storica del Luzio, per quanto 
non segua ordinatamente tutte le terzine (A. Luzio, Isabella d'Este nelle tra- 
gedie della sua casa (1506), cit. più oltre). 


168 G. FATINI 


pp. 81-82, vv. 43-93; pp. 97-99, vv.94-171; pp. 113-114, vv.172-231; 
pp. 129-130, vv. 232-292), e fu riportata, intiera, in Nuova Co‘- 
lezione d'opuscoli (Firenze, Badia Fiesolana, 1820, I, fasc. III, 
pp. 162 e sgg.) per Francesco Inghirami, che erroneamente la 
disse inedita. 

Questi: ed altri componimenti furono raccolti da Giuseppe 
Molini (Rime e Satire di L. A. con annotazioni, Firenze, all’im- 
presa di Dante, 1822), che da un cod. magliab. (1) trasse un 
sonetto (XXXVII) e un madrigale (I*), ai quali aggiunse la can- 
zone (III°), già fatta conoscere qualche anno prima dal Pog- 
giali (2) e parzialmente riportata dal Baruffaldi. 

1l Molini però nella edizione Poesie varie di L. A. (Firenze, 
all'insegna di Dante) di due anni dopo rifiutò la canz. I‘, i 
capp. XX, XXI, XXII, che aveva precedentemente accolti dall’Or- 
landini; seguito in questo rifiuto dall’editore parigino Aillard 
(Rime e Satire di L. A., Parigi, 1824), che, oltre ai capp. XX, 
XXI, XXII lasciati fuori dal Molini, non accettò le due can- 
zoni (III, III’) del Baruffaldi, già accolte dall'editore fiorentino, 
mentre riporta la canz. I' rifiutata dal Molini stesso. 

Nulla di nuovo porto l'opuscolo: 


Egloga ti inesser L. A., Che non si trova stampata tra le 
sue opere poctiche con altre poesie similmente inedite e pub- 
blicale da URBANO LAMPREDI di Napoli, Napoli, Dalla Tipografia 
del Real Ministero di Stato degli affari interni, nel Reale Al- 
bergo de’ Poveri, 1845: è l'egloga I, già data dal Molini nella 
edizione del 1822 (3). 


(1) Sotto il nome di Luigi Alamanni il Moreni lo aveva già pubblicato ne 
Nagyio di poesie inedite di Luigi Alamanni, per nozze Aldana-Biondi, Fi- 
renze, Margheri, 1519, p. 59. 

(2) Serie de testi di linqua, ecc., posseduti da G. Pocarai, Livorno, Masi 
e C., 1813, pp. 58-41. 

(3) Il Lampredi avverte nella dedica che pubblica intevralmente l’egloza 
comparsa in parte (sc) nel Poligrafo: al testo (pp. 25-28) fa seguire le 
Vote, poi un'ode d'incerto tradotta dal Monti, ecc. Un gruppo di poesie scelte 
(Poesie scelte di L. A.) comparve a Fermo nel 135 (Pasavasti editore). 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 169 
Nulla di nuovo ugualmente nelle: 


Elegie scelte di M. L. A. Ed altre Inedite ed Anonime (1), 
Samminiato, Presso Antonio Canesi, 1837. 


Si cercò invece di aumentare il patrimonio lirico dell’Ariosto 
con una (canz. IV?) 


Canzone di L. A. Non inai fin qui stampata e pubblicata 
ora per ta prima volta alle stampe da LuiGi MARIA REZZI 
Bibliotecario Barberiniano, Roma, Tipografia delle Belle Arti, 
MDCCCXXXV; opusc. per nozze Barberini-Casali Del Drago (2); 
in-8° (alcune copie anche in-49). 


Più tardi nelle 


Poesie inedite di dugento autori dall'origine della lingua 
in fino al secolo decimo Settimo, raccolte e illustrate da 
FRANCESCO TRUCCHI socio di varie Accademie. Prato, per Ra- 
nieri Guasti, 1846, vol. III, pp. 176-178, fu edito un capitolo 
(cap. XXIII). 


Nel 1856 si ebbero: 


Due capitoli di Lobovico ARIOSTO pubblicati per cura di 
GIOVANNI VELUDO da n codice inarciano (3). Per le faustis- 
sime nozze Guidoni-Sartori, Venezia, coi tipi d'Ant. di Tom. Fi- 
lippi, 1856 (cap. XXIV, XXVI). 


(1) Sono i capitoli III-VII, IX, XIV, XVII-XIX; le altre elegie, tutte 
anonime e del sec. XVI, non hanno nulla di comune con quelle dell'A. 

(2) Dopo un lungo Proemio con annotazioni (cc. 5-16) il Rezzi pubblica 
(17-26) Per la partenza di Ginevra - Canzone (testo) e le Annotazioni. 
La canzone fu poi ristampata col Proemio nel Rnaldo Ardito di L.A. 
framm. ined. pubbl. da I. Giaxrient e G. Arazzi, Firenze, Piatti, 1846. Nu 
l'opuscolo del Rez.:ii a cui egli teneva molto, v. F. Picco, L. M. Rezzi, ece., 
Piacenza, Del Maino, 1917, pp. 39-40, 88, 109, 11R. 

(3) Dopo un’avvertenza « al lettore >, una notizia sul codice, si ha il testo 
dei due capitoli, ma non il testo della canzone pastorale (III°), come lascia 
intendere il Boxei (II, 36 n.). 


170 G. FATINI 


Tutte queste sparse poesie con le altre date dalle edizioni 
precedenti entrarono a far parte delle Opere minori in verso 
e în prosa di L. A. ordinate e annotate per cura di F. L. Po- 
LIDORI, Tomì 2, Firenze, Le Monnier, 1857. 

Nel tomo primo, distribuita in Frammenti în ottave (pa 
gine 125-47), E/egie e Capitoli (pp. 215-59), Egloga (pp. 267-706). 
Itinne varie (pp. 281-314), Poesie attribuite a L. A. (pp. 444-74) 
si ha la più copiosa — 87 componimenti — e la più impor- 
tante silloge di liriche italiane che sia comparsa col nome di 
messer Ludovico. Il Polidori (1) al lodevole tentativo di dare un 
testo corretto aggiunse l'altro di sceverare le poesie autentiche 
da quelle dubbie, che egli anzichè rifiutare dalla sua raccolta 
ha relegate in un gruppo a sè; e per questi due tentativi, 
anche se non sono gran che riusciti, il raccoglitore, che ha tro- 
vato poi chi seguisse e perfezionasse il suo disegno, merita un 
particolare ricordo nella storia della lirica ariostesca, nella 
quale occupa un primo posto. 

Così differisce solo per l'ordinamento dei componimenti e per 
la denominazione di alcune poesie l’edizione triestina del 1858 
(N.1 della 2B/blioteca Classica Italiana). AI contrario non ha 
alcun valore la più recente raccolta delle Z/egie, Sonetti e Cair- 
zoni, a cura di ARDENGO SoFrici (Lanciano, Carabba, 1911); 
ove, abbandonata la distinzione introdotta dal Polidori — la cui 
edizione è stata del tutto trascurata — sono riprodotti tutti i 
componimenti (tranne i frammenti in ottave) che si trovano 
nella raccolta del 1857; ma del testo come delle poesie fatte 
conoscere in periodici e in pubblicazioni ariostesche dopo il 
Polidori, il Soffici non ha tenuto conto, eccetto del son. I* (2). 


(1) Qualche notizia su F. L. Polidori in Iticista d'Italia, febbr. 1918, di 
F. Berxixi (Gli Studi « inediti » di F. L. P.). Alcuni esemplari di codesta 
ediz. oggi si trovano con la copertina di tela verde e col frontespizio esterno 
I. Ariosto, Opere minori, Suce. Le Monnier, Firenze (1894 nel frontesp. in- 
terno). Fa parte, così rammodernata, della Bbliofeca nazionale economica. 

(2) Vedi una recens. del Salza in questo (/ornale, 58, 411-12, e una mia 
notizia nella Ztass. bibliogr. d. letter. ital., XIX, n.5 (31 maggio 1911). 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 171 


Eppure più d'uno studioso ha cercato in questi ultimi decenni 
di accrescere il patrimonio lirico di messer Ludovico. 

Il madr. XII fu dato dal Carducci nelle Veglie letterarie di 
Firenze (anno I, 26 giugno 1862, n. 9, p. 144); il son. XXXVI 
comparve nelle Lettere di L. A., pubblicate con introduzione 
biografica da A. CAPPELLI, Modena, 1866 (1), p. 351; e nel Pro- 
pugnatore di Bologna (a. III, disp. 2* e 32, 1870, pp. 416-18) il 
Guasti dette col nome dell’Ariosto 6 ottave (Fram. XI), oltre al 
mad. XI1I già comparso nelle Veglie; e Domenico Carbone abbelli 
col son. VIII? e col Fram. X (2) l’opuscolo nuziale Rime inedite 
dei Quattro Poeti raccolte per le fauste nozze dell’egregio 
signor cav. Giuseppe Carneri Generale nell’arina del Genio 
colta gentilissima Signorina Camilla Bertoldi (Roma, tip. Bar- 
bera, 1872), ricomparsi più tardi nella //wstrazione popolare 
di Milano (1875, n. 3). 

In occasione del IV centenario dalla nascita del Poeta uscì 
per Teodorico Landonìi un opuscolo con Due va'issimi compo- 
nimenti di L. A.con la notizia d'una stampa delle Salire e 
d'altra del Furioso ignote (In Bologna, presso Nicola Zanichelli, 
MDCCCLXXV). Queste due poesie (son. XLI e egl. II) con quelle 
apparse nelle Veglie (letterarie (mad. XII), nelle Le/fere di 
L. A. (son. XXXVI), nell’opuscolo del Carbone (son. VIII* e 
Fram. X) e una inedita (mad. VI') arricchirono l’appendice (3) 


(1) Fu riportato anche nelle successive edizioni dell'epistolario (Bologna, 
1886 ; Milano, 1887). 

(2) Veramente il Fram. X, civè le ottave, non erano inedite, perchè si tro- 
vano nelle tre prime edizioni dell’Erdolato; il son. VIII* poi non era nè ine- 
dito, nè dell’Ariosto; ciò nonostante A. Mariaynsi dedicava un insulso opu- 
scolo al sonetto, nel 1893, dal titolo ZMustrazione di un sonetto inedito di L.A. 
(Roma, Baldi). 

(3) Il Ferrazzi (Bibliografia ariostesca, pp. 242-43) riferisce, con poca 
esattezza, al solo Landoni la pubblicazione di queste rime, che invece il 
Carducci raccolse da varie fonti. Lo studio del C. ebbe una ristampa, con 
qualche aggiunta e correzione, dopo un mese; nel 1881 uscì poi, rinnovato 
nel testo, e col titolo: La giorentà di L. A. e le sue poeste latine. Studi 
e ricerche di G.C., Bologna, Zanichelli, e poi, ancora emendato, in Upere, 
XV, ove però non si ripubblicò il son. VIII* perche apocrifo. 


172 G. FATINI 


del noto studio di &. Carducci, Delle Poesie Laline Edile ed 
Inedite di L. A.(Bologna, Zanichelli, 1875). Tre anni dopo nel 
periodico fiorentino Z Borghini (a. IV, 15 genn. 1878, pp. 2235-26; 
a. V, 1° luglio e 1° ottobre 1878, pp. 4-6, 72-74) l’Arlia con una 
breve nota riportava sotto il nome dell’Ariosto le canz. V* e VI? 
e i sonn. III* e IV*; che trent'anni più tardi io stesso ripubbli- 
cavo nella Miscellanea in onore del prof. Vittorio Cian (Pisa, 
1908, Mariotti) (1). Due componimenti nuovi (cap. XXVII e 
son. 1?) dal ricordato opuscolo del Maraviglia dava G. Lisio in 
Rarità ariostesche nella miscellanea Da Dante at Leopardi 
(Milano, Hoepli, 1904, per nozze Scherillo-Negri); e tre io ne 
pubblicavo, nelle Cusiosita ariostesche (in questo Giornale, 
LV, 1910) i Framm. XI, IV? (2), e nello studio Per un'edizione 
critica delle Rime di L. A. (nella Rassegna cril. d. letter. ital., 
XV, 1910) il son. XXX, tratto da un codice ferrarese. 


(1) Quattro poesie inedite di L. A.; in un’aggiunta finale (pp. 21-22) del- 
l'estratto, feci appena in tempo ad avvertire l’errore in cui ero caduto, pub- 
blicando come inedite le poesie, che invece erano disperse in un periodico 
raro e quasi inaccessibile, sfuggito allo stesso Carducci, quando nell’ '81 ri- 
dette alle stampe il suo studio. 

(2) Il Fram. XI era già dato dal “Guasti nel Propugnatore cit., ma in 
una lezione diversa. Il Sarza nello studio Intorno all’ Ariosto minore (estr. 
dalla Miscellanea di studi critici pubbl. inonore di G. Mazzoni, I, Firenze, 
tip. Galileiana, 1907) pubblicò in nuova veste il cap. XXIII e il son. IV. Il 
bel saggio, corretto e corredato di nuove note e aggiunte, è ristampato in 
Studi su L. Ariosto, Città di Castello, Lapi, 1914, pp. 27-98, ove ricompaiono 
anche i due componimenti. Nell'art. D’una canzone pastorale attribuita a 
L.A., già pubblicato in questo Giornale, 56, 339 sgg., e ora anche negli 
Studi, è stampato pure il son. VII. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 173 


IV. 


Manoscritti ferraresi. 


Tra i mss. che riportano isolate o a gruppi rime dell’Ariosto, 
in mancanza di autografi o apografi, acquistano un particolare 
valore due testi a penna posseduti dalla Civica di Ferrara (1), 
soprattutto perchè conservano una buona silloge di liriche vol- 
gari. Pervenuti nelle mani del ferrarese Girolamo Baruffaldi, 
nel sec. XVIII, forse dall’ultimo degli Ariosti (2), e da lui insieme 
con altri mss. donati all'amico Giovanni Andrea Barotti (3), già 


(1) Questi ed altri mss. ariosteschi della Biblioteca Comunale di Fer- 
rara sono descritti nell’Indice dei mss. della civica Bibliot. di Ferrara, 
Ferrara, Taddei, 1884, di G. ANTONELLI, in Carpteci, 7-26, nella Introduzione 
di G. AGNELLI a 7 frammenti autografi dell'Orlando Furioso, Roma, Foto- 
tipia Danesi (1904) e in questo Giornale, 61, 455 da G. AGNELLI. 

(2) L'Agnelli (Introduzione cit., p. 6) crede che da Claudio, l’ultimo degli 
Ariosti, m. nel 1707 a Ferrara, le carte ariostesche siano passate all’abate 
De Carli e da costui al Baruffaldi, il quale era già in possesso di alcuni mss. 
fino dal 1741 (cfr. Barotti nelle Dichiarazioni alle Rime del 1766, Pitteri, 
PP. (60-61). Come il Baruffaldi, anche il marchese Bevilacqua, lo Zeno, Guido 
Bentivoglio ed altri avevano mss. dell’Ariosto; il che fa pensare che la disper- 
sione di coteste carte avvenisse sino dal Cinquecento, forse con la morte di 
Virginio Ariosti, dal quale ebbero mss. G. B. Pigna. il Mosti, il Giolito, ecc. 
Tn altro possessore fu il cav. Danese, che il 20 agosto 1644 donava all'abate 
Salvetti di Ferrara un foglio autografo con una poesia latina; v. A. SOLERTI, 
Bibliografia de Le Rime di T. Tasso, Bologna, Romagnoli, 1898, pp. 10-11. 

(3) Il Barotti accenna più volte, nella ristampa pitteriana del 1766, a questo 
dono; a torto l’ANTONELLI (Indice, p. 45) afferma che F, apparteneva al Ba- 
rotti e non al Baruffaldi; quest’ultimo, secondo il MazzucueLti (I, 1082), 
avrebbe posseduto l'originale delle Itime, forse, soggiunge, disperso; proba- 
bilmente il M. lo ha confuso con F,, F,, ovvero esprimeva una semplice conget- 
tura. Al Barotti invece appartennero le così dette satire autografe, in parte 
4 lui date dal Baruffaldi, e tutte cedute poi alla Civica di Ferrara; v. Le 
Satire autogr. di L. A. pubbl. u cura del Comitato ferrarese ..., Bologna, 
Zanichelli, 1875. 


174 G. FATINI 


possessore di qualche codice ariostesco, passarono più tardi alla 
biblioteca ferrarese, nel cui catalogo antonelliano occupano ri- 
spettivamente i num. 64 e 365. 

Il primo (F,), cartaceo (1), in 4°, mm. 153 X 240, avente sul 
dorso Ariosto | Cassaria | e la | Lena | Commed. |, in bel ca- 
rattere corsivo e ben conservato, consta di tre grossi fascicoli, 
dei quali uno di cc. 64 n. n., precedute da 5 cc. bianche e seguite 
da altre 2 bianche, riporta la Cassaria in rima; il secondo, d'un 
formato meno lungo e più stretto, di cc. 47 scritte e num. 
+ 1 scritta n. n. e 2 bianche, comprende la Lena; il terzo, sud- 
diviso in tre fascicoletti (2) di cc. 52 num. -+ 8 bianche, con- 
tiene le Rime. 

L’altro cod. (F.), cartaceo, in elegante formato, mm. 152 X 212, 
di cc. 2 bianche + 66 scritte, n. n., -+ 4 bianche, contiene, in 
quattro quinterni legati insieme, le sole liriche, disposte e per 
numero e per ordine come in F,; dal quale differisce per l'uso 
più frequente del puntino sugli i, di ef per e, di « per », per 
le belle iniziali maiuscole, in carattere aldino, che in F, man- 
cano o sono grossolanamente riprodotte, e infine per l’elegan- 
tissimo gotico tanto in uso nel Cinquecento (3). 


(1) Nell’Zndice dell'Antonelli (p. 45) il ms. ha questo titolo: Arrosto Lt- 
povico, La Cassaria, La Lena commedie e rime varie. 

(2) Il primo fascicoletto è di cc. 20, così disposte: ce. 1-2a Tabula alfa- 
betica delle Itime; ce. 2d, 3 bianche, n. num.; seguono 1-17 num.; il 2° fase. 
di cc. 20 scritte, eccetto due terzi della c. 23a e le ce. 24d-25; la numera- 
zione va da 18 a 415, saltando però da 19 a 22, le quali carte 19 e 22 sono 
staccate in duerno; il 3° fase. comprende le cc. 42 a-52 d scritte + 53 bianca 
num.j 54-60 bianche non num. 

(3) Per il codice v. I Judice dell'Antonelli (p. 181); sono bianche le ce. 28 è 
e 229 per indicare il distacco fra i madrigali e i capitoli; bianca la c. 66b. 
Prima del testo due carte, di marca diversa dalle altre, ma eguale alle due 
ultime. Le iniziali, specialmente dei capoversi, sono, assai spesso, corrose anche 
per opera dell'inchiostro: pur la carta è rigata con l'inchiostro, mentre quella 
di F, non è atftutto rigata. 


» 


e - - 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 


Ecco la tavola dei capoversi: 


la- 5b Anima eletta, che nel mondo... 


Cp 


5d- 9a Spirto gentil, che sei nel terzo... » 


9a-135 Non so s'io potrò ben chiuder... (10) » 


F,(cc.) F,(cc.) 

1. la- 4a; 

2. 4b- 6b; 

3. 7a-105; 

4. 100 ; 14a 
5. 10b-11a; 14a 
6. lla ;s 14db 
i.11b ; 15a 
8. 11d ; 15d 
9. 12a ; 16a 
10. 126 ;s 160 
11. 126 ; 160 
12. 13a ; 17a 
13. 136 ; 17d 
14. 135 ; 18a 
15. 14a ; 186 
16. 140 ; 19a 
17. 14d ; 19a 
8. 15a ; 195 
19. 15 d ; 200 
20. 15d ; 20 
21. 16a ; 2la 
22. 160 ; 21d 
23. 165 ; 210 
24. 1a ; 22a 
25. 176 ; 22 
26. 175 ; 23a 
27. 184 ; 23b 
28. 185 ; 24a 
29. 186 ; 24a 
30. 19a ; 24b 
31. 19d ; 250 
32. 19d ; 25b 


Non senza causa il giglio e... (6) son. 
Come creder debb'io che tu... (29) » 
O messaggi del cor sospiri ardenti (30)  » ‘ 
Del mio pensier che così veggio... (8) >» 
Quando muovo le luci a mirar voi (28) >» 
La rete fu di queste fila d’oro (9) » 
Madonna, sete bella, e bella tanto (31) >» 


Se voi così mirassi alla mia fede (1) (41) mad. 


Com’esser può che dignamente... (11) son. 
Un arbuscel ch'in le solinghe rive (7) >» 
Altri loderà il viso, altri le chiome (19) » 
Quel capriol, che con invidia... = (22) >» 
Non fu qui dove Amor tra riso... (16) » 


Chiuso era il Sol da un tenebroso... (26) 


O sicuro secreto e fidel porto (3) >» 
Aventuroso carcere soave (17) >» 
Mal si compensa ahi lasso... (2) >» 


Deh voless’io quel che voler... (20) >» 
Occhi miei belli, mentre ch'io... (21) » 
Per che simil le siano, et de li... (4) » 
Quando prima i crin d’oro... (18) » 


A che più strali Amor s'io mi... (1) (42) mad. 


Madonna io mi pensai che ’l star... (24) son. 

Se con speranza di mercè perduti (39)  » 
>» 

Aventurosa man, beato ingevno (35 
3 


) 
i ) » 


Per che Fortuna quel ch'Amor... 


Son questi i nodi d'or, questi... (3: 


2) 
Qual volta io penso a quelle fila... (38) » 


(33) canz. 


175 


V 

IV 

I 

VI 
XXIII 
XXIV 
VIII 
XXII 
IX 
XXV 
VI 

X 

VII 
XV 
XVIII 
MI 
XX 
III 
XIII 
II 
XVI 
XVII 
IV 
XIV 
VII 
XIX 
XXXI 
I 
XXVI 
XXVIII 
XXVII 
XMIX 


1) In F,, dove ogni componimento porta l'intestazione, questo madrigale 
€ indicato come un sonetto. 


176 


33. 
34. 
35. 
36. 
37. 
38. 
39 ( 
40. 
41. 
. 28a-29a; 
3. 2906-50 db; 
.31a-32b; 
. 3206-33 b; 
. 33 d-34b; 


. 35-37 a: 


(1) In F, c'è un apparente imbroglio d’impaginatura, sul quale 


F, (ce.) 
22 a 3 
226 (1) ; 
23 db : 
23 d : 
24a - 
24a ; 


3). 24 bd ; 


2601-27; 
27a-28a; 


’ 


. 374-3Ra; 
. 380-394; 
. 394-401; 
. 4040-41; 
. 4120-43; 
. 450-446; 
. 45a-45 db; 
. 464-471; 
. 40 b-48a; 


. 48b-526; 


oltre. 

(2) Terminando i sonetti, in F, seguono quattro linee bianche, in F, è 
bianca una buona parte di 23 a. 

(3) Dopo questo madrigale c'è uno spazio bianco in F,, Fs, perchè segue 
Il gruppo dei Capitoli, distinti l'uno dall'altro in F, con la dicitura Cap.i0, ti°...; 
in F, con lo spazio d'una linea o due; i madrigali sono privi d’intestazione 
e di numerazione; solo in F, all'ultimo ‘verso d’ogni poesiola tien dietro il 
segno &. 

(4) Alla fine di questo capitolo in F, c'è un Finis; nel n. 56 il Finis è 
in F, e Fy per distinguere il gruppo dei capitoli dal capitolo in onore di Obizzo, 
dopo il quale non c'è Fixis, ma seguono delle carte bianche. 


F, (cc.) 
26% 

26 d 

27a 

27a 

27h 

27b 

Ra 
30a-3la 
3105-32 b 
32b-34 d 
3406-36 db 
36 6-38 db 
380-404 
401-41d 
4214-44 b 
45a-460 
4604-47 D 
47b-49a 
49a-5la 
51b-54a 
04 1-55 d 
550-560 
57 a-528d 
59a-60a 
600-66a 


G. FATINI 


Cp 


Giorno a me sol più che la notte... son. XXX 
Qui fu dove il bel crin già... (2) (27) » XXI 
Oh se quanto è l’ardore (36) mad. V 
Amor io non potrei (14) > II 
Per gran vento che spire (25) » IV 
Quando bellezza, cortesia e valore (13) » II 
Se mai cortese fusti (12) » I 
Ne la stagion che "1 bel tempo... (46) cap. III 
De la mia negra penna in fregio... (47) » IV 
Era candido il corvo e fatto nero (49) » VI 
Meritamente hora punirmi veggio (48) » V 
Gentil città che con felici auguri (62) » XI 
Forza è ch'al fin si scopra, e che... (50) » VII 
O più che "1 giorno a me lucida... (51) » VII 
O lieta piaggia, o solitaria valle (54) » XII 
Qual son, qual sempre fui, tal... (55) » XIII 
De sì calloso dosso e sì robusto (56) » XIV 
O ne’ miei danni più che... (4) (52) » IX 
Ben è dura, e crudel se non... (57) » XV 
Del bel numero vostro avrete... (53) » X 

O qual tu sia nel ciel a cui concesso (59) » XVII 
Piaccia a cui piace e chi lodar... (61) » XIX 
O vero o falso che la fama suone (58) » XVI 
Chi pensa quanto il bel disio... (4) (60) » XVIII 
Canterò l’arme, canterò gli affanni (45) » I 


vedi più 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 177 


L'ordine e il numero dei componimenti ci riportano ad un 
medesimo archetipo; non manca tra F, e F, qualche divergenza, 
come l'indice alfabetico (1) dei capoversi all’inizio di F,; il ti- 
tolo posto in testa ad ogni poesia in F,, con la numerazione 
progressiva per gruppi, tranne per i madrigali; ma sono lievi 
divergenze d’indole personale, direi, del copista, come dalla 
coltura, dal capriccio, dai criteri subiettivi dei due -amanuensi 
dipendono quasi tutte le altre diversità del testo, in gran parte 


(1) Lo riportamno nella Rassegna crit. d. letterat. ital., XV, 1910, nel. 
l'articolo Per un'edizione critica delle Rime di L. A., pp. 7-8 dell'estratto. 
Si noti che l’Indice dà i capoversi di 59 poesie, due cioè in più di quante 
se ne trovino nei due codici. F, inoltre non presenta quell’imbroglio di nu- 
merazione che si nota in F, tra le carte 19 e 22, per l'apparente mancanza 
del foglio 20-21; diciamo apparente perchè il componimento n. 32, trascritto 
a c.19b, termina nella carta seguente, che porta la numerazione ‘2, nella 
quale carta si trova pure il n. 33 (22a) e 34 (22 21, con cui si chiude il gruppo 
dei sonetti, restando bianca una parte della pagina (22 è). La parte superiore 
di c.23 a riporta gli ultimi versi del n. 29, che ha il suo inizio a c. 18 83; 
ma essi sono cancellati, perchè, quando al duerno oggi numerato 18 e 23 si 
frappose un altro duerno (19 e 22), la continuazione del n. 29 fu data a c. 19; 
il resto della c. 23 a è bianca, mentre a c. 23 d incominciano i madrigali. 

Come si spiega quest’apparente imbroglio ? Il copista di F,, dopo avere 
traseritto a c. 18d una parte del n. 29, continuò a copiarlo nella carta se- 
guente (oggi numerata 23), ma, accortosi che in questo primo fascicolo 
fee. 4-18, 23) non entrava tutto il gruppo dei sonetti e dei madrigali, in- 
sen tra le carte oggi numerate 18 e 23 un duerno (ora cc. 19 e 22), che anche 
oggi si vede staccato dal resto. Nella c. 19 a trascrisse il resto del n. 29, can- 
cellandolo dalla c. 23, ove annotò questi sono superflui; poi copiò i nn. 30, 
31, 32, 33, 34 nelle carte 19 e 22, lasciando bianca 234 o perchè eravi la 
cancellatura o per tener distinti dai sonetti i madrigali (copiati a c. 23). 
L'errore della numerazione delle carte (da e. 19 si passa alla 22 deriva da 
Una svista o più probabilmente dal fatto che l'amanuense da prima deve 
avere inserito due fogli 19 e 22, 20 e 21, ai quali deve aver dato il numero. 
Ma, incominciato a copiare, questa volta si è avvisto che un duerno era di 
troppo, onde ha tolto il foglio 20, 21, senza correggere la numerazione pri- 
Mitiva: unica traccia di tutto l'apparente imbroglio, che non ha avuto alcuna 
conseguenza ne per l’ordine nè per il numero dei componimenti, 

Forse nelle due carte 20 e 21 erano o dovevano essere trascritte le due 
boesie ì cui capoversi sono riportati nell'Zrlice di F, che rimanda a c. 9 (si) 
inesistente, e delle quali non si trova cenno in F,. 


178 G. FATINI 


grafiche e lessicali, poche volte di pensiero; nel qual caso molto 
spesso più che varianti sono errori. Queste divergenze, poche 
e di lieve entità, non possono far dubitare della comunanza 
dell’archetipo a cui risalirebbero F, e F,, oltre che per il testo, 
per la identica disposizione e per l’egual numero delle poesie. 
Se mai un leggero dubbio che l’uno o l’altro si sia giovato di 
qualche altro esemplare può sorgere nel rilevare le correzioni 
marginali ed interlineari che s’incontrano qua e là, poche, 
insignificanti e della stessa mano (1) in F,, d’inchiostro e di 
calligrafia forse diversi da quelli del ms., e meno scarse e d'una 
certa gravità (2) in F,. Propenderemmo però a credere che 
anche queste correzioni, che potrebbero essere del tempo del 
codice, provengano da correzioni e da varianti dello stesso 
archetipo, il quale può darsi che non fosse in una copia calli- 


(1) Son. XIII, 2 posto in alto fra le due parole ne furor un f, forse perchè 
saltato; XVII, 1 tra mie mentre un belli; XIX,8 un p su op di Radopiare; 
XXIII, 7 cancellato un che perchè ripetuto; cap. VITI, 47 il verso è scritto 
su di un verso cancellato, perchè per una svista il copista aveva copiato il 
v.50; cap. XII, 71 aggiunto in alto a fr: un r omesso (fruir); cap. XIII, 12 
aggiunto legno, omesso tra Col o piombo; cap. XIV, 43 lacunoso, riempito 
con la frase, d'altro inchiostro, e mas no abbasto (lezione mancante in Fi): 
cap. XIX, 28 aggiunto sir, omesso tra 0 cara. 

(2) Canz. IV, 49 aggiunto e lieto tra dolce Riso; le parole Riso estinto 
sono segnate da un frego di cancellatura (Fa, tra dolce e lieto riso); 62 ag- 
giunto un r su lr di sera (Fy serra); 74 posto un o d’altro inchiostro su 
Va finale di lusciata (F, lasciata); 83 frapposto un a d'altro inchiostro in 
che sentir (F) che sentire); canz. V, 78 al è corretto in #0 o viceversa (F, i: 
131 avgiunto in alto mano, omesso, tra della 22 (Fa bella mano til); 133 verso 
mancante, aegiunto al margine destro, con altro inchiostro, ma della stessa 
mano: son. II, 11 posto un vot in alto tra andar sciolta (F, andar voi sciolta): 
son. XXV, 7 Vo di aureo è cancellato (F) aure); cap. IX, 2 sottolineato 1m- 
portuna e al margine con altro inchiostro scelerata (Fa scelerata); cap. X, 51 
un piccolo o in alto sopra « di Xrono, d'altro inchiostro; la parola è sottoli. 
neata e al margine sinistro v'è inn0 (=? luomo) [Fa Auomo]. Si noti che la 
buona lezione è appunto 7220. 

Più gravi i seguenti casi: son. IX, 8 verso lacunoso, riempito d'altro in- 
chiostro, con la parola ferimi (Fa ferimmi); cap. V, 67 sottolineato con altra 
mano il verso aspettando di furar un sguardo, al margine godendo dil soare 
(sguardo) {F, godendo del soave squardo). 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 179 


grafica, senza mende e cancellature. D'altra parte non si può 
neppure escludere che F,, scritto più elegantemente e privo, 
quasi, di correzioni, sia una copia derivante da F, anzichè figlio 
come F, d’uno stesso archetipo (1). 

Comunque ciò sia — e la questione non è di grave momento 
perchè nell’uno e nell’altro caso si ammette l’identità della 
fonte (2) —, peri caratteri grafici, della carta, ecc. si può affer- 
Inare con un certo fondamento che risalgono alla prima metà 
del Cinquecento (3). 

Uno dei due o il loro archetipo ha nessuna relazione col 
gruzzolo di rime ariostesche mandate, come si legge in un do- 
cumento già ricordato, nel 1532 a Guidubaldo della Rovere ? 
Impossibile la risposta e vana ogni congettura, mancando col 
testo ogni notizia su questa silloge, andata forse dispersa nelle 
fortunose vicende della libreria d’Urbino (4). Con tutta sicurezza 
invece si può asserire che diverso da F, e F, fosse il manoscritto 
adoperato dal Modanese per le sue edizioni del 1546 e 1547. 


(1) All'opinione, già da me espressa, che F, sia una copia di F,, nell'arti- 
colo Per un'edizione critica, pp. 4-5, propende pure il Bertoni nel ricordato 
volume’ L’« Orl. Furioso » e la Rinascenza a Ferrara, p. 309; non Vac- 
cetta invece il Virat, che nell’opuscolo Di alcuni documenti riguardanti 
A. Benucci, Conegliano, 1901, p. 8, n. 1, aveva già detto i due codici « pa- 
« ralleli e derivati da un medesimo archetipo ». Certo le varianti di F,, 
cap. XIV, 43, F,, canz. V, 133, son. IX, 8, cap. V, 67 non si spiegano troppo 
facilmente se si ammette la dipendenza di F, da F,. 

(2) L'identità inoltre è confermata da lezioni nuove che non sì trovano in 
altri codici nè nelle stampe, taluna delle quali è solo un errore; p. es. so- 
netto VII, 10 0 d’ per od; son. X, 9 sia per sian; son. XXVIII, 9 /onte 
per fronte; cap. X, 57 huomo per inno, ecc. 

(3) Il Vital molto tempo fa mi comunicava che il prof. Rajna, esaminato F,, 
lo faceva risalire al 1530-50. La data 1590 (se pur è una data) che si trova 
nel fascicolo della Lena in F,, non può riferirsi che al solo fascicolo della 
Lena; qualcuna delle correzioni di F, può darsi che sia del Barotti, come 
l'o di canz. IV, 74, l’a di canz. IV, 83, scelerata di cap. IX, 2, inno di 
cap. X, 57. 

(4) Vedi pp. 137-38, e per altri schiarimenti su la questiune puramente 
Storica vedi Per un'edizione critica, pp. 5-6. 


180 G. FATINI 


Tutti i componimenti di F, e F,, eccettuati i num. 2 e 33, si 
ritrovano in Cp, ove, oltre al primo frammento in ottave, com- 
paiono in più 7 poesie. Per quanto notevole sia la concordanza 
dei due gruppi è difficile ammettere una dipendenza tra loro: 
l'archetipo di F, e F, è opera d’un raccoglitore desideroso di 
dare le poesie con un certo ordine, distribuendole in gruppi 
(canzoni, sonetti, madrigali, capitoli); il Coppa, al contrario, 
seguendo probabilmente il ms. onde traeva la sua edizione, ov- 
vero di sua testa, ha disposto i 63 componimenti con un criterio 
diverso, frammischiando, su l'esempio del Canzoniere petrar- 
chesco, le canzoni ai sonetti e ai madrigali, tenendo a sè rag- 
gruppati solo i capitoli. 

Ma, anche se prescindiamo da questa diversità di criterio, 
l'indipendenza dei due codd. ferraresi dal ms. coppino risulta, 
a noi pare, tanto dal fatto che nel gruppo del Modanese, più 
copioso dell'altro, compaiono 8 poesie che in F, e F, mancano, 
e, viceversa, due poesie che sono in questi non trovansi in quello, 
quanto dalla diversa lezione che s'incontra, con una certa fre- 
quenza, nei due testi. 

L'editore Modanese si servi, come già dicemmo, del disordì- 
nato ms. che i fratelli dell’Ariosto trovarono o misero insieme 
di tra le carte lasciate dal poeta; i copisti di F, e F, ebbero 
davanti un gruzzolo di poesie, raccolte con cura o da qualche 
amico di messer Ludovico o da qualche buongustaio di cose 
ariostesche. Certo è che accanto alla raccoltina avuta dal Coppa 
(.1°) dovevano andare per le mani dei contemporanei altre rac- 
coltine più o meno copiose (41) (47, A”, A”, A”””......), formate 
di quelle poesie che il cantore d'Orlando non riuscì, come desi- 
derava, a custodire gelosamente nel suo scrigno. E come fu pos- 
sibile a Marco Pio procurarsene un gruzzoletto (.1”), così altri 
mise insieme i componimenti (7) che formarono poi F, e F.. 


(1) Una di queste è data dal cod. ferrarese F,, di cui parleremo fra poco, 
dalle carte beccadelliane (B,), ece.; su le quali v. la mia Vota dibliogr., ove suno 
succintamente descritti tutti i mss, che raccolgono poesie dell’Ariosto. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 181 


Ecco dunque l’albero genealogico, per dir così, delle liriche 
volgari ariostesche; indicato con A l’archetipo comune a tutte 
le raccolte, il ms. cioè che avrebbe dovuto portare tutte le poesie 
e che in realtà non è mai esistito se non a frammenti, sparsi 
qua e là, ad A debbono risalire non solo tutti i componimenti 
di 4° e di A”, ma anche tutti gli altri che, relegati in rarissimi 
opuscoli o dispersi in mss. miscellanei, meritano di essere con- 
siderati autentici. 


A 


A’ b isade 


A'”' (F) 
(cod. di G. 
della Rovere) F, F, 


(Cp) 


Chi tenga presente l’indipendenza di A’ da 4” e l’importanza 
che hanno singolarmente Cp e F, e F,, facilmente comprende 
qual contributo essi, integrandosi e correggendosi a vicenda, 
portino ad ‘una edizione delle 772€, non solo per una ricostru- 
zione presumibilmente critica del testo, ma anche per accertare 
l'autenticità di non poche poesie e ricostituire così, per quanto 
sia possibile, quel gruppo A che sfortunatamente non ci è per- 
venuto. 

Meno importante è il ms. ferrarese F, dal titolo: A/cwne 
rime italiane originali di Me Lodovico Ariosto; cart., in parte 
del sec. XVI e in parte della fine del sec. XV; di cc. 9 n. n, 
già fogli volanti, ora riuniti, di varia misura (1). 

Carta I} nel recto: Alcune rime italiane originali di Lo- 
dovico Ariosto. 

Carta II, mm. 150 x 210; nel recto: Epicedio De morte Im 
Limore estensis | de Aragonia Drciss ferrariene (2) Lodorvici 
<Eriosti (sic): 


Rime disposte a lamentarvi sempre (cap. I). 


_——— —— 


(1) Furono riuniti dal Barotti (v. AxtoNELLI, Indice, p. 21), che vi appose 
Il titolo Alcune rime, ecc. 


(2) Il secondo s di Duciss è d'altro inchiostro ; il we di ferrarigue è can- 
cellato. 


Giornale storico — Suppl. n° 22. 12 


182 G. FATINI 


Al margine sinistro della carta, 1493, indicante la data della 
poesia e della morte di Eleonora. 

L’epicedio si distende perla c. II (vv. 1-27 in IIa, 28-54 in IIb), 
III (55-81 in III a, 82-111 in IIId), IV (112-118in IVa, IVO bianca); 
segue dello stesso formato un’altra carta bianca nel recto, mentre 
nel verso in alto porta scritto, in carattere minuscolo, 


Lodouicus ariostus fecit . etatis annorà 19. 


Questo fascicoletto, scritto in bella calligrafia, con molte cor- 
rezioni interlineari e marginali (1), è stato a lungo tenuto per 
autografo (2); alcune somiglianze della scrittura, le copiose cor- 
rezioni che fanno pensare alla 27720 dell’autore, le cancellature 
e la firma apposta nel verso dell’ ultima carta, hanno formato 
questa opinione, che l’Agnelli però, peritissimo di calligrafia 
ariostesca, recisamente rifiuta e per ragioni paleografiche e per 
altre considerazioni, fra le quali la differenza fra la mano che 
ha copiato la poesia e quella delle correzioni (3). 

Carta VI, mm. 150 X 220; nel vecto i due sonetti (XXXIX, XL): 


Primo 
Mag°° fattor Alfonso trotto (4) 


(1) Per es. il v. 84 è tutto cancellato; corretti i versi 104, 106, 110, 
112, 114, 116, ecc. 

(2) Vedi AxtoxeLLI, Indice, p. 21; Saza, 36 n.; il Barotti con la parola 
originali ha inteso forse dire autografe. 

(3) I frammenti, ecc., pp. 8 sgg.; egli nota, per es., che l’indicazione del- 
l’età è un’aggiunta posteriore dovuta a qualcuno che voleva richiamare l’at- 
tenzione su la data giovanile dell’autore. Vera quest’osservazione, a noi però, 
nonostante il parere autorevole dell’Agnelli, non sembra possibile negare re- 
cisamente l’autografia del fascicoletto, prima perchè un criterio molto sicuro 
non si può avere dal confronto della calligratia di due epoche diverse ; quella 
cioe di 20 anni e l’altra superiore ai 40 (autografi del Furioso), poi perchè, 
se l’etatis è un’evidente aggiunta, non si deve infirmare l’autogratia della vera 
firma che è di diversa callisrafia, e, infine, perchè le correzioni, anch'esse dì 
differente calligrafia, potrebbero essere d'un periodo più tardo della vita dell’A., 
che, maturo d'anni, sarebbe tornato alla sua giovanile poesia per emendarla. 

(4) In margine, ma del Baruffaldi o del Barotti, questa nota: « Questo 


I e 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 183 


Secondo 
Non ho detto di te ciò che dir posso. 


Alla fine della carta: 


Di Ms. Lud°° Ariosti. 


Oltre il formato, anche la calligrafia differisce da quella delle 
carte precedenti; il Barotti la vuole autografa, come la firma 
che è della stessa penna. 

Carte VII-VIII; mm. 215 x 310, scritte solamente sul r°eclo, 
con una calligrafia in tutto diversa da quella delle precedenti 
carte, forse del sec. XVII. Vi sono otto stanze: 


Qual fiero sdegno a si gran sdegno mossa 


Luoco muttai, ne muttarò in eterno. 


Carta [X, mm. 190 X 270; nel rec/o, scritto di mano accurata, 
non calligrafica, e senza titolo, il madrigale o la ballatetta (1): 


Deh se sempre vi sia piatoso Amore. 


V. 


Su l’autenticità delle poesie di L. Ariosto. 


Trascurate dall’autore e accolte con diffidenza dai critici, le 
poesie dell'Ariosto hanno, per un motivo o per l'altro, talvolta 
ber un capriccio, suscitato dei dubbi su la loro autenticità. Se 
dei 55 componimenti comuni a Cp e a F, e F, ben 14 sono ap- 


Parsi sospetti, nessuna meraviglia che su la restante lirica 


=— lente) 


‘ Cognome se si stampasse il Sonetto si potrebbe tralasciare ed anche il nome ». 
Il consiglio fu seguìto dal primo editore, certo per un riguardo ai discendenti 
dei Trotti (Pitteri, 1766, IV, 761). 


(1) Vedi AoneLLI, I frammenti, p. 8; la poesia è senza nome e didascalie. 


184 G. FATINI 


ariostesca, che non ha il beneficio di questa comunanza e talora 
neppure l’autorità della tradizione o del raccoglitore, i dubbi 
si siano così facilmente accumulati da far pensare senz'altro a 
tante attribuzioni false o, per lo meno, assai sospette. Si ag- 
giunga che la dispersione subita da una buona parte delle Ri,ne 
favoriva non solo coteste false attribuzioni ma anche la confu- 
sione di esse con la produzione di altri poeti noti e oscuri: onde 
più d’una volta ci capiterà di vedere col nome dell’Ariosto com- 
ponimenti non suoi e, al contrario, riferito ad altri quel che 
spetta a lui. 

Perciò è opportuno fermare un po’ la nostra attenzione su 
ogni poesia di sospetta paternità, comprese quelle che per la 
prima volta entreranno da opuscoli a stampa o da manoscritti 
a far parte di una edizione delle R7me, per valutare caso per 
caso il peso di questi dubbi e di queste attribuzioni e con- 
chiudere, quando non manchino sufficienti elementi di giudizio, 
a favore o no dell’autenticità loro. 


Incominciamo dalle liriche che si trovano in F e Cp, non 
senza premettere una volta per sempre, che, dopo quanto ab- 
biamo detto di queste due raccolte, la loro autorità non può 
nè deve essere tanto leggermente infirmata. 


Del mio pensier che così veggio audace 


(F, 7; Cp, 8; son. VIII). 


Attribuito a Ludovico da Canossa (1) nel Terzo Libro della 
raccolta giolitina (2), uscita nel 1552; a parte le inesattezze in 


(1) Su questo vescovo di Baieux, ambasciatore di Leone X e uno dei primi 
personaggi del Cortegiano, v. un succinto profilo biografico di V. Cray nel 
suo commento a 1 Cortegiano, Firenze, Sansoni, 1910, pp. 508-10. 

(2) Kime di diversi illustri signori Napolitani e d'altri nobiliss. intelletti, 
In Vinegia appresso Gabriel Giiolito de Ferrari et Fratelli, MDLII, p. 391: 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 185 


cui incorsero spesso i frettolosi compilatori di queste antologie 
poetiche (1), tanto il Dolce che il Giolito, l’uno il raccoglitore, 
l'altro l'editore, riportando il sonetto in una raccolta dell’anno 
seguente (2) e poi nella prima giolitina delle rime ariostesche, 
lo hanno restituito al legittimo autore, correggendo implicita- 
mente l'errore in cui erano caduti. 


Non fu qui dove Amor tra riso e giuoco 
Quando prima i crin d'oro e la dolcezza 
(F, 16, 24; Cp, 16, 18; sonn. XII, XIV). 


Ambedue incerti nel Libro secondo delle Riine di diversi (3), 
onde poi passarono nelle successive ristampe (4), solo il son. XIV 
è dato dal Ruscelli al Benalio (5). Senza riportarsi alla poca 


l'errore si ripete nella ristampa dello stesso anno, che si considera pure come 
Libro Quinto della raccolta giolitina; in quella del 59 (p. 454), sempre con la 
dicitura « del Vescovo di Baiusa ». Il primo ad avvertire questa attribuzione 
fa il Mazzucuetti (I, 1082-83). 


(1) Per un esame di queste raccolte v. FontANINI nelle annotaz. allo ZENO, 
Biblioteca dell'Elog. Ital., II, 69 seg. e Boxci, I, 89 sgg., 3865-66. 

(2) Rime di diversi eccellenti uutori raccolte dai libri da noi altre volte 
unpressi tra le quali se ne leggono molte non più vedute. In Vinegia ap- 
presso Gabriel Giolito de Ferrari et fratelli, MDLIII, p. 115. Su questa 
edizione fatta dal Dolce di su le precedenti edizioni giolitine v. Boxci, 
I, 403-04. Il sonetto è dato all’A. anche nell’antologia giolitina del 1590 
fp. 114), in quella del Baseggio (Scelta di sonetti, ece., Venezia, 1727, vol. IV, 
parte prima, p. 288), ecc. 

(3) In Vinetia Appresso Gabriel Giolito de" Ferrari, MDXLVII, p. 1373 
sconosciuto è il raccoglitore, la cui fretta o disattenzione si può rilevare pure 
dall'omissione delle due poesie nell’Inlice, ove non sono ricordate neanche 
nel gruppo dei compon. /ncerti; v. Boxci, I, 143. In una copia della Biblio- 
teca Estense un lettore a lato di Incerto del son. XII ha scritto « M. Lud. 
Bonamico », nome di rimatore a noi sconosciuto, se pur non sia un Lazzaro 
Bonamico, ricordato dallo Zeno (Lettere, V, 263, VII, 243) come autore di 
liriche latine. Il Softici nella sua edizione ha fatto cenno dei dubbi su questo 
sonetto, ma senza occuparsi della questione. 

(4) Nella ristampa del 1548 (p. 132), nell’edizione del Baseggio (p. 310), ecc. 

(5) I Fiort Delle Rime de’ Poeti illustri, nuovamente raccolti et ordinati 
da GimoLamo Rusceri, In Venetia, Per Giovambattista et Melchior Sessa 


186 G. FATINI 


autorità di queste raccolte, si può trovare la conferma di F e Cp 
in B, (pp.6e 5), importante silloge di poesie italiane, raccolte 
nel Cinquecento. 


Mal si compensa, ahi lasso, un breve sguardo 
La rete fu di queste fila d'oro 
Oh se quanto è l’ardore 


(F, 20, 9,35; Cp, 2,9, 36; sonn. II, IX, m. V). 


Trovansi riferiti in N,, il primo ad un certo L. Fusco (1), il 
secondo al Bembo. il terzo ad un Giraldi. Il raccoglitore non 
solo non va d'accordo con nessuna delle tante miscellanee 
poetiche che nel Cinquecento inondarono il mercato librario, ma 
nelle stesse sue affermazioni si dimostra incerto e talora igno- 
rante. Per esempio, riferendo il madrigale al Giraldi, scrive solo 
Giral, senza indicare a quale dei due rimatori con cotesto nome 
voglia alludere (2); riportando la canzone pseudoariostesca III* 
avverte con volubile dicitura che ne è autore Epicwro (3), anzi 


fratelli, 1558, p. 399. Il Ruscelli non da alcuna spiegazione di questa attri- 
buzione al Benalio, un oscuro rimatore, la cui misera produzione è dispersa 
nelle raccolte del tempo; v., p.es., a p. 199, De le Rime di diversi nobili 
Poeti Toscani raccolte da M. Dioxiar AtANAGI, Libro secondo, Venezia, 1565. 


(1) Chi sia costui è difticile sapere: forse un Lattanzio Fosco della famiglia 
dei Tolomei, ricordato in Furioso, XLVI, 12, che, secondo il Fornari, sarebbe 
stato il precettore d'Ippolito d'Este (Barvrratpr, 121); per il Tiraboschi pero 
il precettore aveva nome Francesco Negri, un veneziano detto Zosco dal suo 
cognome. Un Fusco è ricordato nel Furioso, XLVI, 89, ma pare che sia quel 
Tommaso, che fu segretario di Ippolito; su questo Tommaso e sul Negri 
v. G. Bertomi, L'«0. F.» e la Rinascenza a Ferrara, Modena, Orlandini, 
pp. 1831, 133, 300. L'A. indirizzo ad un Fuscwm un carme latino (LX); 
costui è un nipote del menzionato Tommaso (v. Casini in Rivista critica 
della letterat. ital., VII, 150-52) ed è quello stesso di cui si fa parola in una 
elegia di G., Postumo (R. RexieRr, Dalla corrispondenza di G. P. Silvestri - 
Spigolature in Miscellanea Cian-Sappa-Flandinet, p. 256, n. 2). 

(2) Cioè, se a Lilio (rreworio, autore del De poetis nostror. temp., o all'altro, 
più noto, Giovan Battista (Cintio). 

(3) È Marco Antonio Epicuro, sul quale v. Pekcopo in questo Giornale, 12, 
1-76, e PaLmaRINI, in Scelta di curiosità letter., disp. n. 221 (Bologna, Ro- 
magnoli). 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 187 


il s.l. Gonzaga (1). Inoltre, togliendo all’Ariosto il sonetto IX, 
mentre non ha il sostegno di nessuna edizione delle poesie del 
Bembo, al quale non è stato mai assegnato (2), urta nell’attri- 
buzione ariostesca di sei codici, F,, F,, M, S,, B,, R,. 

. Il madrigale poi, che è adespoto in P,, dove da un amanuense 
del Varchi furono trascritte altre rime dell’Ariosto,- col nome 
di messer Ludovico comparve nella raccolta bolognese del Giac- 
carello (3), la quale, stampata nel 1551, è forse anteriore alla 
compilazione di N,. 


Chiusa era il sol da un tenebroso velo 
(F, 17; Cp, 26; son. XX}. 


I dubbi che possono sorgere su questo sonetto riecheggiante 
nel Furioso, XVII, 142, perchè trovasi, senza nome e in mezzo 
a un gruppo di poesie del Barignano (4), in C,, svaniscono senza 
difficoltà appena che si sappia che con F e Cp s’accordano 
P.. S., S, e la raccolta giolitina del Pri;20 Libro, comparsa 
nel 1545, un anno prima della edizione principe (5). 


(1) Questo nome è scritto in nero, mentre Epicuro in rosso; di Luigi Gon- 
zaga ce n'è più d'uno (Tiraroscar, Storza, VII, 67 n.), ma forse è quello so- 
prannominato Rodomonte, del quale alcune ottave (12 in lode dell’Ariosto, 
16 in lede della moglie sua) accompagnano qualche edizione del Furioso (Gio- 
lito, 1542, 1543, ecc.). 

(2) Anche il Seghezzi (Rime di m. P. B., in Bergamo, 1753, p. 287) 
esclude il sonetto dalla raccolta bembina, per quanto un ms. del Moreni, che 
probabilmente s’identifica con N;, lo dia a lui. 

(3) Parte quarta delle Rime di diversi, ecc., in Bologna, presso Anselmo 
Giaccnrello, M.D.LI, p. 277, in compagnia di altre poesie dell'A. Il Trucchi 
(Poesie inedite di dugento autori, ecc., III, 304) lo pubblicò da Nj, come 
inedito e appartenente al Giraldi. In P, il madrigale ha subito un cambia- 
Mento, essendo rivolto ad un Signor anziche ad una Madonna. 

(4) Di Pietro Barignano, uno dei tanti rimatori del Cinquecento, che ebbe 
l'onore di essere ricordato anche nel IF urioso, XLVI, 16, s'incontrano molte 
Poesie, specialmente nadrigali, nelle raccolte a mano e a stampa del tempo; 
v. oltre a C,, Ng, B, ed altri mss., Quanrio, Istoria della volgar poesia, 
I, 350 è MazzucneLLi, 3859-61. 

(5) Rime diverse di molt. Eccellentiss. Auttori nuovamente raccolte. Libro 


188 G. FATINI 


Un arbuscel ch'in le solinghe rive 


(F, 13; Cp, 7; son. VII). 


« Questo felice componimento dovrebbe... appartenere a quel 
medesimo che scrisse la canzone V tra le attribuite al nostro 
poeta »: così il Polidori (I, 473 n.). Il quale, dubitando, e non 
a torto, come vedremo, dell’autenticità della canzone III*, è tratto 
a sospettare anche del sonetto, che all’Ariosto vien dato dal 
Priino Libro della raccolta giolitina (1545, p. 137), da tutte le 
edizioni di rime ariostesche (1), da F, e F,, da N,,, anteriore 
al 1545 (2), da N,, che la riporta con altre due poesie dell’Ariosto 
sotto la dicitura « Son. et Cap. di messer L. Ariosto »; e da B,, 
ove è trascritto da un codicetto del sec. XVI, oggi irreperibile (3). 

Questi codici poi, pur trovandosi d’accordo nel nome dell’au- 
tore, non risalgono tutti alla stessa fonte; il che avvalora, per 
chi possa ancora avere qualche dubbio, l'autenticità, contro la 
quale oggi non si può addurre neppure la difticoltà della inter- 
pretazione che dipendeva dal testo oscuro e, in qualche stampa, 
mancante (4) del verso 7. 

D'altronde arbitraria è la parentela tra il sonetto e la can- 
zone su menzionata, per la quale, seguendo il Sansovino e il 


primo, ecc., p. 136; così nella ristampa del 1546 (p. 186), nella raccolta 
del 1590 (p. 121), in quella del Baseggio (p. 289), ecc. Il sonetto è anonimo, 
come tutti gli altri componimenti del codice, in R;. 


(1) Anche nelle Rione scelte di Poeti ferraresi, Ferrara, Pomatelli, 1713, 
p. 653; nella ristampa del Primo Ledro (1546, p. 196). 

(2) Il raccoglitore è così coscienzioso che ha enumerate tutte le poesie 
adespote e per qualcuna, della eni paternità non era sicuro, ne indica il nome 
con un prudente dicono; v. la mia (Vota dibliografica. 

(3) Vedi la Nota bibliografica. U, lo riporta adespoto (c. 219 a), dopo certe 
ottave anonime, sotto la didascalia « Perugia a Papa Paolo »; il nome di 
« Ms. Gregorio » messo sotto al sonetto o è il nome del trascrittore 0 è una 
cervellotica indicazione. 

(4) La diversità di lezione e la mancanza del v. 7 è notata dal copista 
di B,; l'edizione del 52 manca di tutto il v. 7; le altre hanno solo Né può 
da...; in generale la lezione è scorretta. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO ‘© 189 


Turchi (1), nel « ginebro » della poesia si vide un’allusione ad 
una donna di nome Ginevra, cantata pure nella canzone. I 
due componimenti, ravvicinati, dai sostenitori d’un amore del- 
l’Ariosto per una Ginevra, furono portati a sostegno della loro 
opinione (2); da quelli invece che, negando cotesto amore 0 
dubitandone, li hanno considerati strettamente connessi, sono 
stati entrambi presi per dubbi (3), se non per apocrifi. Gli uni 
e gli altri però non si sono avvisti che il ravvicinamento del 
sonetto con la canzone è solamente casuale, per cui dalla falsa 
attribuzione di questa non si deve dedurre il carattere apocrifo 
di quello. Chè, o nei 14 versi si allude ad una Ginevra e allora 
costei non ha nulla di comune, fuori del nome, con la donna 
della canzone; la Ginevra ariostesca potrebbe essere anche la 
Correggio che il Campanini asserisce essere stata una delle 
sentili fiamme del poeta (4), mentre quella della canzone è di 
sicuro una donna amata, e non celestialmente, da uno dei tanti 
pretendenti alla paternità della poesia. Ovvero il sonetto, come 
pensa il Salza, è un piccolo componimento « encomiastico, fatto 
nelle solite formule di quel secolo »; e allora scompare con la 
canzone anche la fortuita concordanza del nome (5). 


Perchè simil le siano e de li artigli 
(F, 23; Cp, 4; son. IV). 


(1) Il Sansovino (Le Rime, ecc., Venezia, 1561) annota: « Dice che }a sua 
«donna avea nome Ginevra, ed alcuni dicono che fu fiorentina e de’ Lapi, 
«ed era vedova » : il Turchi (Le Rime, ece., Venezia, 1567): « Descrive tigu- 
« ratamente con leggiadria il nome della donna amata da lui chiamata Gi- 
« nevra... »j; anche il Fornari nella Vita dell'A. ha la stessa opinione; vedila 
riferita nell’edizione dell'Orlandini (I, 5). 

(2) IMustrazione popolare di Milano, XII, n. 5, p.115; A. De GurersatIS, 
L. Ariosto, Roma, Loescher, 1905, pp. 144-46; PirazzoLi, nel nostro Gior- 
nale, 48, 142-44. 

(3) PoLipori, I, 473 n.; ediz. di Trieste (1858), p. 108. 

(4) Nell'articolo Ariosto Innamorato, in Miscellanea Crocioni- Ruscelloni, 
Reggio nell'Emilia, Notari, 1908, p. 24; per la Ginevra Rangoni, sposata a 
Giangaleazzo da Correggio, e ricordata nel Furioso, XLVI, 3, v. Trraposcni, 
Storia, VII, 67 n. 

(5) Il Salza (Studi, 102-05) lo crede diretto a Ginevra Malatesta, escludendo 


190 G. FATINI 


Contro l'autenticità del sonetto, suftfragata da P,, sta la sola 
voce del Ruscelli (1), raccolta dall’editore Orlandini e da altri (2). 
per ì quali la poesia apparterrebbe all’aretino Bernardo Ac- 
colti (3); il Molini poi (ediz. 1824, p. 727 n.) nel pubblicarla os- 
serva che «è tanto studiata e di pensiero e di stile, che neppur 
« noi la possiamo credere dell’Ariosto »; e il Polidori (I, 472 n.) 
pet le stesse ragioni « volentieri l’abbandona » all’Unico Aretino. 

Qual valore abbiano le parole del poligrafo Ruscelli di contro 
alla esplicita ed unanime attribuzione si può rilevare pur dalla 
semplice lettura del passo delle /:prese, ove si parla del so- 
netto. Il Ruscelli, passando in rassegna i simboli rappresenta- 
tivi delle /miprese, racconta come l’Accolti, innamoratosi d'una 
signora che rispondeva assai freddamente al suo affetto, pren- 
desse per insegna « un’Aquila, la quale a i figliuoli nel nido 
« attige gli occhi verso il sole », accompagnandola con questi 
versi: 3 

Mai non si (sic) nutrisce il Corvo i figli nati, 
se negra piuma in lor nascer nun vede, 
nè l'Aquila, se al Sol non son restati, 


i polli suvi esser suo’ figli crede; 


che sia una poesia amorosa; non ammette però che nel < ginebro » si possa 
vedere, come a noi pare, il simbolo della costanza e della fermezza. Eppure 
questa interpretazione trova appoggio nei vari esempi del Boiardo, del Bembo, 
di B. Tasso, di V. Colonna, della quale ecco tre versi opportunamente adatti 
all’arsomento (Itimne di V. C., Venezia, Giolito, 1560, p. 66, canz. CXIII): 


Quel bel Ginebro, ove d’intorno cinge 
irato vento. 


l'animo stabil mio Donna depinge. 

(1) Dnprese di G. RusceLui, Venezia, Franceschi, 1583, pp. 339-42; U; lo 
riporta adespoto, come il son. VII, ma confuso sotto la didascalia « Perugia 
<a l’apa Paolo », che non può riferirsi se non alle ottave « Saggio, et almo 
« sisnor, io son colei ». 

(2) Ortanpini, I, 333; Barorri (1741), p. 728; Bortoti (1739 e 1759), ecc. 

(3) È il famoso « Unico Aretino » dall’Ariosto cantato nel Furioso, XLVI, 
10: vedine nel Cortegzino la bibliografia data dal Cran (pp. 503-04). 


Luni aan reiezione ia | Cammina 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 191 


però non stimo segni sì ’nfiamati, 

se pria, Donna, non provo vostra fede, 
perchè amor senza effetto è fonte asciutto, 
nè mi può piacer l’arbor senza il frutto (1). 


Il Ruscelli, trovando nell’ottava più di quel che era neces- 
sirio a spiegare l'impresa, ove non si fa cenno del corvo, sog- 
giunge che « parendoli (42 Acco/ti) che in effetto essendo nel- 
«l'Impresa solamente le figure dell'Aquila, e non quella del 
«Corvo, non si convenisse per sua dichiaratione nutricarvi i 
«Corvi altram ente, fece questo Sonetto 


« Ben che simili sieno e de gli artigli ». 


Non par di sentire il Ruscelli che, tutto contento di aver tro- 
vato fra le rime ariostesche la poesia che andava cercando per 
la sua tesi nelle antologie liriche del tempo, fra sè e sè osserva: 
— Qui si parla soltanto dell’aquila e non dei corvi; la corrispon- 
denza tra l'impresa e il sonetto è esatta; perchè dunque la 
Mesia non deve appartenere all’Accolti, anche se nei suoi versi 
non si trova? — Ecco che il critico, non potendo nascondere la 
Vera paternità del sonetto, a lui nota, memore forse del tratta- 
Mento altre volte fatto al cantore d'Orlando (2), si appiglia al- 
larzomento della meschinità artistica che gran favore incon- 
trerà più tardi. Così infatti continua: « Il qual sonetto fu poi 
«da alcuni tolto in fallo, come suol farsi molto spesso, e attri- 
«buito a Lodovico Ariosto. Del quale chi non avesse altra cer- 
«tezza per conoscer che non sia suo basterà pienamente lo 
«stile, essendo questo Sonetto troppo diverso dall'altezza, che 
‘quel divino scrittore ha mostrato ne gli etletti aver in colmo 


n. 


—_ 


(1) Questo strambotto, sotto il nome inesatto di Niccolò Accolti, trovasi 
nella raccolta giolitina del 1550, Zerzo Libro a cura dell’Arrivabene, p. 13, 
‘0 qualche variante e col primo verso non ipermetrico (Mai non nutrisce...). 

1) Oltre al Boxcr, I, 36, al Tamara, 8-9, vedasi pure BarteraLpi, 218; 
"llesattezza critica del R. dubita pure il Nalza (Studi, 87.88), che crede 
datentico il sonetto; v. a pp. 241 cgg. quel che dice sul RL rassettatore del poema. 


192 G. FATINI 


« della Natura e dell’arte insieme » (1). Ma questo appellarsi 
alla meschinità della poesia, come fa il Ruscelli e con lui il 
Molini e il Polidori (2), per la quale assurdamente si vorrebbe 
che da un genio, sia pure nel periodo di preparazione tanto più 
lenta quanto più mirabile, sia pure in un momento d'ispirazione 
poco felice, non debba sgorgare che oro di zecca, non basta a 
risolvere la difficoltà dell’attribuzione: tanto meno nel caso pre- 
sente, nel quale l’autorevole testimonianza dell’edizione prin- 
cipe trova conferma in una stampa anteriore all'edizione cop- 
pina (3) e nei tre autorevolissimi codici, F,, F, e P,, provenienti 
da due fonti diverse; onde si ha pure la possibilità di ricostruire 
un testo che, immune di quelle oscurità che erano nella lezione 
tradizionale, rende il sonetto « e per fattura e per verità d'os- 
« servazione e per arguzia, non indegno dell’Ariosto » (4). 


O più che 1 giorno a me lucida e chiara 
O ne' miei danni più che ’1 giorno chiara 


Chi pensa quanto il bel disio d’ Amore 
(F, 46, 50, 56; Cp, 51, 52, 60; cap. VIII, IX, XVIII. 


Il primo dei tre componimenti può essere un esempio di quanto 
cervellotiche possano talora essere le attribuzioni. Contro il com- 
pilatore di R,, il quale l’ascrisse al Tansillo, indotto forse dalla 
singolare contenenza a giudicarlo più degno dell'autore del Pe 


(1) Imprese, p. 342; si noti che, se il R. avesse avuta qualche buona ra- 
gione per dimostrare altrimenti le sue affermazioni, non l’avrebbe, certo, 
trascurata. 

(2) Anche il Carpecer, 28-29; il Teza (Propugn. N. S., I(1888), p. 430), 
parlando incidentalmente del sonetto, lo riferisce senz'altro all’Accolti. 

(3) Nel Promo libro della raccolta giolitina, p. 137; la cui prefazione, di 
I... Domesieni, è del 1544; il sonetto è pure nella ristampa del 1546 (p. 136) 
e nelle Zime scelte di Poeti ferraresi. 

(4) Il verso 6 « Fa ch'esser l'altre sue non si presume » ricorda « Fa che 
«con chiaro indizio si presume » del Fiwrioso, XLI,8. Quanto al significato 
nulla vieta di credere la poesia del genere letterario delle imprese, di cui 
TA. ha lasciato più d'un esempio; v. Sarza, 141 sgg. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 193 


dere che del cantore d'Orlando, e contro l’asserzione di L,, im- 
pugnata anche nel margine del ms. (1), ne affermano in coro la 
paternità ariostea (2) un copioso gruppo di codici, F,, F,, F,, 
N,, N,, N, P.,, A, B., D,, E,, I, S,, insieme con Ippolito, 
Giulio Ferrarese e il Toscano coi loro vari opuscoli (3). 

Del secondo, l’annotatore di D,, tratto in inganno da altre 
poesie, crede, ma molto a malincuore, autore un oscurissimo 
Tacca (4); ma non si è accorto che il Capitolo in contrario 
— così è intitolato — è dello stesso autore del precedente ca- 
pitolo, cioè del notissimo VIII, il quale pur dal compilatore del 
codice è dato all’Ariosto. 

Del terzo, solo di recente e forse per la mediocre fattura, ha 
dubitato uno studioso (5); ma tanto questo quanto il secondo, 
oltre che in F e Cp, si trovano in P.,. 


O lieta piaggia, 0 solitaria valle 
(F, 47; Cp, 54; cap. XII). 


Questo componimento, pubblicato la prima volta nell'edizione 
principe, ebbe varia fortuna; omesso dallo stesso Modanese 
nella ristampa e però in quasi (6) tutte le edizioni del Cinque 
e Seicento; ricomparso nella raccolta del Rolli, ma non in quella 


(1) Al margine della pagina c’è scritto « Dell’Ariosto »; anche il Bandini 
(Indice dei codici della Laurenziana, p. 143, col. 2) in nota richiama la pa- 
ternità ariostea. 

(2) Un gruppo di codici riporta la poesia adespota: così K, N,, 0;, R,. 

(3) A questi è facile che se ne possano aggiungere altri, giacchè il capitolo ‘ 
ebbe una grande fortuna presso gli imitatori (v. SaLza, 6% sgg.) e presso i 
raccoglitori lirici. 

(4) Disperso tra le rime di un Baroncini lucchese, dopo la copia di esso, 
trovasi questa nota: « Questo capitolo ancor che sia fra queste poesie del 
Tacca (il Baroncini) inserto non è suo, e chiunque ha giuditio può conoscere 
che non havrebbe fatto simil coglioneria ». Il cap. è adespoto in Ry. 

(5) Barone, Un presunto madrigale di L. A. e « Le due cose belle » di 
G. Leopardi nel nostro (Giornale, 55, 519 n. 

(6) Eccetto cioè quelle che risalgono alla prima coppina (Varisco, 1558, 
Pagan, 1558, Dalla Barba, 1559). 


194 G. FATINI 


dell’Orlandini (1), lo inserì nella sua il Barotti e, con lui, in 
seguito la maggior parte degli editori. 

Tra i mss. la poesia si trova in N,, N, 0,, $,, dei quali N, 
la riporta senza nome, mentre una mano più recente ha segnato, 
in margine alla pagina, il nome del « Sannazzaro » (2); 0, la 
attribuisce, ma per un evidente errore del copista (3), a Giro- 
lamo Verità; N,, S,, d’accordo con F e Cp, la danno all’Ariosto, 
al quale la contende solo qualche edizione delle Rime sannaz- 
zariane, che riferisce la poesia all’autore dell’Arcadia. 

Occupandoci del son. VII e del cap. VIII (e per altri compo- 
nimenti avremo in seguito la conferma) abbiamo visto quanta 
esattezza e veridicità presenti il raccoglitore di N,, tanto meti- 
coloso da tener distinte in piccoli gruppi le poesie spettanti ad 
un solo autore (4); non lieve peso ha pure l’affermazione di S,, 
che riporta il ternario con altre rime senza dubbio dell’Ariosto (3), 
mentre la testimonianza di N,, posteriore alla compilazione del 
codice e molto probabilmente derivante da qualche edizione del 


(1) L’omissione dell’Orlandini, che raccolse quante poesie riuscì a trovare, 
non si può spiegare se non con l’ammettere che non abbia conosciuto nè la 
prima del Coppa, nè quella del Rolli; fu seguìto nella omissione dall’editore 
Bortoli (1739, 1755). 

(2) L'unico nome che compare nel codice, in gran parte adespoto, è quello 
del Sannazzaro, ma tanto l’inchiostro che la mano sono di qualità e di epoca 
posteriore al ms. 

(3) Primo a rilevare, negandole ogni valore, l'attribuzione di 0,, fu il 
BrocsxoLico (‘time inedite di G. Verità, in Studi di letterat. ital., VII, 99, 
n.5). IV codice è quasi tutto dedicato al Sannazzaro; solo nella seconda parte 
il compilatore raccoglie poesie « sanza ordine e sanza nome », e fra queste, 
adespoto, anche il cap. VIII; dopo il quale viene il nostro (IX), l’unico che 
porti il nome di G. Verità. Su questo rimatore v. V. Cian, Varietà poetiche 
del 500, Messina, 1904, pp. 16 e sge.; Carcini, G. V. filosofo e poeta vero- 
nese del sec. XVI, Verona, 1905 e il cit. BroexoLiso. 

(4) Così si hanno gruppi di poesie di G. Muzzarello (ce. 1-7), del Bembo 
(ce. 7-11), del Sannazzaro (c. 11 e sgg.) e, fra gli ultimi, dell’Ariosto (125 d, 
Son, et Cap. di m. L. Ariosto); questa distinzione non è però mantenuta 
costantemente. 

(5) Su questo ms. che ha quattro componimenti indiscutibilmente ariostei, 
v. la mia Nota bibliografica. 


PER LE LIRICHE DI LUDUVICO ARIOSTO 195 


Sannazzaro (1), ha un valore molto relativo, giacchè sarebbe 
subordinata all'autorità di questa fonte, che è appunto la rac- 
colta lirica del poeta napoletano, comparsa poco dopo la sua 
morte, nel 1531, quando ancora viveva l’Ariosto (2). In essa 
furono fatte, come dichiara l’editore, alcune aggiunte « dal suo 
« proprio originale cavate nuovamente » e nella « giunta » fu 
inserito il capitolo, che nella pubblicazione, curata l’anno in- 
nanzi dallo stesso autore, manca (3). 

Ora perchè, ci si domanda, il Sannazzaro avrebbe trascurata 
una poesia che nel suo Canzoniere poteva fare bella mostra in- 
sieme con le altre? Non è più probabile che lo Zoppino, attratto 
dall’argomento e dalla parentela del capitolo con altre liriche 
sannazzariane, s'inducesse a raccogliere nella nuova edizione 
anche la poesia ariostesca, la quale o poteva fortuitamente tro- 
varsi nei mss. dell'autore dell'Arcadia, oppure, andando come 
altre sue sorelle dispersa (4) qua e là, era capitata nelle mani 
del novello editore? (5). Il Sannazzaro, con le sue prose e poesie 
arcadiche, aveva rimesso in voga il genere pastorale; egli era 
il lodato maestro di quel mondo fittizio, così caro ai nostri poeti 


(1) Si deduce dalla circostanza che le sole poesie intestate, sempre d’età 
più recente, sono date al Sannazzaro; forse, qualcuno, su la scorta delle stampe, 
vi pose il nome. 

(2) Ztime di M. Jacopo Sannazaro, Nobile Napolitano, con la giunta 
dul suo proprio originale cavata nuovamente, e con somma diligenza cor- 
retta, e stampata. Per Niccolo d’Aristotele, detto Zoppino, Venezia, 1531: 
dallo Zoppino le nuove poesie passarono in una edizione del 1532, s. n. e |, 
pp. 50-51; poi nell’edizione fiorentina del 1533, fatta da B. Giunta, che fu 
il primo a chiamarle Terza parte nuovamente agginuta... ai due libri di cui 
è formata l'edizione del 15:30. ° 

(3) Sonetti e Canzoni Di M.JSacoho Sunnazaro Gentilhuomo Napolitano, 
Roma, Antonio Blado, 1530; il Sannazzaro dedicò la raccolta a Cassandra 
Marchese. 

(4) Non è difficile che qualche poesia dell’A., che aveva molta stima del 
poeta napoletano (Furioso, XLVI, 17), si trovasse fra le carte del Sannazzaro, 
cui — ricordiamoci — fu attribuito dell'A. anche il cap. VIII. 

(5) Si pensi che nel dicembre 1550, poco dopo la morte del Sannazzaro, 
lo stesso Zoppino fece una edizione delle Ame, con un sonetto e due canzoni 
in più che in quella procurata dallo stesso autore, ma senza il nostro capitolo. 


196 G. FATINI 


del Cinquecento, nel quale si rifugiavano volentieri per cantare, 
in veste di pastori e al suon della zampogna, ciò che s’ illude- 
vano di sentire. Il genere piacque e come ai maestri spesso si 
attribuiscono a torto le opere dei seguaci — caso non raro nella 
nostra storia letteraria, che ha l’esempio di Iacopone per le 
laudi, del Giustiniani per le poesiole che da lui hanno preso il 
nome, del Poliziano per le gentili e briose ballate — così forse, 
e pare non una sola volta, è avvenuto anche al Sannazzaro (1). 
Di tale opinione è appunto il Volpi, il primo degli editori delle 
Opere volgari dello scrittore napoletano che abbia notata e 
dichiarata illegittima la presenza della nostra poesia nelle edi- 
zioni sannazzariane (2). 

Del resto, fin dalla pubblicazione dello Zoppino, quando le 
rime dell’Ariosto erano ancora inedite, correvano insistenti dubbî 
su la « giunta » zoppiniana, che fu rifiutata dal Giolito nel ’33, 
dagli eredi di Aldo nel "34, con un avviso « Alli lettori » per 
giustificare l'esclusione dei nuovi componimenti, e poi ancora 
dal Giolito, dal Sansovino, dal Dolce (3), ecc. Perciò la poca 
attendibilità dello Zoppino, sospetto perfino agli editori delle 
opere del Sannazzaro, non può seriamente infirmare il valore 
di F, Cp, N e S,. | 

E vero che un dubbio nasce dal fatto che il Modanese nella 
ristampa del ’47 omise la poesia; ma la mancanza dipende o 
dalla frettolosa compilazione (4) del Coppa, che in tal caso se 


(1) Per questa ambìta paternità sannazzariana si può leggere un passo del 
Cortegiano, libro II, XXXV. 

(2) Le opere volgari di M.J.S., in Padova, 1723, presso G. Comino (con 
prefaz. di G. A. VoLri), pp. 418-19, e pp. Lvii-LIx. Al Volpi deve avere attinto 
il Barotti che nell’edizione del 1766, primo fra gli editori dell’A., notò che 
falsamente « dal suo principio fino alla decima sesta terzina fu attribuita 
a I Sa. 

(3) Il Giolito la trascurò nelle ediz. sannazzariane del ‘43, 752, ‘59, ‘59; 
il Sansovino nel ’61, il Dolce nell'81; per costoro v. la prefazione del Volpi 
e Boxar, I, 255-056 e passim. 

(4) Il Coppa, esaurita la prima edizione, per entrare, pare, nelle grazie di 
Cosimo dei Medici, preparò frettolosamente la ristampa; v. p. 159. 


__ cizmncezi iii ni ni 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 197 


ne sarebbe dimenticato, oppure dai dubbi che, sorti in lui per 
avere visto, nel frattempo, tra la prima e la seconda edizione, 
il componimento nella raccolta zoppiniana, l'avrebbero spinto a 
tralasciarlo; in questa ipotesi, il suo rifiuto, partendo dalla 
stessa fonte infida dello Zoppino, non può avere per noi un peso 
maggiore di quel che non abbia la « giunta » delle Rime del 
Sannazzaro. 

Non basta: il testo datoci da F e Cp è assai più lungo (vv. 109) 
di quello che è nello Zoppino, in S,, N,, 0, (vv. 49). Delle due 
lezioni, che dànno alla poesia anche un contenuto diverso, quale 
dovrebbe appartenere al Sannazzaro ? Non la più lunga, perchè 
nelle stampe di lui non conoscendosi che l’altra, si esclude 
implicitamente, almeno per gli altri cinquanta versi, la pater- 
nità sannazzariana; non la più breve, perchè si dovrebbe am- 
mettere che l’Ariosto, avuto tra mano il ternario e innamora- 
tosene, abbia sentito, come un poetastro qualsiasi, il bisogno di 
continuarlo (1), sostituendo al tono e al contenuto pastorale il 
soffio caldo e sensuale della sua anima. Invece, a parer nostro, 
anche questa duplicità di testo conduce, sia pure indirettamente, 
a confermare l’autenticità ariostesca; giacchè, mentre nel testo 
di F e Cp non si scorge alcun indizio della doppia elaborazione, 
nell'altro si avverte un brusco troncamento nella conclusione 
anticipata e infelice (2), dovuto o al ms. imperfetto di cui si 
servirono lo Zoppino e i raccoglitori di N,, $,, 0,, oppure al 
capriccio di qualche pudibondo copista, che volle troncare il 


(1) Anche il Volpi (p. 418) crede inverosimile « che l’A., poeta ingegnosis- 
‘simo, e fecondissimo d’invenzioni, abbia voluto rubare alquanti versi al $., 
‘per comparire adorno dell’altrui penne ». 

(2) Fin dai primi versi si notano trasposizioni e cambiamenti di parole; 
dal v.22 al 30 le varianti proseguono più distinte, dal 31 al 45 crescono, 
Închè coi vv. 46-49 il testo più breve rompe, anzichè dare, la conclusione 
Îella poesia. Così, mentre al v. 22 il poeta avverte che e pria che del mio 
«mal oltra ragioni — dirò chi io sia», il componimento si chiude appena 
svenuta la presentazione del povero amante, che si dimentica di parlare del 
Suo nale, 


Giornale storico — Suppl. n° 232. 13 


198 G. FATINI 


capitolo là dove incominciava la parte più viva e affettuosa, 
nella quale l’idillica vita dell’ Arcadia sì sarebbe trovata molto 
a disagio. Ed è proprio la sensualità calda, via via, di verso in 
verso, sempre più ardente, fra i baci, gli abbracci, le lotte amo- 
rose, le minacce, gli abbandoni, che svela maggiormente l’ìim- 
pronta di messer Ludovico: frasi, espressioni, colorito, concetti 
che rivelano un nesso spirituale tra questo capitolo e l’altro più 
noto (cap. VIII), tra questi e il Fei0so, in modo che non si 
può seriamente parlare di concomitanze casuali, tanta intimità 
fra i capitoli e il poema non potendo scaturire che da una stessa 
fonte, l’anima di messer Ludovico (1). 


Spirto gentil che sei nel terzo giro 
Giorno a me sol più che la Notte oscuro 


(F, 2,33; canz. IV, son. XXX}. 


Di questi due componimenti che non hanno riscontro in Cp, il 
primo comparve nelle edizioni ariostesche con l’Orlandini (II,361), 
il quale avvertiva però che « si trova attribuito in alcuni libri 
«a V. Colonna ». E infatti, con molte varianti e senza il com- 
miato, già da tempo veniva stampato fra le rime della Marche- 
sana di Pescara (2), che se ne credeva l’autrice, anche perchè, 
considerata la poesia, dai più, come scritta in morte del marito, 
pareva inconcepibile che una poetessa quale la Pescara avesse 
sentito il bisogno di affidare ad altri, fosse pure un Ariosto, 
l’affettuoso e mesto incarico. Quei pochi che la credevano an- 
cora di messer Ludovico, per giustificare la presenza della poesia 
tra le rime della Colonna, ricorrevano alla leggenda che egli 
l'avesse composta in nome della grande scrittrice (3). 


(1) Vedi su questi raffronti il mio art. Per un’edizione critica, pp. 29-32 
e Sanza, 59-61. 

(2) Per es., Kime della s. Vittoria Colonna, Marchesana Illustrissima di 
Pescara, di nuovo ricorrette, per M. Lonovico Dotce, In Vinegia, Appresso 
Gabriel Giolito de’ Ferrari, MDLX, pp. 65-74. 

(3) Così il Barotti nell’ediz. del 1741 (IV, 753-54), il Bortoli (1739, 1755), 
il Pezzana (1776), il Molini (1822 e 1824), ecc.; il Barotti nell’ediz. del 1766 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 199 


Ma fin dal Cinquecento si vociferava che ne fosse autore 
l'Ariosto e che altra fosse la persona compianta. Il Corso, nel 
commento alle liriche della Pescara, toccando della canzone, 
ricorda di aver sentito « dire ad alcuni, ch’egli non è stato frutto 
« della divina V. N., ma di M. Lodovico Ariosto, ìl quale a’ preghi 
«d'una Gentildonna Romana, a cui il marito era morto, la com- 
« pose. Io, come che sia, perchè la truovo fra gli altri compo- 
«nimenti della divina V. mescolata, e parmi assai conforme, e 
«allo stile, e al soggetto suo, mi sono deliberato più tosto dare 
«a leggere cosa, la quale quantunque di V. non sia, nondimeno 
«sia bella, che tacerla; essendo di V. lascio stare, di quanto 
«grido sia l’A. fra i novelli scrittori » (1). Il Corso, la cui testi- 
monianza è d’una certa gravità perchè la sua parola è rivolta 
alle nipoti della Colonna, propende per l’Ariosto. 

E non a torto, perchè a lui la riferiscono il Giaccarello nella 
Parte quarta delle Rime (pp. 280-84), uscita nel 1551 — dalla 
quale parrebbe averla ricavata l’Orlandini (2) —, F, B,e 0,. 
Quest'ultimo, anzi, accompagnandola con questa didascalia: 
«Del Ariosto in la morte del Magn.°° Giuliano in persona di 
«sua consorte (Canzone p.ì, la 2.3 è stampata) », ci dà modo di 
cogliere la giusta interpretazione della poesia, eliminando così 
quel legame apparente che la metteva in relazione con la Colonna. 
E chiaro che con la seconda canzone l’annotatore allude, come 
altri (3) osservò, alla canz. V (F, 1, Cp, 33), composta appunto 


si corresse in parte, accennando alle varie lezioni e tentando di trovare fra 
i Colonna, Fabricio, Marc'Antonio e Pompeo il capitano cui più si addicesse 
‘pp. 138-39). 

(1) Tutte le Rime della Illustriss. Et eccellentiss. Signora Vittoria Co- 
lorna... Con V Esposizione del Signor RisaLpo Corso, In Venetia, per Gio- 
van Battista et Melchior Sessa fratelli, 1568, p. 350. 

(2) Diciamo parrebbe, perchè tra il testo del Giaccarello e quello dell’Or- 
landini c'è qualche diversità, che però potrebbe dipendere dall’avere l’Orlandini 
tenuta presente la lezione di qualche stampa delle rime della Colonna. 

(3) MancHISI, Dell’autenticità di una canzone dell'A. e della persona per 
cui fu scritta, Città di Castello, 1916; articolo già comparso in Itassegna 
ent. d. letter. ital., III, 1898; vi sono rilevate le varianti di 0, e pubblicate 
le due canzoni (IV, V). 


200 G. FATINI 


dall’Ariosto in occasione della morte di Giuliano dei Medici; 
per la stessa funerea occasione egli dettò Spirtfo gentil, che 
sarebbe la prima. | 

A questa interpretazione non s'’oppongono le parole del Corso, 
allusive ad « una gentildonna romana »; chè Giuliano, divenuto 
per opera di Leone X, nel 1513, patrizio romano e nominato 
capo dell’esercito pontificio, in mezzo all’esultanza dei cortigiani, 
che celebravano in lui il vero campione di Roma, emulo nella 
gloria e nelle imprese degli antichi cittadini dell’ Urbe (1), po- 
teva essere tenuto dal poeta come dai contemporanei per cit- 
tadino autentico di Roma; onde in parte s’addiceva anche alla 
moglie Filiberta di Savoia il titolo di gentildonna romana (2). 
Fra le due canzoni poi v'è, come ha rilevato il Manchisi (3), 
una correlazione intima, perchè alle affettuose parole che il 
poeta fa rivolgere dal marito alla vedova nella prima, rispon- 
dono quelle, improntate a non minore affetto, che la vedova 
dirige a Giuliano nella seconda; per questo forse l’amanuense 
o il raccoglitore di F volle che l’una seguisse immediatamente 
all'altra. 

L’altro componimento, il son. XXX, che è riportato da F, e F,, 
trae conferma alla sua autenticità dal valore indiscutibile della 


(1) Vedi Le feste pel conferimento del patriziato romano a Giuliano e 
Lorenzo der Medici narrate da Puolo Palliolo fanese (Scelta di curiosità 
letter., disp. 206), Bologna, Romagnoli, 1885; vedi pure Giornale, 7, 269-70. 
I concetti espressi dalle ultime due strofe rispondono in realtà a quella specie 
di fanatismo mediceo, da cui furono presi i Romani, e non essi soli, per Giu- 
liano e Lorenzo, mentre Leone X era nel fulgore della sua potenza. Su Giu- 
liano v. V. Cian, Musa Medicea: Di Giuliano di Lorenzo dei Medici, To 
rino, 1895 e nel commento al Cortegiano, pp. 521-22. 

(2) Per questa espressione e per l'intonazione delle ultime due strofe 
(vv. 91-120), P. E. Visconti (Le rame di V. C. corrette sui testi a penna, ecc, 
Roma, 1840, p. xx), prima ancora che fosse noto il codice 0,, negò l’appar- 
tenenza della poesia alla C. 

(3) Dell’autenticità, ecc., pp. 9-13; al Manchisi, cui spettano alcune delle 
mie osservazioni, sono sfuggiti B,, il Giaccarello e E,, del sec. XVI, che a 
c. 60 riporta senza nome, come tutti gli altri componimenti, la canzone, indi- 
cata come « Terzia » del gruppo. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 201 


sua fonte, che, oltre alla presente, comprende 56 poesie, tutte 
appartenenti all’Ariosto. 

Qualche sospetto, a prima vista, può sorgere da F,, ove il 
sonetto è trascritto in un foglio mal numerato; ma la spiega- 
zione di questa errata numerazione ci par tanto facile (1) che 
non vale la pena di soffermarcisi più a lungo, anche per rispetto 
alla testimonianza di F,, che non presenta l'errore. Pur l’argo- 
mento suffraga la paternità ariostesca (2); chè, se non erriamo, 
l' «acerbo e duro mal » pianto dal poeta perchè atlligge la sua 
donna, è quello stesso, forse, che offre all’Ariosto affettuosa ispi- 
razione di dolore nel cap. XVII; anzi nei due codici ferraresi 
il sonetto s'accompagna ai tre sonn. XXVHI, XXVII, XXIX, nei 
quali il poeta piange i capelli tagliati alla sua -donna malata. 


(11 Vedi Per un'edizione critica, pp. 35-37 e indietro p. 177, n. 1. 

(2) Il primo verso ricorda il primo dei capitoli VIII, IX, la parola atturo 
del v. 4 ci ricorda l’atturar del Furioso, XXXIII, 121, XLV, 75, del cap. XII, 
vr. 62; come l’ingano del v. 11, richiesto dalla rima, ricorda l’inganan del 
Furioso, XLII, 74, che però nelle edizioni del 16 e 21 è ingannan, e Vl /ngan 
dell’egloga I (v. 120). Anche in F,, 51, v. 36 si ha inganar. Qualcuno po- 
trebbe: domandare se l’omissione fatta dal Barotti nelle edizioni da lui curate 
non significhi che il critico ferrarese dubitasse dell’autenticità della poesiola. 
Non lo escludiamo; ma l’omissione ci pare spiegabile per altro motivo. Il 
Barotti, preparando l'edizione del 1766, collazionava il ms. con una stampa 
del 1741, sui fogli della quale faceva via via le sue correzioni {v. Nota biblio- 
grafica, cod. Ferr. F,) quando i mutamenti non erano troppo profondi; chè 
in tal caso ricopriva il testo stampato con un foglio ms. su cui riportava la 
Foesia o parte di essa. Dopo la collazione d’un componimento, si curava di 
porre a lato di esso, sul codice, un segno col lapis o con la penna; così pro- 
cedendo secondo l'ordine della stampa, alla fine del lavoro, si trovò ad avere 
esaminate soltanto le poesie che erano nella stampa che gli serviva di guida. 
Per questo al margine del sonetto non c'è alcun segno, come invece avviene 
per gli altri. A compimento dell’esame di F, dall’Indice di F, si avvide della 
presenza del sonetto, ma o pensando che mancasse nel ms. come altri due 
indicati nell’Indice (n. 44, 58) 0 per eccessivo scrupolo o per dimenticanza, non 
lo pubblicò, per quanto nell’edizione del 1766 avesse annunziato delle norità 
che si riducono solo ad alcune ottave. Del resto, il Barotti tanto nel 1741 
quanto nel 1766 si servì con una certa fretta di F; tanto è vero che erro- 
neamente dà come mancante nei codici il son. VIIT, perchè nell’indice il suo 
capoverso s’iniziava con un Del nuo..., mentre nella stampa è con Nel mio... 


202 G. FATINI 


Del gruppo coppino non hanno riscontro in F otto componi- 
menti; la quale mancanza, come non può stupire chi ponga 
mente alla dispersione delle rime ariostesche, così a chi valuti 
equamente Cp non può, senza il sostegno di altri elementi, 
offrire motivo di dubbio su l’autenticità di essi. Perciò, come 
non abbiamo esitato, per le ragioni addotte, di escludere dal 
patrimonio lirico dell’Ariosto la canzone trissiniana (1) 


Amor da che ’l ti piace 
(Cp, 34; canz. I°), 


così non possiamo non comprendervi gli altri componimenti, 
contro la paternità dei quali non ci paiono validi i motivi di 
dubbio addotti. 

Intanto sul son. XI (Cp, 15) 


Benchè il martir sia periglioso e grave 


e sul primo frammento in ottave (I-II, Cp, 63) 
La gentil donna che da questa figlia, 


riportati in tutte le edizioni, nessuno ha mai messo innanzi dei 
dubbi; anzi le 84 ottave vennero alla luce nel 1546, oltre che 
in Cp, nello stesso Or/ando Furioso, per opera del Giolito, ìl 
quale dichiarava di dare a leggere « ottanta e più stanze » del- 
l’Ariosto, « le quali stanze habbiamo havute dal Nobile e virtuoso 
« M. Virginio suo figliuolo insieme con alcune cose sue » (2); 


n 


(1) Vedi pp. 156-58. 

(2) Orlando Furioso di M. Ludovico Ariosto, ecc. Con gratia et Privi- 
legio. In Vinegia appresso Gabriel Giolito de Ferrari, MDXLVI, p. 259-64: 
« Stanze di M. Lodovico Ariosto nelle quali seguitando al canto la materia 
«del Furioso, si descrive la rotina di Roma et d’Italia da tempi di Costan- 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 203 


alcune di esse sono riprodotte in un foglio di A,, che è, a quanto 
pare (1), autografo. Si tratta delle prime 20 ottave del fram- 
mento, cui seguono le 76-81 e 97-109 del canto XXXII, tutte 
accompagnate da cancellature e correzioni marginali e interli- 
neari, onde è lecito inferire che rappresentino una stesura an- 
teriore a quella definitiva data dal testo e forse un primo ab- 
bozzo dell'episodio di Ullania quale appare nel frammento rifiutato. 

Da queste carte, su una delle quali (c. 283 a) si legge questa 
nota interessante: « Questo foglio scrisse de propria mano quella 
« felice memoria di m. Lodoxico Ariosto nel tempo ch'egli com- 
«ponea il suo Furioso e fu donato a me Cornelio Pigna in Fer- 
«rara dal m.° n. Agostino Mosti », si ricava che il cosiddetto 
Primo Framinento è costituito, come sospettò il Pirazzoli, di 
due o più gruppi d'ottave, uno dei quali (le prime 20) è stato 
poi dal Coppa e dal Giolito aggregato ad altri gruppi per for- 
mare le Slanze su la storia d’Italia (2). 

Per i due sonetti (V, XXXII, Cp, 5, 40) 


Felice stella sotto ch’il sol nacque 
Lasso, $ miei giorni lieti e le tranquille 


«tino per insino alla nostra età ». .Su questa edizione v. Boxer, I, 126, 
14445. A queste ottave, riportate da tutte le edizioni — eccettuate alcune 
del 700, Lambert, Merigot, ecc. — potrebbe riferirsi un privilegio del 1544, 
sul quale v. il mio ZErbolato, p. 5, n. 4, e qui a p. 155, n. 1; e forse l’accenno 
contenuto nella istanza degli eredi Ariosti diretta al Senato Veneziano 
nel 1535 (v. p. 138). Il Ruscelli poi asserisce di aver visto le « stanze su la 
storia d’Italia » tra le carte di Galasso Ariosti; v. SaLza, 241 sgg. e G. Lisro, 
Note ariostesche, in Atti del Congresso internaz. di scienze storiche, Roma, 
1904, IV, p. 147, ove però con eccessivo riserbo il L. scrive che le ottave 
sono « assai probabilmente dell’A. ». 


(1) Vedi in Nota bibliografica il ms. Ax, il cui sesto fascicolo comprende 
Versi dell’Ariosto copiati da un originale del Pigna. 

(2) Tra la fine della ottava 20 e le seguenti c'è un brusco distacco di pen- 
siero che fa pensare ad una fortuita riunione dei due gruppi; tra la 21 e la 84 
invece il pensiero corre filato. Il PirazzoLi (nel nostro Giornale, 45, 317-18) 
avvertì il distacco e congetturò che le prime 20 ottave rappresentino un ab- 
bozzo « abbandonato sul nascere », le altre un secondo abbozzo « condotto un 
‘buon tratto innanzi e lasciato pur esso da parte ». 


204 G. FATINI 
e la canzone (II, Cp, 23) 


Quante fiate t0 miro 


i dubbi, di data recente, muovono solo dalla fattura poco felice 
e dalla lezione, in più punti, oscura, quando essi non si deb- 
bano al gusto schifiltoso di qualche critico, come nel caso della 
canzone. 

La quale, mancando nei mss. ferraresi, suggerì al Barotti, fin 
dal 1741, questa curiosa avvertenza: « Ad alcuni non sembra 
« piena di quello spirito e fantasia, di cui abbondano le altre 
« Canzoni dell’Ariosto; laonde a giudizio di essi non è lavoro 
« di lui » (IV, 732). Chi siano questi censori non sappiamo; forse 
non lo sapeva neppure il Barotti, che anche nel 1766 ripete lo 
stesso concetto. Certo per queste parole solamente il Polidori, 
seguito dall’editore di Trieste (1858) e dal Soffici (Lanciano, 1911), 
ha messo la poesia fra le dubbie (I, 463 n.); ma senza ragione, 
perchè, a parte la nebulosa critica del Barotti, che naturalmente 
non poteva trovare in essa lo stesso spiri/o e la stessa funtasia 
delle altre canzoni, di diverso argomento, a parte anche il testo 
più chiaro che dalle stampe e da R, (1) si può ricavare, ne 
assicurano la legittima attribuzione la raccolta del Giaccarello, 
che sì dimostra veritiera anche per altre poesie dell’Ariosto, e 
quella giolitina del ’53 (2), provenienti da diversa fonte, ma 
ambedue col nome di messer Ludovico. 

Anche sul son. XXXII il Barotti, a causa della sua imperfe- 
zione « specialmente nel 7 e 8 verso », osservò nella edizione 
del 1766 che « non sarebbegli parso di mal giudizio chi nol te- 
« nesse dell’Ariosto »; per cui, il Polidori, pur considerandolo 
« gagliardo di stile e tessuto di nobili concetti, ma sconnessi 


(1) La canzone è adespota e anepigrammatica, come tutti gli altri com- 
ponim. del codice, compresi quelli dell’Ariosto; la presenza in Ry di altre 
poesie sicuramente ariostesche può essere una lieve riprova dell’autenticità 
della canzone. 

(2) Parte prima delle Rime scelte, ecc., Venezia, Giolito, 1553, p. 121. 


PER LK LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 205 


«alquanto, e poco chiaramente espressi, forse per difetto di 
« lima », e pur trovando nel giudizio del Barotti « troppo rigore », 
lo escluse dal gruppo genuino delle rime ariostee (1). 

E difficile, per mancanza di mss., presentare il sonetto in una 
lezione più chiara; ma. anche nel testo lasciato dalle comuni 
edizioni, corretto un po’ nella capricciosa punteggiatura (2), esso 
riesce discretamente intelligibile, senza che si sollevi dalle bas- 
sure della imitazione petrarchesca, donde pullulano, come male 
erbe, tanti freddi Lasso... (3). : 

Alla stessa merce avariata appartiene pur l’altro sonetto, che, 
risparmiato dai dubbì del Barotti, cadde però sotto quelli del 
Polidori, che vi desidera « maggiore chiarezza ». Eppure esso 
vale quanto altre poesie insospettate e insospettabili dello stesso 
Ariosto, il quale, scaldandosi artificiosamente per gareggiare 
col dolce cantore di Laura, ha voluto stemperare trite imagini 
e concettuzzi lambiccati in 14 versi, per non restare indietro a 


(1) PoLipori, I, 474; il Molini (1824, p. 729) per questa poca chiarezza 
lo riferisce alla gioventù dell’A.; il Soffici par che dubiti della sua autenticità. 

(2) Le due quartine sono sufficientemente chiare quando s'intenda dipen- 
dente e retto dal Come del v.5 il v.7 Son volti a stato (Come sono cam- 
biati di condizione!); la prima terzina, nel primo verso della quale alla lezione 
comune 0 mai al merto, accompagnata dall’altra 0 non al merto, è bene 
sostituire o maî, no, al merto, conciliando così le due varianti senza otten- 
dere la metrica, ha il compimento del concetto nel v. 1 della seguente terzina: 
Come beato e miser fate altrui!; perciò il v. 11 che si chiude generalmente 
con un punto e virgola, vuole una sola pausa: in tal caso VE del v. 15 ha 
valore rafforzativo, come se si dicesse: « Voi, cupidigia e libertà, fate beati 
«e miseri gli uomini; ecco che l’una è morte dell’altra... Perchè, dunque, io 
* piangendo penso a quel che fui? Non lo sapevo forse? ». Accolta questa 
interpretazione, l’argomento può avere aftinità col son. XIX e cap. V, cioè 
può essere ispirato al poeta da una forzata lontananza «dalla sua donna, per 
seguire Ippolito o disimpegnare qualche utticio; perciò non è necessario riferire 
la poesia alla gioventù dell'A. come pensa il Molini, nè interpretarla col 
Sansovino come un semplice lamento per servitù amorosa: più conforme al 
vero può essere invece l’interpretazione data dal Turchi (ediz. Orlan. II, 365), 

(3) Molte liriche dei petrarchisti prendono le mosse dal Canzoniere, CCIII 
(Lasso, ch'i’ ardo, et altri non me crede), CCXXXV, CI, CIX, ecc. 


206 G. FATINI 


tanti altri poeti, anche di grido, come il Bembo (1), il Bro- 
cardo (2), il Tansillo, autori anch'essi di simili componimenti. 
Si legga il seguente sonetto del Tansillo (8): 


Felice l’alma, che per voi respira, 
porta di perle, e di rubini ardenti, 
e gli onesti sospiri e i dolci accenti, 
che per sentir sì dolce Amor ritira. 
Felice l’aura, che soave spira 
per sì fiorita valle, e l’aria e i venti 
veste d’odor; felici i bei concenti 
che suonan dentro, e fuor tolgono ogn'’ira. 
Felice il bel tacer, che s’imprigiona 
entro a sì belle mura, e ’1 dolce riso 
che di sì ricche gemme s’incorona. 
Ma più felice me, che intento e fiso 
al bel che splende, a l'armonia, che suona, 
gli orecchi ho in cielo, e gli occhi in paradiso. 


Come in questa, e in altre consimili, così nel sonetto del- 
l'Ariosto la poca chiarezza è frutto dell’artificio che ha preso 
il posto alla sincerità, delle freddure, delle contorsioni d’anti- 
tesi che vorrebbero sostituire il calore, il sentimento. All’Ariosto 
poi è capitato di peggio, perchè il testo del sonetto dal Moda- 
nese forse malamente riprodotto, a cagione della poca intelligi- 


(1) Vedi i ternarì Dolce mal, dolce guerra e dolce inganno; Amore è, 
Donne care, amaro e fello, ecc., per il loro tono e contenuto di centone 
petrarchesco, che il gran dittatore della lingua non rifiutò di comporre; il 
Ruscelli, riferisce il Seghezzi (Opere di P. B., Bergamo, 1753, pp. 288-89), 
afferma che il B. compose dei centoni con versi del Petrarca. 

(2) Vedi il son. Felice carta, che felicemente in Dom. VitaLianI, Ant. Bro- 
cardo, Lunigo, 1902, p. 115. 

(3) Nei Ziori del Ruscelli, p. 486, e nella Raccolta di rime napoletane, 
1555, p. 23. Volendo spigolare nei canzonieri del Cinquecento, ben ricca messe 
di poesie potremmo raccogliere che pedissequamente si svolgono su la falsariga 
del Canzoniere, LXI (Benedetto sia "1 giorno e ’l mese e l’anno), da cui 
deriva il sonetto dell'A. | 


PRR LK LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 207 


bilità del ms., per opera dei successivi editori ha subito capric- 
ciose correzioni, 0, se vogliamo, scorrezioni (1). Senza questo 
peggioramento e con qualche lieve modificazione alla lezione 
coppina, la poesia, che non ha la pretesa d’essere un gioiello 
d’arte, potrà, con altre dello stesso valore, mostrare che anche 
messer Ludovico, più d’una volta, non si rifiutò al petrarchismo 
imperante. 

Più gravi invece appaiono i dubbî sui due madrigali (VIII, 
IX, Cp, 43, 44) 


La bella donna mia d'un sì bel foco 
Occhi, non vi accorgete 


entrambi contesi all’Ariosto da un gentile rimatore cremasco, 
Niccolò Amanio (2), uno dei tanti amici che attesero, festosi, il 
ritorno del cantore d'Orlando dal suo fantasioso viaggio per il 
mondo cavalleresco (Furioso, XLVI, 16). 


(1) Una forma, se non perfetta, un po’ più intelligibile si può dare al su- 
netto, modificando leggermente la lezione tradizionale. Il Turchi avverte che 
VA. « celebra per felici quei luoghi dove nacque ed abita il suo Sole: cioè 
« la sua donna»; con qualche cambiamento nel testo, si può ricavare il senso 
seguente: « Felice stella, sotto la quale (sotto ch'i!) nacque la donna (s0/) che 
« (chi= che, come in Furioso, XXXV, 80,2; XXXVII, 5, 2) m'accese, ecec.; 
« felice la casa (chiostro), ove il primo nido (culla, dimora) in cui nascendo 
« giacque, ricevè i bei raggi del suo splendore...» [Con una virgola dopo prese, 
si avrebbe una spiegazione non bella, cioè « Felice la casa in cui il sole (la . 
« donna) prese i bei raggi (di chi?), felice il primo nido, ecc.]. E continuando. 
« Felice quel primo nutrimento vitale (quell'iomor) che ebbe, felice il petto 
« onde discese quel nutrimento, cioè felice la madre che la allattò: felice poi 
« la terra ove ella mosse i primi passi, con lo sguardo inebriò di gioia tutto 
«il creato (il fuoco, ecc.). Felice la patria che, superba di tanta bellezza 
« (lui = sole), assurge tant’alto da contendere con l’India e col cielo; anzi 
« più felice della stessa donna che custodisce questo sole (parto che Zo serba). 
« Ma beato chi prende vita da questo sole (da quel), o nel suo splendore, ciuè 
« nel suo sguardo rende meno amara la morte (disacerdba), poichè l’uno (prender 
« vita) giova molto e l’altro (morire) è di poco danno ». Per il verbo disacer- 
bare v. Furioso, XIII, 32 e PetRARCA, Canzoniere, XXIII, 4. 

(2) Sul’Amanio v. MazzucueLti, Scrittori, 575-76; Crescimeni, Zstoria, 80 ; 
Fini, Scielta degli uomini di pregio usciti di Crema, Crema, 1711, pp.166 e 184. 


208 G. FATINI 


Il secondo, mancante nei codici, comparve nel Primo libro 
della raccolta giolitina del ’45 (p. 41), con esplicita attribuzione 
all’Amanio; il primo (1) con lo stesso nome è trascritto in N,, 
N,, U,, tutti del secolo XVI. Il valore delle antologie liriche 
che per i tipi giolitini si pubblicarono nel Cinquecento è. in 
genere, assai discutibile, mirandosi con esse più allo smercio 
che alla esattezza; ma in modo speciale è pieno di inesat- 
tezze il primo volume, tanto che la ristampa fattane l’anno 
appresso ebbe numerose correzioni (2), dalle quali, se non 
altro, risaltano la fretta e la poca serietà del raccoglitore, il 
Domenichi. 

Di N, avemmo già occasione di rilevare le cervellotiche attri- 
buzioni in cui è caduto il copista (3), accanto a gravi inesat- 
tezze e a insufficiente conoscenza delle liriche copiate. Non vale 
di più N;, ove le cancellature di nomi con le relative sostitu- 
zioni sì susseguono con tanta frequenza che sorge spontanea la 
domanda se il compilatore non abbia messo insieme questo co- 
pioso gruppo lirico senza alcuna preparazione, ma disposto a 
dare un nome a casaccio, per correggersi magari subito (4). D'al- 
tronde, i due codici non acquistano maggiore autorità dal tro- 
varsi d’accordo nel riferire all’Amanio il madrigale, giacchè, 
come si ricava dalla lezione, diversa da Cp, ma uguale nell’uno 


(1) Nelle raccolte del tempo non siamo riusciti a trovarlo; è invece nel 
Truceni, Poesie inedite di dugento autori, II, p. 158, la cui fonte è ap- 
punto N. 

‘ (2) Vedi Bonel, I, 88-89; 114 sgg.; 118-19, ove il Bongi riporta dallo Zeno 
alcune delle tante divergenze fra le due stampe e indica qualcuno dei nomi 
sostituiti nell’ediz. 46 a quelli già comparsi nel ’45. 

(3) Vedi p. 186. 

(4) Per es.: a c. 15 al nome del Barignani, al quale era stato assegnato 
un sonetto, viene sostituito il nome di Tepol:; a c. 2d allo stesso Barignani 
il nome di Francesco Guidetti fiorentino; a c. 50b il nome dell’Amanzio è 
cancellato ma non sostituito; a c. 535 il nome del Sannazzaro subentra a 
quello dell’Amanio, cancellato, il quale parimente cede il posto a c. 67 al- 
l'Aurispa, a c. 700 a Carlo Agnello, mentre a 110 Sannazzaro è cancellato 
per Bonaccorso da Montemagno, ecc. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 209 


e nell’altro, discendono, almeno per la nostra poesiola, da una 
fonte comune, o forse l’uno è copia dell’altro (1). 

Un giudizio più favorevole non si può dare neppure sul com- 
pilatore di U,, che si dimostra molto confuso e incerto; per es., 
oltre il madrigale in questione (c. 622), esso riporta una « Can- 
«zone di Nicolò Amanio », la quale non è se non il madrigale 
stesso, fuso e confuso, perciò, con altri versi formanti altri com- 
ponimenti; uno di questi, che il copista darebbe all'Amanio, è 
il son. JII?, di indubbia appartenenza al Molza. Il madrigale, poi, 
« Veramente, Madonna, in me l’ardore » parrebbe dato al Molza, 
mentre è del Barignano; sotto la didascalia « Perugia a Papa 
Paolo » si trovano le ottave « Saggio, et almo signore, io son 
colei » e di seguito i due sonetti dell’Ariosto (VII, IV, Cp, 7, 4), 
che nell’intenzione del raccoglitore dovrebbero forse assegnarsi 
all'autore medesimo delle ottave (2), che potrebbe anche essere 
quel « M.* Gregorio », indicato in una nota posta sotto il son. VII; 
ma tanto questo quanto l’altro sonetto appartengono a messer 
Ludovico. 

A dubitare inoltre dell’affermazione dei tre codici ci consiglia 
anche il sapere che all’Amanio, autore di molte graziose ballate, 
che occupano un bel posto nella lirica italiana del Cinquecento, 
per quanto le più siano disperse nelle raccolte a mano e a stampa 
del tempo, si attribuivano con facilità questi gentili componi- 
menti, nei quali ì raccoglitori credevano di ritrovare più del- 
l'Amanio che dell’Ariosto. Perciò non esitiamo a prestar maggior 
fede alla voce autorevole di Cp che non a quella di frettolosi 
e inesatti compilatori (3). 


(1) Così riso (Cp v. 2) è cambiato, senza senso, in mondo; è sì come n'ap- 
pare (v. 13) diventa è come n’apparisce; l'onda tranquilla (v. 15) onde (!) 
tranquilla, ecc. 

(2) Vedi MazzatintI-SoRBELLI, Inventari, XXI, pp. 9 sgg., 15, 16 e Nota 
bibliografica. Nel codice vi sono anche certe ottave pseudoariostesche della 
Principessa di Bisignano, che L. Frati pubblicò in questo Giorn., 59, 422-233, 
enza avvedersi che in questo stesso Giornale, 65, erano state pubblicate da 
me, di su un libercolo (estr., pp. 21-22). 

13) Il BroaxoLico (Rassegna critica della letterat. ital., XVII, 1-8) ricorda 


210 G. FATINI 


Nell’ediz. Orlandini, oltre la canz. Spiro gentil, di cui già 
facemmo parola (1), comparvero sei componimenti, cioè: 


Se senza fin son le cagion ch'io v'ams 
Quel fervente desio, quel vero ardore 
Poich'io non posso con mia man toccarte 
Lasso che bramo più, che più vogl'io 
Lasso, come potrò chiudere in versi 
Rapido Po, che con le torbid’onde 


(son. XXXIII, cap. XX, cap. XXI, cap. XXII, cap. I!, canz. I‘). 


Il sonetto, per quanto l’editore non lo dica, fu preso dal Libro 
secondo della raccolta giolitina (p. 47), uscito nel 1547, come 
rilevò il Barotti nella edizione del 1766. Per la mancanza di 
ogni contestazione da parte di altri autori e di ogni dubbio 
di editori e critici, lo aceogliamo senza esitare tra le rime del- 
l’Ariosto, anche per una certa relazione con altre poesie (vedi, 
ad es., i sonn. XII, XXV). D'altronde, non può sembrare strano 
che manchi conferma della sua autenticità in Cp o nei mss. (2), 
perché il Modanese ebbe solo un gruppo, e poco copioso, della 
lirica ariostesca e i raccoglitori dei codici trascrivevano soltanto 
quelle poesie che capitavano loro nelle mani o che avevano un 
particolare interesse per la scelta. 


i due madrigali come attribuiti all’Amanio; il Baroxe (Giornale, 56, 309, 
considera apocrito il primo, riportandosi al PirazzoLi (Giornale, 48, 135), 
il quale però non ne fa menzione; il Bertoxi, che non è molto propenso a 
dare all’A. molte delle poesie che gli vengono attribuite (Orl. Fur. e la 
Kmascenza, pp. 309-10), considera il I° madrigale con altre liriche « degno 
« preludio alle bellezze di che è costellato il poema » (p. 40). 

(1) V. pp. 198-200. 

(2) Tra le raccolte solo il volume giolitino con le ristampe porta il sonetto; 
la fonte, a dire il vero, non è molto autorevole (v. p. 185, n. 8), ma la ripe- 
tizione del nome dell’A. nelle ristampe può costituire un elemento di conferma. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 211 


Sul due capitoli XX, XXI, che sono il quinto e il sesto della 
raccoltina messa insieme, nel 1537, da Ippolito Ferrarese, mosse 
dei dubbì il Barotti (1), che sospettò perfino dell’esistenza del- 
l'oscuro raccoglitore, cui regala il titolo di buffone impostore (2); 
ebbe anche l’idea di cancellarli dall'edizione del 1766, ma essa 
fu attuata solo più tardi dal Molini, il quale, dopo averli rac- 
colti nella stampa del 1822, « da forti ragioni convinto — di- 
chiara nella prefazione — non essere i medesimi opera del- 
l'Ariosto », li omise nella edizione del 1824. 

Quale peso hanno le osservazioni del Barotti, cui si riportano 
il Molini e il Polidori (I, 444 n.) | 

Intanto, che il Ferrarese non meriti tutto il disprezzo con cui 
lo presenta il Barotti fu dimostrato da V. Rossi (3), il quale 
raccolse interessanti notizie su questo improvvisatore, poeta e 
cantastorie celebre, che non si contentò di dare al pubblico rime 
dell’Ariosto, ma se ne fece anche imitatore e temerario conti- 
nuatore. A lui, ferrarese, non fu difficile raggranellare i sei ca- 
Pitoli, che con altri di più autori pubblicò sotto il mirabolante 
titolo: Forze d'Amore. In quest’opuscolo, nella prima parte, 
distribuì quattro poesie ariostee, sulle quali non è lecito alcun 
dubbio (4); ad esse fece seguire, sempre con esplicita dichiara- 
zione dell’autore, come per le prime quattro, le due di cui ora 
ci occupiamo; poi, con un distacco, dal quale appare chiaro l’in- 


(1) «Non so io persuadermi, senza far torto al valore di quell’incompara- 
‘bile e maraviglioso Poeta, ch'egli ne fosse l’A.; troppo essendo, e sconcia- 
* mente diversi (per favolare moderatamente) dal carattere del suo immaginare, 
‘€ comporre, non solamente nella più soda, ma nella più giovanile età ». 
Così all’incirca anche nell’edizione del 1741 (IV, 752). 

(2) Mentre nel 1741 tacque il nome del Ferrarese, nel 1766 annotava: 
* Quell’Ippolito... che li pubblicò, per le conghietture che possono farsene, o 
«fu un buffone impostore, se visse mai, o lo fu chi si prese tal nome. Per 
molto che sieno, e manifestamente scorretti. non meritano che s’impieghi un 
‘momento in emendarli ». 

(3) Vedi p. 141, n.1. 

(4) Sono i cap. VIII, sul quale v. pp. 192-93; III, che oltre in F e Cp, 
trovasi in P,, C,; IV, che è in F, Cp, F,, P3; XVI, che è in F, Cp e P.. 


212 G. FATINI 


tendimento di non volerli confusi con le poesie dell’A., trascrisse, 
a c.7b /Incomincia] li capitoli de varij authori, adespoti, di 
contenuto amoroso, di cui più d’uno, certo, meriterebbe mag- 
giore attenzione dei due appartenenti a messer Ludovico. A questi 
nove capitoli Seguitano li Sonetti di più Auttori, sopra varii 
& diversi propositi, dove troverai cose piacevoli & belle, tutti 
anonimi, infine le Terze Rime Piacevoli di M. Quinto Ghe- 
rardo (1). 

Ora, se Ippolito con tanta meticolosità vuol tener distinto il 
gruppo ariostesco dagli altri, se di sei componimenti da lui espli- 
citamente riferiti a Ludovico, quattro non ammettono dubbì, non 
si comprende perchè non gli si debba prestar fede anche per 
gli altri due. Quale interesse poteva muoverlo a gabellare il pub- 
blico, attribuendo all’Ariosto sei poesie invece di quattro ? Se il 
desiderio di spacciare col nome del Grande merce apocrifa, gli 
era facile scegliere fra i nove capitoli anonimi quelli che per 
fattura potevano comparire meno indegnamente con la paternità 
ariostea. E poi le false attribuzioni le avrebbe limitate a due sole? 
A noi appare evidente l’esattezza di questo modesto poetastro, 
se non nel testo, nella indicazione dell’autore; l’aver lasciati 
anonimi gli altri capitoli dà ancor più risalto al desiderio che 
egli aveva di offrire al pubblico produzione genuina dell’Ariosto, 
la quale, messa insieme per il popolo, rimase così ignorata 
— ciò può spiegare la mancanza dei due capitoli nelle raccolte 
a stampa e a mano del tempo — da sfuggire per oltre due se- 


(1) Per l'autenticità delle due poesie non va trascurato che anche un altro 
opuscolo, in parte uguale al presente, ma differente per il nome dello stam- 
patore e della città, e perchè in luogo delle Terze Rime del Gherardo porta 
strambotti d'amore d'un certo Orfeno Gentile, comprende i sei capitoli del- 
l’Ariosto. E l’opuscolo della biblioteca Cavalieri (p. 142, n. 1), il quale proba- 
bilmente ha un'origine diversa da quello d’Ippolito. Il titolo dell’opuscolo è 
rifatto a mano e dalla sola indicazione del catalogo della libreria Cavalieri, 
passata al libraio Hoepli, non è possibile dire in che cosa realmente differisca 
l'opuscolo dalle due copie della Civica di Ferrara e della Trivulziana. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 213 


coli agli editori (1); oggi stesso l'opuscolo è una rarità di due 
o tre biblioteche. 

Il Barotti accampa la meschinità (2) delle due poesie; vero 
è che ad accrescere codesta miseria, propria, come già avver- 
timmo, di queste povere esercitazioni poetiche, ha contribuito 
l'opera deformatrice dell’editore o del copista, che per ignoranza 
o per capriccio, talora per sodisfare il mal gusto del pubblico 
lettore, ben poco si preoccupavano di rispettare, se pure ciò era 
loro possibile, la genuina lezione dell’autore. Appunto per questo 
il testo dei due capitoli in qualche punto è oscuro e senza senso, 
come, del resto, oscuro si presenta talora, qualche volta scor- 
retto, il testo degli altri quattro capitoli ariosteschi, compresi 
nello stesso opuscolo del Ferrarese. Se anche per codesti non 
avessimo altro che la lezione del nostro raccoglitore, i dubbi su 
la loro autenticità non sarebbero mancati; per es., chi avrebbe 
osato dare per poesia ariostesca questi versi ? 


Grave fu il lor martir, ma breve spacio 
di tempo di lor fin, ah crudo Amore 
che da crescermi il cor non ne mai sacio. 
Io nomi chel mal hor li trahen fuore 
del mal, perchè si grave era, che presto 
finì la vita insieme col dolore. 


(1) Il Barotti interpellò pure lo Zeno su le rime aggiunte dall’Orlandini; 
egli il 20 luglio 1740 (Lettere di A. Z., Venezia, 1785, VI, p. 59), rispon- 
deva che i due capitoli erano stati copiati dall’opuscolo delle Forze d’ Amore, 
ma nulla sapeva dire su Ippolito Ferrarese nè se i capitoli appartenessero 
veramente all’A. 

(2) Per questa meschinità e non per altro il PirazzoLi (Giornale, 45, 328) 
esclude il capitolo dalle rime dell'A. « Chi sa, egli dice, qual povero poeta 
«si è appropriato queste immagini di guerra e di potenza, lui, forse, tutto 
‘pace e tutto miseria ». Il P. però dimentica non solo che il linguaggio 
d'amore, per la natura stessa di questo sentimento, è ricco d'immagini bel- 
liche, ma anche trascura tanti passi del Z'urioso risonanti di preparativi e 
assalti guerreschi e il cap. XIII, col quale il nostro cap. XX ha stretta 
relazione. 


Giornale storico — Suppl. n° 22. li 


214 G. FATINI 


Il mio mi pon fin su le porte, e questo 
medesimo ir mi lascia e torna adrieto 
ch'a mal mio grado in vita resto (1). 


Ma la fortuna ha voluto che essi ci venissero tramandati per 
altre vie in lezione più corretta; il che non avviene per i due 
capitoli che il solo Ferrarese ebbe modo di affidare alla stampa 
con quella cura con la quale straziò i versi che or ora abbiamo 
riportati. Perciò la meschinità di questi componimenti, dovuta 
soprattutto alla scorretta lezione, non ci sembra motivo bastante 
per non accoglierli tra le liriche dell’Ariosto. 

Quanto il Barotti mal s’apponesse, rifiutando di credere l’A. 
autore dei due precedenti capitoli, può dimostrarlo pure il ca- 
pitolo XXII, che egli stimò apocrifo per le stesse ragioni (2). 
Giacchè alla raccolta del Giaccarello, che fu fonte all’Orlan- 
dini (3), fanno sicura testimonianza l'autorevole B,, il cui nucleo 
ariostesco è insospettabile, il Maraviglia, che sino dal 1545 aveva 
diffusa la poesia fra i suoi lettori popolari (4) e un codice mar- 
ciano (V,), che lo ripete due volte. Dal confronto delle lezioni 


(1) Cap. XVI, vv. 49 sgg. Altri esempi: cap. Ill, 10 lieta e feconda di- 
venta l'eta feconda; 21 Di Gnido e d’Amatunta ridotto in de gurido e 
damathonte; 32 bruma in brun; 49 Vertumno e Pomona in Nettuno e Po- 
mena; cap. IV, 12 avide e... curiose in invide e... cruciose; 28 asconder vuol, 
spiar in asconde vol spiare; 37 Non fora oltra ragion in Nun fuora altra 
ragion; XVI, 32 Mi dovesse il contrario, 10 venni in Mi divisi il contrar:o, 
10 vivi; ecc. Spesso i versi sono dodecasillabi o decasillabi; i monosillabi, 
specialmente se voci verbali, scompaiono. Di tutto ciò va tenuto conto nel 
leggere i due capitoli, il primo dei quali ha, p. es., i versi 22-30 oscuri, 
specialmente 25-27. 

(2) Il Molini l'ha rifiutato nell’ediz. del 1824, senza addurne ragione; il 
Polidori (I, 446 n.) si riporta al Barotti. 

(3) Non lo dice, ma il testo uguale dà la prova della derivazione dalla 
Parte quarta delle Rime, ecc., Bologna, Giaccarello, 1551, p. 276; lo Zeno 
nella ricordata lettera del 1740 non seppe indicarne la fonte al Barotti. 

(4) Opera venuta... ecc., c. 6. Capitolo secondo de gelosta. Tanto il Lisio 
(Jtarità artostesche, p. 378) quanto il Salza (Studi, 40 n.) lo considerano 
autentico. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 215 


date dalle due raccolte a stampa e dai due codici (1), si ricava 
un testo più chiaro e, perchè i codici e le stampe discendono 
senza dubbio da fonti diverse, anche una nuova conferma del- 
l'autenticità della poesia. 

Il cap. I‘ fu edito dal Coppa nel 1545 in PRIEST all’Erbotato, 
ma, omesso nella edizione delle Rime, fu trascurato da tutti gli 
editori, finchè con l’Orlandini entrò a far parte delle edizioni 
liriche ariostesche e fu accolto da tutti i moderni stampatori, 
compreso il Polidori, che si limita a dire che « per lo stile è 
«da annoverarsi tra le cose del nostro più giovanili » (2). Ep- 
pure motivi di dubbio ce ne sono, non per la meschinità che il 
Carducci adduce a ragione del suo ostracismo (3), non per l’as- 
senza dai mss. e dalle edizioni, ma per la voluta omissione del 
Coppa nella prima e seconda stampa. 

Il Modanese, escludendola dalla edizione che preparò un anno 
dopo averla pubblicata nell’Erdo/ato, tacitamente intende ne- 
garne la paternità ariostesca ? Questa omissione, che non può 
essere fortuita, parrebbe in rapporto all’intendimento che il 
Coppa e la Barbaro avevano di offrire al pubblico «rime non 
« più viste », cioè non mai stampate; onde neppure il terzo. 
frammento in ottave che era comparso con l’E;dolato e con la 
nostra poesia trovò posto nella raccolta coppina. Però, anche 
trascurando le obiezioni che si potrebbero fare a questa osser- 
vazione (4), un esame più minuzioso dell’Erbolato fa dubitare 


(1) Vi si aggiunga il cod. E,, con il capitolo adespoto, come adespote sono 
tutte le sue rime. 

(2) Il Barotti (IV, 752- 53) dichiara di non aver « tanto fondamento di du- 
« bitar del suo autore, come l’ha avuto ne’ tre antecedenti » ; il Boxui (II, 
32, n. 2) lo stima una composizione giovanile. Prima dell’Orlandini, comparve 
solo nelle due edizioni dell’Erbdoluto, uscite a Ferrara nel 1581 e 1609. 

(3) Il Carducci dubitò della sua autenticità sin dalla prima edizione del 
suo studio ariostesco e chiama una scappatoia il dir del Polidori che sia un 
componimento giovanile. 

(4) Il Salza (Studi, 40, n. 2), cui non sfuggì questa osservazione, resta © 
incerto su l'attribuzione. La frase « non più viste » può darsi che non vada 
presa alla lettera, perchè anche se il Modanese pubblica poesie già date dal 


216 G. FATINI 


che il Modanese abbia proprio inteso di riferire all’Ariosto la 
poesia. Il libretto, della cui autenticità è sufficiente garanzia 
il privilegio concesso dal Senato Veneziano (1), porta nel fronte- 
spizio: Erbolato ecc.... con alquante stanze del medesimo 
(Ariosto), nuovamente stampate; ma del capitolo nessuna pa- 
rola (2); le ottave, che, come vedremo in seguito, sono certa- 
mente dell’Ariosto, seguono alla diceria del Faentino, portando 
nuovamente in testa il nome dell’autore, mentre il ternario, che 
vien subito dopo, con un po’ di distacco, anzi con un Finis che 
chiude le stanze, porta la nuda intestazione Capitolo. 

Se il Coppa ritenne superfluo aggiungervi il nome, perché 
non lo trascurò anche per il frammento, che, a differenza del 
capitolo, era già stato annunziato nel frontespizio 2 Questo si- 
lenzio ha rapporto con l'omissione dell’anno seguente ? In altre 
parole, il Modanese accodò all’Erdoluto e alle ottave un capi- 
tolo che egli stesso sapeva o sospettava non essere dell’Ariosto, 
per cui nella grande raccolta dell’anno seguente non volle com- 
prenderlo ? A queste domande, per mancanza di altri elementi, 
non ci è possibile dare una decisiva risposta; onde il capitolo 
prudentemente crediamo debba essere relegato fra le poesie 
dubbie, e con qualche sospetto che sia dello stesso Coppa. 

La canz. I°, adespota in tre codici (3), è attribuita all’Ariosto 
da S,, col titolo Eridania dell’Ariosto, e dalla Parte ter: 
delle Rime, uscita nel 1550 a cura dell’Arrivabene (4), mentre 


Maraviglia e da Ippolito Ferrarese di cui forse ignorava i due opuscoli, do- 
veva conoscere invece il Promo Zbro giolitino del 1545 che riporta rime 
ariostesche entrate anch'esse nell’edizione principe. 

(1) Vedasi il mio ZErbolato (p. 5). 

(2) Solo il Baldini nelle edizioni ferraresi dell’opuscolo, modificando il fron- 
tespizio, scrisse « con alcune rime »; ma al capitolo non ebbe neppur lui il 
coraggio di apporre il nome dell'A. 

(3) In K, R;, N,, ove tutte adespote sono le poesie,; N, la riporta parzial- 
mente (vv. 107-62), essendo bianche le cc. 2992-5300, destinate forse alla 
prima parte della poesia. Nel ms. senese H. X. 28, mutilo d’una carta in 
principio, la canz., mutila delle prime due strofe, non si sa se era adespota, 

(4) Venezia, per Bartolomeo Cesano, pp. 179-81; da non confondersi col 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 217 


il cod. N, la riferisce all’Amanio, con lo stesso nome Eridania. 
Tenendo presente che almeno due raccoglitori (1) ne fanno 
autore messer Ludovico, mentre un solo codice, d’autorità molto 
discutibile, è per l’Amanio, parrebbe facile, anche per certa pa- 
rentela con altre liriche e col Fwrioso (2), riconoscerne nel- 
l’Ariosto l’autore, nonostante i dubbî del Barotti e del Molini, 
il primo dei quali non sapeva trovarvi « alcun segno dello spi- 
« rito del pensare e dell’esprimersi dell’Ariosto », specialmente 
per quel parlare così aspro dei Medici, dai quali, egli dice, « fu 
« sempre ben veduto ». 

Invero ìi Medici, in particolar modo Leone X, non riscossero 
troppo le simpatie del Poeta; anzi, questi, mentre lascia intendere 
la sua dolorosa impressione per la vile spogliazione del ducato 
d’Urbino e non cela i suoi sentimenti affettuosi per i Gonzaga, 
di Leone o parla con amara ironia o mette in risalto l’insolente 
nepotismo o grida, con fiero accento, l’inesorabile condanna che 
il Cielo gli prepara, attossicandogli la vita con la morte di tutte 
le sue più care creature (3). Nella canzone l’accento antimediceo 


Terzo Libro del Giolito, uscito nel 1552, che invero è il Libro Quinto, 
perchè il Giolito era stato preceduto dall’Arrivabene (Terzo) e dal Giaccarello 
(Quarto); v. Boxsar, I, 143, Dall’Arrivabene la prese l’Orlandini, che, secondo 
il solito, ne tace la fonte; la canzone è pure in Versi alla patria di Lirici 
italiani dal sec. XIV al secolo XVIII, a cura di F. L. Potipori, Firenze, 
1847, ma solo come attribuita all’A.; così pure ne I Canti della Patria. La 
lirica patriottica nella letter. ital., a cura di A. Bini e G. Farini, Milano, 
Sonzogno, I, pp. 108-12. 


(1) In $, la canzone, frammentaria forse perchè tinita la carta, segue im- 
mediatamente al cap. XII (v. p. 194) con l'esplicita paternità dell’A.; nella 
stampa dell’Arrivabene si trovano il son. XXIV, e il madr. I d’indubbia auten- 
ticità; in N, il frammento è preceduto dal noto cap. VIII (La lucerna); il 
che fa pensare che il raccoglitore prendesse ambedue le poesie dalla stessa 
fonte, trascurando, come pel resto del codice, il nome dell'autore. 

(2) Cfr. i vv. 1-5 con Furioso, III, 34, 2-6, e son. XX: la chiusa d'ogni 
strofa ricorda Furioso, XLV, 35, 36, 37, vv. 7-8; per altri raffronti v. Fu- 
rioso, XVII, 73-80, XXXIII, 1-3, ecc. 

(3) Vedi il mio studio Italianità e Patria in L. A. (estr. dagli Atti e 
Memorie della R. Accademia, ece., N. S., v. I, pp. 17-82, Arezzo, 1920), tanto 
per i Gonzaga (p. 41) quanto per i Medici (pp. 46 sgg.). 


218 G. FATINI 


è più aspro, l’accusa più rovente, perchè dettata dal saccheggio 
dei lanzichenecchi e dalla strage di Roma e diretta a quel Cle- 
*mente VII che tentava di continuare la politica di Leone, senza 
averne nè l’accortezza, nè l’energia: contraddizione dunque 
non c'è. 

Ma il vivo interesse che il Poeta manifesta per le cose man- 
tovane, il ricordo del Mincio e de’ nostri paschi nei quali i 
lanzichenecchi avrebbero portato lo spavento e la desolazione, 
il richiamo al sole con cui forse s’'adombra la casa Gonzaga, 
male adattandosi a chi di Mantova non era o almeno a Mantova 
non aveva vissuto a lungo, hanno fatto sospettare al Polidori 
che « l’autore... fosse di patria mantovano ». In tal caso la poesia 
apparterrebbe, almeno secondo l’annotatore della edizione trie- 
stina, al Castiglione, del quale conoscesi un sonetto sul sacco 
di Roma (I). 

Se però le allusioni alla usurpazione del ducato d’Urbino non 
sconvengono all’autore del Corfegiano, la descrizione della scia- 
gura mantovana e del saccheggio di Roma che paiono animate 
dal terrore e dall’odio di chi fu presente alle crudeltà dei lanzi- 
chenecchi — il Castiglione trovavasi in Ispagna sino dal 1525 —, 
le aspre rampogne contro Clemente VII, il quale invece ebbe 

“in lui un difensore contro Alfonso Valdès (2), rendono poco pro- 
babile la paternità castiglionesca, non fondata, d’altra parte, nè 
su mss. nè su stampe. Nemmeno l’estrema invocazione alla 
Diva Ippolita mia, lontana, che farebbe pensare alla moglie 
del Castiglione, Ippolita dei conti Torelli, mortagli nel 1520, sta 
a suo favore; perche, come il grido è del Reno, codesta Ippo- 
lita deve essere la pronipote di Ludovico Sforza, moglie di Ales- 


(1) I Canti della Patria, I, pp. 112-13. Il son. è attribuito anche al Gui- 
diccioni, dalle cui rime però lo ha escluso il più recente raccoglitore della 
lirica del G., cioè E. CurorsoLi (Itime di G. Guidiccioni - F. Coppetta- Beccuti, 
Bari, Laterza, 1912). 

(2) Vedi C. Martivati, Notizie stor.-biogr. intorno al co. B. C., Firenze, 
Te Monnier, 1890. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 219 


lessandro Bentivoglio, la quale, dopo la cacciata dei Bentivoglio 
da Bologna, passò i suoi anni fra Milano e Mantova (1). 

Di costei, ricordata pure dall’Ariosto (Furioso, XLVI, 4), sap- 
piamo invece che furono molto familiari Matteo Bandello e 
Niccolò Amanio (2). 

Il primo, per la consuetudine che ebbe con la Bentivoglio, 
ad ispirazione della quale compose il suo Novelliere, indirizzan- 
dole, con molti termini laudativi, la prima novella, per la fami- 
liarità sua coi principi e diplomatici più autorevoli della lega 
contro Carlo V, per le sciagure che personalmente subì nel sac- 
cheggio milanese dei lanzichenecchi, mostra d’aver qualche di- 
ritto alla canzone. 

Il titolo Eridania si ritrova pure in una sua opera poetica, 
ove egli ricorda il sacco di Roma con accenti ed espressioni 
che ritornano nella canzone, perfino con la invocazione lamen- 
tevole rivolta al Sole (3). In essa si esalta la casa Bentivoglio, 
specialmente Ippolita; anzi il Poeta, come nell’ ultima stanza 
della canzone, imagina che Bologna rimpianga la lontananza di 
Alessandro e d’Ippolita, che erano tanto amati 


che s’ode ancora 
gridar le ninfe, e '1 Reno ogn'hor con quelle: 


(1) Vedi E. Masi, Vita italiana in un novelliere del Cinquecento, Bologna, 
Zanichelli, 1900. 

(2) Oltre il Masi, vedi gli accenni nelle Novelle di M. M. Bandello, a 
cura di G. BroanoLIco, Bari, Laterza, 1910, I, 1, II, 55, III, 9, ecc. 

(3) Canti XI composti dal Bandello de le lodi de la S. Lucretia Gonzaga 
di Gazuolo, e del vero amore, col Tempio di Pudicitia, e con altre cose per 
dentro poeticamente descritte, in Guienna ne la città di Agen per A. Re- 
boglio, MDXLV, c. 8d. Vedi tutto il primo canto; ove singolare questo 
lamento: 


Come potesti allora, almo Figliuolo 

di Delo, mirar sì fiera crudeltade ? 

Come non ti levasti irato a volo 

celando il lume a quelle scelerate 

genti feroci, a tanto crudo stuolo, 

colmo di rabbia e privo di pietate, 

che scherzando e bevendo l'human sangue 
di velen gonfia qual pestifero angue? 


220. G. FATINI 


— Perchè, coppia gentil, non sei qui meco, 
ch'ogni mia pompa, ahimè, portasti teco? — (1). 


Inoltre una Mercia, pseudonimo, pare, d’una mantovana, amata 
d’un amore non corrisposto dal Bandello (2), che scrisse per lei 
anche dei versi, ricorda la mia Mincia della canzone, nella 
quale non è ben chiaro se si adombri Mantova o una donna 
mantovana. Si ricordi poi che al galante monsignore non si dis- 
conviene il lamento per la devastazione che sì teme del Man- 
tovano, quando due anni prima gli Spagnuoli avevano sfogato 
il loro odio perfino su la sua casa, sui libri e manoscritti in 
Milano; e infine che egli non fu nelle grazie nè di Leone X 
nè di Clemente VII: tutti elementi che rendono sostenibile la 
paternità del Bandello, per quanto senza il suffragio di ms. e 
di stampe. 

D'altra parte, l’Amanio, che ha dalla sua la testimonianza, sia 
pur debole (3), d'un ms. del tempo, visse nella familiarità di 
Ippolita, con la quale — ci fa sapere il Bandello (4) — era solito 
discuter di poesia. Occupato nelle questioni politiche (5), podestà 
a Cremona e a Milano, passò alcun tempo presso i Gonzaga a 
Mantova; a lui il codice N,, fra numerose poesie che gli attri- 
buisce, dà pure una canzone intitolata Eclissi : 


Luce eterna del ciel, 


(1) Canti XI, cit., cc. 33-34. Non mancano in questo poemetto accenni 
alle sciagure d’Italia, lodi ai Gonzaga, deplorazioni ai Tedeschi e a Lutero, 
parole di sdegno contro la viltà degli Italiani, ecc. 

(2) Vedi in AKime di M. M. B., pubblicate da L. Costa, Torino, 1816, 
i sonn. VIII, XXVII, XLII, il quale ultimo ci richiama al son. XX dell’A.; 
v. pure E. Masi, Op. cit. 

(3) Su le malsicure attribuzioni di questo codice v. p. 208; è doveroso però 
notare che la canzone è tra poesie dichiarate dell’Amanio, alcune delle quali 
senza contestazione. l 

(4) Novelle, II, 55; v. pure E. Masi, Op. cit. 

(5) Notizie biografiche in G. BrocxoLI6o in Rassegna crit. d. letter. ital., 
XVII (1-8), pp. 26 sgg. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 221 


d’argomento politico e con accenti e pensieri molto affini a 
quelli dell’Er'idania; essa anzi segue immediatamente quest’ul- 
tima tanto in N, (cc. 276-310 e 324-340) quanto in R, (c. 1430- 
1460, 1460-1480), ove compaiono ambedue adespote. 

Per la loro affinità il Trucchi giudicò comune l’autore d’en- 
trambe le poesie, spettanti, secondo lui, all’Amanio (41). E vera- 
mente, come il loro susseguirsi in N, e R, può darsi che non sia 
causale, così notevoli appaiono le concordanze tra le due can- 
zoni (2), per quanto non sia difficile sorprendere una certa di- 
versità di spirito e di passione: l’una — pare a noi — freme di 
rude e vigorosa sincerità nella dolorosa descrizione dello strazio 
inflitto al Paese dai soldati imperiali e nell’aspra invettiva contro . 
i papi medicei; l’altra con voce che sa d’artificio e di retorica 
s'infiamma di odio contro il Papato in genere e lamenta gene- 
ricamente le devastazioni dell’Italia; sicchè par meglio lo sfogo, 
alquanto freddo, di chi pensatamente s’è armato di santa indi- 
gnazione per comporre dei versi (3). 

È questa proprio dell’Amanio? Il raccoglitore del ms. che 
gliela attribuisce, è tanto sospetto, che è impossibile rispondere 
affermativamente senza esitazione. Ma anche ammesso ciò, non 


(1) Truccai, Poesie inedite, III, 155. « Ha la stessa energia di sentimento 
«e la stessa grandezza di concetto; lo stesso brio, lo stesso colorito, la stessa 
« magnificenza di stile. Ond’io sono indotto a credere che l’autore della can- 
« zone dell’Eridania sia ancora l’autore dell'Eclissi, e che l’autore di queste 
« due stupende canzoni sia Messer Nicolò Amanio >». 

(2) Si allude alla desolazione dell’Italia, forse, di quel triste periodo degli 
anni 1527-30; s’invoca il Sole, s'incolpa la Curia romana della sciagura provo- 
cata dalla sua cocciutaggine; si accenna qui, come nell’Er:dania, al mito di 
Fetonte; nell’Eridania si descrive il gettarsi dei lupi su le belle contrade 
(strofa III), nell’altra si riproduce la fase successiva con le conseguenze del- 
l'invasione; si ricorda in ambedue la luna, Apollo con l’aurate corna, ecc.; 
ma le allusioni sono sempre generiche, non mai circostanziate e determinate. 

(3) Il Brognoligo (Op. cit., p. 39) nega l’identità dell'autore e però del- 
l’Amanio, perchè, con una certa esagerazione a parer nostro, giudica l'Aclissi 
« una rifrittura di motivi petrarcheschi, specialmente della canzone Spirto 
«gentil »; e vi nota poi « con uno spirito che direi luterano, una forte avver- 
« sione contro i papi... ». 


222 G. FATINI 


sì potrebbe senz’altro assegnare al rimatore cremasco anche 
l’Eridania, la quale, finchè nuovi elementi decisivi non ver- 
ranno a risolvere la questione della triplice attribuzione, tra il 
Bandello, l’Amanio e l’Ariosto — debolissima è l’attribuzione 
al Castiglione — vuole essere compresa nel gruppo ariostesco 
delle poesie dubbie, mentre l’Ec/issî merita di essere relegata 
fra le apocrife perchè il lettore abbia modo, raffrontandola con 
la prima, di giudicare su la pretesa identità dell’autore. 


Nel 1741 il Barotti pubblicò per la prima volta un epicedio 
in terzine e due sonetti: 


Kime disposte a lamentarvi sempre 
Magnifico Fattor . . .. . 
Non ho detto di te ciò che dir posso 


(cap. I, sonn. XXXIX, XL). 


L'epicedio è sicuramente autentico, trovandosi in un fascico- 
letto, che, se anche di dubbia autografia (1), risale alla fine del 
sec. XV, al tempo cioè della composizione; inoltre certi carat- 
teristici riscontri col Furioso escludono qualsiasi dubbio (2). 

« L'Originale dei Sonetti — scrive il Barotti — di mano 
« propria detl'Ariosto fu già del signor Baruffaldi, ed ora è 
« mio per suo dono ». Qualche critico però, desideroso di libe- 
rare il poeta da questi due « trascorsi » (così qualifica le due 
poesiole, a causa del loro contenuto mordace), ne ha messa in 
dubbio l'autenticità, per riferirli invece all’autore dei Carmina 
maledica In Cosnicum, di cui fra poco parleremo. « Chi con- 


(1) V. p. 182, n. 3. Il Bertoni (Op. e:t., p. 297), basandosi solo su la dubbia 
autografia della tirma, è il primo a scrivere che « con tutta probabilità non 
« appartiene al nostro poeta ». 

(2) Cfr. Furioso, XIII, 68, per l'elogio di Eleonora; vv. 16-24 con Fur., 
XL, 31, XLIII, 53, 63, 155. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 223 


« fronterà questi ultimi — dice il Cappelli (1) — coi due cre- 
« duti dell’Ariosto, speriamo che assolverà il nostro autore dal- 
«l'attribuitogli trascorso ». 

Non sappiamo dire quanto valga la testimonianza d'un codice 
della biblioteca Boncompagni (R,) (2), che potrebbe essere una 
copia dell'originale appartenuto al Baruffaldi; ma l'affermazione 
delle carte ferraresi (F,), sincrone, e con qualche dubbio che 
siano proprio originali (3), non perde valore per le osservazioni 
del Cappelli, il quale, per infirmarne l’attribuzione, si basa su 
d'una supplica presentata dagli Ariosti ad Ercole II, su l’analogia 
dei due sonetti con quelli contro il Cosmico e, infine, su l'ac- 
cento aspro e scurrile di essi. 

Della inimicizia tra Alfonso Trotti e Ludovico fa parola il Ga- 
rofalo (4), che probabilmente allude alla questione sorta nel 1519, 
fra gli eredi di Rinaldo Ariosti e la Camera Ducale, di cui era 


(1) Prefazione alle Lettere di L. A., LXXVIII, e 33 n., e in Rime ed. 
ed ined. di A. Cammelli, ecc., per cura di A. Carverti e S. Fexnari, Li- 
vorno, Vigo, 1884, p. 223. 

(2) Vedi la mia Nota bibliogr.; il sonetto XXXIX è pure in V,, ma di 
mano del Baruffaldi, che deve averlo copiato da F,. 

(3) V. p. 182-83. Vitt. Rossi (Giornale, 13, 116) avvertì che la firma 
Di M. Lud. Ariosti per la forma che ha non può essere autografa; inoltre 
l'epiteto Primo, Secondo, in testa ai due sonetti, fa pensare più ad una 
copia che all'originale. Il Percopo (Propugnatore, N.S., I, p.I, p. 281) li 
crede autografi; così il ProvenzaL (Bullettino pistoiese, II, 147), che inesat- 
tamente ne fa editore il Cian. Il BeRrtONI (Op. cit., p. 297) li giudica, senza 
discutere, spuri. 

(4) Vedine la Vita di M. L. A. in Opere di L. A., Venezia, Orlandini, 
1730, I, p. v (n. n.); al Garofalo non erano noti i sonetti. Di Alfonso Trotti 
una lettera confidenziale a Federigo Gonzaga, del 24 giugno 1550, è in 
A. Luzio, Isabella d'Este e il sacco di Roma, Milano, Cogliati, 190%, p. 105; 
a lui diresse una lettera Bartolomeo Ferrino (AxtoxeLLi, Indice, 178), pro- 
babilmente quella stessa che trovasi, come dedica, in Lettera di .M. Alberto 
Lollo, nella quale rispondendo ad una di M. Hercole Perinato, egli celebra 
la villa, ecc., Venezia, Giolito, 1544. Il Cammelli lo ricorda nel son. 192 e 
forse nel son. 29 (v. A. PeRcoro, I sonetti faceti di A. Cammelli, Napoli, 
Jovine, 1908), e gli indirizza un sonetto per la morte del Cosmico (ediz. Cap- 
pelli-Ferrari, p. 59). 


224 . G. FATINI 


gran parte il Trotti. I beni di Rinaldo, essendo morto ab înte- 
stato, furono, per deliberazione del Trotti, incorporati dalla Ca- 
mera: di qui una lunga lite che si trascinò sin dopo la morte 
del poeta (1), tanto che gli eredi nel 1544 si rivolsero ad Er- 
cole II con una Supplica perchè rendesse loro giustizia, accu- 
sando del sopruso subito il Trotti, il quale, senza ragione, ma 
gratis perseguitava Ludovico e i congiunti (2). Da questa affer- 
mazione il Cappelli deduce che l’Ariosto, se non ha mai dato 
motivo di odio al fattore ducale, non può essere neppure l’au- 
tore dei sonetti. 

Non vogliamo rilevare che gli eredi, nel loro interesse, pos- 
sono aver taciuto le ragioni dell’inimicizia fra Ludovico e il 
Trotti per addossare a quest’ultimo la colpa della ingiustificata 
persecuzione; ma è bene ricordare come di vecchia data fosse 
in Ferrara l’avversione tra le due famiglie, Ariosti e Trotti (3); 
questi, odiati dal popolo per le loro angherie e i loro ladroneggi, 
rappresentavano, nelle pubbliche cariche, i più temuti rivali per 
varie famiglie, fra le quali quella del poeta. Che meraviglia se 
l’Ariosto, prima ancor di vedersi contrastato dal Trotti il diritto 
alla successione, o per vecchia ruggine di casa, o per qualche 


e I + 


(1) Barcrraupi, Vita, 181-82; A. Frizzi, Memorie stor. della nobil fa- 
miglia Ariosti di Ferrara, in Raccolta di opuscoli scientifici e letterari, 
Ferrara, 1779, per G. Rinaldi, III, pp. 107, 128-29; Bari-Cinti, Vita di 
L. A., Ferrara, 1874, p. 93; CappeLti, Prefazione, LXxviI-vui; lo stesso A. 
fa cenno dì questa controversia in Lettere, XVIII. 

(2) Fu pubblicata dal CappeLLi, Documenti, XVIII; il quale pensa che il 
vero motivo della spogliazione venisse dagli eredi simulato per coprire gli 
ordini del Duca, dandone la colpa al Trotti. 

(3) L’accenno al Trotti nel poema (XL, 4) è insignificante; secondo una 
tradizione però, raccolta pure dal Barotti, l’A. lo avrebbe ritratto nella vol- 
gare figura di Martano, il falso fratello della corrotta Origille. Su le relazioni 
non buone tra gli Ariosti e i Trotti vedasi l’opera cit. del Frizzi (p.107 sgg.), 
il quale riferisce dall’Equicola che nel 1485 tutta Ferrara era divisa in due 
partiti, con a capo rispettivamente i Trotti e gli Ariosti. Documenti dell’odio 
popolare contro la potente famiglia dei Trotti sono i sonetti 85, 157, 376, ecc. 
del Pistoia (ediz. Percopo), e vari passi del Diario ferrarese in R. 1. SS., 
XXIV, 242, 245, 364. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 225 


sopruso, ha colpito amaramente il potente avversario? E ciò è 
tanto più probabile, quanto è meno ammissibile che i due so- 
netti uscissero liberamente dallo scrigno del poeta o dalla limi- 
tata cerchia degli amici; come le satire, anch'essi non erano 
destinati, almeno vivo l’autore, alla pubblicità. Perciò, o non 
hanno relazione — come invece i più pensano — con la sen- 
tenza del Trotti, ovvero, se questi li conobbe per qualche indi- 
secrezione, lo indussero a ricordarsene al momento opportuno. 

Se poi le due poesie sono posteriori al 1519 (1), stanno a rap- 
presentare lo sfogo poetico del mite Ludovico, che dalla prepo- 
tenza del Trotti si vedeva così gravemente danneggiato. Amico 
del Cosmico, sul cui conto se ne dicevano delle belle, il fattore 
è bersagliato cor lui, senza pietà, perchè l’Ariosto, come asse- 
risce il Garofalo, « siccome onorò e portò rispetto a tutti, così 
« all'incontro sostenne con mal’animo d’essere ingiuriato da altri, 
«e procedeva in quel caso verso di chi si fosse con maniere 
« risentite... ». Ma, obiettano alcuni, l’Ariosto, che alla memoria 
del rimatore padovano aveva dedicato un garbato epitafio (2), non 
può essere caduto nella contradizione d’insolentirlo. 

Lasciamo andare che le due manifestazioni sarebbero avve- 
nute a distanza di tempo l’una dall’altra; ma che gli epitafi, 
per giunta poetici, rispecchino davvero l’opinione di chi li com- 
pone non è cosa troppo frequente: il Pistoia, per non andare 
lungi dall’argomento, dopo avere infamato con un gruppo di 
violenti componimenti il Bellincioni, ne piange la morte (3). 


(1) Non mi nascondo però che l’accenno al Cosmico deve essere verosimil- 
mente non troppo remoto dall'epoca della sua morte (1500) e che il ricordo 
di Benedetto Bruza (Brusa), morto, pare, nel 1515 — si deduce da un’Ora- 
zone anonima in morte di B. B. recitata nel Duomo di Ferrara nel 1515 
(AxroweLLI, Indice, 119, n. 205) — si confà meglio ad un periodu anteriore 
alla sua morte. 

(2) Carmina XII; il Barotti (IV, 761) nega che nell’epitafio si tratti del 
Cosmico vilipeso nel sonetto. 

(3) I sonetti faceti di A. C., ediz, Percopo, CKI-CXXX; vedi pure V. Rossi 
in Giornale, 13, 134, n. 4. 


226 G. FATINI 


Del resto, l’Ariosto, che si limita nei versi dell’epitafio a lodare 
lo scrittore (1), non ha mai manifestato grande simpatia per 
l’uomo (2), che non risparmiò dei suoi strali nelle Salire (VI, 61). 
L’analogia poi coi sonetti /n Cosmicum non ha per noi che un 
peso: quello di avvalorare, se mai, l'attribuzione dei due com- 
ponimenti a Ludovico (3). Al quale non siamo alieni dall’ascri- 
vere, con prudenti dubbi, anche i 23 sonetti maledici 


In Cosmicum patavinum — Carmina maledica (4). 


(sonn. I'-XXIII!). 


Ai più, strana, se pur non irriverente, parrà la presenza di 
questi componimenti in una raccolta lirica dell’Ariosto; ma chi 
avrà la pazienza di riandare con noi la storia ‘di questo gruppo 
vedrà che il posto loro assegnato in essa, fra le poesie di dubbia 
paternità, non sarà né illegittimo nè capriccioso. 

Dopo la pubblicazione del Cappelli e del Ferrari, che li rife- 
rirono al Pistoia perchè si trovano, adespoti, in un codice 
estense, ma in compagnia di altri cammelliani, ai quali si asso- 


(1) Lo dice « pater elegantiarum », « romanae pater eruditionis »; nella 
prima stesura dell’epitafio queste lodi sono un po’ meno ampollose; il terzo 
verso, p. es., suona « Et cultae simul eruditionis », invece di « romanae patris 
« eruditionis »; v. Carpucci, 207. Sul Cosmico scrittore vedi, oltre al Car- 
ducci, V. Rossi, .V. L. C., testè cit., 101-58. 

(2) Su le accuse lanciate contro il C. (mal costume ed eresia) v. 'UirABOSCHI, 
Storta, VI, III, 926-27, e PatktTA, in Giornale, 22, 461-63, ove sono pub- 
blicati seri documenti. Il Rossi esclude l'accusa di mal costume, fondandosi 
su la difesa del Gonzaga, il quale però, desideroso di stornare dal capo del 
suo protetto la tempesta della condanna, era portato a nascondere la verità, 
che d'altra parte, fatta palese, non ridondava neppure a onore della famiglia 
Gonzaga. 

(3) Nessun dubbio ebbe lo Zeno, il quale ricevè dal Baruffaldi il son. XXXIX 
fin dal 15 ugosto 1708 (vedi il codice Vy), e in Giornale dei letterati, art. XII, 
v. NI, pp. 274-75 alla voce Cosmico dice che l’A. « gli dà tacce molto più 
« enormi in un son. ms. ad Alfonso Trotti ». 

(4) Così indicati nel cod. estense X* 234, c. 61 sgg., nn. 100-122; sul quale 
ms. v. G. Rossi, in Geornale, 30. 35-38; furono pubblicati in Hime edite 
ed inedite di A. C., ediz. Cappelli-Ferrari, pp. 223-45. 


ERI e e — tes 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 227 


migliano per forma e acutezza (1), sorsero da più parti le 
contestazioni: lo Scipioni, per l'amicizia e la stima del Pistoia 
verso il Padovano (2), il Renier, il Cian e il Provenza], per altri 
motivi, ne combatterono l’attribuzione. Primo il Cian, riportando 
il passo d’una lettera dello Zeno al Parisotti (3), mise innanzi 
il nome di Ludovico. « Alcuni sonetti sommamente satirici e 
«sanguinosi dell’Ariosto contro di lui (if Cosmico), veduti da 
«me in un codice antico di rime di diversi, mi han fatto cono- 
«scere — dice lo Zeno — che l’Ariosto non era molto amico 
«di lui ». Questi sonetti, secondo il Cian, potrebbero essere 
quelli attribuiti al Pistoia, tanto più che, per quel che scrive il 
Mazzuchelli (4), presso lo Zeno «esistevano mss. varî sonetti 
«burleschi » ariostei; dei quali il letterato veneziano « dopo la 
«lettera al Parisotti, poteva essersi procurato copia, e... il Maz- 
«zuchelli, che non conosceva quella lettera, sembra avesse sol- 
«tanto una vaga notizia ». 

Il Renier dalla somiglianza del sonetto Magnifico Fattor porta 
«raffermato il sospetto che dall’Ariosto movessero i fieri sonetti 
«del codice Estense e che siano da identificarsi con quelli che 


(1) D Cappelli (Rime, ecc., X) dice che « si presentano come tutti scaturiti 
«da una medesima vena, e da certa concezione organica procedente dall’ar- 
«gomento sono bene legati insieme, in modo che par certo si debbano attri- 
‘buire ad un solo autore »; e siccome il son. 18° nel magliabechiano, II, 11, 
109, c. 345a, è riferito al Pistoia, non gli pare improbabile che costui sia 
l’autore di tutti; spiega poi la contradizione tra le lodi delle rime e le ingiurie 
dei sonetti supponendo che il P. lodasse il C. « per ammenda, o meglio per 
‘allontanare da sè l'accusa di averlo così vilipeso » (XXXI). 

(2) Giorn., 5, 228, lo S. ricorda che il P. ha sempre elogi per il C. uomo 
* serittore; vedi pure E. PercoPo, A. C. e # suoi sonetti fuceti, pp. 176-77, 
ore cita i componim. che parlano bene del C. 

(3) Lettere di A. Z., Venezia, 1785, VI, 68; è del 2 settembre 1740; il 
passo della lettera è riportato dal Ciax nel suo Decennio della vita di 
P. Bembo, Torino, Loescher, 1885, p. 231 n. 

(4) Gli Scrittori, I,:1083; lo Zeno potrebbe aver presa notizia e poi copia 
dei sonetti dai codici Soranzo di Padova, cui pa--arono vari mss. del Becca- 
delli. possessore di mss. ariosteschi; v. ZENO, Lettere, V, 56; v. pure la mia 
Nota bibliografica. 


228 G. FATINI 


« con attribuzione all’Ariosto vide lo Zeno » (1). A questa con- 
gettura opposero obiezioni il Pèrcopo e il Rossi; quegli, sospet- 
tando nello Zeno una confusione, avverte pure che « le stesse 
« difficoltà, che impedirono e impediscono, secondo molti, di at- 
« tribuirli al Pistoia, rimangono e forse diventan maggiori, se li 
« diamo all’Ariosto » (2); V. Rossi (3), sempre propenso per la 
paternità cammelliana, mettendo in relazione la lettera dello 
Zeno con la notizia intorno ai due sonetti contro il Trotti, co- 
municatagli nel 1708 dal Baruffaldi (4), ritiene « non inverosi- 


# 


(1) Prefaz. ai Sonetti del Pistoia giusta l’apografo trivulziano, Torino, 
Loescher, 1888, pp. xLui-xLvit; e Rivista storica mantovana, I, 79. Il R. 
aggiunge che il son. 18 trovasi pure in cod. marciano it., cl. IX, 113, c. 34, 
col nome del Pistoia, ma solo i primi 7 versi, poi cancellati, forse perchè 
il copista s’accorse dell’errore (p. xLm). 

(2) Propugnatore, N. S., I, 278 sgg.; il P. insiste nella testimonianza, che 
è però molto tardiva — il nome sul sonetto 18° vi fu apposto due secoli 
dopo —, del cod. magliab., e spiega il silenzio del codice trivulziano che non 
riporta i Carmina maledica, dicendo che, dovendo esso andare nelle mani di 
Isabella d'Este, era sconveniente inserirvi sonetti così ingiuriosi e volgari, 
ma dimentica che altri sonetti non meno volgari sono nel codice trivulziano. 
Senza addurre nuovi elementi, il Gabotto pure (La letteratura, IV, n. 9) 
sostiene la paternità del Pistoia. 

(3) Giornale, 13, 131-32. Il R. trova in un sonetto del Cammelli un prin- 
cipio di lieve scissura fra lui e il Cosmico, onde potrebbero essere nati i Car- 
mina maledica; si appoggia alla testimonianza del cod. corsiniano 44 C. 22, 
che riferisce il son. 18° al Pistoia, come il magliab. VII, 877, c. 99. Giusta» 
mente il ProvenzaL (Dei sonetti contro il C. attribuiti al P., in Bull. stor. 
pist., Il, pp. 146 sgw.) osserva trattarsi sempre del son. 18, che è esplicita- 
mente dato al C. da qualcuno che per isbaglio poteva crederlo l’autore. E 
infatti il raccoglitore del cod, magliab. è il Magliabechi, che attingeva al 
cod. corsiniano, donde la stessa paternità passava al marciano it. IX, 113; 
come appunto ha provato il Percopo, ricredendosi su la paternità del Pistoia 
(Prefazione ai Sonetti faceti di A. C., xxv-xxvi, e nello studio A. C. e è 
suoi sonetti faceti, Roma, 1913. pp. 176-77). Un altro codice che porti col 
nome del C. lo stesso sonetto è D, (c. 5 d), ma pare che la fonte sia sempre 
la medesima. Al Pistoia, del resto, sono stati falsamente attribuiti altri so- 
netti, come quelli contro il padre dell’Ariosto e altri ancora; v. PERCcOPO, 
A. Cammelli, cit., p. 177 n. e 222 n. 

(4) La lettera, nel cod. marciano ital., X, 74, cc. 142-44, è del 15 agosto 1708 
e riporta la copia d'un sonetto del Pistoia e quello dell'A. (n. XXXIX); v. Va 
in Nota bibliografica. 


Pi cdietioni 


PER LR LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 229 


«mile che lo Zeno confondesse ì due sonetti ariosteschi con i 23 
«da lui forse veduti ». Rileva, inoltre, per l’analogia che essi 
hanno coi componimenti contro Niccolò Ariosti, la stranezza 
che «il giovane Ludovico, se autor di questi, avrebbe imitato 
«quegli strani componimenti che sì ferocemente insultavano il 
«padre suo » (1). 

Contro costoro e a favore dell’Ariosto portò qualche buona 
osservazione il Provenzal, rilevando anzitutto da un sonetto la 
differenza d’età tra il Cosmico ed il suo detrattore, molto più 
giovane, come era Ludovico (2), poi dal silenzio di due codici 
contenenti rime cammelliane (3) deducendo l’improbabilità che 
al Cammelli appartengano i Carmina maledica. 

Allo stato presente delle cose sarebbe un presuntuoso chi vo- 
lesse dire l’ultima parola su la questione, la quale però, sgombra 
dall’attribuzione del Pistoia (4), anche per la differenza d'età, 
si presenta sempre più favorevole all’Ariosto. È da escludersi 
infatti che lo Zeno sia caduto nell’errore di confondere; egli 
parla di alcuni sonelti sommamente satirici e sanguinosi 
contro il Cosmico, mentre i due (e non più) ariosteschi ricor- 
dati e avuti nel 1708 dal Baruffaldi hanno di mira soprattutto 
il Trotti e non il Padovano, chè è attaccato solo in una quar- 


(1) Sono nel cod. estense a, W, 2, 11 (VI, C. 84), adespoti e ugualmente 
sdespoti nel cod. sessoriano 413 Vitt. Emanuele, c. 26a sgg., sul quale v. 
R Rexier, Poeti sforseschi in Rassegna Emiliana, I, pp. 15-26. 

(2) Bull. stor. pistosese, II, 146-51; per la differenza d'età vedi i son. 8° e 11°. 

(3) Sono i codd. della Forteguerriana di Pistoia B. 176, che ha il son. 18° 
tdespoto e D 813 (codice Tonti), nel primo dei quali il Panciatichi, ponendo 
ll nome del Cammelli alle rime raccolte, trascurò il nome pel son. 18°, nel 
secondo omise pure il sonetto. Sul cod. B. 176 v. E. Binpi in Pievano Arlotto, 
I( 11858), p. 221. 

(4) Il Cian, recensendo l’edizione del Renier nella Rivista stor. ital., V, 
78-80, ritornò su l'argomento per aggiungere altre notizie contro l’attribuzione 
X C. e in favore dell'A.; il Percopo, come s'è detto, abbandona la tesi cam- 
melliana per avvicinarsi a quella ariostesca; G. Rossi (Giornale, 80, 61 sgg.), 
6. Benton: (Giornale, BB, 455- -57) ed il RENIER (Giornale, 63, 378) negano 
lisslutamente l'attribuzione al Pistoia. 


Giornale storico — Suppl. n° 22. 10 


230 - G. FATINI 


tina del primo sonetto. Come confondere quattro versi con al- 
cune poesie? Nè d’altra parte è ammissibile che lo Zeno si rife- 
risse alla comunicazione del Baruffaldi, dal quale aveva avuto 
la copia dei sonetti (V,); chè, se così fosse, non avrebbe asse- 
rito d’aver visto le poesie in un codice antico di rime di dt- 
versi (forse quello stesso ricordato dal Mazzuchelli), contenente 
componimenti che avevano di mira il Cosmico, non il Trotti, 
mentre i due sonetti sono trascritti in due carte. 

Provata, come a noi pare, l’esistenza di questi sonetti satirici 
ariostei, nella mancanza del codice Zeno, è possibile identificarli 
coi Carmina maledica adespoti nel codice estense? I dati cro- 
nologici delle poesie contro il Cosmico sono compresi tra il 1494 
(nel sonetto 22° si ricorda Ermotao Barbaro come morto e come 
tali forse il Pico e il Poliziano, che d’un anno seguirono la 
scomparsa del Barbaro) e il 1500, anno della morte del Pado- 
vano; ma paiono più vicini al primo termine, perchè il ricordo 
dei tre letterati sembra suggerito dalla circostanza della loro 
recente scomparsa. Il rimatore è un giovane che, solito a scri- 
vere d’amore; ha interrotto /’usato sti/ (1) (îl che, se calza per 
l’Ariosto, non si può dire del Pistoia), per assalire uno che è 
“già nella sua w/tima età. Di più, l’audace anonimo, insistendo 
su la boria letteraria del Cosmico, su le sue presunzioni di 
poeta e di dantista, ha tutta l’aria d’uno studente o, almeno, 
d’un giovane studioso, che voglia per conto proprio e dei com- 
pagni d’età, umiliare il saccente letterato, che probabilmente 
con la sua boriosa pretesa di dittatore nel campo della poesia, 
aveva mosso intorno a sè un’onda di antipatia fra i giovani (2). 


(1) « Cosmico, riposar la penna intendo..... e l’interrotto stil di amor ri- 
prendo » (son. XXIII). 

(2) Il Giraldi (cfr. Tiraposcni, Storta, VI, III, pp. 926-27) dice che il C. 
era un poeta mordace e insofferente delle altrui lodi. Nel son. 15 (1-4) si dice: 


Parmi sentir che fuor la fama estende 
una tua opinion, non so se è bona, 
che a questa nostra età non è persona 
che di compor ben versi il modo intenda. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 281 


Questo giovane per più elementi pare l’Ariosto. Dal 1494 al 1500 
la sua vita si svolge tra l’amore e lo studio: quello gli sugge- 
riva poesie in latino e in volgare, piene di calda sensualità e 
di spensierata dedizione alla bellezza e al fascino femminile, 
questo lo addestrava nella conoscenza dei grandi (1), tra cui 
Dante, e forse nell’arguta caricatura orale dei suoi pretensiosi 
maestri, onde più tardi verrà fuori nell’Erbo/ato l’umeristica 
figura del ciarlatano-medico-professore impersonato in maestro 
Antonio Faentino. 

Intanto nel ceto studentesco il giovane Ludovico occupava 
un posto distinto, se a lui prima del 1495 era affidato il discorso 
inaugurale per l’apertura dello Studio (2); perciò egli ben po- 
leva unirsi ai tanti (3) che desideravano di colpire il Cosmico 
, lella sua vanità letteraria e cattedratica. Si ricordi che nei 
° sonn. {°, 13°, 18° s’insiste, come nel 1° sonetto al Trotti, su l’ac- 
cusa di sodomia; che nel son. 7° il suo Rome è unito, con una 
volgare espressione, a quello di Alfonso Trotti, qui infamato per 
la stessa bruttura che l’Ariosto gli rinfaccia nei due noti s0- 
netti, in uno dei quali il Cosmico appunto figura come il suo 
maestro di simili lordure; che nel son. 16° il Padovano è aspra- 
nente ripreso per il cambiamento del nome, indottovi da va- 
| Nità e da avversione al cristianesimo: rimprovero, meno vivace, 
| na sempre pungente che Ludovico muove al Cosmico nella Sa- 
| lira VI, 60-66; che, infine, in tutti i componimenti par di sen- 
i tire un'eco della invettiva poetica contro Niccolò Ariosti, la 


fe AZ i nr 


—.—P 


(1) Per la cultura latina e volgare dell’A., oltre il Carpucci, XV, v. G. Ber- 
ton, L'Orl. Furioso, ecc., cap. I e JI della parte 1, e una mia recensione 
rgli Studi del Salza, in Giornale, 67, 421-23. 

(°) Vedi Per la biografia di L. A. - Memoria di F. Torkaca (estr. dagli 
dii R. Accad. di Napoli, N.8., v. VII, 1919) pp. 4-9. 

(3) Son. 10 (vv. 1-4): 


Io sento fabricar tanti sonetti, 
tanti versi latin ch'è meraviglia; 
ognun che sa parlar l’impresa piglia, 
Cosmico, di scoprir i tuoi difetti. 


232 G. FATINI 


quale non poteva essere ignorata dal figlio (1). Anzi, avendo 
essa il carattere d’un violento sfogo personale, ammantato col 
malcontento del popolo, a noi fa sorgere il dubbio che i Trotti, 
i quali, vedi caso!, presero il posto di Niccolò, appena cancel- 
lato dall’ufficio di Giudice de’ Savi, non siano stati estranei a 
quella velenosa campagna; e siccome la potente famiglia godeva 
tutte le simpatie del Cosmico, che le era stato caldamente rac- 
comandato dai Gonzaga nel fuggire da Mantova, non è impro- 
babile che la famiglia Ariosti credesse o sospettasse, magari a 
torto, che i Trotti si fossero serviti dell'arma poetica dell'amico 
rimatore, che, come si vanta nel 4° sonetto, nonostante le in- 
vestigazioni di Niccolò, riusciva a mantenere l'incognito. 

Vera o no questa supposizione, a Ludovico nella sua prepo- 
tente giovinezza si presentò il destro, cercato o fortuito, di at- 
taccare il Cosmico con lo stesso accento e con lo stesso numero 
di componimenti e metro che aveva usato l'anonimo detrattore 
del padre; il grossolano richiamo del Trotti nel son. 7°, di 
quello stesso Trotti che nei due sonetti ingiuriosi l’Ariosto ac- 
compagna al Cosmico, potrebbe essere un indizio del motivo 
personale che avrebbe spinto Ludovico a colpire l’amico della 
famiglia avversaria ai suoi: motivo abilmente nascosto nella im- 
personalità dell’autore, che, giovane amante dello studio, si scaglia 
in nome dell’arte e della morale contro di lui. 

Qualcuno avrà difficoltà ad ammettere nell’Ariosto la capacità 
di trattare l’arma satirica con tanta disinvoltura quando egli 


(1) Risalgono, è vero, al 1487-89, ad alcuni anni prima dell’invettiva contro 
il Cosmico, ma chi può mettere in dubbio che quella sanguinosa sferzata al 
padre non producesse una profonda ferita nella carne del giovane figlio? Mi- 
chele Catalano gentilmente mi comunica che una cronaca scritta da un cor- 
tigiano di Ercole annotò che nei giorni 9, 10 e 15 giugno 1487 furono ritro- 
vate varie poesie (attaccate alle porte del Palazzo ducale, del Duomo e di 
alcune chiese di Ferrara) «in grandissima vergogna e obrobrio de Nicolò di 
« Ariosti... e non se potè intendere lo autore e scriptore ». Però il cronista 
o allude ad alcuni dei sonetti noti (i sonetti 20-28 sono posteriori al 1487) 
o allude a poesie che non cì sono pervenute. 


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PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 238 


stesso confessa nelle Salire la sua modesta preparazione di 
quegli anni. Ma l’elegia in morte di Eleonora d'Aragona, scritta 
nel 1493, le liriche latine delle quali non poche vanno dal 1494 
al 1500, e con le quali certo s'accompagnano poesie in volgare 
che a noi sfuggono, palesano in lui non mediocre abilità nel 
servirsi del volgare per colpire aspramente un avversario. I so- 
netti, d'altronde, paiono composti su la falsariga di altri della 
stessa natura, appartenenti al Pistoia (1) e di quelli diretti a 
Niccolò Ariosti: segno che il giovane ha imitato un po’ troppo 
da vicino più per inesperienza artistica che per altri motivi; 
allo stesso modo che i crudi latinismi (2) dimostrano che il gio- 
vane non ha ancora superato il periodo della preparazione cul- 
turale (3). Tutte circostanze queste che, congiunte alla notizia 
dello Zeno, ai richiami dei sonetti contro il Trotti, aumentano 
la probabilità che all’Ariosto appartengano questi Carmina ma- 
ledica, già falsamente attribuiti al Pistoia. 

Nell’edizione del 1766 il Barotti aggiunse due gruppi di ottave: 


Un non so, ch'io non so ben se rio (10 ottave) 
Se voi, Madonna, già mas più veduto (12 ottave) 


(Fram. III, X). 
Il primo gruppo, che fece già parte del Furioso nella edi- 


(1) Vedasi nell'edizione PeRcoro il gruppo dei sonetti contro il Refrigerio 
il Bellincioni, il Cinzio, il Sasso ed altri (sonn. CIII-CLXX). 

(2) Scelesto (son. 3°, 8°), unde (8°), previsti, consuluisti, vespertil (9°), fura, 
nefario (12»), amplo (18°), scelerità (20°), subietto (23°), ecc. 

(3) L'autore stesso, non importa se ironicamente, fa capire che è quasi oscuro 
(15°), per quanto il suo nome possa essere ben noto al Cosmico come negro- 
mante, L'affermazione del son. 4° che egli ha « già mille volte dispensato » 
Dante, non va intesa nel senso che abbia esposto la Comedia, perchè è una 
voluta esagerazione per batter meglio la pretesa dantofilia del Cosmico: chè, 
e l'A. fu uno studioso dell’Alighieri, non ne fu mai espositore pubblico. A 
chi obiettasse poi la stranezza del silenzio dei contemporanei su questi com- 
Ponimenti e sul nome dell’Ariosto, non è necessario rispondere che VA. era 
tn giovane ancora poco noto, perchè il carattere di questi velenosi compo- 
nimenti consigliava l’autore a tenersi nascosto. Si seppe allora e si sa oggi 
chi fa il detrattore di Niccolò Ariosti? 


234 G. FATINI 


zione del 1516 come esordio del canto XXXV, abbandonato dal- 
l’autore nella seconda e terza edizione del poema (1), fu accolto 
dal Barotti tra le Rime ariostee, accanto al più lungo frammento 
su la storia d’Italia (Fram. I, II). 

Come codesti frammenti, così conviene riunire nella presente 
stampa tutte le stanze che dalle due prime edizioni del Furioso 
l’Ariosto non giudicò degne di entrare in quella che fu la re- 
dazione ultima dei suoi canti. Sono: 

La stanza 75* del canto XXVI (2) (edizz. 1516, 1521): 


Il re il primo figliuol che poi gli nacque 
(Fram. IV); 


che l’A. volle più tardi sopprimere perchè il racconto dell'ostiero 
era già concluso con la strofe 74°. 
La 34» del c. XXXII (1516, 1521): 


Fece pensiero in campo tre a trovarlo 
(Fram. V). 


che venne lasciata (3) nell’ediz. ultima perchè sostituita con 
la 32* del c. XXXV. 
La 112* del c. XXXIX: 


E tanto se gli diede, et egli tanto 
o (Fram. VI); 


soppressa nella stampa del 1532 forse perchè appariva esagerata 


(1) L'esordio, precedendo la descrizione del duello tra Rinaldo e Ruggero, 
quando essa passò alla fine del c. XXXIV,89-90 dell’edizione 1521 (== XXXVIII, 
89-90, ediz. 1532) e fu proseguita nel canto seguente (XXXV, 2 sgg.), non 
aveva più ragione di rimanere; l’ott. 10 del frammento è, con qualche modi- 
ficazione, la 882 del c. XXXVIII: mentre si accresce d’un’ottava (la 1) 
il XXXV (ediz. 1521), che con la 22 riattacca alla 13* del XXXV del 1516, 
essendo le 11-12 passate al XXXIV, 89-90. 

(2) Nella ediz. 1532 dovrebbe trovarsi nel c. XXVIII, 74 bis. 

(3) L’ediz. 1532 fonde le ottave 32-34 dell’ediz. 1516 e di esse le 32-33 
ritornano nel c. XXXII, 47-48. 


PER LB LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 285 


e inopportuna la morte di Adonio attribuita all’eccessivo con- 
giungimento con la donna bramata (1). 

Le ottave 5* (vv. 5-8), 7* (1-4), 10-11» del c. XL trascurate 
nel rimaneggiamento (2) fatto di tutto l’esordio, prima nel 1521, 
poi più profondo nel 1532; e dello stesso canto le ottave (3) 642 
e 71°. 


O bella compagnia che mi raccoglie 
Mario Equicolo è quel che gli è più appresso 
Ecco Antonio Fulgoso, ecco Latino 
Al Sasso, al Molza, al mio cugin far festa 
Qua con molta arte e con più forza lotta 
Vedesi altrove che non pur conserra 
(Fram. VII). 


L'Orlandini riportò in nota due ottave: 


Ma tu gran Padre, che esser dèi il primiero 
Non ti diede a portar Dio questa verga . 
(Fram. VIII) 


(1) Le ottave 112-13 delle edizz. 1516 e 1521 passano nella èdiz. 1532. 
alla 116 del c. XLIII, che riproduce meglio la 113 che la 112. 

(2) Nella lunga enumerazione degli amici e letterati che l'A. finge raccolti 
alla spiaggia per il suo ritorno dal viaggio cavalleresco egli portò modifica- 
zioni anche nella edizione 1521, ove accanto all’Equicola della ottava 7 pose 
Niccolò Tiepoli, Niccolò Amanio e il Bosso Cremonese (ott. 8) col Vida e ag- 
giunse (ott. 11) il Molza; ma una più profonda trasformazione portò nell’ediz. 
ultima, ove le 9 stanze della prima edizione diventarono 17; in questo cam- 
biamento non trovarono più posto i vv. 5-8 della ott. 5 (16, 21) coi nomi di 
molte donne, troppo genericamente indicate, i vv. 1-4 della ott. 7 con l’elogio 
dell’Equicola, menzionato più brevemente nella ott. 14 (XLVI), le ottave 10-11 
ampliate nelle ottave 12, 18, 14, 15, 16, 18. 

(3) La prima fu soppressa forse perchè nell’elogio di Ippolito stonava l'esal- 
tazione della forza; la seconda perchè implicitamente sminuiva i meriti di 
Alfonso, tuttora vivente, mentre Ippolito era morto da parecchi anni. 


236 G. FATINI 


che egli prese dal Primo Secomdo et terzo Libro del Capriccio 
di Jachetto Berchem, Con la Musica da lui composta sopra le 
stanze del Furioso novamente stampati et dati in luce all’ill. 
et eccell. Duca di Ferrara a quatro voci Con Gratia et Privi- 
leggio. In Venezia, Appresso di Antonio Gardano 1561 (pp. 66-67 
del Terzo libro). Autentiche le altre ottave ivi in buon numero 
riferite (1), non c’è ragione perchè si debbano rifiutare le nostre 
due, che il Poeta s’indusse a sopprimere in seguito alla morte 
di Giulio II e alla elezione di Leone X, al quale più adatto si 
presentava l’invito a donar pace all’Italia (Furioso XIV, 79), 
mentre veniva meno l’opportunità del rimprovero al battagliero 
pontefice, scomparso dalla lotta e dalla vita. 
Da A, riportiamo l’ottava: 


Dirò un’altra ragion: poniamo vegna 
(Fram. IX) 


che l’Ariosto sostituì poi con la 104* del canto XXXII, cancel- 
landola nella carta (2) e trascrivendo invece quella che oggi 
leggesi nel Furioso e che per concetto non è molto diversa. 
L’altro gruppo pubblicato dal Barotti (Fram. X) aveva già 
visto la luce per il Modanese nell’Erbolato e dal Pitteri in poi 
era comparso in quasi tutte le edizioni; a torto considerato 
un primo abbozzo del lamento di Bradamante, al quale invece 
prestò parte di se stesso (3), non può essere tenuto come 


(1) Sul libretto v. G. Fumagatti, Op. cit., pp. 322 sgg. Sono 92 ottave del 
Furioso messe insieme; il libretto di cc. 48, in 4° bislungo, è chiuso da una 
Tavola coi capoversi delle ottave. 

(2) Vedi A, in Nota bwbliografica. 

(3) Primo il Barorti nell’ediz. 1766 (non in quella del 1745, come scrive 
il PoLIporI, I, 824) osservò che « molte di esse migliorò il P. e l’inserì nel 
« Furioso, XXXXV, 33. In sostanza altro non sono che i Primi abbozzi del 
« lamento di Bradamante ». Il PirazzoLi (Giornale, 45, 324 sgg.) con acconce 
considerazioni ha rilevato l’errore in cui ad una prima lettura è facile cadere, 
mettendo in relazione le ottave col Furtoso, le quali « sono un componimento 
«a parte, una ‘rima’ che non ebbe al suo nascere la minima intenzione di 
« suonare la tuba, ma un giorno, un buon vento... lo portò in alto » (p. 327). 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 287 


un apocrifo raffazzonamento del passo del Furioso, non solo 
perchè molto probabilmente gli è anteriore, ma soprattutto per 
l’esplicita testimonianza, oltre del Coppa (1), dei mss. (2) R., 
H e B,; il quale ultimo attinge ad un rarissimo opuscolo popo- 
lare che ci porta a discutere d’un altro, ben più numeroso, 
gruppo di ottave attribuite all’Ariosto stesso. 


Donne gentil, ch'a maraviglia belle 


E più beato chi per lei sospira 
(Fram. I). 


- L’opuscolo è intitolato: Stanze amorose sopra gli horti delle 
donne et în lode della menta. La caccia d'amore del Bernia (3). 
Quarantadue stanze in materia d’amore nuovamente ritro- 
vate e con diligenza corrette, e di vaghe historie adornate 
e date in luce in Venetia, 1574, in 12° (con figure in legno), 
carte 46. Le quarantadue stanze sono divise in due gruppi, 
c. 37 a-39 db: Stanze del Dottissimo M. Lodovico Ariosto nobile 
ferrarese (le 12 che costituiscono il 10° frammento); cc. 400-46 a: 
Trenia Stanze Amorose nuovamente ritrovate, ne per la- 
dietro date in luce; dopo, a c. 46 a: Il fine. | 


(1) Il Coppa nel frontespizio dell’Erbolato dice « con alquante stanze del 
« medesimo, nuovamente stampate », e in testa alle ottave « Stanze del Dot- 
« tissimo M. Lodovico Ariosto », alle quali forse si riferisce il privilegio già 
ricordato, del D’Asola (v. p. 149), o l’altro dei 27 dicembre 1544, col quale il 
Consiglio dei X concede licenza fra altre opere « per le stanze novamente 
« trovate di Messer Ludovico Ariosto » (Arch. Stato Venezia, reg. 33, c. 168 a, 
Senato Terra). 

(2) I mss. R}, H riportano soltanto le prime 8 stanze, che D. Carbone pub- 
blicò come inedite nel 1872 (Rime tnedite dei Quattro Poeti..., Roma, Bar- 
bèra); sono le sole che non compaiono, come le rimanenti cinque, più o meno 
trasformate nel Furioso del 1532. 

(3) Le stanze amorose sopra gli horti delle donne sono del Tansillo (Z2 
Vendemmiatore); quelle in lode della menta sono contrastate dal Tansillo, 
dal Franco e dal Marcolini, al quale ultimo, secondo il Cian (Giornale, 24, 
412), apparterrebbero; la Caccia d’ Amore del Bernia è d’incerto, secondo 
G. Fumagatti (Op. cit., p. 248). Le copie da me viste sono nella Trivulziana 
e nella Palatina di Parma (B,). i 


238 G. FATINI 


Dalla dicitura del frontespizio, che indica tutte insieme le 
42 ottave (1), sorge il dubbio che il raccoglitore abbia inteso 
riferirle ad un solo autore; e, siccome le prime 12 apparten- 
gono sicuramente all’Ariosto, se ne dedurrebbe che a lui spet- 
tino pure le altre. È vero però che nel testo i due gruppi sono 
tenuti distinti; è vero ancora che solo le prime portano in testa 
l'esplicita paternità ariostea. Ma se la mancanza del nome può 
dipendere dal raccoglitore che non abbia sentito il bisogno di 
apporvelo una seconda volta perchè immediatamente seguenti 
alle altre ben designate (2), il distacco potrebbe derivare e dalla 
diversità dell'argomento e dal fatto che non per tutte ma solo 
per le 30 era esatta la dicitura « nuovamente ritrovate, ne per 
« ladietro date in luce »; onde al raccoglitore poteva apparire 
necessaria la distinzione dei due gruppi con differente didascalia, 
ma non la ripetizione del nome. 

D'altra parte i numerosi mss. e le non meno numerose rac- 
colte liriche che abbiamo esaminate (3) non ci hanno offerto 
altro nome cui riferirle; onde per il contenuto che ha qualche 
concomitanza col Furioso (4), per la fattura elegante e lo spi- 
rito gentile che le pervade, non sconvenendo all’Ariosto, osiamo 
prudentemente, per non dire timidamente, attribuirle (5) al can- 
tore delle bellezze d’Alcina, non senza nasconderci che altri, 


(1) Anche le bibliografie conservano l’unità delle 42 stanze; così il Melzi 
il Grisse; solo il Brunet, dopo «la caccia d’Amore del Bernia » scrive « et 
« altre Stanze di diversi autori ». 

(2) Del resto, il nome dell’Ariosto è trascurato perfino nel frontespizio. 

(3) Nulla, p. es., nelle Stanze di diversi illustri poett nuovamente raccolte 
da M. Lopovico Dotcr, Vinegia, Giolito, MDLIII; nulla nelle ristampe 
del 1556, 1558, 1560. 

(4) Cfr. ott. 24-25 con Furioso, VII, 11-15; ott. 26 con la canz.I, ott. 29 
col cap. XIII. 

(5) Anche il copista di B,, trascrivendo in una edizione di Rime dell'A. 
dalla raccolta del 1574, solo le cose ariostesche e tra queste le trenta stanze, 
lascia pensare che riguardasse l'A. come l’autore pure di quelle. Non si trascuri 
poi che l'A. dichiara più volte di voler parlare in lode delle donne; v. Fu- 
rioso, XXVII, 122-24; XXXI, 1-3, ecc. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICU ARIOSTO 2839 


più fortunato nelle sue ricerche, possa raccogliere elementi de- 
cisivi in favore o meno della paternità ariostea. 

Qualcuno nel vedere codesto gruppo di ottave, sia pure fra 
le liriche dubbie, potrebbe domandare perchè non ci si comporti 
ugualmente con altre dieci stanze « in lode delle bellezze d’una 
donna »: 

Chi dira mas di quel bel oro ardente 
(Fram. I?) 


che Giulio Ferrarese (1) pubblicava nei primi decenni del Cin- 
quecento insieme col notissimo capitolo VIII. 

La risposta è data, secondo noi, dal frontespizio stesso, nel 
quale non ci pare possibile equivocare su l’estensione del nome 
dell'Ariosto, che il Ferrarese, se a lui avesse inteso riferire gli 
altri componimenti, non avrebbe in un opuscolo di 4 carte li- 
mitato al solo capitolo tanto nel frontespizio quanto nel testo. 
Certo è per lo meno curioso che il raccoglitore nella didascalia 
del capitolo scriva Capitolo Primo di M. Ludovico Ariosto, 
quando a quel Primo non seguono che le ottave in questione, 
di fattura, se vogliamo, elegante, e di argomento che non disdice 
all'Ariosto (2) e la popolaresca Canzone dell’Ortelano che nes- 
suno poteva gabellare per merce ariostea. 


Nella Vita del Baruffaldi furono integralmente o parzialmente 
riportate le poesie: 


Ecco, Ferrara, il tuo ver Paladino 
Doppo mio longo amor, mia longa fede 
Fingon costor che parlan de la morte 


(1) V. pp. 143-44. 

(2) Si confrontino con altre ottave del Furioso, VII, 11-15, VIII, 36-37, 
I, 11, XI, 66-71, ecc., e per l'argomento come per la fattura cogli Stram- 
Metti raccolti da Ipp. Ferrarese nel citato opuscoletto Sonetti e Strambotti, 
del 1537. 


240 a. FATINI 


Quel fuoco ch'io pensai che fuss’estinto 
Dove vai, Melibeo, dove sì ratto 
Quando sl sol parte e l’ombra sl mondo copre 


(son. XXXVIII, canz. III, mad. X, XI, egl. I, canz. III?). 


Girolamo Baruffaldi iunior ebbe le prime quattro poesie dal- 
l’erudito Morandi, che le aveva trovate « tra gli scritti di mon- 
« signor Beccadelli »; nella dispersione subita dai preziosi co- 
dici del colto prelato non è facile rintracciare la fonte donde il 
Morandi trasse la copia per il Baruffaldi (1); giacchè non è certo 
che essa sia il prezioso B, della Palatina di Parma, non tanto 
perchè in questo trovasi un secondo sonetto, inedito, dell’Ariosto, 
quanto per la lezione un po’ diversa. Così molto probabilmente 
le quattro poesie edite nel 1807 avrebbero una duplice testimo- 
nianza d’autenticità, la quale, anche se ridotta al solo B,, si 
appoggerebbe sempre su solida base. Questo codice, intitolato, 
Raccolta di poeti italiani (2), è una copiosa silloge di liriche 
che il Beccadelli raccolse dai contemporanei, forse con l’inten- 
zione di pubblicarle. Chi consideri il posto che nella critica dei 
testi, nell'amore dei libri, nella passione di raccogliere, compete 
al dotto prelato (3), non potrà negare valore al ms. di cui si fa 
parola; delle poesie ariostesche poi non è improbabile che egli 
divenisse possessore, ricevendole dagli amici o dai parenti dello 
stesso poeta. Una prova poi dell’autorità del codice è data non 
solo dalla cura e dall’esattezza dei componimenti riferentisi ad 
altri, per ciascuno dei quali il Beccadelli dà o ripete il nome 


(1) Parte dei mss. beccadelliani andarono dispersi in varie biblioteche ita- 
liane (Parina, Bologna, ecc.), parte in biblioteche straniere (come Oxford), 
parte fra privati, come i Sassoli di Lucca; cfr. V. Cran, Un decennio, p. 17. 

(2) Nei Monumenti di varia letterat. tratti dai mss. di Monsig. L. B., 
Bologna, 1797-99, dovuti al ricordato Moranpi, si ricorda al n. 44 (I, 77) 
una Raccolta di poesie di diversi insigni Poeti del sec. XVI, in tomi 2, 
la quale non si può identificare con B, (un solo volume), e al n. 48 un’ Altra 
Raccolta di poesie ital., ma spirituali. i 

(3) Vedi i cit. Monumenti e V. Cian, nella N. Antologia, 1° luglio 1901, 
pp. 90-91. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 241 


o la dicitura Eiusdem, sì bene dall’autenticità delle altre poesie 
ariostee ivi riportate (1). Perciò non crediamo che sia il caso 
di dubitare delle rime edite dal Baruffaldi, nè, per lo stesso 
motivo, del sonetto (XXXIV) 


Privo d’ogni mio ben sto pur fermato, 


che frammisto al gruppo ariostesco (2) e preceduto dalla dici- 
tura EFiusdem, come gli altri componimenti, tranne il primo 
portante la didascalia De l’Artosto, sfuggi al Morandi (3), se 
pur B, è il ms. a lui noto, oppure rimase ignorato ai raccogli- 
torì di liriche ariostee. 

Il primo (son. XXXVIII) inoltre ha un sostegno alla sua pa- 
ternità nel fatto storico cui s’ispirerebbe (4); la canzone III e 
il madrigale X, i quali non hanno dal primo editore in poi pro- 
vocato alcun dubbio (5), sono adespoti, come tutte le altre poesie, 
compreso il notissimo capitolo sulla «lucerna » (VIII), in N, 
e la canzone anche nel cod. K (6); la quarta poesiola, anch'essa 
un madrigale, meno fortunata per avere, a causa della sua me- 


(1) Sono la canz. IV, sonn. XVII, XIV, IX, XII, capp. VIII, XXII, su 
l'autenticità dei quali v. pp. 198 sgg., 185-86, 122-23, 214-15. 

(2) Si noti ancora che i componimenti ariostei sono raggruppati; il primo 
grappo è di nove (pp. 2-8), il secondo di tre (pp. 49-50). 

(3) Il Morandi, dato che B, sia la sua fonte, trascurò il sonetto forse per 
una svista, confondendolo con rime già stampate, in mezzo alle quali si trova 
nel ms.; tale congettura non è da escludersi anche perchè il sonetto è tra- 
scritto dopo una canzone e quattro sonetti dell’Ariosto che si trovavano già 
nelle comuni edizioni. 

(4) BarurraLpi, Vita, 179; v. pure le Opere minori, scelte e commentate 
a cura di Giuseppe Fatini, Firenze, Sansoni, 1916, pp. 307-08. 

(5) Solo il Barone (Giornale, 565, 309) ha notato che sul madrigale esi- 
stono fondati dubbî, perchè nelle carte beccadelliane vengono attribuiti all’A. 
« scritti con certezza non suoi »; è vero che subito dopo si contradice, ri- 
guardandolo come autentico; è vero pure che delle carte beccadelliane, almeno 
di B,, mostra di non aver conoscenza. Ma forse il suo sospetto vuole riferirsi 
al solo madrigale XI, incerto per il Carducci, sul quale vedi qui sotto. 

(6) Vedi Nota dibliografica; il compilatore di K avverte però che è fra 
le rime dell'A. 


242 G. FATINI 


schinità, suscitati i sospetti del Carducci (1), è una mediocre 
imitazione d’una lirica del Petrarca (LV), che poco guadagna in 
valore anche dalla migliore lezione del ms. 

Dell’egloga che fu fatta conoscere parzialmente dal Baruffaldi, 
di su una copia favoritagli da Francesco del Furia, sì occupò 
il Fermi, il quale, illustrandola, nella sua parte storica e lette- 
raria, ebbe occasione di darne la bibliografia e di sostenerne 
l'autenticità, suffragando la testimonianza, autorevolissima (2), 
di N,, l’unico ms. che abbia conservato la poesia, esplicitamente 
riferendola all’Ariosto (£g/0ga de ms. lodouico Ariosto), con 
evidenti relazioni col Furioso (3). Qualche dubbio può sorgere 
per il differente giudizio che su la congiura del 1506 e sui con- 
giurati Ludovico ha espresso nel poema; ma se nell’egloga, che 
forse era destinata alla rappresentazione, egli ha colorito un 
po’ vivacemente la scena, calcando le tinte anche sui personaggi, 
per obbedire così all’impressione immediata del fosco tentativo 
contro Alfonso e Ippolito, nel Furioso, a mente calma, lungi 
dalla preoccupazione di compiacere alla corte o all’opinione 
pubblica, dopo tanto tempo che una grave espiazione pesava 
sui due disgraziati estensi, protagonisti della congiura, è umano 
che egli invochi quella pietà che, al momento della scoperta 
della congiura, per più ragioni, non poteva ammettere: la dif- 
ferenza dunque proviene dal diverso stato psicologico del poeta. 

Dal Baruffaldi in poi molti, prendendo per dimostrato ciò che 
il Baldelli aveva fugacemente asserito (4), nel dare notizia della 
canzone III° ‘da un codice del Varchi, ne hanno creduto autore 


(1) Opere, XV, 29 n.; i dubbî del C. diventano, a torto, certezza per ìl 
PirazzoLi (Gtornale, 48, 135 n.) e per il Barone (art. cit., 309 n.). 

(2) Per le poesie ariostesche ivi riportate v. p. 194 e Nota bibliografica. 

(3) Di um'egloga di L. A. e della sua allegorta storica, in Ateneo veneto, 
XXV (1902), I, pp. 290-327; per la congiura v. A. Luzio, I_sadella d’ Bote 
nelle tragedie della sua casa (1506), in Atti e Memorie della R. Accademia 
Virgliana di Mantova, N. S., V, P. I, 1912 (estratto). Cfr. col Fuesoso, 
VIII, 20; XIII, 70 per i vv. 5-9, 253-6; XLV, 39 per i vv. 22931. 

(4) Rime di messer Giovanni Boccacor, Livorno, Masi, 1802, xvm-x1x e 205; 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 243 


l'Ariosto, non tenendo conto nè dei dubbi già mossi dal Poli- 
dori (1), nè di certi passi della poesia che avrebbero dovuto 
almeno rendere più cauti i critici (2); anzi l’autenticità era 
tanto più calorosamente affermata, senza nuovi argomenti, 
quanto più da quei versi traevasi modo di arzigogolare sugli 
amori dell’Ariosto per una Madonna Ginevra (3). 

Eppure la voce cui raccomandavasi l’autenticità era ben de- 
bole, nè acquista oggì maggior credito, anche se al codice del 
Baldelli, fatto conoscere dal Salza, che ampiamente discusse su 
la falsa attribuzione della canzone (4), a noi è dato aggiungere 
altri due mss., che riferiscono la poesia all’Ariosto; perchè uno, 
R,, riporta in testa alla canzone, nel codice originariamente 
adespoto, îl nome dell’Ariosto messovi da mano recente e con 
un significativo punto interrogativo (5); un secondo, il trivul- 
ziano, n. 1037, del sec. XIX, (35 a-36 a) è una copia (6) del 


il B. si limita a dire che il codice è del Varchi e comprende « molte e leg- 
« giadre rime de’ suoi contemporanei e di lui, alcune del Boccaccio, ed una 
: Canzone Pastorale dell’ Arsosto, che non ho veduta fra le stampate ». 

(1) La inserì fra le dubbie, avvertendo che era già stata stampata nel Cin- 
quecento dal Doni e dal Giolito e che per molti richiami gli pareva vedervi 
la paternità del Varchi (I, 465 n.). 

(2) Al v. 16 il poeta accenna a « l’iniqua mia matrigna e ’1 padre avaro », 
frasi che, se non sono frutto di fantasia poetica, non possono riferirsi al- 
l'Ariosto; al v. 36 s’allude alle nozze di Zola: di Ercole o di Alfonso ? Del 1° 
no, perchè avvenute nel 1479, dell’altro neppure, perchè nel 1502 l’A. non 
avrebbe potuto dire di sè che « non sapea quasi gire alla cittade ». 

(3) Cito fra i tanti il Barurracpi, Vita, 148, il Mazzucaetti, I, 1081, 
il Morini (ediz. 1824, p. 733), che erroneamente osserva avere il Baldelli 
‘ provato che è dell'A. »; il Dr GuseRNaTIS, L’Ariosto, Roma, Loescher, 
1906, pp. 144-46; il Pirazzoti (Giornale, 48, 142); vedi pure G. UziELLI, 
Fasroni, Parpi, tutti citati dal Sauza, Studi, pp. 110-12. 

(4) D'una canzone pastorale attribuita a L. Ariosto e tmitata da 
G. B. Marino, nel Giornale, 56, pp. 339-60, 452-55, riprodotto poi in 
Studi, pp. 101 sgg. 

(5) L’annotazione del sec. XIX deriva, forse, da una stampa posteriore al 
Baraffaldi; la stessa attribuzione è in una nota del catalogo della Universi- 
taria di Bologna, sotto Poeste Pastorali. 

(6) A piè della poesia si avverte però che la canzone trovasi stampata nei 
Marmi del Dow; vedi sul codice trivulziano il Catalogo del Porro (p. 353). 


244 | G. FATINI 


marchese Trivulzi, che raccolse nel ms. varie poesie del Varchi, 
forse dal codice fiorentino citato dal Baldelli, nel quale ultimo, 
come avverte il Salza, l'attribuzione, incerta, ne presuppone 
un’altra (1). 

Probabilmente l’origine di questa attribuzione, più che alle 
note del Sansovino e del ‘Turchi, riguardanti l’amore ariostesco 
per una Ginevra (2), devesi a due opuscoli del Furlano e del 
Ferrarese, che portando il titolo Stanze tramutate dell’ Ariosto, 
con una canzone bellissima pastorale e Stanze trasmutate 
dell’Ariosto con vna bellissima Canzone et altre cose pasilo- 
rale (3), ecc., si prestavano a questa interpretazione. Chi senza 
esaminare i due rarissimi opuscoli, nel cui testo la canzone è 
adespota, si fermi al frontespizio, è tratto a sospettare che pur 
la canzone appartenga a Ludovico; ma il sospetto svanisce ap- 
pena si pensi che le Sfanze sono una contraffazione di ottave 
del poema (4) e che il cerretano non avrebbe a niun costo tras- 


(1) Studi, 119; il nome dell’A. « è scritto in sostituzione d’un altro che 
< prima vi era e che fu raschiato in modo da lasciare intravvedere appena 
« qualche lettera del cognome De...ats ». 

(2) Vedi pp. 188-89. 

(3) Il primo opuscolo, a cura del Furlano, nel 1545, moto al Boxe (II, 36), 
è irreperibile; v. Salza, Studi, 115-16; il secondo, per Leonardo detto il 
Furlano et il Ferrarese compagni, MDXLV, fu da me descritto, di su una 
copia della Melziana, nelle Cursosità artostesche, 9-10. Anche il Bonei 
(II, 36 n.) cadde nell’errore di affermare che la canzone « fu attribuita all'A. 
« in uno dei primi opuscoli ciarlataneschi ». 

(4) Ci sono due travestimenti del Fursoso, XXVII, 117-21, XLIV, 61, sui 
quali v. le mie Curiosità ariostesche, 10-11 e 21-22, ove riporto il secondo 
travestimento (8 stanze), che fu riprodotto, dopo di me, anche da L. Frati nel 
Giornale, 69, 422-23; il quale ha dallo stesso codice riprodotto nelle Rime 
inedite del Cinquecento (Bologna, 1918) il madr. VIII (p. 91) come dell’Amanio; 
le ottave « Perugia a Papa Pavolo », di cui feci cenno a p. 209, e, adespoto, 
il son. VII, che ha la seguente nota: « Il sonetto del Ginebro non son certo 
< che dica così a ponto com'’io l’ho scritto; ma lo saprò più per agio e lo 
« corregyere[te] in tanto servitevene così come gli è... me’ ancora che son 
« tutto vostro e rac[comandatemi] a "1 vostro gentiliss. m. Gregorio ». Il co- 
pista non attribuisce dunque a questo Gregorio nè le ottave nè il sonetto, 
contro quanto dubitai a p. 209. 


Ò 


ie 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 245 


curato il nome dell’Ariosto in testa alla poesia, se questa fosse 
stata sua o l'avesse voluta attribuire a lui. Cade con ciò ogni 
dubbio su la presunta paternità ariostea e crollano così tutti i 
castelli in aria che dal Baruffaldi al De Gubernatis erano stati 
costruiti su la base della canzone, disputata da tanti autori 
nello stesso Cinquecento in modo che riesce quasi impossibile 
oggi scegliere a chi dare la preferenza. | 

Mentre due raccoglitori di rime del sec. XVI (N,, N,), in com- 
pagnia dei cerretani Furlano e Ferrarese, la riproducevano 
senza nome (1), il Giolito per due volte la stampava sotto il 
nome di Giulio Camillo Delminio (2), cui la riferisce anche un 
ms. laurenziano (3); ad un Gonzaga, forse Luigi, oltre da N,, 
ricordato dal Salza, viene attribuita da un anonimo annotatore 
del Cinquecento, in una copia del Secondo Libro della raccolta 
giolitina (4); il Ruscelli asserisce che molti la credevano del 
Fracastoro, ma a torto, soggiunge, perchè « è d’autor Bresciano », 
il cui nome però è da lui taciuto (5). A questi contendenti si 
possono aggiungere e l'Epicuro (6), e il Sannazzaro (7), e Jacopo 


(1) Vedi Nota bibliografica. 

(2) Rime di diversi nobili ecc., Giolito, 1547, p. 150; nella ristampa 
del 1548 è a p. 146. 

(3) La poesia porta in fine le parole Iu. Ca., che evidentemente signifi- 
cano Giulio Camillo; è il ms. laurenz. Asbh. 1297 (1223), c. 7a-8a, dei 
secoli XVI, XVII. 

(4) È una copia dell'Estense; in margine l’annotatore ha scritto L. G. che 
pere meglio indicare Luigi Gonsaga che Lelio Giraldi, quel Gonzaga che 
fore è ricordato in Furioso, XXXVII, 8-9; v. p. 187, n. 1. 

(5) Nelle Rime di diversi eccellenti autori bresciani, nuovamente raccolte 
d mandate in luce da G. RusceLLi, Venezia, Pietrasanta, 1553, pp. 225- 29; 
Il passo è riportato dal SaLza, Studi, 117 sgg. 

(6) In N; l’intestazione è: Epicuro, anzi il s. l. Gonzaga; può essere 
anche una svista del copista, corretta a tempo. 

(7) Con questo nome nel ms. C. 219 della Bibliot. Forteguerriana di Pi- , 
ttoia, una miscellanea di rime (f. 31), per la quale v. MazzatintIi, Inven- 
lari, I, p. 258, n, 152. 


Giornale etorico — Suppl. n° 22. 16 


246 @. PATINI 


de’ Servi (1), e il Varchi (2); e forse anche un certo Timoteo 
Corbellario Alessandrino (3); ben nove rimatori dunque, senza 
contare l’Ariosto, che ormai va definitivamente escluso, aspirano 
alla canzone (4). | 

Il Molini nella prima ediz. del 1822 pubblicò il son. XXXVII 
‘e il madrigale I!: 
Lassi, piangiamo, cimè! che l’empia morte 
Madonna, qual certezza. 


Fanno parte d’un gruppetto di poesiole, conservateci in Ni, 


. (1) A lui la riferisce il Doni nei Marmi (Venezia, Marcolini, 1552-53), 
nel 6° ragionamento della 1% parte; si ripete nella edizione del 1609 (Ve. 
nezia, Bertoni, p. 44), nelle Poeste pastorali e rusticali, Società Tipogr. 
de’ Classici ital.,, Milano, 1808, pp. 84-87, nella Raccolta di Lerici ital. dal- 
l'origine della lingua sino al sec. XVIII, compilata da Rosustiano GIRONI, 
Milano, Società Tipogr. de’ CI. it., 1808, Serie II, n. 170. Jacopo de’ Servi 
è un cieco improvvisatore, vissuto al tempo di Leone X; il Sarza (Studi, 
112-14), riportando il passo del Doni, propende per lui; ma anche questa 
affermazione (come altre) del bizzarro cinquecentista non mi pare che meriti 
troppa fede. 

(2) Al Varchi pensa il Polidori per molti riscontri con poesie sue, i quali 
riscontri il SaLza (Studi, 122-283) spiega però « come ripetizioni di nomi e 
« di motivi della poesia idillico-pastorale », e crede che, se il Varchi « non la 
« rivendicò a sè » nei suoi Componimenti pastorali (Bologna, Salvetti, 1576), 
« gli è perchè non era roba sua ». I fiorentinismi che il Polidori ha trovati 
nella canzone sono elementi infidi, perchè possono derivare anche dal copista. 
Certo la presenza della canzone in codici scritti dal Varchi ha un certo peso. 
‘ (3) Nel cod. 8583 del sec. XVI della Biblioteca dell’Arsenale (Parigi), 
e. 1706 - 172, trovo indicata una Canzon pastorale de Timotheo corbellario 
Ales.»°, che ha l’inizio della nostra canzone, ma termina con un verso al- 
quanto diverso (L’alte mie giore e le lodi d'amore); se la poesia è uguale, 
come pare, avremmo un nuovo contendente (v. MazzatintI, I mss. italiani 
della bibliot. di Francia, III, 137). o 

(4) Il più quotato parrebbe Giulio Camillo, lodato nel Furioso, XLVI, 12 
e apprezzato dai contemporanei (v. Giornale, 4, 230-838), sia per le due fonti 
che glie l’attribuiscono, sia perchè sì sa che molti cercavano « con lo splen- 
‘ « dore dei trovati di lui illustrare se medesimi »; così F. Parrizio, ne 
L’opera di M. Giulto Camillo, In Vinegia:; Appresso Alessandro Griffio, 
MDXXXIII, tomo 2°, p. 75. In esse c’è qualche poesia, ma non la nostra, 
per una Ginevra. 


PRR LE LIRICHE -DI LUDOVICO ARIOSTO 247 


donde il Molini li trasse alla luce, lasciando inediti i seguenti 
madrigali (II*, III!, IV!, V!): 


Madonna, al volto mio palido e smorto 
Madonna, s°t0 non vi veggio 

Altro non è °l1 mio amor che proprio inferno 
Com’avrò dunque il frutto, 


i quali, compresi tra il madrigale e il sonetto pubblicati dal 
Molini, sono dal compilatore del ms. riferiti all’Ariosto. Egli 
infatti, dopo aver copiate nelle prime 15 carte rime del Bembo, 
di Giovan Battista Strozzi, del Della Casa, del Martelli e d’altri (1), 
raccoglie in un gruppo, sotto la dicitura Incerti Authori, quelle 
a cui non sa dare con esattezza un nome (c. 15 d- 21 a), poi in 
un altro gruppo (21 a-22) quelle, a parer suo, dell’Ariosto, 
scrivendo in testa a c. 21a Messer Lodovico Ariosto; sotto, 
così, riporta cinque madrigali, l’uno di seguito all’altro, quasi si 
tratti d'una sola poesia (2), senza ripetere perciò su ciascuno il 
nome dell’autore; così come non ha ripetuto la dicitura /Incerti 
dopo il primo componimento del gruppo, il nome del Martelli 
dopo il primo del gruzzolo di rime a lui attribuite, ecc. 
Trascritti i madrigali, prima di copiare il sonetto ha premesso 
Messer L. A., volendo, senza dubbio, riferirsi all’Ariosto, l’ul- 
timo autore nominato, di cui ivi ha creduto di scrivere il nome 
abbreviato (3), perchè non era possibile confonderlo con altri. 
Tutto dunque il gruppo, secondo il copista, appartiene al Fer- 


(1) V. l'indice in MazzatintI-Pinror, XIII, 68-70; il Pintor (p. 70) de- 
scrivendo il codice pone il nome dell’A. solo ai due componimenti editi dal 
Molini. 

(2) Il copista, solito di lasciare uno spazio tra una poesia e l’altra, siano 
adespote o col nome o incerte, ha trascritto i cinque madrigali come un solo 
componimento, senza distacco, tanto che il capoverso dell'ultimo madrigale 
pell’Indice e nella descrizione del MazzattntI-PinTOR è posticipato di quattro 
versi (Deh, vi fussi sì nota la mia fede), i quali sono CONGISSEALI invece 
come una quartina del precedente. 

| (8) Così ha fatto per il Bembo; è bene avvertire che l’abbreviatura è della 
stessa calligrafia del nome scritto per intiero; v. Giornale, 10, 219. 


248 i G. FATINI 


rarese, al quale se, su la fede di lui, si dà una di queste poesie 
non c’è ragione perchè si debbano negare le altre. 

Ma qual valore ha l’affermazione del raccoglitore? Costui, 
raggruppando per lo più le poesie sotto ciascun autore, studian- 
dosi di porre il nome quando lo conosceva, e di tener distinti 
gli autori incerti, dà affidamento di oculata precisione. Questo 
in linea generale; per i singoli componimenti poi notiamo: 

1° Il sonetto, comparso, prima del Molini, in un opuscolo 
nuziale col nome di Luigi Alamanni (1), perchè l’editore nelle 
iniziali del ms. lesse senz’altro codesto nome, tratto forse in 
inganno dalle parole d’un verso, «’] nostro segretario antico », 
fu creduto composto dall’Alamanni in morte del Machiavelli (2). 
É questa una identificazione che contrasta non solo con la vo- 
lontà del copista, ma con lo stesso concetto del sonetto. Le pa- 
role « segretario antico » insieme con le altre « gentil pianta » 
significano un amico giovane, cui lo scrivente era solito aprire 
da tempo il suo cuore e mettere a parte dei suoi secreti. Come 
riferire al Machiavelli l’allusione ad una giovinezza rapita anzi 
tempo? Di lui, morto a 58 anni, poteva dirsì che 


. + . Sì verde in sul fiorir si schianta 
sì gentil ramo ..... ? 


Il gentit ramo che si schianta sì verde non richiama il 
ramo che forse era il più bello della stirpe Ariosta, la quale 
riceveva da questa morte una scossa grave, fatale? (Salire, 


(1) Saggio di poesie ined. di L. Alamanni, pubbl. per nozze Aldana- 
Biondi, Firenze, Margheri, 1819, p. 33 (per il MoreM). 

(2) Versi e prose di L. ALamanni, Firenze, Le Monnier, 1859, I, 333 
(a cura del RarraetLi). È curioso che la duplice attribuzione sia sfuggita per 
parecchi anni ai critici, fino al Carducci, il quale solo nell'edizione del 1881 
l’avvertì (pp. 28-29) e notò che « non vi sa trovare indizio o argomento da 
« riferirlo a Pandolfo, e così misero lo trova d’invenzione e di forma, che nè 
« pur lo crederebbe di L. Ariosto ». Anche l’Hauverte, Un exrilé florentin 
à la cour de Franco I, Paris, 1903, p. 565 lo riferisce all'Alamanni, senza 
saper nulla della contestazione ariostea. | 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 249 


VII, 219). Oltre a ciò, l’Alamanni, che dopo la congiura degli 
Orti Oricellari aveva trovato miglior fortuna in Francia, lon- 
tano dalla dimestichezza del grande storico, non poteva asserire: 


Per costui m’era ’l viver fatto amico, 
per costui sol temea l'aspra tua (della morte) guerra; 
or che tolto me l’hai, che puo’ tu farme? 


‘Tali espressioni sono più consentanee al dolore d’un amico 
che nell’estinto perdeva il compagno affettuoso d’una vita ama- 
bile e gioconda, il confidente cortese, come era Pandolfo Ariosti 
per Ludovico (1), che amaramente rimpiangeva in lui 


il mio parente, amico, fratello anzi 
l’anima mia, non mezza, ma intiera 
(Satire, VII, 220-21). 


Onde l’affermazione del copista N, ha per me indiscutibile so- 
stegno (2) nell'argomento stesso del sonetto. 

Non così sicura invece sembra l’attribuzione dei madrigali; 
dei quali il primo, adespoto in R, e N,, con altre rime del- 
l'Ariosto parimente senza nome, dal vocabolarista Luna (3) è 


(1) Per le relazioni di Pandolfo con Ludovico v. Carpucci, XV, 162 sgg. 
e le mie Opere minori, 250-51, 306-7. Il Bertoni (Op. cit., p. 300) da un 
documento ricava che la morte di Pandolfo avvenne dopo il 1504. 

(2) Il Gentile, riferisce il PàrcoPo (Giornale, 10, 219), propenso a consi- 
derare adespoti i madrigali, non ha dubbi su l'autenticità del sonetto. 

(3) IN Vocabulario di cinquemila Vocabuli Toschi, non meno scuri che 
vili e necessarii, del Furioso, Boccaccio, Petrarca e Dante, noramente 
dechiarati e raccolti da Fasricio Luna, Napoli, 1536; sul quale v. E. Per- 
‘oro, Dragonetto Bonifacio, in Giornale, 10, 218 sgg. Il Luna alla parola 
Qual riporta il madrigale, soggiungendo: « Così il gran Bonifacio in questo 
‘suo madrigale ». Se la testimonianza del Luna infirma quella di N,, non 
diremo però col Pèrcopo che sia « più che sufficiente » per dimostrare falsa 
l'attribuzione ariostea, tanto più trattandosi di un raccoglitore di vocaboli 
che non doveva occuparsi dell’autenticità o meno delle poesie che casualmente 
Tiferiva. Anche l’osservazione che il madrigale trovasi adespoto in R; con 
altre rime di napoletani non ha gran peso. perché lo stesso R, contiene poesie 
di scrittori non napoletani, fra i quali l’Ariosto stesso; v. (Vota bibliografica. 


250 G. FATINI 


assegnato a Dragonetto Bonifacio, noto appunto per i suoi gra- 
ziosi madrigali; il secondo, adespoto anch'esso in R,, è riferito 
allo stesso rimatore in un codice di Monaco di Baviera, donde 
fu dato alle stampe dal Torraca (1), mentre in N, è sotto il 
nome di P. Egidio (2); il quarto, senza nome in R, e N,, en- 
trambi. con rime sicuramente dell’Ariosto, è attribuito a Filippo 
Strozzi nel cod. 8583, f. 176 della Bibliot. dell'Arsenale di Pa- 
rigi (3); il quinto, adespoto in N,, e d’incerto in N,, è dato a 
Pietro Barignano (4) in N, e C,, in mezzo ad altre rime dello 
stesso autore; al Navagero (5) invece lo riferisce N,,- 
| Im tanta discordia di attribuzioni non è facile indicare il vero 
autore, non solo perchè le fonti onde provengono le nuove pa- 
ternità sono o fra loro discordanti o di per se stesse infide, ma 
anche perchè, trattandosi di poesiole che paiono sgorgate da 


Vedi pure del Pèrcoro, Madrigalisti napoletani ecc., Napoli, 1887 (nozze 
Renier-Campostrini), pp. 10-11. Su le affermazioni del Pèrcopo, il PrrazzoLi 
(Giornale, 48, 135 n.) e il Barone (Giornale, 55, 309 n.) hanno escluso 
dalle rime autentiche il madrigale I!. 


(1) Rimatori napolitani del Quattrocento (dall'Annuario del R. Istituto 
Tecnico di Roma, 1884); il Torraca pubblica (pp. 34 sgg.) dodici madrigali 
del Bonifacio, e fra questi il nostro, presi da un codice di Monaco, che non 
sappiamo quale valore possa avere. | 
‘ (2) Veramente in N, il madrigale manca, essendo stata strappata, con le 
car‘e 16-17, la c. 18 dove era trascritto e donde lo pubblicò il Truccui 
(Poesie cit., III, 300) col nome di P. Egidio; ma per la poca attendibilità 
del ms. vedi pp. 186-87. L'autore, indicato dal ms., è forse il cardinale Egidio, 
che scrisse pure una ('accia d'amore (Bongi, I, 224). 

(3) Lo vedo citato in MazzatiINnTI, I mss. ital. delle Biblioteche di Francia, 
III, 137. 

(4) Il madrigale è a c. 986, dopo un gruppetto di Sonetti et Matricali 
de ms. Pietro Barignano, ma il nome nel nostro è d'altro carattere. 

(5) Prima (c. 22 a) il madr. Leggiadre donne che quella bellezza col nome 
« del Navagero venitiano », poi (c. 22 5) « del m.° venitiano » il nostro. 
Pare che lo stesso si trovi, adespoto, nel cod. oratoriano 189, p. 197, col 
capoverso Del, fussi almen sì nota la mia fede, che è il 5° verso della poe- 
siola; v. G. BsocxoLiao in Studi di letterat. ital., VII, p. 128; con lo stesso 
capoverso s'inizia un madrigale in N,, che però è in una lezione assai mo- 
dificata; vedila riportata nella mia edizione laterziana. È adespoto nel cod. 
sen. H. X. 28 (c. 12). 


PER LE LIRICHB DI LUDOFICO ARIOSTO 251 


una sola mente, con tutta probabilità potrebbero appartenere ad 
un solo poeta (1). E per quanto questa circostanza concorra in 
favore dell’Ariosto, fra la testimonianza del Luna, che scriveva 
nel 1536, e l'autorità di N, che dell’attribuzione al Barignano 
trova conferma nel codice ravennate (C,), quasi tutto dedicato 
al gentile madrigalista di Pesaro, è prudente considerare dubbî 
tutti e cinque i madrigali, anche quei due per i quali non si 
conoscono presunti autori (2). 
Il Polidori raccolse nella sua edizione 

Deh, chi sent’io, mie dolci rive amiche, 

Non è più tempo omas sperar ch'io pieghi 

Vo navigando un mar d’aspri martiri 

Or che la terra di bei fiori è piena 

(canz. IV?, capp. XXIII, XXIV, XXVI). 


Da R,, ov'è adespota, L. M. Rezzi, bibliotecario della Barberi- 
niana, col nome dell’Ariosto, pubblicò in un opuscolo nuziale (3) 
la canzone. Nessun indizio che il compilatore del ms. abbia a 
lui pensato, trascrivendo la poesia; nessun cenno in essa che 
permetta neppure un dubbio su questa paternità. Ma il Rezzi, 
attratto dall’a/legorico genebro, convinto dell'amore di Ludo- 
vico per una Ginevra (4) e, però, dell’autenticità della canzone 
pastorale, ricorrendo a speciose argomentazioni, l’ha stampata 
come cosa dell’Ariosto. L'abilità del poeta nel contemperare il 
concetto allegorico alla passione (5), l’unità del componimento, 


(1) A favore di questa ipotesi sta. pure il fatto che alcune di esse com- 
paiono quasi sempre insieme. 

‘ (2) Del 3° madrigale non ci è stato possibile trovare copia nè a mano nè 
LÌ stampa. 

(3) Vedi p. 189. 

(4) Il Rezzi è costretto, per adattare la canzone a guesto amore, a fare di 
Ginevra una fiorentina, che abbandona, forse in compagnia del marito, l’Arno 
Per passare in Francia, 

(5) Due pagine sono consacrate alla dimostrazione di queta abilità che è 
Piuttosto artificiosità; eppure anche il Puoti la reputò degna dell'Ariosto; 
'. P. Picco, Op. cit., p. 39 e 108-09. 


252 G. FATINI - 


in cui « ogni stanza corre libera da sè e sciolta al tutto dalla 
legge del dover esser l’una uniforme all’altra », provano al Rezzi 
trattarsi d’un artista esimio del Cinquecento; fra coloro che 
hanno cantato una Ginevra non c'è che l’Ariosto (1). Ecco dunque 
una nuova poesia del gran Ferrarese. Non vale la pena d’insi- 
stere oltre su questa arbitraria attribuzione, priva di ogni base 
sia nel ms. (2) sia nell’argomento (3); come non è il caso di 
fermarsi su due sonetti, inediti, che io mi sappia, nello stesso 
codice: 

Qui dove Arno ’l mio pianto amaro accoglie 

O sonno, or che la notte umida, cnbrosa 


(sonn. VI3, VII); 


i quali, trascritti di seguito alla canzone e diretti evidentemente 
alla stessa donna, hanno nel catalogo barberiniano questa nota: 
«Questi due Sonetti seguono l'argomento della Canzone prece- 
dente, e se questa fosse dell’Ariosto, del medesimo Autore 
uovrebbero essere î due Sonetti » (4). 


‘ (1) Non trova il Rezzi che un oscuro Rosello di Piacenza, che abbia can- 
tato una Ginevra; eppure a lui che « senza giattanza può affermare d'aver 
« letto, pressochè tutti i canzonieri e i tanti libri di rime raccolte da pa- 
« recchi » non dovevano sfuggire un Varchi, un Giulio Camillo ed altri 
(Bernardo Tasso lo ricorda) che dedicarono versi a Ginevre reali o simboliche. 
. (2) Nel catalogo ms, della Barberiniana è indicata così: Canzone metafo 
rica sovra il Genebro; nel ms. la didascalia manca; come manca quella data 
nella stampa del Rezzi: Per la partenza di Ginevra - Canzone. La canzone 
faceva parte del vecchio codice n. 3009, che con altri ha formato il nuovo. 
(3) Il PoLipori (I, 468-69 n.) vi trova qualche somiglianza con la cansone 
pastorale, onde propende a crederla dello stesso autore, ma poco dopo si dis- 
dice; perchè questa somiglianza non c’è, nè la pastorella ha nulla di comune 
con la fiorentina, « sostegno saldo e fido » del poeta. Vedi pure SaLza, Studi, 
105-06. Quanto poi al pregio della poesia, è assai scarso e l'irregolarità me- 
trica è, in quel tempo, indizio d’un mestierante, come osserva il Salza, non 
d’un vero artista, 
‘ (4) Portano nel catalogo questo titolo: Nella partenza della donna amata; 
l'argomento è analogo, ma la calligrafia dei due sonetti non è quella della 
canzone. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 253 


Il capitolo XXIII, edito dal Trucchi (1), fu dal Polidori rele- 
gato tra le poesie dubbie; ma si trova in N,, dove esplicita- 
mente è detto Dell’Ariosto, come esplicita è l’attribuzione in 
P,, D,, che presentano notevoli varianti, dovute certo a diver- 
sità di fonte. Perciò con questa triplice testimonianza di codici 
di per sè autorevoli non è ammissibile dubitare dell’autenticità 
della poesia, che si presenta, al pari di tante altre sue com- 
pagne, taluna dello stesso Ariosto, come un esercizio d'imitazione 
petrarchesca (2), nel quale il poeta si è compiaciuto ripetere, su 
l'esempio del Petrarca, l’emistichio del primo verso al principio 
d'ogni terzina. 

I due capitoli XXIV, XXVI 
Vo navigando un mar d’aspri martiri 
Or che la terra di bei fiori è piena 


furono raccolti nell’edizione polidoriana da un opuscolo del 
Veludo, che li aveva tratti da V,, di dove però non s'era cu- 
rato di pubblicare il capitolo 


Sì come a primavera è dato il verno, 


anch'esso nello stesso codice. 

. Questo codice è una ricca miscellanea di documenti letterari 

e poetici, dei sec. XV e XVI (3), messa insieme certamente da 

un Veneto o da persona che fu in Venezia, nei primi decenni 
del Cinquecento ; egli, raccogliendo quattro capitoli, l’uno di 
; Seguito all’altro, premise per tutti un'unica didascalia (c. 287 a): 

M' Ludouico Ariosto da Ferrera, con l'intenzione palese di 

riferire tutto il gruppetto a Ludovico (4). Chi copiò queste poesie 


——_ —______ 


(1) Poesie italiane, III, pp. 176-78; il T. lo trasse da N}. 

(2) I SaLza (Studi, 80-81) esita ancora a considerarlo autentico per lo 
Karso pregio, per quanto lo annoveri fra le poesie giovanili dell'A. Del resto 
k rassomiglianze da lui rilevate col Furioso (Studi, 85-86) e con altre rime 
#no una conferma della sua paternità. 

(8) Da qualche passo si ricava che siamo intorno al 1522. 

(4) Ciò risulta non solo dal distacco tra questo gruppo e gli altri, ma 


— — 


354 G. FATINI 


non fu certo un semplice amanuense, ma una persona colta e 
degna di fede, desiderosa di raccogliere testi contemporanei per 
più rispetti curiosi, una specie di Marin Sanudo letterario, la 
cui testimonianza è apparsa meritevole di fiducia più d'una 
volta anche a recenti studiosi (1). Nel caso nostro poi l’auten- 
ticità del primo componimento (cap. XXII), già a stampa, per 
altre vie accertata (2), è garanzia della veridicità del raccogli- 
tore e, perciò, della esatta attribuzione dei due capitoli editi 
dal Veludo e del terzo tuttora inedito (3), i quali, rifiutati pro- 
babilmente dall’Ariosto, giravano dispersi già da tempo. Nè va- 
lida obiezione può venire dalla meschinità loro, perchè, tranne 
il secondo del Veludo un po’ più elevato di fattura, sono forse 
esercitazioni giovanili, nelle quali è vano cercare, attraverso il 
formulario vieto e vacuo del linguaggio amoroso, un accento di 
vera passione (4). Qua e là in esse poi s’incontrano espressioni 
e concetti di altre rime ariostesche, specialmente nel secondo 


anche dalla dicitura: Captt. del Arioste (sic), preposta al capitolo inserito 4 
c. 324 b, intitolazione che poteva essere trascurata, trattandosi dèl capitolo 
già trascritto a c. 287 a (il primo del nostro gruppo). Nell’Indice che pre- 
cede il codice (Tavola della Raccolta di Rime) si legge: Capitoli tre di L. A., 
cioè Lasso che bramo più..., Sì come a primavera..., Hor che la terra de 
bei fiori; vi si trascura Vo navigando... 


(1) Cfr. V. Rossi, in Giornale, 1, pp. 24, 34, 86, 37; 18, 144; 15, 192; 
26, 82, ecc.; E. Lovarini, Antichi testi di letterat. pavana, Bologna, 1894, 
pp. 49, 55, 66, 76, 84, 209; Un allegro convito di studenti a Padova, Pa- 
dova, 1889; E. ZerBini in Giornale, 9, 303-04; G. MonticoLo, « Vite dei 
Dogi » di Marin Sanudo, pp. 370, 379, 412; F. Novati, Carmina M. E. 
Firenze, 1883, pp. 29-30, ecc. 

(2) Vedi pp. 214-15. 

(3) Il Veludo lo trascurò « poichè nulla ritiene, per suo avviso, di quella 
« passione che nelle amorose elegie del gran Ferrarese è spesso eloquente ed 
« energica; nè altro presenta, per vero dire, che un’amplificata enumerazione 
« dei malvagi effetti della gelosia »; per consimili enumerazioni vedi pure i 
capitoli XVIII, XIX, il centone di cui fra poco parleremo, ecc. 

(4) Il capitolo Vo navigando tratta d’uno dei soliti argomenti amorosi non 
sconosciuti all'A.; per il v. 8 cfr. son, XVII, 6; per il v. 24 cfr. cap. VIII, 16; 
v. 28 v. cap. I?, ecc. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 255 


che richiama da vicino il noto cap. XII (1), molto più di quel 
che non creda il Polidori, che trovò difficoltà ad ammetterlo tra 
le rime autentiche anche per l’argomento (2). 


AA 
Nello studio su la poesia latina dell’Ariosto il Carducci fece 
conoscere le poesie: 
Quando ogni ben della mia vita ride 
L'arbor ch'al viver prisco porse aita 
Chi di cose celesti al mondo cura 
Deh, se sempre vi sia pietoso amore 
IMustrissima Donna, di valore 
Mentre che Daphns il grege errante serba 
(mad. XII, son. XXXVI, son. VIII?, mad. VI!, son. XLI, egl. II). 


Il madrigale XII, che edito già dal Carducci nelle Veglie 
lelterarie (3) e dal Guasti ‘alcuni anni dopo, nel Propugna- 
tore (4), traendolo entrambi da Rono., suscitò i dubbî di Luigi 
Muzzi per « quelle antitesi e que’ concettini troppo bellini », 


(1) L'argomento è analogo a quello del cap. XII, ma vi s'incontrano pure 
espressioni e concetti somiglianti; cfr. vv. 10-12 con cap. XII, 37-39; 19-31 
con cap. XII, 1-27; vv. 40-42 con 47-48, ecc. 

(2) N Polidori avverte che « nulla è che conduca a credere a questo amore, 
‘«corrivo un po’ troppo e deluso, verso una fanciullina (volendo attenerci 
‘alla più benigna interpretazione) che da lui fosse già tutelata e protetta 
*(vr. 70-80); e meno poi al proponimento espresso nel verso 85 e seguenti ». 
Senza fondamento è il sospetto lanciato con l'inciso; è chiaro che si tratta 
d'un lamento rivolto ad una donna; il signore ricordato al v. 12 e 68 è 
Amore. Quanto alla fanciullina, ammesso pure che non si tratti di esercita- 
zione poetica, donde esuli la realtà dei sentimenti del poeta, essa non sa- 
febbe tanto bambina da fare arricciare il naso ai critici; è una giovinetta, 
già sviluppata, e, a quanto pare, già divenuta donna. Che ne fosse tutore 
l’Ariosto nulla sappiamo; forse il poeta ha voluto dare alla frase un signifi- 
tato generico; certo è che il proponimento del v. 85 non va preso alla lettera. 

(3) Anno I, n. 9, p. 144; il C. lo riportò pure in tutte le edizioni del 
volume ariostesco. 

(4) Bologna, IlI (1870), p. 418, ove è pure il giudizio del Muzzi. 


256 G. FATINI 


che gli sembravano più conformi al Guarino, al Chiabrera, al 
Tasso. Il Carducci però ebbe a rilevare che la data del codice 
roncioniano è del 1540 e che la poesiola è « libera versione, 0 
piuttosto imitazione, di un carme del Pontano... » (1). L'autorità 
del ms. che riporta molte poesie di Francesco Fedro Inghi- 
rami (2), il raccoglitore, ha una conferma in un gruppetto di 
stanze, precedenti il madrigale, le quali ‘pure crediamo appar- 
tengano all’Ariosto. 

Il raccoglitore del ms., preponendo alla poesiola le parole 
« Del medesimo », ci richiama appunto al componimento di sei 
stanze 

Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio 
(Fram. XI) 


esplicitamente dette ‘« Di ms. Lodovico Ariosto ». Veramente, 
essendo le ottave in istretta parentela col cap. XIII e col Fu 
ri080, XLIV, 61-66, coi quali hanno in comune l’argomento 
non solo, ma anche l’espressione e il tono, sembrerebbe più 
naturale riguardarle come rifacimento d’un innamorato della 
poesia ariostea, meglio che come un’autentica composizione ri- 
maneggiata dall’Ariosto stesso di su il poema e il ternario (3). 
Ma che siano il rimaneggiamento d’un estraneo viene escluso 
non tanto dalla data del codice roncioniano (1540), che le ri- 
porterebbe ad un’epoca in cui assai probabilmente il capitolo 
non era conosciuto, quanto dalla concorde testimonianza di 8, (4), 


(1) Opere, XV, 33-34; il carme è preso dagli Hendecasillabi, I, 15 (44 
Batyliam); una versione della stessa poesiola in cod. magliab. II, III, 884 
di Dionigi Atanagi, e in cod. Asbhur. 1073, c. 42 d. Vedi pure B. SoLpari, 
La fortuna d'un epigramma del Pontano (per nozze Ferrari-Toniolo), Pe- 
rugia, 1906. | 

(2) È di Volterra, forse un parente del famoso Tommaso Inghirami, ìl 
Fedra. 

(3) Su la relazione tra il capitolo, il Furioso e le nostre ottave, v. le mie 
Curiosità artostesche, pp. 1-6, 12-16. 

(4) Il testo di $, fu da me riportato in Appendice alle Curiosità ario- 
stesche, pp. 16-18. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 257 


che, pur provenendo da fonte diversa da Rono., riferisce le 
stanze all’Ariosto. Esse costituiscono un componimento lirico in 
ottave, nato, con molta probabilità, da una trasformazicne del 
ternario, che avrebbe abbandonato la terza rima per il sonante 
e melodioso ritmo dell’ottava, non si sa se in origine con lo 
scopo di passare poi nel poema o no. È certo però che come 
questo non sarebbe dell’Ariosto il primo componimento lirico in 
ottave, così non sarebbe neppure l’unico (1) che abbia avuto la 
ventura di entrare a far parte, con opportune modificazioni, 
del Furioso. 

Il son. XXXVI, pubblicato dal Cappelli nella seconda edizione 
delle Leffere (1866) e dal Carducci non creduto degno di molta 
attenzione (2), forse per la fattura, trovasi disperso in E,, in 
mezzo a poesie latine e volgari della fine del quattrocento e del 
primo decennio del cinquecento, le più di scrittori ferraresi o 
vissuti in Ferrara, come il Bembo, l’anonimo detrattore di Nic- 
colò Ariosti, il Collenuccio, Francesco e Malatesta Ariosti, Ga- 
spare Sardi, ecc. È chiara l'intenzione del raccoglitore, che pare 
il Sardi, di fermarsi su scrittori, vissuti alla corte estense, coi 
quali aveva familiarità o almeno conoscenza; perciò è impro- 
babile che facesse una confusione di nomi, specialmente se di 
coetanei, o s’inducesse a fare cervellotiche attribuzioni (3). 
Quale interesse poi avrebbe avuto a dare all’Ariosto una mo- 
desta poesia quando il nome del giovane Ludovico suonava an- 


i 


(1) Vedi Fram. X, di cui a pp. 236-37. Il Salza in una lettera mi scriveva 
di credere che si trattasse del passo del Furioso « in una prima redazione 
‘ dell'autore stesso ». Un sonetto con lo stesso verso iniziale Yo 80 quel che 
fui sempre et esser voglio, anonimo, trovasi nell'Archivio storico municipale 
di Gubbio, segn. 1. D-2, fondo Armanni, n. 45 (già Biblioteca Comunale): 
v. Mizzarinei, Inventari, I, 232 sgg. 

(2) Opere, XV, 31-32; ma nella prima edizione del suo studio, ove pur 
dette il sonetto (p. 271), non ne fece cenno. 

(3) Così il raccoglitore ha lasciato senza nome i sonetti contro Niccolò, 


ha dato a Francesco e a Malatesta Ariosti componimenti d’indubbia auten- 
ticità, 


258 ; | G. FATINI 


cora umile fra i cortigiani d’Ippolito, che da poco lo aveva 
preso ai suoi servigi ? 

Alla paternità ariostea s’addice pure la circostanza che sug- 

gerì il sonetto, l’elezione cioè di Giulio II; il cui avvento al 
papato, dopo il burrascoso periodo del pontificato borgiano, fu 
salutato con auguri e con speranze anche a Ferrara, special- 
mente nella corte degli Estensi, che forse trepidavano per le 
loro tranquille relazioni con Roma (1). L’Ariosto, per compia- 
cenza verso Ippolito o di propria iniziativa, partecipò al coro 
poetico in onore del Della Rovere, del quale più tardi non ebbe, 
certo, da rallegrarsi molto. . 
Il sonetto VIII* fu dato all’Ariosto come inedito dal Carbone (2); 
ma il Carducci osserva che « leggevasi già ‘fra le rime di Gan- 
dolfo Porrino » (3); al quale ben volentieri si restituisce anche 
perchè R,, onde lo trasse alla luce il bibliotecario della Casa- 
natense (4), non lo riferisce affatto a Ludovico. 

Il madrigale VI' comparve fin dalla prima edizione nello studio 


(1) Vedi V. Cran in Giornale, 29, 422-24 per le lodi poetiche che segui- 
rono l'elezione di Giulio II, fra le quali manca il nostro sonetto. Nel ms. non 
c’è la didascalia apposta dal CarppeLLi nella stampa (Sonetto di L. A. a 
Giuliano della Rovere eletto papa nel 1503 col nome di Giulio IT), ma la 
sola intitolazione « Di M. Lodovico Ariosto ». 

(2) Rime inedite des Quattro Poeti, ecc., 1872. 

(8) Opere, XV, 32. Pur nella edizione del 1876 il C. avvertì l’errore 
(p. 274), che era stato ripetuto dalla INustrazione popolare di Milano, XII, 
1875, n. 5, p. 71; e, meno scusabile, vent'anni dopo, da A. Marrann, Illxu- 
strazione di un sonetto inedito di L. A., ricordato; ove il M. presenta alla 
Regina Margherita come una novità singolarissima il sonetto da lui sco- 
perto (s:c) nella Casanatense, sul quale intesse pagine -piene di spropositi € 
di fantasticherie, senza curarsi nè della pubblicazione del Carbone, nè di 
quella notissima del Carducci; figuriamoci se poteva conoscere le Rime di 
Gandolfo Porrino (Venetia, Michele Tramezzino, 1551, p. 57), che è il vero 
autore. Sul modenese Porrino v. S. De Sanctis, G. P. e F. M. Molza in 
Scuola Romana, IV (1885-86) e F. FLamini, 27 Cinquecento, p. 226. 

(4) Il Carbone trovò a c. 18a il son. IX con la dicitura « Del Ariesto »; 
nel verso della stessa carta senza nome, il sonetto del Porrino, che egli prese 
senz'altro come dell’A., al pari di cinque stanze (c. 64) aventi il nome del 
Ferrarese, che erano già conosciute tra le rime dell’A.; su le quali v. p. 236. 


Fon calli 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 259 


del Carducci, che lo trovò in F,, ove compaiono pure otto stanze 
da me pubblicate (1): 


Qual fiero sdegno a sì gran sdegno mossa 
(stan. IV?). 


Chi raccolse le poche carte ariostee che oggi formano F,, dal 
titolo Alcune rime italiane originali di messer Ludovico 
Ariosto, forse considerò autentici tutti i cinque componimenti 
ivi compresi, l’epicedio cioè in morte di Eleonora d’Aragona 
(cap. I), i due sonetti contro il Trotti (XXXIX, XL) e le due 
poesie di cui ci occupiamo (mad. VI‘, stan. IV*). Ma l’indipen- 
denza fra componimento e componimento risulta evidente solo 
che si scorra il codicetto, che, come già osservammo (2), consta 
di carte differenti di forma e per tempo. Perciò, se su l’auten- 
licità dell’epicedio e dei sonetti ci siamo pronunciati favorevol- 
mente per motivi intrinseci ed estrinseci alle carte che li ri- 
portano, sul gruppo di stanze che nella disposizione del codice 
seguono subito i sonetti, per l’anonimia, per l'argomento, per il 
loro spiccato carattere di centone costruito su di un’ottava dello 
stesso poema, per la calligrafia d’un tardo cinquecento, l’opi- 
nione nostra è che siano apocrife (3). 

Qualche dubbio invece resta su l’autenticità del madrigale, 
datoci dal Carducci, il quale, trascritto nell'ultima carta del ms., 
anch'essa di misura e calligrafia diversa dalle precedenti, non 
porta nè nome nè “didascalie. Può darsi che la mancanza del 
nome derivi dal raccoglitore che, unendo il foglio ad altre carte 
per lui sicuramente ariostee, non abbia sentito la necessità di 
apporvi la paternità che forse risultava chiara nel fascicolo o 
nelle carte con le quali era confuso il madrigale; certo è che, 


Lr 


(l) Curiosità ariostesche, pp. 18-20. 

(2) Vedi p. 183. 
| (3) Per questa dimostrazione, a dire il vero, ovvia, e per le relazioni tra 
- e il Furioso, XLIV, 61, v. le mie Curinsità ariostesche, pp. 6-9, 


260 G. FATINI 


- 


. se per il Barotti e il Baruffaldi esso era autentico (e non si può 
assicurare, perchè è per lo meno sospettosa la mancata pubbli- 
cazione da parte loro (1)), e se per il Carducci e per il Salza (2) 
l'autenticità è provata, anche per l’argomento, per noi invece, 
l'argomento stesso, indeterminato (3), accresce quei dubbi che 
la mancanza del nome nel foglio ha provocati. 

Il sonetto XLI e l’egloga II 


IMustrissima Donna, di valore 
Mentre che Daphni sl grege errante serba 


passarono nello studio carducciano da un opuscolo del Landoni, 
che li aveva rintracciati in una ignorata edizione delle Salire 
del 1561 (4). Gli editori di questa stampa fin dal frontespizio 
accennano a componimenti diversi dalle Satire, scrivendo « con 
alcune cose Di nuovo aggiunte »; dopo infatti i sette compo- 
nimenti oraziani, segue (c. 33 d) « Egloga Pastorale », poi (34 db), 
(Sonetto) « Alla Signora Vittoria Colonna », infine (35 a) un 
« Capitolo »: tre poesie delle quali noto fra le rime solo il ca- 


(1) Invece, del codicetto dal suggestivo titolo Alcune rime originali il 
Barotti dava alla luce per il Pitteri il componimento in niorte della duchessa 
e i sonetti maledici contro il Trotti. 

(2) Il Carducci tanto nell'edizione prima (pp. 277-78) quanto nella defini- 
tiva (pp. 85-36) non accenna a dubbi; il Salza è propenso per l'autenticità 
nel Giornale, 58, 421-22, e lo mette in relazione col capitolo X. 

(3) Il Carducci lo crede composto « quand’era o andava commissario in 
« Garfagnana », onde si lamenta della ria « fortuna », che lo costringe « a 
« far... partita dalla sua donna » per andare lontano, col solo conforto 


che, com’io porterò di monte in monte 
voi sempre in cor tra fredde nevi acceso, 


così lei lo ricorderà continuamente. Che sia un viaggio in Garfagnana è pos- 
sibile, ma non è certo, perchè l’A., come ci fa sapere nelle Satire e nel ca- 
pitolo X, non pochi viaggi fece per i suoi Signori; quel di monte in monte 
può alludere anche agli Appennini. 

(4) Le satire di M. Lopovico Ariosto con alcune cose di nuovo aggiunte, 
in Pesaro, appresso gli Heredi di Bartolomeo Cesano, et Guid’ Ubaldo 
Bicillo da Vrbino Compagni, l’anno MDLXI; v. p. 171. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 261 


pitolo V, che era stato pubblicato fino dalla edizione del Mo- 

Se consideriamo l’indiscutibile autenticità del capitolo (1), la 
possibilità che i due editori, il Bicillo e il Cesano, abbiano rac- 
colto le tre poesie o da qualche stampa o da qualche mano- 
scritto, sfuggito fin allora agli studiosi, e per opera loro tratto 
dal lungo oblio (quel di nuovo significa or ora, di recente, 
non per la seconda volta, nè inedite, come intese il Landoni); 
se teniamo presente che i due editori, non avendo alcun inte- 
resse a spacciare per merce ariostea quella che ad essi non ri- 
| sultava tale, avrebbero invece con una falsa attribuzione smi- 
nuito il valore della loro edizione delle Satire, comprenderemo 
che i dubbî vagamente toccati dal Carducci (2) non hanno fon- 
damento. Anche l’argomento, come certe frasi, un certo modo 
di colorire il pensiero, tanto nell’egloga quanto nel sonetto, 
giovano, se mal non ci apponiamo, a dissiparli. In quella l’Ariosto 
forse per incarico, forse per compiacere i Gonzaga, piange la 
morte d'un Medici « un pastor Fiorentino » come una iattura 
per Mantova (3); nel sonetto, indirizzato « Alla Signora Vittoria 
Colonna », si conduole con una «illustrissima donna », cui è 
morto il marito. Forse gli editori, se pur il nome non era nella 
copia ms. donde traevano le cose nuove, vi ravvisarono la Co- 
lonna, per l’espressione « di valore — alta colonna »; può es- 
sere (4), ma può anche riferirsi ad altra gentildonna, come a 


(1) Trovasi tanto in Cp (48) quanto nei due F, e F, (43, 34). 

(2) Solo nella edizione definitiva (29, 34); il Fermi (Op. cit., p. 290) per 
«forti motivi » che però non espone, considera spuria l’egloga. 

(8) Non è chiaro se il pastor fiorentino sia Leone X che fu molto bene- 
tile coi Gonzaga, specialmente con Isabella (v. Luzio-RENIER, Mantova e 
Urbino, Roma, Torino, 1893, capp. V, VI), ovvero Giovanni dalle Bande 
Nere; il Landoni la dice « sicuramente dettata a piangere qualche distinto 
‘ fiorentino morto a Mantova », ma non sa dire né congetturare chi sia. 

(4) L’A. la cantò nel Furioso, XXXVII, 16-22, XLVI, 9; anzi è fama 
che la novella di Drusilla sia stata aggiunta per esaltare nell’esordio la Co- 

come esempio di virtù e di fede maritale (Bonai, I, 372-73). 


Giornale storico — Sappl. h° 23. 17 


262 ‘ @. FATINI 


Filiberta di Savoia, anch’essa orbata del marito, enfaticamente 
esaltato dall’Ariosto, e pur essa esempio di' fedeltà coniugale (1). 

Due volte, dall’Arlia (2) e dallo scrivente (3), furono dati col 
nome dell’Ariosto i quattro componenti: 


Occhi vaghs e lucenti 

Tosto ch’in questa breve e fragil vita 
Queste saranno ben lacrime, questi 
Un bello awrato velo all’aurea testa 


(canz. V*, son. III?, canz. VI®, son. IV?). 


Si trovano, frammisti a rime ariostesche, in 8,, che esplici- 
tamente li riferisce a Ludovico (4), ma a torto, perchè i primi 
due, cioè la canzone e il sonetto, spettano a Francesco Maria 
Molza, come ne fanno fede stampe e mss. (5); gli altri due, 
parimente canzone e sonetto, in raccolte liriche a mano e a 
stampa del Cinquecento, correvano già col nome di Niccolò 
Amanio (fé). 


(1) Più adatta a Giuliano l’espressione « anzi ’l cangiar del pelo », perchè 
egli morì in età più giovanile del Pescara; così se nelle due terzine si allude 
a figli, Giuliano lasciò Ippolito, che fu poi cardinale, mentre il Pescara non 
ebbe discendenti. Il Landoni non dubita che il son. sia per la Colonna, per 
quanto lo trovi poco bello, perchè l’A., « forse non troppo commosso alla 
« morte del tristo Marchese di Pescara », mirava con esso probabilmente solo 
a «crescere a sè grazia nell'animo della bella e valorosa vedova di lui » 
(pp. 251-52 dell’ediz. 1876). 

(2) Il Borghini (periodico), 1878-79, IV, V. 

(3) Nella Miscellanea a V. Cian, Pisa, Nistri, 1908; v. p. 172, n. 1. 

(4) Il compilatore riporta altre poesie, indubbiamente autentiche; v. la 
tavola nel mio articolo Quattro poes:e, pp. 6-7. 

(5) La canzone Occhi vaghi e lucenti è nelle Poessie di F. M. Molza colla 
vita dell'autore scritta da P. Serassi, Milano, 1808, pp. 225-27; in N, (selo 
la prima strofa), adespota in K; il sonetto Tosto ch’in questa... è nei Fiori 
del RuscetLI (1558, p. 246), nel Primo volume delle rime scelte, 1590 (Gio- 
lito), p. 111, in tutte le principali edizioni delle liriche del Molza, in M,; 
adespoto in Rs, in H. X. 28 (c. 36), che invece riporta col nome del Molza 
la canz. V? (c. 44). i 

(6) La canzone è dell’Amanio in N;, nel cod. barberiniano latino 1858, 
c. 194 b- 195 d come « Di Amanio Nella morte d’Hippolito suo figliuolo »; 


PER LE LIRICHE DI LUDUVICO ARIOSTO 263 


Il Lisio, da un rarissimo opuscolo ariostesco, pubblicò il 
centone 
Arsi nel mio bel foco un tempo quieto 
(cap. XXVII) 
e il sonetto 


I dolci baci e replicati spesso 
(son. I), 
limitandosi a ricordare altri tre sonetti e due ottave ivi con- 
tenuti: 

O delscie d’amor lustro e bel crine 

O bella man ch’sl fren del carro tieni 

O infastidito gia col cantar mio 

Se ’l fuoco ch’ho nel petto fusse foco (ott.) 

Se ’1 giaccio d’Ida ove ancor Trota piange (ott.) 

(sonn. XXV, Il1?, XXIV', stan. III°, II?) 


Chi sia Bernardino Padovano, detto il Maraviglia, non è riu- 
scito il Lisio a scoprire (1); quanto valga îl suo opuscolo per 
le attribuzioni date è necessità ricercarlo negli elementi, pur 
troppo scarsi, che fornisce l’opuscolo stesso. Il Maraviglia pub- 
blica un’ Opera venuta nuovamente in luce nella quale si 
contiene doe epistole, una amorosa e l’altra insanguinosa, 
et doi Capitoli de M. Lodovico Ariosto uno tn centona, l’altro 
di gelosia, un altro capitolo di beltade di M. Francesco Maria 


nella raccolta giolitina del 1545 (pp. 42-44); nel cod. 8583 della Bibl. del- 
l’Arsenale di Parigi, f. 172-738, adespota; è ricordata dal GiraLpI nel suo 
De poetis nostr. tempor., Dialog., II, p. 416, dal Fix1 nella Scielta degli 
somini di pregio usciti di Crema, p. 184, ecc. Il sonetto, anonimo in Ni, 
comparve in una raccolta di rime (Libro terzo delle Rime, ecc., In Vinetia, 
al segno del Pozzo) del 1550, p. 168; fu pubblicato da un codice vaticano 
del sec. XVI per il TruccÙi (Poesie inedite di dugento autori, III, 156), ecc. 
Anche il BrognoLIco (Op. cit.) lo riferisce all’Amanio; il sonetto è adespoto 
nel cit. cod. della bibliot. dell’Arsenale (f. 174-75). 


(1) Nor è certamente quel Maraviglia che il Trivulzio credette di avere 
scoperto nell’anagramma d’un canzoniere anonimo della tine del sec. XV; 
v. F. Novari, I codici Trivulzio- Trotti in Giornale, 9, 167-68. 


264 G. FATINI 


Molza Con alcuni altri Sonetti pur de lui, e de M. Ludovico 
Ariosto. L'ampio titolo dunque par che annunzi componimenti 
solo dell’Ariosto e del Molza; ma, se tace il nome di Luca Pulci 
come autore delle due epistole (1), non lo fa forse per gabel- 
larle coi nomi dei due più noti poeti, sì bene perchè non va- 
leva la’ pena di ricordare l’umile rimatore fiorentino. Dopo le 
epistole, a piè pagina (4) c’è scritto Sonetto, come richiamo 
alla poesia della pagina seguente, nella quale invece trovasi il 
capitolo in centona dell’Ariosto. È da escludersi che fra la 
c. 4 e 5 manchino delle carte, ove dovrebbero apparire i so- 
netti, giacchè con la c. 5 incomincia il secondo duerno; perciò 
quel richiamo Sonetto prova meglio che la mutilazione del- 
l'opuscolo la poca esattezza del raccoglitore. Ancora: nel fron- 
tespizio si annunziano sonetti del Molza, il cui nome in vero 
manca nei sonetti inseriti nel testo (2), a meno che non doves- 
sero trovarsi nelle carte di cui il libretto par mutilo verso la 
fine. Il testo poi delle poesie è trascuratissimo e le indicazioni 
circa gli autori oscure in gran parte. Così ad un sonetto dato 
all’Ariosto (7 a), ne segue (7) un altro con la sola parola So- 
netto; poi (8 a) un terzo con la dicitura Sonet/o del medesimo. 
A chi si vuol riferire? All’innominato del precedente o al- 
l’Ariosto? 

Queste oscurità, queste incertezze non avvalorano l’attendibi- 
lità del Maraviglia, che al Lisio invece appare degno di fede 
come Ippolito Ferrarese e Iacopo Modanese (3). Ma esaminiamo 


(1) Sono la X e XVII delle Pistole di Luca Pulci al Magnifico; v. Lisio, 
Op. cit., 375. 

(2) Non c'è che il cap. O desir di quest’occhi, almo mio sole (6 bd - 7 a), 
che va, come dice il Lisio, senza contestazione fra le rime del Molza. 

(3) Il Maraviglia ha voluto onestamente tener distinte le poesie dell'Ariosto 
da quelle degli altri, dice il Lisio, con una certa esattezza (p. 377); e sic- 
come « ha detto la verità per il Molza » non c’è motivo per crederlo bu- 
giardo per gli altri; perciò « tutte le Rime riprodotte da Bernardino Pado- 


« vano sotto il nome del Poeta, come quelle di Iacopo Modanese, sono veramente 
« dell’Ariosto ». 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 265 


singolarmente i componimenti che secondo il Lisio sono da rife- 
rirsi all’Ariosto. 

Il capitolo in centone ha la paternità ariostea tanto nel fron- 
tespizio quanto nel testo; è in compagnia col capitolo segondo 
de gelosia del medesimo (cap. XXII), il quale per l’autorità di 
due importanti codici, B,, V,, confermata dalla raccolta lirica 
del Giaccarello (1551), è sicuramente dell’Ariosto (1). Collegate 
nel titolo e nell'argomento strettamente fra loro, le due poesie 
paiono vergate dalla stessa penna; dell’Ariosto l’una, perchè non 
dobbiamo riferirgli anche l’altra? A chi osservasse che un sif- 
fatto lavoro di paziente rabberciatura non s’addica al cantore 
d'Orlando dobbiamo ripetere che l’Ariosto non si troverebbe 
solo nel coltivare questo umile campo di poesia popolare; con 
lui il Bembo (2), l’Aretino (3) e tanti tanti altri, che del resto 
avevano degli esempi anche nell’antichità, fra i quali si annove- 
rava lo stesso Virgilio. Si aggiunga poi che nel capitolo si ri- 
trovano accenti e imagini non nuove nella lirica ariostesca (4); 
onde per il centone non sappiamo negare fede al Maraviglia ; 
per il solo centone però, come vedremo; anzi le inesattezze e 
le incertezze che s'incontrano per gli altri componimenti ci raf- 
forzano nell’opinione che almeno per quei due capitoli ricordati 
pur nel frontespizio, insieme con l’altro del Molza, egli abbia 
detto il vero; chè sarebbe proprio strano che si fosse presen- 
tato al pubblico con merce tutta falsificata. 

Il sonetto, seguente al capitolo del Molza, esplicitamente di- 
chiarato « de M. Lodouico Ariosto » (c. 7 a), nella raccolta gio- 


(1) Vedi pp. 214-15. La lezione del Maraviglia dà una veste più corretta 
al capitolo. 

(2) Vedi p. 206, n. 1. 

(3) A lui viene attribuito il centone Madonna, ognun vi dice ch'io vi 
faccio, che è anonimo nel codice Palatino di Firenze, 256, cc. 178-80; un 
centone è ricordato dal Lisio (p. 380 n.), il quale trova quello dell'A. supe- 
riore alle poetiche querele del Verini o del Sassoferrato. 

. (4) Si confronti coi capitoli XV, XVIII, XIX, XXIII. 


266 G. FATINI 


litina del 1547 con altre rime è attribuito all’Amanio (1), mentre 
in un’altra silloge a stampa del 1538, dovuta a Francesco Amadi, 
con altre 25 poesie è dato al Brocardo (2); è vero che in questa 
edizione del Brocardo, come nelle posteriori, ove però il sonetto 
scomparve, i raccoglitori « confusero spesso liriche sue con 
« quelle di altri poeti suoi contemporanei » (3); onde, pur tenendo 
conto della poca esattezza delle raccolte giolitine e di quella 
dell’Amadi, non sapremmo a chi dei tre autori spetti veramente 
il sonetto. 

A più sicura conclusione si può giungere per la poesia che 
tien subito dietro ad esso (7 è) e che si presenta con la nuda 
indicazione « Sonetto ». Non è facile asserire se il Maraviglia 
abbia inteso riferirlo all’Ariosto o al Molza o a nessuno dei due; 
ma esso un anno prima era già stampato in un gruppo di rime 
del Muzzarello (4), al quale lo assegna pure il Ruscelli nei suoi 
Fiori (5). 

Il componimento che segue (8 a), con l’indicazione « Sonetto 
del medesimo », secondo il Lisio, non può riferirsi che al- 
l’Ariosto; ma la designazione del Maraviglia è così vaga che non 
è facile dire a chi egli stesso abbia voluto alludere, se all'Ariosto 
o al Molza; al Muzzarello forse non pensava e chi sa che nel- 
l'incertezza dell’attribuzione non abbia creduto di cavarsela con 
quel medesimo che non risolve nulla (6). 


(1) Libro secondo, ecc., p. 167. Anche il Brognoligo nel citato articolo lo 
ricorda dell’Amanio. ‘ 

(2) Rime del Brocardo et d'altri authori, raccolte da Francesco AmMaDi, 
Venezia, 1538; di questa edizione parla D. ViraLiani, A. Brocardo, Lo- 
nigo, 1892, p. 45 n.; il V. pubblica il son. a p. 183. È una stampa raris- 
sima, con rime di Niccolò Delfino, Molza, Brocardo (25 sonetti), al quale attri- 
buisconsi poesie del Cariteo e di altri. 

(3) D. ViraLiani, Op. cit., p. 45, n. 2; nelle edizioni del Brocardo il 
nostro sonetto non comparve più, dopo quella del 38. 

(4) Libro primo, ecc., Giolito, 1545, p. 87 (anche nella ristampa del 46). 

(5) I Fiori delle rime, ecc., 1558, p. 374. È ricordato da G. Prato pure 
nello studio del Muzzarello che citeremo appresso. 

(6) Nelle raccolte poetiche a stampa e a mano non sono riuscito a trovare 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 267 


La stessa generica indicazione precede l’ultimo sonetto del- 
l'opuscolo, « una vera gemma della lirica ariostesca », giudica 
il Lisio, che s'è lasciato avvincere dalla calda sensualità che 
freme nei quattordici versi (1). Invece, al contrario del prece- 
dente su la cui paternità nessun lume si ricava dalle raccolte 
del tempo, il sonetto è attribuito al Muzzarello in 8,, con altre 
poesie dello stesso autore (2); in N,, parimente ricco di rime 
del mantovano (3); in P,, ove, adespoto, segue però una poesia 
data allo stesso rimatore (4). Non solo; ma poco prima del Lisio, 
Il caldo componimento era fatto noto, sempre fra la lirica del 
Muzzarello, dal Prato, che lo giudicava, forse un po’ eccessiva- 
mente, povero « di originalità di concetto e novità di forma » (5). 

Riepilogando, mentre il capitolo in centona appare del- 
lAriosto, dei sonetti due sono indubbiamente di Giovanni Muz- 
zarello, il secondo cioè e l’ultimo, due sospetti e contesi, uno 


copia del sonetto; col primo verso presso a poco uguale incomincia un sonetto 
di G. B. Giraldi « O fastiditi già del pianger mio », nel Secondo libro di 
Rime scelte del GioLito, 1568, p. 424. 


(1) Il Lisio che lo volle pubblicare perchè il più bello dei son. conservati 
dal Maraviglia, dice che « nel primo Cinquecento » non v'era fuori dell’A. 
chi fosse capace « di descrivere con tanta verità e precisione, con tanta leg- 
‘ gerezza di tono, il dolce momento delLampiceo, senza cadere in nulla di 
‘ vacuo e di morboso » (p. 381). 

(2) Nell'articolo Quattro poesie ecc. (p. 9) accennai già a questa falsa at- 
tnbuzione ‘all’A. 

ni È il quarto del gruppetto di componimenti costituenti nel codice 

l'« Oppere vulgare dello Ecc.mo Poeta m. Giovanni Muzarello Mantuano » 
(e 25). 

(4) Il Palermo e il Gentile nei rispettivi cataloghi a stampa pongono fra 
parentesi il nome dell’autore Giovanni Muzzarelli, deducendolo forse dal son. 
precedente « O desir di quest'occhi ulmo mio sole », dato a lui; nel codice 
tna mano recente ha scritto in lapis lo stesso nome. 

(5) G. Prato, Alcune rime di G. Muzztarelli nella Miscellanea Cian- 
Sappa Flandinet, p. 267; il Prato ricorda pure il ms. manzoniano ($,), il 
magi. (N,) e il Palatino (P,), pubblicando il sonetto come inedito. Il Lisio 
notò l'infelice lezione data dal Maraviglia, ma i codici danno un testo mi- 
gliore. Per confronti col Furioso v. i canti VIII, 29, XXII, 33, XXV, 
68, 88, ecc. 


268 G. FATINI 


dall’Amanio e dal Brocardo, l’altro forse dal Molza, se pur il 
Maraviglia ha inteso riferirsi a quest’ultimo. 

Le ottave che sono trascritte a pie’ della c. 7 d l’una, 8 d l’altra, 
adespote e anepigrammatiche, probabilmente servirono al Ma- 
raviglia per occupare la parte bianca delle due carte; la man- 
canza del nome e di didascalie attesta forse che neppure il Pa- 
doano intendeva riferirle all’Ariosto; la prima trovasi adespota, 
ma dopo alcune ottave di Adriano Franci, in P, e nel codice 
urbinate 1743, ove pare data al Coppetta (1); l’altra in L, in 
mezzo a varie ottave dell’Accolti (2). 

Sotto il nome di Gabriele Ariosti comparve nelle Rime de' 
Poeli Ferraresi (1713, p. 81) il sonetto 


Miser, fuor d’ogni ben, carco di dogha, 
(son. XXXV), 


che il Baruffaldi giudica « più veramente composto da suo fra- 
tello Ludovico allora quando trovavasi in Garfagnana ». Vi sì 
parla di « aspri, selvaggi, orridi sassi », ove il poeta è obbligato 
a recarsi col cuore in tempesta perchè «..... altro Cielo, altre 
« mura, et altre soglia — chiude ’1 mio cor, e la mia Donna 
« stassi ». L’argomento, che ci richiama alla Garfagnana e alla 
forzata lontananza di Ludovico dalla sua Alessandra, mal si può 
riferire all’infelice Gabriele, che, storpio di natura e nell’impos- 
sibilità di muoversi di casa, non è ammissibile che andasse mai 
lontano da Ferrara o almeno dal suo territorio, « che per esser 
«luogo di bassa pianura... in nessuna parte offre vedute di aspri, 
« selvaggi, orridi sassi... » (3). A_me pare che l’opinione del Ba- 


(1) A ce. 393 c’è una nota « Il fine de sonetti Canz. e Cap. — Del Co- 
< petta ». Ma la stanza che si trova a c. 357 bd, è proprio sua? Nella rac- 
colta di Rime di G. Guidiccioni e F. Coppetta-Beccuti, a cura di E. Cuioz- 
soLI, Bari, Laterza, 1912, non compare. È « incerti auctoris » in magliab. II, 
IMI, 384, c. 159. 

(2) La serie delle ottave è data allo « Accolti »; dev'essere Bernardo, sul 
quale v. p. 190, n. 3. 

(3) Vita di L. A., pp. 39 e 190. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO “269 


ruffaldi sia ben fondata, anche perchè l’impronta di affetto e di 
dolore sincero che, pur nella loro intonazione petrarchesca, 
hanno i pochi versi, escludono la congettura che si tratti 
d’un’esercitazione retorica di Gabriele (1). Probabilmente il so- 
netto confuso tra le carte di quest’ultimo, e forse anche, come 
sospetta il Baruffaldi, scritto di suo pugno, trasse l’editore 
del 1713 ad attribuirlo a Gabriele, del quale si sa che fu buon 
cultore di poesia latina, ma non di quella italiana. 
Tra le poesie di dubbia autenticità va annoverato il son. 


Spenta è d’ Amor la face, il dardo è rotto 
(son. XXVIII). 


Attribuito a Barbara Torelli, l’infelice moglie di Ercole Strozzi, 
il Carducci, certo di questa appartenenza, lo ricorda tra «le 
« pochissime belle poesie che abbiano mai scritto le donne ita- 
«liane » (2). Ma di recente il Bertoni, modificando l’opinione 
espressa or sono vari anni (3), non lo crede più della Torelli (4) 
ed il Catalano (5) propende per l’Ariosto. 

Il sonetto comparve, col nome della Torelli, tra le poesie di 
letterati ferraresi raccolte da Girolamo Baruffaldi (6); ma, se si 
pensa che essa forse non ha scritto altre rime nè umili nè 
efficaci come quelle attribuitele e, d’altra parte, che l’Ariosto, 


(1) Si sa che Gabriele si dette alla poesia all’età di quarant'anni ed ebbe 
per maestro il fratello Ludovico. Sue poesie latine furono raccolte in Ferrara 
nel libretto Gabrielis Areosti Ferrariensis Carmina, Ferrariae, Excudebat 
Vietorius Baldinus, MDLXXXII; è interessante l’elegia In obitu Ludovici 
Areosti (cc. 12-26). A Gabriele si deve pure una delle due continuazioni de 
Gli studenti, che oggi si può vedere nell’edizione Salza. 

(2) Opere, XV, 238; vi si riporta pure il sonetto. 

(3) La Biblioteca estense e la coltura ferrarese, Torino, 1903, p. 169. 

(4) L’'« Orl. Furioso » e la Rinascenza, ecc., p. 308. 

(5) M. Cararano, Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, Ferrara, Taddei 
(1920), p. 26. 

(6) Rime scelte di poeti ferraresi (p. 55). Trovasi pure nel cod. 202 della 
Civica di Ferrara (Raccolta di poesie estese da donne ferraresi con le rispet- 
tive biografie), del sec. XVIII, forse di Gir. Baruffaldi iunior. 


270 G. FATINI 


in quel tragico e oscuro frangente dell'assassinio dello Strozzi, 
può aver dato libero sfogo al dolore per l’amico così sciagura- 
tamente e misteriosamente soppresso, lasciando che il sonetto 
andasse col nome della disgraziata donna contro la quale l’as- 
sassino, anche se potente, non poteva incrudelire, si può credere 
non infondata la recente attribuzione (1). 

Col nome dell’Ariosto si trova in B, il sonetto 

Son questi que’ begli occhi in cui mirando 
(son. V?). 

L’annotatore di B, avverte « che non si trova tra quelli del- 
«l’Ariosto, che io mi sappia, in nessuna edizione delle sue Rime 
« e che leggesi tra le Rime del Bembo come suo; in un Codicetto 
« del secolo XVI viene attribuito, non so con qual fondamento, al 
« primo di questi due autori... ». L'affermazione dell’irreperi- 
bile ms. è contraddetta dalle edizioni liriche del Bembo (2) e da 
alcuni mss. (3), nei quali il sonetto o è dato al Veneziano o è 
adespota. 

In T, giacciono inediti i sonetti: 


Per un'alma gentil Speme e Timore 
Aspra guerra e crudele insieme fanno 
(sonn. XXVT!, XXVII"). 


Disposti nel secondo ripiano della c. 6 del 6° e ultimo fasci- 
colo e divisi con una linea dai versi copiati nella prima metà 


(1) Su la tragica morte dello Strozzi v. M. Wirtz, E. S. poeta ferrarese, 
in Atti e Memorie della R. Deputaz. ferr. di storia patria, XVI, 1906; 
sul mandatario e su la causa v. Luzio, Isabella d’Este e i Borgia, Milano, 
1916; G. Bertoni, L’ « O. F.» cit., pp. 332-333 e M. Catarano, Op. cit., 
pp. 62-65; anche la Wirtz (Op. cit., p. 94) dubita che la Torelli, alla quale 
il codice cit. riferisce altri due sonetti molto miseri, « salisse d'un tratto a 
« così nobile altezza nei versi in morte del marito, senza lasciare altra traccia 
« del suo ingegno ». 

(2) È il sonetto XVI delle Rime di M. P. Bembo con le annotazioni di 
P. A. Secnezzi, p. 14. 

(3) Col nome del B. è in N, (c. 7 d), N; (92), C, (c. 42d e 44a), Palat 
221-(931-21, 2]; adespoto o incerto nel magliab. II, IX, 121, $,, R3, ecc. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 271 


della carta (1), portano, a sinistra, il nome: Di M. Lod. Ariosto. 
Da un’annotazione (2) della c. 1a e della c. 6d pare che pro- 
vengano, insieme con altre poesie raccolte in questo codice 
miscellaneo, da un ms. d’un tal Padoani, copiato assai scorret- 
tamente forse dal servo d’un Melchiorri d’Adergo del sec. XVI, 
il quale riportava anche alcune lettere di lui. Mancando ele- 
menti per giudicare con sicurezza sia della provenienza dei due 
sonetti, sia dell’attendibilità del codice e d’altronde non potendo 
smentire l’affermazione del Trivulzio, cui devesi la raccolta 
di T, e di cui ognuno conosce e l’amore per gli studi e la se- 
rietà nelle ricerche, è opportuno accogliere i due componimenti 
con un certe riserbo su la loro legittima paternità. 

Nel cod. senese H. X. 28, sotto il titolo Capit° dell’Ariosto 
(c. 78), è riportato il ternario (cap. Il') 


Se quella e fatigosa e dura prova 


che non ha riscontro, ch'io sappia, nè in altri mss. nè nelle 
stampe. È un componimento che per il carattere di esercita- 
zione petrarchesca, ove non è facile sorprendere un lampo di 
poesia, ci richiama ai capitoli di Ippolito Ferrarese e ad altri 
consimili. Ma tant'è; l’Ariosto ci ha abituati a siffatti capricci 
versaioli, che ci sono pervenuti peggiorati forse dagli amanuensi. 
Perciò, non potendo dal valore intrinseco del capitolo ricavare 
alcun elemento che ci confermi l’autenticità o meno, è neces- 
sario rivolgersi all'esame del ms. II quale, di mano forse senese 
del sec. XVI, e appartenuto a un Credi Ugurgeri, è una miscel- 
lanea di cc. 87 di poesie in gran parte adespote, tra le quali 
il mad. V’ (c. 12), il son. III’ (c. 36), il son. V? (c. 41). Pochi 


— 
————————@@ 


(1) Nella stessa c. 6a ci sono due poesie cinquecentesche, a due scompar- 
timenti, sotto le quali sono trascritti i sonetti. 

(2) Il fascicolo VI è una parte del codice del Padoani o una copia; com- 
prendeva, come dichiara una nota (c. 1): « XXI sonetti contro Gaspara 
‘Stampa, ma tutti erano lacerati eccetto l’ultimo, che qui si trascrive... 
« (Fermati, viator, se saper vuoi) »; ci sono poesie del Verità, del Nava- 
gero, dell’Amalteo, una lettera del Varchi (1553), poesie del Fracastoro. 


272 G. FATINI 


componimenti hanno il nome dell’autore; tra questi non si può 
dire se si trovasse l’Ariosto per la canz. I!, che è mutila delle 
prime due strofe, perchè il codice manca del primo foglio; c’è 
invece il Molza (canz. V*, c. 44), il Trissino, e con pochi altri 
— i più sono nomi accademici — il Sannazzaro e l’Ariosto. 

Al Sannazzaro sono attribuiti il cap. XII (c. 31), nella reda- 
zione più breve, e la canzone I? (c. 75): l'uno appartenente, 
come già dimostrammo (1), all’Ariosto, l’altra al Trissino (2). 

Poca dunque essendo l’attendibilità del raccoglitore, sospetta 
appare l’attribuzione del capitolo che pubblichiamo tra i dubbi, 
non avendo elementi decisivi per annoverarlo tra gli autentici 
o gli apocrifi. i 

A completare, per dir così, le preziosità ariostesche e pre- 
sunte ariostesche non potrebbe mancare il ternario (cap. III!) 


Veduto, ò, spectator, ch'è ‘necessario, 


che il Mazzoni congetturò, or sono alcuni anni, possa apparte- 
nere a messer Ludovico. 

E il prologo in terzine al Formione Terenziano (3), conte- 
nuto in un codice della Riccardiana. Si sa che l’Ariosto tra- 
dusse commedie plautine e terenziane per il teatro, che aveva 
un grande fautore e protettore in Ercole I (4); si sa pure che 
il Formione rappresentato in Ferrara aveva un « nuovo prin- 
« cipio e nuovo fine »: cioè un prologo e una licenza che par- 
rebbero aggiunti da Ludovico (5). Ora il codice riccardiano, 


(1) Vedi pp. 193-198; ai mss. con la canz. I! ricordati in queste pagine si 
aggiunga ora anche il sen. H. X. 28. 

(2) Vedi pp. 156-57. 

(3) La favola di Orfeo e di Aristeo — Festa drammatica del sec. XV, 
edita da G. Mazzoni, con un prologo al « Formione » Terenziano (attribus- 
bile a L. Ariosto), Firenze, Seeber, 1906. 

(4) Luzio-ReNIER, Commedie classiche in Ferrara, in questo Giornale, 11, 
177 sgg.; G. Parpi, Il teatro classico a Ferrara, Ferrara, Zuffi, 1904. 

(5) A. D'Ancona, Origini del teatro italiano, 2* ediz., II, 127-32 e 
G. Camprori, Notizie per la vita di L. Artosto, Firenze, Sansoni, 1896, 
pp. 50-51. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 273 


mutilo in fine, conserva il prologo che potrebbe essere appunto 
quello dato dall’Ariosto. « Mostrerebbe di non conoscere — dice 
«il Mazzoni (X) — le prove giovanili di quell’industre artefice, 
«che tutta la vita lavorò sulla lingua e sullo stile, chi si oppo- 
«nesse all'attribuzione soltanto per il ribrezzo della scabra dici- 
«tura, che in ogni caso si vedrà peggiorata dall’ibridismo del- 
«l’amanuense umbro... ». Alla congettura del Mazzoni porta un 
lieve appoggio anche l’affermazione del Sanesi che l’Ariosto 
avrebbe dato una redazione della Cassaria in terzine, per- 
duta (1). / 

D’un capitolo (IV') diretto a Nicola Benucci fa parola il Resto 
del Carlino del 2 gennaio 1912, nell’articolo La scultrice Pro- 
perzia de’ Rossi morta per amore, firmato con la sigla X; 
l’articolista dice di averlo trovato in una Raccolta di capitoli 
inediti e rari, Piacenza, Tipogr. Del Majno, fine secolo XVIII. 
Per quante ricerche abbiamo fatte direttamente e indiretta- 
mente in molte biblioteche per rintracciare la Raccolta, non è 
stato possibile nè conoscere il libro, nè avere più precise no- 
tizie del capitolo. Qualcuno, da noi appositamente interpellato, 
in seguito alla nostra osservazione che lo stesso X, nonostante 
premurose sollecitazioni, non s'è fatto mai conoscere, nè ha mai 
risposto, ha dubitato che si tratti d’una gherminella dell’artico- 
lista, che potrebbe essere Olindo Guerrini. 

A noi però e per le tre terzine che nell'articolo sono ripor- 
tate e per la mancanza d’un reale motivo che consigliasse la 
presentazione d’un inesistente capitolo ariostesco, in un articolo 
ove l’Ariosto entra incidentalmente, questo dubbio non appare 
troppo verosimile (2). 


(1) I. Sanesi, La Commedia (collez. Vallardi), p. 174; v. pure Giornale, 
48, 270. 

(2) Si riportano le tre terzine fra le poesie dubbie; il prof. S. Fermi che 
ha pronto uno studio su La bottega del Majno e il movimento letterario in 
Piacenza, con un’appendice che riporta il lungo elenco di tutte le edizioni 
ascite da essa dal 1804 (data della fondazione della Casa) in poi, non ha 
trovato. notizie su la nostra Raccolta. — Su testi a penna contenenti poesie 
dellA., di cui Ja notizia è giunta a noi, vedi la mia Nota bibliografica. 


274 ° G. FATINI 


Tra i componimenti perduti si ha notizia di due, i cui capo 


versi 
Poschè tu muous 


Sentendo che alla morte, 


forse incompleti, sono ricordati nell’Indice premesso al ms. F,; 
ma tanto in F, come in F, il testo di essi invano si desidera; 
lo stesso Barotti, a lato del capoverso, nell’/ndice pose questa 
annotazione: Questo non si trova da me. 


LIRICHE LATINE 


l. 
Dalla raccolta del Pigna a quella del Polidori. 


Se al pari delle liriche volgari le liriche latine non ebbero 
l'onore della stampa dal loro autore, la storia di quest’ultime, 
a differenza di quelle, si presenta molto semplice e sbrigativa. 
Forse l’Ariosto si compiaceva di conservarle, sia pure con un 
po’ di disordine, e non era alieno di inviarne qualcuna agli 
amici (1), in attesa che tempo e voglia gli permettessero di 
pubblicarle. Vero è che alla morte del Poeta ne vennero, come 
delle altre opere, in possesso i congiunti e tra questi il figlio 
Virginio; dal quale, se nel 1548 non passarono a formare una 
raccoltina con poesie di altri cinquecentisti per il cardinale 
Cervini (2), nel 1553, senza dubbio, furono date a Giovan Bat- 


(1) In una lettera a Mario Equicola, il 15 ottobre 1519, così scriveva: 
« Circa l’oda che voi mi dimandate, la cercherò tra le mie mal raccolte com- 
« posizioni, e le darò un poco di lima al meglio che io saprò, e manderol. 
« lavi » (Lettere, XVIII). 

(2) Il Cicogna nelle Inscrizioni veneziane (Venezia, 1827, II, 309) ricorda 
una lettera del 1548 di Carlo Zancaruolo al cardinale Cervini, conservata nel 
cod. lat. XI, 96 della Marciana, nella quale scrive che « gli manda una 
e raccolta di epigrammi, elegie ed eroici latini di B. Accolti, Fracastoro, 
« L. Ariosto... »; cfr. Clan in questo Giornale, 11, 238-39 né 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 275 


tista Pigna, che insieme con un gruzzolo suo e di Celio Calca- 
gnini le offrì ad Alfonso Il, duca di Ferrara, in ringraziamento 
quasi di averlo preso tra i suoi cortigiani. Virginio gli dette 
tutti i carmi paterni che aveva messi insieme; egli, sceltine 
cinquantaquattro (1), li inseri nel volumetto: 

Io. BAPTISTAE PIGNAE CARMINUM | Lib. Quatvor, | Ad Al- 
phonsum Ferrariae | Principem | His adiunximus | Caetit 
Calcagnini Carm. Lib. III. | Ludovici Areosli Carm. Lib. II. 
| Cum Privilegio | Venetiis, | Ex officina Erasmania, | Vin- 
centii Valgristi | M.D.LIII; in 16°, pp. 312. 

Precede una dedicatoria dello stesso Pigna ad Alfonso « Fer- 
rariae Principi», con la data VIII. Id. Ianuar. M.D.LIII, Ferraria; 
seguono i carmi del Pigna (pp. 5-116), le Satyrae dello stesso 
(pp. 116-170); i carmi del Calcagnini; poi 


(p. 270) Lvpovici Areosti Carminum Liber Primus, cioè 9 componimenti 
(pp. 270-91); | 

(p. 292) Lvpovici ArEostI Carminum Liber Secundus, cioè 45 componimenti 
(pp. 292-312). 


Eccone la tavola: 


Libro primo 
1. (pp. 270-72) Ad Alphonsum Ferr. Ducem III 
Extollit clamor patrem, par murmure laudat (I, VV) 
2. (pp. 272-77) AA Abertum Pium 
Fama tuae matris crudeli funere raptae (XII) 
3. (pp. 277-83) Epithalamium 
Surgite, iam signum venientis tibia nuptae (LITI) 
4. (pp. 283-84) Ad Petrum Bembum 
Me tacitum perferre meae peccata puellae ? (XV) 
5. (pp. 284-85) _ Ad Herculem Strozzam | 
Audivi, et timeo, ne veri nuncia fama (XII) 
6. (pp. 285-87) Ad Pandulphum 
Ibis ad umbrosas corylos Pandulphe Copari (XVI) 


(1) Veramente sono cinquantatre, perchè i due comp. 7 e 20 del libro II 
debbono considerarsi come un solo; v. Carpucci, XV, 212, 


276 


7. (pp. 287-88) 
8. (pp. 288-90) 
9. (p. 291) 

Libro secondo 
1. (p. 292) 


2. (pp. 292-93) 


3. (p. 298) 
4.( >» ) 
5.( » ) 
6. (pp. 2938-94) 
7. (p. 294) 
8.( » ) 
9.( » ) 
10.( » ) 


11. (pp. 294-95) 


12. (p. 295) 
18.( » ) 
14.( » ) 
15.( » ) 


G. FATINI 


De Lydia 
Haec certe lepidi sunt Regia moenia, quae sic (XXIII) 
De diversis amoribus 
Est mea nunc Glycere, mea nunc est cura Lycoris (LIV) 
Bacchi Statua 
Quid causa aeterna frueris quod Bacche iuventa ? (XXV) 


Ada Alphonsum Ferr. Ducem III 
Cum desperata fratrem languere salute (LXIV) 
De Eulalia 
Ut bella, ut blanda, ut lepida, utque venustula ludit (XXIX) 
De Veronica 
Es Veronica ne? an potius vere unica? quae me (XXXI) 
De Gilycere, et Lycori 


An Glyceren pluris faciam, plurisne Lycorin (XXXII) 
Oliva 
Hic ne rosas inter Veneris bulbosque Priapi (LXVI) 
De Populo, et Vite 
Arida sum, vireoque; aliena populus umbra (LXVII) 
De Spartanss 
Arma Deo sua sunt hospes ne fallere sparta est (XLII) 
Ad Bacchum 
Quod semper vino madidus, somnique benignus (XXVI) 
De Baccho 
Qui non castus adis Bacchi penetralia, non te (XXVII) 
De lulia 
O rarum formae decus, o lepidissima verba (XXX) 
De Trivultia ] 
Quod genere, et censu praestes Trivultia multis (XLII) 
De Callimacho 
Heus puer, imprudens diri cum pone viderem (XXXVII) 
De eodem 
Sunt pueri crines, senis ora, tuique videtur (XXXVIII) 


i In duos loquaces 

Ne distorque oculos, ne nuta, ne fode surdum (KXXIX) 
Ad Lygdamum 

Quod fractus nisu in medio te deserit arcus (XL) 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 


16. (p. 295) De puella 

Hasne rosas an te vendes, an utrumque puella =—(XXXIII) 
17. (pp. 295-96) De eadem 

Vendere velle rosas inquis cum sis rosa quaero (XXXIV) 
18. (p. 296) De lupo, et ove 

Foetum invita lupae sed iussu nutrit herili © (KXXXV) 
19. ( » ) De Bardo poeta 

Cuncta memor recitat, quae pangit millia Bardus (XXXVI) 
20. ( » ) De Venere se armante 

Arma Venus Martis sunt haec, quid inutile pondus (XLII) 
21. (pp. 296-97) De Raphaele Urbinate 

Huc oculos (non longa mora est) huc verte, meretur (LXIII) 
22. (p. 297) De puero formoso 

Eranimum Paphie puerum miserata feretro (XLI) 
3.( » ) De Quincti Valerii urore 

Molliter hic Quincti complectitur umbram (IX) 
A.( » ) Iani Francisci Gonsagne epit. 

Quae fuerant vivente anima olim, mortua membra (LV) 
2.( e) Francisci Areosti epit. 

Hic Franciscum Areostum uror natusque superstes (LIX) 
26. (p. 298) Camillae epit. 

Marmoris ingenti sub pondere clausa Camilla est (XLV) 
2.( » ) Eiusdem epit. 

Quaeris quae fuerim? me scito fuisse Camillam (XLVI) 
B.( » ) Herculis Stroszae epit. 

Qui patriae est olim iuvenis moderatus habenas (LX) 
29. (pp. 298-99) Piscaris epit. (1) 

Quis iacet hoc gelido sub marmore ? maximus ille (LXV) 
30. (pp. 299-300) Ad Albertum Pium 

Alberte proles inclyta Caesarum. (VII) 
31. (pp. 300-01) Ad Fuscum 

Antiqua Fusci, claraque Aristii (LXII) 
3% (pp. 301-02) De Megilla 

Illius timidis spes sit amoribus (XVII) 
33. (pp. 302-038) Ad Philiroem 

Quid Galliarum navibus, aut equis (IT) 

(1) Era già comparso negli E/ogia viror. liter. illust. del Giovio. 
Giornele storico — Suppl. n° 28. 18 


278 G. FATINI 


34. (pp. 303-04) Ad Pandulphum 
Dum tu prompte animatus ut (111) 
35. (pp. 305-06) De Iulia ss 
L Qualem scientem carminis, et Lyra (XVII) 
36. (pp- 306-07) De Vellere aureo ° 
| O pubis iuvenes robora thessalae (XIX) 
37. (pp. 307-08) De Nicolao Areosto 
| Has vivens lachrymas, sed qui odio miser (X) 
38. (pp. 308-09) In meretricem 
Abi vorar anus tuis cum blandulis (XXI) 
39. (p. 310) Nicolai Areosti epit. | | 
Nicolaus Areostus insignis comes (XI) 
40. ( » ) De catella puellae | 
| Quis solaciolum meum? meos qui I (XX) 
41. (pp. 310-11) De paupertate 
| Sis lautus licet, et beatus hospes (LXTX) 
42. (p.311) De Trivultia 
= Sis dives, generosa, bella, casta | (XLIV) 
43. ( » ) Zerbinati epit. 
Paulum siste, mora est brevis, rogat te (LXI) 
44. (pp. 311-12) Cosmici epit. 
Hospes siste parumper, hocque munus (XIV) 
45. (p.312) Ludovici Areosti epit. (1) i 
Ludovici Areosti humantur ossa (LVIII) 
Finis. i 


Quale criterio abbia seguito il Pigna nella scelta non #ap- 
piamo, nè risulta chiaro dal passo della dedicatoria riguardante 
le poesie dell’Ariosto. « Accipe — egli dice al Duca — igitùr 
« Pignae tui carmina, unaque etiam Calcagnini, et Areosti. Nam 
«cum Ant. Musa Brasavolus socer, sui in mansuetioribus literis 


‘‘(1) Comparso negli E/ogia del Giovio, si trova, tradotto, nelle Inscrittioni 
Poste sotto le vere imagini de gli homini famosi; Le quali è Como nel 
Museo del Giovio si veggiono Tradotte di Latino in volgare da Hippolito 
Orio Ferrarese, in Fiorenza, MDLII, p. 161; prima ancora nelle Zistorie 
di M. Guazzo (ediz. 1540, 1547, ecc.) e nella Cronica dello stesso Guazzo 
(1553), ce. 393-941. FRE 


- è 
Va 


| 


i — e - 


— 2... -— 


PER LE LIRIOHE DI LUDOVICO ARIOSTO 279 
« magistrì poètice scripta; et parentis etiam sui poétice soripta 
« Virginius Areostus doctrinae et humanitatis vinculo mihi 
«coniunctissimus, arbitrio iudicioque meo commisissent, e/egi 
«ego quae mihi magis approbarentur (1): adhibito etiam Ga- 
«leacij Gonzagae consensu, viri generis antiquitate, et ingenij 
«acumine Varo comparandi ... ». 

Intese fare una silloge di quei versi che a lui e a Galeazzo 
Gonzaga parvero più belli o più adatti alla raccolta che doveva 
essere presentata al Duca? Parrebbe; vero è che la volontà del 
Posta non fu scrupolosamente osservata, se non sole l'ordine e 
il titolo di qualche componimento spettano probabilmente al 
Pigna o ai suoi consiglieri, discordando così dal ms. ferrarese 
di cui parleremo; ma forse allo stesso Pigna devesi qualche 
rabberciamento di lezione e l’accozzo di tre frammenti, male 
riuniti in uno, sotto il titolo Ad A/phansum Ferrarie ducem 
lertium (2) (I, vv. 1-44; .... 42-44; II, 45-58) © il distacco del 
componimento (n. 20) De Venere se armante dall’altro De Spar- 
lanis (n. 7), che, essendo una risposta al primo, costituisce con 
questo un’unica poesiola (XLII). 

L'importante edizione (3), per quanto nel Cinquecento non 
mancassero giudici benevoli ed ammiratori della lirica latina 
ariostea, non fu seguita se non parzialmente e poche volte (4); 
si accrebbe di due epigrammi (I°, I'): 


De Victoria Columma 

Non vivam sine te, mi Brute, erterrita dirit 
Castanea 

Arbor inest silvis, quae scribitur octo figuris, 


——_—_——rrP» 


(1) Anche mella Vsta tratta da I romanzi il Pigna ripete di avere stam- 
pato dell'A. il meglio de’ suoi versi latini. 

(2) Vedi F. Torraca, Per la biografia di L. A., cit., pp. 4-14; H. Hav- 
verre, Notes sur la jeunesse de l’Arioste, in Bulletin italien, 1922, 
PP. 144 sgg. e una mia recensione all’articolo del Torraca in questo Giornale, 
78, 151 sgg. 

(3) Su di essa v. pure Carpucci, XY, 5-6. 

(4) Su queste parziali ristampe e edizioni v. la mia Nota bibliografica. 


280 G. FATINI 


nella stampa veneziana dell’Orlandini (tomo 2*, p. 400); di altri 
due componimenti (LII, IV): 


Ad Timotheum Bendideum 
Ignaro servum Domino promittere quicquam 
Epi. Fulci Areosti 
Stirps Areosta fuit, Ferraria patria, Fulcus 


nella edizione pitteriana del 1741 (IV, pp. 897-98) per opera del 
Barotti, il quale arricchi l’edizione del 1766 (VI, pp. 427 sgg.) 
ancora con sei poesiole (LVII, L, XLVII, XLVIII, LXX, XLIX): 


Hyppolit. Est. Epssc. Ferr. 
Excita festivo populi Ferraria plausu 
Epitaphium 

Claudit Alerandrum fossa brevis urna: puella 
Epithaphium Labullae 

Huc oculos, huc verte, bonae quicunque Parentis 

Eiusdem 

Haec vivens, nec certa satie natisque, viroque 

Quae frondere vides serie plantaria longa 
Epithaphium Manfredi 

Quis tegitur tumulo? Manfredius ille, viator. 


Infine un distico fu aggiunto dal Polidori, col titolo certo dello 
stesso editore (LXVIII): - 


Domus a se conditae epigraphe 
Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non; 


e così si raggrupparono 64 composizioni latine o, meglio, 65, 
considerando la 1* del 1° libro come due poesie frammentarie. 


tinti 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 281 


II. 


Un manoscritto ferrarese. 
Liriche dubbie e apocrife. 


Dei manoscritti con poesie dell’Ariosto uno solo merita di 
essere descritto con una certa ampiezza sia per il numero dei 
componimenti sia perchè molto probabilmente è autografo. Tro- 
vasi nella Civica di Ferrara, e porta il titolo di data, in vero, 
posteriore, Aliquot carmina autografa Ludovici Areosti fer- 
rariensis (F.). 

Consta di 12 carte, delle quali le prime dieci di piccolo for- 
mato, in origine costituenti uno o più quaderni, in seguito stac- 
cate, oggi rilegate tra fogli bianchi più grandi; le carte 11 e 12 
sono piuttosto liste di carta, su le quali il Poeta scrisse così 
alla prima o ricopiò una poesia già composta. Il Carducci, che 
ha minuziosamente descritto il codice nei riguardi dei carmi, 
della calligrafia, dell'inchiostro e della carta (pp. 13-26), giudica 
Il codice piuttosto un frammento di codice e perchè vi manca 
uno degli epigrammi pubblicati dal Barotti (ediz. 1766, n. XLVIII) 
e perchè le due prime carte che riportano poesie del Bembo 
paiono frammenti d’un quaderno, ove l’Ariosto doveva avere 
trascritte altre poesie dell'amico e non di lui solo, e per altri 
elementi offerti dal disordine che attualmente ha la rilegatura 
delle varie carte. Il Carducci non dubita punto dell’autografia 
del codicetto, non solo per il raffronto con altri autografi, ma 
pure per « i pentimenti rapidi, le cancellature subitanee a mezzo 
«il verso, a mezzo la parola, le correzioni fatte e rifatte due 
«e tre volte sopra e sotto la linea, in margine, di traverso, con 
«carattere più minuto, con abbreviature ... ». Onde conclude che 
«non sono quaderni ove il poeta scrivesse o copiasse seguita- 
«mente i suoi versi: alcuni ve ne copiava da altri fogli a mano 
<a mano che gli capitavano, alcuni ve li buttava giù di prima 


I92 G. FATINI 


« composizione, altri emendava e correggeva; e ciò tutto faceva 

« in vari tempi, nelle ore di ozio e di riposo... » (pp. 12-13). 
Ma, quand’anche, come sospetta qualche critico (1), così proprio 

non fosse, il codicetto ha grande importanza, specialmente per 

la lezione dei trentanove componimenti, alcuni dei quali pure 

in una stesura diversa da quella tramandataci per le stampe. 
La tavola di essi così si presenta: 


c. II a,. - 1. Molliter hic Nicolaum Areostum composuere (2) (VII) 
» a. - 2. Ut bella ut blanda ut lepida utque venustula... (Piema, II, 2) 


» as. - 3. De Quincti Valeris uxore n 
Molliter hic Quincti Valeri complectitur umbram (Piena, II,23) 
c. IIId,. — 4. Ad Aulum 
Ne distorque oculos, ne nuta, ne fode surdum (Piana, II, 14) 
» gx - 5. Ad puerum 
Quod fractus nisu in medio te deserit arcus (Pioxa, II, 15) 
» 3g. - 6. Ad puellam vendentem rosas 
Hasne rosas an te vendes, an utrumque puella (Piona, II, 16) 
» 4. - 7. Idem 
Vendere velle rosas inquis cum sis rosa quaero (Piana, II, 17) 
» gs - 8 Aa Thimotheum Bendideum (3) 
Ignaro servum Domino promittere quicquam (LII) 
c. Va,. - 9. Epi. Fulci Areosti 
Stirps Areosta fuit. Ferraria patria. Fulcus (IV) 
» 2. - 10. Epi. R. F. 
Illa ego laeta olim nunc moerens itala virtus (VI) 
c.IVò,. - 11. De puero mortuo 


Exanimum Paphie puerum miserata feretro (Picna, II, 22) 
>» os. - 12. Ode de vita quieta ad philiroem (4) 
Quid Galliarum rex Carolus paret (Piena, II, 33) 


(1) Il Bertoni (Op. cit., p. 208) dice che i componimenti del codicetto 
e possono non essere autografi, anzi non lo sono, a mio parere ». 

(2) Nè questo epitaftio, che divenne poi il compon. Piona, II, 23, nè l'altro 
Pioxa, II, 39, furono mai collocati su la tomba del padre (Barurratpi, 30). 

(3) In questa carta solo il primo distico, il resto nella carta IV a. 
. (4) Solamente i primi 15 versi. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO , 288 


e. Va,. - 13. Hic ne rosas inter Veneris bulbosque Priapi (Pigna, It, 5) 


- ® g. —14 Sio lantus lieet et beatus hospes (Piena, II, 41) 
» g. -— 15. Arida sum vireoque, aliena populus umbra (Pigxa, II, 6) 
» 4. - 16. Quae frondere vides serie plantaria longa (LXX) 


ec. VI bianca (1). 
c. Vila. Continua dal v. 16 in poi l'ode a Filiroe nella prima composizione (2). 
c. VID,. - 17. Gonsagae. ui 
Quae fuerant Iani Francisi (sic) mortua pridem (Piana, II, 24) 
» g. — 18. Foetum invita lupae sed iussu nutrit herili (Picna, II, 18) 
>» 3. - 19. Cuncta memorrecitat, quae pangit miltia Bardus (Piana, II, 19) 
» 4. - 20 Claudit Alerandri fossa brevis urna: puella (L) 
» g.-21. In Venerem armatam Lacedaemone 
i Arma Venus Martis sunt haec, quid inutile... (Piona, II, 20) 
e. VIII a,.- 22. Ludovici Areosti humantur ossa (3) (Piena, II, 45) 


» g.— 23. Istos quaeso oculos operi, dum caetera lustrans {XXIV) 
>» g3.-- 24. Quis tegitur tumulo? Manfredius ille, viator (XLIX) 


c. VIII db, .- 25. Quid causa aeterna frueris quod Bacche iuventa (Pigna, I, 9) 
» a2.- 26. Quod semper vino madidus somnique benignus (Pigna, II, 8) 
» 3.- 27. Qui non castus adis Bacchi penetralia, non te (Picxa, II, 9) 


c.IXa,. - 28. [Infelix a)nime et miser, quid ultro (4) (XXII) 
‘c. IXd,. — 29. Abi vorax anus tuis cum blandulis (Piana, II, 38) 
c. Xa,. -80. Epi. 
Paulum siste, viator, et tibi sit (Piona, II, 44) 
» s. -—8l1. Excita festivo populi Ferraria plausu — (LVII). 


c. Xò,. - 32. Hic Franciscum Areostum uxor natusque... (Piana, II, 25) 
» s. —-33. An Glyceren pluris faciam, plurisne Lycorin (Picna, II, 4) 
» 3. -34. Es Veronica ne? an potius vere unica? quae me (Picna, II, 3) 
e. XIa,. - 35. Qui iuvenis Martem, senior qui Martis amicam (5) (LI) 
c. XId,. - 36. Huc oculos, huc verte, bonae quicunque Parentis (XLVII) 


(1) È une carta un po’ sgualcita e con segni di piegatura; forma un foglio 
"con la carta V, che è senza cancellature e in bella calligrafia, come una 
copia. 

(2) La c. VII forma un foglio con la c. X. 

(3) Forma con la IX un foglio solo. 

(4) Gli ultimi quattro versi sono nel verso della carta. 

(5) La carta XI è una lista più lunga che larga; non ha nulla che vedere 
con le carte precedenti. 


284 G. FATINI 


e. XIdb,, - 37. Marmoris urgenti sub pondere clausa Philippa... (Piena, II, 26) 
» 3. -38. Quaeris quae fuerim? me scito fuisse Philippam (Picna, II, 27) 
e. XIla, - 39. Huc oculos (non longa mora est) huc verte... (1) (Prexa, II, 21) 


Da questo codice, al quale aveva già attinto il Barotti per 
accrescere le sue edizioni del 1741 e del 1766 — come abbiamo 
visto — il Carducci trasse 5 poesiole (i num. 1, 10, 23, 28, 35), e 
con esse stampò due nuovi epigrammi (XXVIII, LVI) 


Una vivamus, sed sic vivamus amici 
Sum dat es est; et edo dat es est; genus unde, magister. 


A questi possiamo aggiungere tre epigrammi, due presi da 
un libro di Remigio Fiorentino, di cui parleremo, uno dalla Vita 
dell’A. del Baruffaldi (II°, III”, IV’): 


Nomina bina habui, geminos Pia Prisca maritus 
Fessa gravi morbo cum iam mea Mamma iaceret 
— Sic domus haec Areosta. 


* 
e e 


Se lunga e complicata è la questione su l’autenticità delle 
liriche volgari, semplice e breve è quella che interessa le liriche 
latine, delle quali nessun dubbio è lecito avere sui gruzzoletti 
trasmessici dal Pigna e dal codicetto ferrarese, che hanno pur 
27 componimenti comuni. Non così si può dire delle nove poesiole 
provenienti da fonte diversa. 

1. L'epigramma De Victoria Columna (I'), apparso tra le 
liriche latine dell’Ariosto la prima volta nell’edizione Orlandini, 
è a lui timidamente attribuito dal Corso, il quale, commentando 
della Marchesana di Pescara la quarta strofe della canzone 
Mentre la nave mia lunge del porto, riferisce l’epigramma 
di cuì « non sa certo » l’autore, che ha «inteso essere stato 


(1) La carta XII è una lista che sta a sè. 


PER LE LIRICHE-DI LUDOVICO ARIOSTO 285 


« M. Lodovico Ariosto »; aggiunge pure che da taluni si credeva 
appartenere a M. Antonio Flaminio (1), mentre più tardi il Po- 
lidori ricordava un Giovanni Tommaso Mosconi (2). 

Dei tre contendenti però nessuno è il legittimo autore; chè 
di recente il Lo Parco (3), dopo avere spiegata l’origine della 
presunta paternità dell’Ariosto e del Flaminio, dovuta all’alta 
ammirazione che i due poeti ebbero per la Colonna, lo restituisce 
ad un modesto accademico pontaniano, a Pietro Gravina, sotto 
il cui nome la poesiola era apparsa in una sua opera fin dal 
1532 (4), vivente ancora l’Ariosto e parecchi anni prima che ìl 
Corso (1558) raccogliesse la voce della paternità ariostea, il 
compilatore Leodegario dalla Quercia (1560) quella del Fla- 
minio (5) e il raccoglitore Ranuzio Ghero (1608) del Mosconi (6). 
La esauriente dimostrazione del Lo Parco toglie così ogni valore 


(1) Réme della illustriss. et eccellent. Signora V. C., Venezia, Sessa, 1558, 
p. 381. L'Orlandini (p. 400) raccolse la voce della duplice attribuzione, se- 
guito dal Bortoli, dal Barotti e da altri nelle loro edizioni. 

(2) l PoLipori (I, 3850-51) rilevò che al Mosconi fu riferito dal MOoRERI 
(Le grand dictionnaire historique, Amsterdam, MDCCXL, III, p. 521), ma 
lo aveva già avvertito l’annotatore delle Opere di L. A., Bassano, 1798, 
VI, p. 366. 

(3) F. Lo Parco, Un epigramma in lode di Vittoria Colonna erronea- 
mente attribuito a L. Ariosto, a Marcantonio Flaminio, a Tommaso Mu- 
sconto, in Fanfulla d. Domenica, XXXVIII, 8; il Lo Parco era stato però 
preceduto nella identificazione dell'autore da G. Verso, Pietro Gravina e le 
sse opere, Corleone, 1908, come annunziò G. Assapessa nel Fanfulla d. Dom., 
XXXVIII, 9. 

(4) Petri Gravinae Neapolitani poematum libri ad illustrem Ioannem 
Franciscum De Capua Palenensium Comitem, Neapoli, ex officina I. Suls- 
bacchii Hagenovensis Germani..., MDXXXII, c. 40b. 

(5) Primo a raccogliere la voce del Flaminio fu il Corso; due annì ap- 
presso un certo Leodegario dalla Quercia lo inserì nella sua Furrago Poe- 
matum ex optimis quibusque et antiquioribus et aetatis nostrae poetis se- 
‘lecta per LeopeGARIVM A QueRcv, Parisiis, 1560, p. 83; di qui passò in quasi 
Tutte le edizioni del Flaminio, come nei Carmina Flaminti, Padova, Co- 
| mino, 1763. 

(6) Delstiae C. C. Italorum poetarum....., Pars altera, collectore RanutiIO 
Grero MDCVIII, p. 90. 


286 n - GG, PATINI 


alla testimonianza del Corso, cui forse s’appoggia pur quella 
d’un codice Vaticano (1). 

2. L'altro epigramma (l') raccolto dall’Orlandiri fu preso 
da un curioso libro del Monosini (2), il quale lo riferì per spie- 
gare una sciarada. È uno scherzo che non disdiee all’Ariosto 
per le agrodolci riprensioni da lui dirette alle donne nel Fi- 
rioso, ma la fonte dell’attribuzione fa dubitare forte della sua 
autenticità. 

3. Nessun dubbio invece per il componimento XLVIII edito 
dal Barotti perchè proveniente insieme cogli altri 7 (LII, IV, 
LVII, L, XLVII, LXX, XLIX) dal codice ferrarese F,, ove oggi 
.più non si .trova; molto probabilmente il codicetto è pervenuto 
mutilo o la carta che lo conteneva non è stata compresa tra i 
fogli ordinati e messi insieme. Se la poesia avesse avuta diversa 
origine, il Barotti non avrebbe mancato di avvertirlo, come lo 
ha avvertito per le poesie nuove raccolte dall’Orlandini (3). 


(1) È il cod. lat. 9948 (f, 15), che porta l’epigramma col nome dell’A., 
forse trascrittovi da qualche lettore del Corso. 

(2) A. Mowosini, Floris Italicae linguae libri novem, Venetiis, 1604, 
‘p. 402. Ecco il passo: 


Ditemi, donne, com'ell'è chiamata 

Cosa ne’ boschi nata 

Fra le spine pungenti, 

Che tien due volte in sè quattro elementi; 
De' quai gli ultimi tre levati via, 

Di mille a pena una tra voi ne sia. 


« Nux castanea est ista, quae a nobis dicitur Castagna: constat autem dictio 
« haec ex octo elementis, quorum tribus ultimis detractis, superest Casta. 
.« Unde convicium in mulieres. Huius sententia expressa est illo Disticho quod 
« circumfertur nomine Ludovici Areosti: Arbor snest etc. ». 

(3) Per l’epigramma De V. C. il B., e prima di lui l’Orlandini, avverte: 
« Sunt qui hoc epigramma Flaminio tribuunt; at Rinaldus Cursus ecc. »; 
per l’epigr. Castanea: Ex italicae linguae Flore Angeli Monosini, pag. 402. 
Per gli altri nell’ediz. 1741 « Alia duo Epigrammata adiungimus ex antiquo 
.e Codice Carminum Lud. Areosti excerpta »; in quella 1766: « Alia epie 
< grammata adiungimus ex autographo codice carminum Lud. Areosti »; tra 
questi ultimi è compreso il carme che non si trova più in Fg. Vedi paure 
Carpucei, XV, 7-8. 


PER LE LIRICHB BI LUBOVICO ARIOSTO 287 


4. L'epigramma (LXVIII) aggiunto dal Polidori è il noto 
distico che il Poeta aveva fatto apporre su la casa, come ricorda 
Virginio e con lui dal Garofalo tutti i biografi dell’Ariosto. 

5. I due epigrammi XXVIII, LVI che il Carducci riportò 
nel suo studio insieme con le cinque poesie ricavate da F,, 
farono tratti dal ms. della Estense, lat. 150 (a, T, 6, 8): miscel- 
lanea poetica dovuta a G. B. Giraldi con carmi del Flaminio, 
del Sadoleto, Fracastoro, Calcagnini, Gabriele e Ludovico Ariosto. 
A c. 660 sotto la dicitura Lod. Areo è trascritto il XXVIII; se- 
guono due versi che una mano indica sine aucitore e un’altra 
posteriore de Marullo Tarchiarota; dopo i quali si legge nuo- 
vamente Lod. Areo e, sotto, il carme XXXVII (Pigna, II, 12), 
indubbiamente autentico. 

À c. 73a ancora Lodovici Areosti e, sotto, l’epigramma n. LVI, 
Il quale, sempre col nome, è trascritto una seconda volta a c. 76 a. 

L'esplicita attribuzione preposta alle tre poesiole da un rac- 
coglitore ferrarese, in mezzo a componimenti di amici di Lu- 
dovico, presenta tutti i caratteri di esattezza (1). 

6-8. Qualcuno ha dubitato dell’epigramma in morte del 
Pescara (Pigna, II, 20) 


Quis iacet hoc gelido sub marmore? Maximus ille. 


Il Teza (2) ne sospetta autore il bresciano Andrea Marone, 
basandosi su di un passo di Remigio Fiorentino. Si tratta d'una 
lettera del 10 gennaio 1562 diretta da lui a Cesare Pavesi da 
l'Aquila intorno alle iscrizioni funerarie e agli epitafi. «A' tempi 
«si può dir nostri è fiorito l’Ariosto, Poeta eccellentissimo, il 
«quale hebbe garbo in fargli, e vi fu dentro molto accorto, e 
«arguto, de’ quali so che vi è uno in stampa ne gli E/09? del 


(1) Un cenno sul codice estense nel Supplemento 8 di questo Giornale, 
P. 133 ». La poesiola LVI era stata già pubblicata dal CaFretLi nella Prefuz. 
alle Lettere, p. xx. 

(2) Propugnatore, N. S., I (1838), P. II, pag. 430; il Carpecer (232-333) 
per la sua meschinità non lo crede dell'A. 


288 @. FATINI 


« Giovio, degli huomini illustri in arme, sotto il ritratto del Mar- 
« chese di Pescara, il quale havete veduto, ma gli altri quatro 
« (che tutti mi furon già dati per suoi) m’imagino non habbiate 
« veduti. E benchè sia in stampa, l’ho voluto nondimeno metter 
«anche qui, accio che all’effigie d’uno, voi riconosciate gli 
« altri ...». E qui riporta l’epitafio del Pescara, al quale « uno 
simile» egli non ha «saputo mai trovare, ne tra i nuovi, ne 
« tra i vecchi ». 

E continua: « Ma se questo v’è piaciuto io penso che questi 
« due che seguono (pur datimi per composition del medesimo 
« Marone) non vi dispiaceranno, e vedete s’anch’egli, seppe 
«accomodare il concetto de due nomi, de due figlioli morti, 
« delle due febbri, e delle due sepolture, che hebbe una gentil 
« donna, chiamata Pia Prisca, e descriverla con bellissima ar- 
« gutia, e con somma brevità di parole ... ». E qui con un elogio 
l’epigramma 


« Nomina bina habui, geminos Pia Prisca maritos. 


« Considerate in ultimo questo abbattimento delle gratie, 
« d'Amore, e di morte, intorno a .una certa signora chiamata 
« Mamma, e forse fu quella da Correggio, nominata da luì nel 
« ultimo canto del suo Furioso, e posta la prima nel numero 
« delle donne, e vedrete la felicità di quel imaraviglioso ingegno. 
« Forse che voi cì vedrete dentro borra, o vento, o trama (come 
« si dice) da ripiena, anzi ci scorgerete una candidezza, una 
« vivacità, e certi spiriti, proprij veramente d’un candido e vi- 
« vace scrittore, come era egli, e considerate molto bene la 
« corrispondenza del principio del mezzo e del fine 


« Fessa gravi morbo cum iam mea Mamma taceret. 


« ..... Alcuni m'hanno detto che questi Epigrami, non sono 
« del Ariosto, ma d’un certo Andrea Marone furlano, il quale 
« fu eccellentissimo in far detti Epigrammi, e nel dir lirico et 
« eroico rarissimo, e fu molto caro all’Ariosto, perche egli fece 
« mentione di lui nel suo poema... Ma sieno di chi si vogliono, 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 289 


«io vi gli ho mandati, accio che voi veggiate, che artificio ci 
« vuole a fargli belli... » (1). 

Il passo del Fiorentino non si distingue certo per eccessiva 
chiarezza; ma è pur vero che l’epitafio del Pescara è indiscu- 
tibilmente autentico, perchè la testimonianza del Pigna, avva- 
lorata da quella del Giovio, trova conferma in un ms. dell'Am- 
brosiana (n. 156, c. 50); in uno della Nazionale di Firenze (II, 
III, 384, c. 96), che è del sec. XVI e riporta 7 poesiole, tutte 
sicure, dell’Ariosto (PIGNA, II, 2, 16, 17, 10, 5, 29, 28, 45); in 
un cod. ottoboniano 2348 (c. 222 d) con epigrammi latini del 
Berni, dell’Amalteo, del Molza, ecc.; in un ms. della Comunale 
di Siena, I. XI. 49, c. 15a e nei due codd. marciani lat. XII, 
176, c. 40d e XII, 285, c. 40d. Esatto in questa affermazione 
il Fiorentino, quale fede merita per gli altri due componimenti 
riportati nella sua lettera? Egli parla da prima di quattro epi- 
grammi, ma ne riferisce solamente due, uno dei quali anzi, di- 
menticandosi di quanto aveva detto in sul principio, presenta 
come « datomi per composition del medesimo Maron ». Intende 
con questo nome per antonomasia il novello Virgilio, come da 
qualcuno è stato inteso il Maron del Furioso (III, 56)? 

Non parrebbe, perchè poco dopo fa parola del vero Andrea 
Marone, di quel poeta estemporaneo che ebbe gli elogi del- 
l’Ariosto stesso (Furioso, XLVI, 13, Satira, II, 115). Sembra 
più ammissibile invece che il Fiorentino sia caduto con quel- 
l’inciso in una svista, perchè, continuando a parlare dei due 
componimenti, con quel /u/ ritorna evidentemente e al Fur/0so 
e almaraviglioso ingegno dell’Ariosto. In tanta incertezza e 
oscurità, forse voluta dallo stesso raccoglitore, che dimentica 
pure di parlare degli altri due, mentre l’amicizia tra il Marone 
e l’Ariosto non esclude che all’uno si attribuissero poesie del- 


(1) Consideratsoni civili, Venezia, Zenaro, 1582, cc. 207-08; sul Marone 
v. qualche notizia in Bertoni, Op. cit., pp. 138 e 322; e tre epigrammi 
nella raccolta lirica Coryciana, Roma, L. Vicentino e L. Perusino, 1524, 
£L7e1ll. 


PALI 


290 ° @. FATINI 


l’altro, è naturale che si rimanga perplessi e dubbiosi nelao, 
cogliere tra gli autentici i due epigrammi. 

9. Un ultimo epigramma (IV') potrebbe appartenere a Lu- 
dovico: l’iscrizione che il figlio Virginio pose su la facciata della 
casa, oggi in un medaglione tra le due finestre di mezzo al se- 
condo piano. L'ipotesi è del Baruffaldi (Vi/a, p. 198); non del 
tutto infondata, perchè potrebbe accompagnarsi agli altri epi- 
grammi o scherzi composti per la casa e l’orto che accolsere 
il Poeta negli ultimi anni di sua vita (4). 


Conclusione. 


È innegabile che in una raccolta lirica procurata dallo stesso 
Ariosto, mentre avremmo letti componimenti che il tempo ci ha 
invidiati, alcune delle poesie da noì pazientemente riunite l’au- 
tore avrebbe rifiutate come indegne, altre invece avrebbe ac- 
colte o nella forma in cui ci sono pervenute o solo dopo averle 
rielaborate; chè il cantore d'Orlando con quel suo senso auto- 
critico che lo rendeva incontentabile revisore di se stesso, 
avrebbe senza dubbio, nella raccolta, sceverato quello che, per 
lui poeta rappresentando un elemento d’arte e di vita, rispen- 
deva pure ad un fine estetico, da quanto era nato nella inespe- 
rienza della sua gioventù letteraria o nello sforzo infecondo 


(1) Di carmi perduti si ha notizia: 1° nel poemetto Venatio di Ercole 
Strozzi, ove si fa cenno di elegie dell’A. per una Pasifile (Carpucci, 153-55); 
2° negli appunti di Virginio, ove si lamenta la perdita di un’ode per Alberto 
Pio, che incominciava Zam e d'un epigramma « per una colonna di marmo » 
(Carpteci, 161, 246); 3° in una affermazione del Papadopoli, contestata però 
da altri, che l’A. componesse elegie e odi per Dionigio Callorgio Cretese, 
presunto maestro (BarvrraLpI, 52-54); 4° nelle Considerationi civili di Re- 
migio Fiorentino e, infine, nella dedicatoria del Pigna e nella citata raocol- 
tina fatta per il cardinale Cervini. Per un’oda vedi una lettera a Mario Equi- 
cola, del 1519, già ricordata a p. 274, n. 2. 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 291 


della imitazione o nello svago d’una esercitazione retorica o in 
un momento di mancata ispirazione. Ma a noi è piaciuto rac- 
coglier tutto, perchè ogni frutto del Grande, anche se immaturo 
o insipido o imbozzacchito, concorre a far comprendere com- 
piutamente e meglio l’uomo e l’artista (1). Le liriche ariostee, 
o riecheggino di note che siamo soliti ascoltare nel poema o 
gli spiriti giovanili consertino alla ispirazione di Catullo, di 
Properzio, di Orazio (2), o rappresentino il tributo di simpatia 
e d’ammirazione per il cantore di Laura o siano il portato della 
moda imperante e pur anco uno scherzo d’artificio sono sempre 
documenti che con la loro luce più o meno velata, più o meno 
riflessa, ci disvelano meglio dalle loro ombre l’anima e l’arte 
del Ferrarese. 

Ma cor quale forma egli avrebbe date alla stampa queste 
cosette (3), se la morte non l’avesse sorpreso ancora stanco 
delle lunghe vigilie per la terza ristampa del Furioso? 

Nella mancanza d*'un autografo o d’un codice o d’una edizione 
come che sia esemplata sotto l’occhio dell’autore, dalla descri- 
zione che abbiamo fatta dei mss. ferraresi e dell'edizione prin- 
cipe — parliamo della lirica volgare — è ovvio inferire che 
per una ricostruzione presumibilmente critica del testo, tale 
cioè che si avvicini più che sia possibile alla presunta volontà 


(1) Vedi in Qpere, XV, 6 quanto scrive il Carducci per giustificare la 
opportunità .e la necessità che dell’Ariosto in particolare, dei grandi in ge- 
nere, si pubblichi tutto. | 
‘ (2) Un superficiale esame di quanto ad Orazio deve l’A. per la sua lirica —. 
e per le Satire è nel volume di G. Curcio, Q. Orazio Flacco studiato in 
Italia dal sec. XIII al XVIII, Catania, 1918, pp. 98-108; per la imita- 
zione di Catullo vedi il modesto saggio di A. Anastasi, Catullo e l Uma- 
mesimo, Acireale, 1919; T. SorBeLLI, Note sulla poesia umanistica e i 
è Carrvina » di L. A., in Gymnasium, X, (1911) e Della Fortuna del 
carme terzo di Catullo presso ghi umanisti, nei ‘Classici e neolatini, VIII, 2 
(Modena), 1912; A. CosartIni, A proposito di un’alcaica dell’Ariosto, in 
Atene e Roma, VII, p. 359 (XVIII); T. Casini, Di un’ode alcasca di L. A., 
in Rivista crit. d. letter. stal., VII, pp. 150-52 (LXII). 

(3) Vedi p. 137, n. 1. 


292 G. FATINI 


dell’Ariosto, si debbano prendere a fondamento, per le poesie 
contenutevi, i due codici ferraresi (F, e F,) e la prima stampa(Cp). 
Tutte le edizioni che vanno dalla seconda coppina alla orlandi- 
niana fanno capo per il testo a Cp, dalla quale si discostano più 
o meno profondamente e perchè quasi tutte sono l’una copia 
dell’altra e perchè ognuna al gruppo di errori e di varianti delle 
precedenti non manca mai o quasi mai di aggiungerne uno 
proprio, apportando al testo quelle modificazioni, specialmente 
ortografiche, che i criterî del tempo e dell’editore suggerivano. 

Un certo pregio parrebbero, pure per il testo, possedere le 
edizioni settecentesche, incominciando da quella pitteriana, nella 
quale il Barotti potè servirsi di F, e F,; ma il critico ferrarese 
nè seppe giovarsene a pieno, neppure nella ristampa del 1766, 
nè fu in grado di rinunciare a quei criterî, spesso arbitrari, che 
ai suoi tempi prevalevano circa la riproduzione dei testi; onde 
pur con le edizioni pitteriane le Rime non migliorarono molto. 
Non fu diversa la sorte di esse coi successivi editori, compreso 
il più ragguardevole, il Polidori, il quale, pur ritornando alle 
stampe del Cinquecento e giovandosi del Rolli e del Barotti, 
non si peritò di ammodernare vocaboli, accogliere lezioni senza 
un criterio costante, ora da questo ora da quel predecessore e 
talvolta sostituire la lezione vecchia con una nuova. Cosicchè, 
mentre di tutte queste edizioni dovrà tenersi conto per quei 
componimenti che sono le prime a riportare, e per quelle rare 
volte in cui offrono lezioni congetturali che s’accordano con F,, 
F, e Cp, per il gruppo più numeroso di liriche è necessario 
servirci esclusivamente dei due codici ferraresi e della stampa 
coppina. 

Tra questa e quelli la preferenza spetta, secondo noi, ai co- 
dici per le seguenti considerazioni: o 

1° i due codici rispetto a Cp presentano delle varianti che 
chiariscono le lezioni dubbie e oscure di Cp; 
2° completano la canz. V con un verso (57) che manca in 

tutte le edizioni, compresa Cp, per la quale mancanza il senso 
era stiracchiato e la stanza irregolare; 


PAR pr 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 293 


3° non presentano componimenti apocrifi, come risulta in- 
vece per Cp, ove il Modanese inserì una canzone del Tris- 
sino (I°): 

4° se si astrae dalle ortografiche e lessicali scorrezioni e 
modificazioni dovute al capriccio o alla scarsa coltura dei co- 
pisti, è quasi certo che i due codici si allontanano dal presunto 
testo dell'Ariosto meno di Cp, il cui ms., come si arguisce dalle 
varianti e dalle correzioni apportate dal Modanese nella stampa 
del 1547, e dagli errori della prima, deve essere stato così dis- 
ordinato e così poco intelligibile da costringere l'editore a met- 
tervi qua e là le mani per stamparlo senza oscurità e senza 
lacune; 

5° mentre la lezione di Cp, mancando il ms. da cui derivò 
non trova appoggio che in se medesima, la lezione di F, e F,, par- 
tendo da un comune archetipo, siano essi l’uno copia dell’altro, 
siano l’uno indipendente dall’altro, ha una duplice garanzia. 

Tra F, e F, il più autorevole e il meno scorretto risul- 
tando F,, come già rilevammo, questo sarà preso a base da noi, 
giovandoci sempre del raffronto di F, e di Cp (per qualche le- 
zione anche della seconda coppina, che, si sa, corregge alcuni 
degli errori di Cp), non solo per risolvere quei casi dubbî che 
si presenteranno, ma soprattutto perchè col loro aiuto ci sia 
possibile spogliare il testo di quegli errori e di quelle scorie 
ortografiche e lessicali che sono dovute al capriccio e alla poca 
coltura del copista di F,; ma perchè questa restituzione si man- 
tenga entro i limiti che l’Ariosto avrebbe tracciati, specialmente 
ber l’uso di parole apocopate, di maiuscole, di vocaboli ammo- 
dernati, di preposizioni articolate, dell’apostrofo, di consonanti 
Semplici o raddoppiate in forme che oggi sono raddoppiate o 
Semplici, giova tener presente il testo del poema quale risulta 
dalla edizione del 1532. E questo raffronto faremo anche per 
quelle poesie che si trovano solo in Cp o in qualche raccolta a 
stampa o in mss. miscellanei. 
In tal modo nutriamo la speranza di dare al testo delle Rizie 

ina forma non molto discosta da quella che avrebbe usata l’au- 


Giornale storico — Suppl. n° 29. i 19 


294 G. FATINI 


tore se davvero, terminato il Fxr70s0, si fosse deciso a pub- 
blicarle (1); e mentre ci terremo lontani dalla capricciosa li- 
bertà degli editori che ci hanno preceduto, per i quali era 
spesso legge l'adattamento delle parole ai criterì prevalenti nel 
tempo o nella mente dell’editore medesimo, non seguiremo nep- 
pure coloro che scrupolosamente vorrebbero ancora mantenere 
in vita l’/ iniziale e intersillabica in quelle parole donde l’uso 
l’ha cacciata, il 4? in luogo di csi davanti a vocale, il segno del 
troncamento in fine di parola, il # in ez, invece di ed, lv in 
cambio di v. Così trascureremo le maiuscole e tutte quelle 
esteriorità ortografiche che si debbono imputare al copista; € 
adotteremo una interpunzione non antiquata, che è pur man- 
chevole nella terza edizione del Furioso, non tanto per la tras- 
curatezza dell’Ariosto quanto per la disattenzione dello stampa- 
tore e per la incertezza che dominava ancora nell’uso di essa. 

Meno arduo il compito per il testo delle liriche latine non 
solo perche tutte le stampe (e sono poche e non complete) si 
riportano all'edizione Pigna, ma anche perchè in un testo latino 
il copista e l’editore non hanno agio di scapricciarsi come con 
un testo volgare: base del nostro testo sarà F,, integrato da 
quello del Pigna. 

Circa l’ordine, per i carmi latini adotteremo il criterio cro- 
nologico, anche se questo per difetto di elementi positivi debha 
essere contenuto per molti entro limiti indeterminati — d'altra, 
parte la divisione in due libri seguita dal Pigna, senza trovare 
riscontro in F,, pare suggerita da criteri personali e corti- 
giani (2) —; per le poesie italiane, la cui cronologia è irta di 


(1) Se alcuni passi resteranno oscuri o arditi troncamenti o certe cacofunie 
e brutti versi rimarranno nel testo, non dimentichi il lettore che una parte 
delle rime ariostee o sono la prima stesura ancora rude e inelegante dell’au- 
tore o non è stato possibile purificarle dalle scorie deformatrici dei primi 
editori, come Ippolito Ferrarese, in modo da riconoscere quanto della lore 
imperfezione spetti all'Ariosto e quanto ad essi. 

(2) Il Pigna forse distribuì in due libri i carmi dell’A. per continuare la 
divisione in libri fatta per i suoi componimenti e per quelli del Calcagnini, 


PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 295 


quesiti non facilmente risolubili, ci contenteremo di riprendere 
l'esempio del Polidori, che egli aveva preso dal Molini, non 
tanto perchè ha il suo fondamento nei due codici ferraresi 
quanto perchè, seguendo Cp che su la falsariga del Petrarca 
interpone canzoni e madrigali tra i sonetti, ci saremmo trovati 
nell’imbarazzo con tutti quei componimenti che in Cp non figu- 
rano e che avremmo dovuto capricciosamente frapporre nella 
raccolta coppina, oppure accodare, così come venivano, ad essa. 
Così la nostra edizione comprenderà Canzoni, Sonetti, Maari- 
gati, Capitoli, Egloghe e Stanze (1), su l’esempio, per i primi 
quattro gruppi, di F, e F, e restituirà ai ternari il titolo di 
Capitolo che il Polidori, seguendo il Rolli, aveva tutti chiamati 
elegie, meno tre; della quale denominazione non trovasi traccia 
nè nei codici ferraresi, ne in Cp, e, di conseguenza, neppure 
nell’Ariosto (2). 

Dal Polidori invece proviene la nostra distribuzione in poesie 
autentiche e dubbie, con questa modificazione che le die si 
scinderanno in due gruppi, uno dei quali conterrà quelle poesie 


—— __—_— ——— 


divisione che gli permetteva di mettere in testa a ciascun libro, quasi in 
forma dedicatoria, un carmo diretto ad un Estense. Nella Nota bibliografica 
sarà fissato fin dove è possibile e per quei carmi che lo consentono il dato 
cronologico. 


(1) Nella dicitura del frontespizio in Cp si coglie come un indizio di questa 
distribuzione; infatti v'è scritto Sonetti, Madrigali, Canzoni, Stanze, Ca- 
pitoli; Capitoli sono detti in quel privilegio rilasciato nel 1545 dal Senato 
veneziano agli eredi dell’Ariosto, di cui a pp. 138-39. 

(2) Veramente il primo a dare ai capitoli il nome di elegie fu il Pigna, 
che nei Romanzi, ecc. scrisse: « Trovò parimente la via delle volgari Elegie, 
« siccome nelle sue Rime si scorge... »; onde il Rolli asserisce essere stato 
l’Ariosto il primo a adoperare sitfatti componimenti; ai quali però si addice 
pure il generico nome di capitoli che nei primi anni del Cinquecento non 
avevano assunto ancora quel carattere e quell’intonazione prevalentemente 
burlesca che ebbero dal Berni in poi; giacchè erano componimenti in terzine 
scritti in forma umile e familiare sopra argomenti svariati e personali e, perciò, 
anche amorosi ed elegiaci. L'HavverTE (Op. cit., pp. 200-201), che propende 
a chiamarli capitoli anzichè elegie, riferisce al Polidori la priorità della de- 
nominazione; il Flamini, correggendolo (Giornale, 45, 390), la riporta al 
Quadrio; ma anche costui deve averla presa dal Rolli. 


296 G. FATINI 


che per insufficienza di elementi non è stato possibile nè attri- 
buire nè negare definitivamente all’Ariosto, l’altro quello che 
raccoglierà poesie falsamente riferite a lui: i due gruppi costi- 
tuiranno l’appendice all'edizione perchè la raccolta non manchi 
di nessun componimento ariosteo o presunto ariosteo. 

Così di fronte a 87 poesie italiane e 65 latine del Polidori, 
e a 85 poesie italiane della più recente edizione (Soffici), si 
avranno 156 comp. italiani e 75 latini, distribuiti nel modo se- 
guente: 


| Autentiche 


Apocrife TOTALE 


| é ta dl pay a | n 
| |a}5 a|3| |#\} 
Canzoni . .: 5/3 9 | 6| — ZI 12 i 9 
Sonetti. . . {41} 32 37 8l-|—-|77|96/37 
Madrigali . . 12/12} 12 -—|-|-/18|12|12 
Capitoli. . . 27) 20] 26 _—|-|-131|26]|%26 
Egloghe . .| 2] 1{l -|-|—-i 2| 1 I 
Stanze . . .(11. 3| — 4|- ni Z| — 

Torare | 98 | 71] 85 18| _ lise 8785 
Poesie latine | 70|65| — 1} — i 75 | 65 | 1 

| Ì 


Notevole, certo, l'aumento, anche se ci limitiamo ai compo- 
nimenti autentici; ma senza dubbio, ancora lontano dal gruppo 
di liriche che in tanti anni l’Ariosto deve avere composte; il 
quale gruppo, se si potesse integralmente ricostituire, tanta luce 
apporterebbe e per la conoscenza dell’uomo e per una migliore 
intelligenza del poema. 

‘GIUSEPPE FATINI. 


INDICE 


Avvertenza i A i i ; : i i : . Pag. 133 
Tavola delle abbreviazioni i > O 4 : i ; ; >» 134 


Lirica italiana. 


I. Dispersione delle « Rime » — Opuscoli di cerretani . ; » 137 
II. Iacopo Coppa Modanese e le sue edizioni ariostesche . 3 » 148 
III. Le « Rime » dalla contraffazione del ’52 alle moderne edizioni » 161 
IV. Manoscritti ferraresi . j ì . ; : i » 173 


V. Su l’autenticità delle poesie di L. Ariosto . ; i : » 183 


Liriche latine. 


Leg 


Dalla raccolta del Pigna a quella del Polidori . A » 274 
II. Un manoscritto ferrarese — Liriche dubbie e apocrife ì » 281 


Conclusione i: . A e . . : . ; ì » 290 


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